“Glielo assicuro, era lungo quasi tre metri”. Thaweesit Pramnak allarga le braccia ricordando il giorno in cui da bambino aiutò il padre a catturare un pesce gatto gigante del Mekong. Oggi questa specie, un tempo simbolo del fiume, è quasi scomparsa. Il pescatore, sulla cinquantina, magro e abbronzato, passeggia sul pontile di legno nel villaggio di Chiang Khan, nel nord della Thailandia, trasformato da poco in un piccolo museo del Mekong. Alcune locandine descrivono le tecniche di pesca o la festa annuale del pesce gatto, che nonostante tutto qui continua a essere celebrata.

Da quando i pesci hanno cominciato a diminuire, gli abitanti di Chiang Khan, nella provincia di Loei, cercano di sviluppare l’ecoturismo approfittando della riduzione dei sedimenti, che dà all’acqua, di solito marrone, un bel colore blu turchese. “Ma non ci sono abbastanza visitatori per compensare le perdite legate alla pesca. E poi, anche se sono simpatici, portare in giro i turisti in barca non è il mio mestiere”, dice Pramnak.

“Lo sviluppo non deve avvantaggiare solo il 10 per cento della popolazione”

Le condizioni sono diventate particolarmente difficili l’anno scorso, dopo che in Laos è entrata in funzione l’immensa diga di Xayaburi. L’opera ha trattenuto a monte i sedimenti che rendevano l’acqua molto ricca di nutrimenti e ha fatto strage della popolazione di pesci (circa il 70 per cento in meno, secondo alcune ong).

Inoltre il controllo totale del flusso di acqua a monte ha messo fine a un sistema di agricoltura di sussistenza sulle rive del fiume, una fonte di sicurezza alimentare per le popolazioni locali. “Prima qui cresceva tutto facilmente, seguivamo il ritmo delle stagioni. Ora non sappiamo mai quando apriranno le dighe e inonderanno le rive. Abbiamo paura di perdere i raccolti, quindi non abbiamo più il coraggio di piantare nulla”, spiega un agricoltore. Così oggi un’intera popolazione che viveva in modo quasi autosufficiente di pesce e di verdure fresche deve comprare prodotti industriali.

L’annuncio è arrivato a maggio: una nuova diga sarà costruita entro il 2028 dal gruppo cinese Datang a Sanakham, proprio davanti a Chiang Khan, in Laos. Il progetto deve ancora essere approvato ufficialmente dalla Mekong river commission (Mrc), composta dai rappresentanti dei paesi del basso Mekong, che condurrà una serie di studi sull’impatto ambientale.

Ma la commissione può solo fare raccomandazioni e non si è mai formalmente opposta al progetto di una diga.

Quale sviluppo

“Non abbiamo bisogno di questa diga, non ci serve altra elettricità”, assicura Thaweesit. Secondo un recente rapporto del ministero dell’energia tailandese, la produzione di energia elettrica nel paese è più che sufficiente, anzi è addirittura in eccedenza. Negli ultimi 15 anni la Cina ha costruito almeno 11 dighe sul Lancang, il nome del tratto cinese del Mekong.

A sua volta il Laos, piccolo paese isolato che vorrebbe diventare la “batteria del sudest asiatico”, ha avviato 44 progetti sul suo territorio, di cui sette sul corso principale del fiume, per rivendere elettricità agli altri paesi della regione. “Che costruissero le dighe sui loro fiumi”, commenta Orbum Thipsuna, leader di una coalizione di contadini tailandesi che ha presentato un ricorso per cercare di rallentare la costruzione delle barriere: “Il Mekong attraversa sei paesi, è un bene comune e nessuno dovrebbe avere il diritto di alterarlo”. Quasi 70 milioni di persone in Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam dipendono direttamente da questo fiume per vivere.

“Lo chiamano sviluppo, ma che sviluppo è?”, riprende Thaweesit. “Un buono sviluppo non è quello che dà vantaggio al 10 per cento della popolazione mentre soffoca tutti gli altri. Non c’è stata alcuna consultazione delle popolazioni locali, è inaccettabile”.

In Thailandia, dove il movimento contro le dighe è più forte e le proteste contro il re stanno portando un vento di cambiamento, pescatori, militanti e docenti universitari hanno lanciato una coalizione civica transnazionale per impedire la costruzione di nuove strutture. Finora, però, non ha avuto un grande successo.

“Da noi i responsabili non ascoltano, ma almeno possiamo protestare”, spiega Orbum Thipsuna. “In Cambogia e in Vietnam è più rischioso ma è ancora possibile. In Laos, invece, nessuno osa farlo perché si rischia la vita”.

All’università di Chiang Mai, in Thailandia, un gruppo di docenti cerca di sensibilizzare le autorità sull’impoverimento culturale e sulla scomparsa delle culture locali nel bacino del Mekong. “Alcune lingue hanno più di una decina di termini per descrivere diversi tipi di rocce”, spiega Malee Sittihikriengkrai. “Ogni termine implica proprietà geologiche diverse”.

Dato che esistono pochi studi scientifici seri su determinate questioni ecologiche, queste competenze locali sono un’importante fonte di conoscenza della “biodiversità unica della regione del Mekong, che include un numero di specie paragonabile solo a quella del Rio delle Amazzoni”, ricorda Montree Chantawong dell’organizzazione Mekong Butterfly. Di recente sono nate decine di ong impegnate nella difesa del fiume, per lo più finanziate da fondi statunitensi.

Il Mekong infatti sta diventato la principale linea di scontro tra gli interessi americani e cinesi nella regione. In aprile il rapporto di Eyes on Earth, finanziato dal dipartimento statunitense della difesa e basato su immagini satellitari, ha messo in evidenza come la Cina abbia trattenuto 47 milioni di metri cubi di acqua con le sue dighe tra aprile e settembre 2019, mentre i paesi a valle del fiume facevano i conti con la più grave siccità della storia recente. La notizia ha suscitato un’ondata di indignazione mondiale.

Da sapere
L’abbraccio di Pechino

◆ All’inizio di novembre il ministero cinese per le risorse idriche ha annunciato che d’ora in poi fornirà le informazioni raccolte dalle due stazioni idrologiche di Yunjinghong e Manwan, nello Yunnan, ai paesi della Mekong river commission (Mrc), l’organizzazione per la cooperazione regionale dei paesi del basso Mekong. Finora la Cina condivideva le informazioni solo durante la stagione delle alluvioni, da giugno a ottobre. Ma per migliorare il monitoraggio delle acque e la previsione dei disastri naturali nei paesi dove scorre il fiume saranno comunicati due volte al giorno anche i dati sul livello del fiume e sulle precipitazioni. L’accordo tra la Cina e l’Mrc arriva pochi mesi dopo il rapporto finanziato dal governo statunitense che attribuisce a Pechino la responsabilità della devastante siccità del basso Mekong nel 2019.

◆ A settembre gli Stati Uniti hanno lanciato la Us-Mekong partnership con il Laos, il Vietnam, la Cambogia, la Birmania e la Thailandia. La partnership, che estende la Lower Mekong initiative del 2009, servirà a rafforzare l’autonomia, l’indipendenza economica e lo sviluppo sostenibile dei paesi del Mekong. L’accordo prevede un finanziamento aggiuntivo di 150 milioni di dollari per alleviare gli effetti della pandemia sull’economia, contrastare il crimine transnazionale e il traffico di esseri umani, sviluppare i mercati energetici e le misure per prevenire la siccità e a estendere le esercitazioni di soccorso in caso di calamità. Ma che possa essere una valida alternativa agli importanti investimenti cinesi e agli scambi commerciali con Pechino è da vedere. Il fondo speciale per la cooperazione del Lancang Mekong rende difficile per i paesi del sudest asiatico allontanarsi dalla Cina.


Qualche settimana dopo le autorità cinesi hanno risposto con un rapporto della prestigiosa università di Tsinghua che “dimostra, al contrario, come le dighe abbiano aiutato a ridurre la siccità”. In seguito i ricercatori cinesi hanno precisato che se l’acqua fosse stata liberata al momento opportuno, le dighe avrebbero potuto in teoria contribuire a ridurre la siccità, ma non l’hanno fatto.

Il nuovo fronte dello scontro

“Il fronte principale dello scontro geostrategico tra Cina e Stati Uniti nella regione si è spostato dal mar Cinese meridionale, lasciato dagli americani ai cinesi, al Mekong”, osserva un diplomatico tailandese. La regione del Mekong, infatti, che occupa un posto importante nella politica estera di Washington dalla fine della guerra del Vietnam, ospita più di un migliaio di aziende americane e negli anni recenti gli investimenti diretti statunitensi sono aumentati di più del dieci per cento all’anno in paesi come il Vietnam e la Cambogia.

A livello diplomatico la strategia di Washington è quindi “favorire la coesione regionale per ritardare la crescita dell’influenza cinese”, dice Felix Chang del centro studi americano Foreign policy research institute. Del resto la Mrc, il principale organismo di governo regionale, è frutto di una cooperazione con le Nazioni Unite e da quando è stata creata nel 1995 risente molto dell’influenza statunitense. La Cina ne è stata esclusa fin dall’inizio. Nel 2016 Pechino ha preferito lanciare la sua organizzazione, la Lancang-Mekong cooperation (Lmc), il cui bilancio è più del doppio di quello dell’Mrc. Nel 2017 l’Mrc ha organizzato una riunione dei ministri degli esteri dei sei paesi del Mekong, mentre l’organizzazione rivale riesce solo ad attirare i rappresentanti di quattro paesi, che non hanno nemmeno un vero potere decisionale.

Oltre a un ruolo di leader nella “diplomazia dell’acqua”, che garantisce il controllo dei programmi di sviluppo in una regione in forte crescita, Washington e Pechino si contendono nel Mekong una delle materie prime più usate al mondo: la sabbia di fiume, la risorsa più consumata sulla Terra dopo l’acqua, presente nel cemento e in altri materiali da costruzione.

Secondo un rapporto dell’Onu, negli ultimi vent’anni la domanda è triplicata: nella sua politica di urbanizzazione delle campagne, tra il 2011 e il 2013, la Cina ha usato più sabbia di quanta gli Stati Uniti ne hanno consumata in tutto il ventesimo secolo. In Cambogia e in Vietnam “l’estrazione procede a un ritmo incredibile, stiamo assistendo a una rapida trasformazione della forma del pianeta”, avverte Stephen Darby, docente di geografia all’università di Southampton.

La gestione dei problemi ambientali dipende in gran parte dalla volontà della Cina, che “per dimostrare di avere la statura da leader globale, deve essere capace di considerare anche le necessità degli altri paesi”, spiega Brad Glosserman, editorialista del Japan Times. Per Glosserman “il futuro del fiume è la prova più importante e l’indicazione più significativa delle intenzioni di Pechino in Asia”. Diplomatici e politici osservano ormai con attenzione quello che succede nella regione del Mekong come una sorta di test su come funzionerebbe l’egemonia cinese. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati