Passeggiando nei campus universitari dell’Indonesia è facile notare, nel mare di studenti in jeans e colorati batik, le ragazze avvolte in tuniche nere dalla testa ai piedi. Insieme a molti compagni di studi, queste donne hanno da poco abbracciato l’hijrah. In arabo significa letteralmente “migrare o emigrare” e tradizionalmente indica la migrazione del profeta Maometto dalla Mecca a Medina. In Indonesia il termine si estende a una varietà di movimenti e ideologie grazie a cui i musulmani “rinascono” e cominciano a studiare seriamente la religione. Di solito ne fanno parte ragazzi con poca o nessuna formazione religiosa che cercano di diventare in un batter d’occhio degli esperti, spesso rinunciando all’abbigliamento moderno in favore di abiti lunghi, larghi e scuri, pantaloni alle caviglie e barba.

I principali movimenti dell’hijrah nei campus indonesiani sono Hizbut tahrir Indonesia (Hti, Partito della liberazione), Tarbiyah (Educazione islamica) e il salafismo. L’Hti è il ramo indonesiano dell’organizzazione internazionale Hizbut tahrir, messa al bando dal governo di Jakarta nel 2017 perché il suo obiettivo di creare un califfato è inconciliabile con l’ideologia pluralista dello stato, la pancasila, che considera la democrazia uno dei princìpi fondanti della repubblica. Negli altri paesi l’Hti e le sue diramazioni non sono legate al gruppo Stato islamico e chi aderisce all’organizzazione disapprova l’uso della violenza. Il Tarbiyah è affiliato al partito islamista indonesiano Partai keadilan sejahtera (Pks, Partito della giustizia e della prosperità) e s’ispira all’ideologia dei Fratelli musulmani. Il salafismo, nella sua corrente principale, è caratterizzato da una forma di puritanesimo islamico non violento (ne esistono anche uno politico e uno jihadista, ma i numeri sono molto più bassi). I suoi aderenti di regola rifiutano la tv, la musica e l’interazione tra i sessi.

In generale questi movimenti si dichiarano non violenti ma adottano un’interpretazione dell’islam molto rigida e contraria al pluralismo religioso. Gli account salafiti di Instagram e altri social network sono pieni di immagini e testi che difendono l’uso del termine kafir, una parola che significa “non musulmano” ma di solito è usata in senso spregiativo. Scoraggiano anche qualunque interazione con i kafir. Un articolo pubblicato su muslim.or.id, un popolare sito salafita, sostiene che ai seguaci della sunna (la consuetudine e i detti del profeta Maometto) è vietato salutare per primi un non musulmano. Se invece è un kafir a salutare per primo, i salafiti dovrebbero attenersi alle seguenti istruzioni: “I loro saluti sono ovviamente pieni di cattive preghiere per noi. Perciò rispondiamo wa alaikum (altrettanto)”.

Formazione laica

Per molti anni il pensiero islamico in Indonesia è stato dominato da due organizzazioni: la Muhammadiyah (Seguaci di Maometto) e la Nahdlatul ulama (Nu, Rinascita dell’ulama). La Muhammadiyah fu fondata nel 1912 da pensatori che avevano studiato nella penisola arabica e volevano liberare l’islam indonesiano dalle sue influenze culturali, risalenti all’epoca in cui nell’arcipelago prevalevano le fedi induista, buddista e animista. L’Nu fu fondata nel 1926 in contrapposizione al Muhammadiyah ed è diventata la più grande organizzazione musulmana dell’Indonesia e probabilmente del mondo, dato che sostiene di avere fra i trenta e i cinquanta milioni di seguaci. Per la lunga storia e le dimensioni delle due organizzazioni, quello promosso dalla Nu e dalla Muhammadiyah è ritenuto l’islam più diffuso nel paese, e l’Nu in particolare è considerata dagli occidentali “moderata” e “tollerante”. I giornalisti e gli studiosi occidentali ripetono spesso che l’islam indonesiano potrebbe essere un antidoto ai movimenti conservatori e jihadisti del Medio Oriente e di altre zone del mondo.

Il tradizionale predominio dell’Nu e della Muhammadiyah è stato messo alla prova negli ultimi anni dai movimenti dell’hijrah, diffusi soprattutto nelle università statali, dove la maggioranza degli studenti non ha alle spalle un’educazione islamica ricevuta in un’istituzione religiosa tradizionale. I ragazzi che frequentano le scuole medie o superiori nei convitti dell’Nu, o pesantren, imparano l’arabo e approfondiscono molti testi islamici. Questi studi, di regola, sono integrati da un programma più laico e moderno, di conseguenza i diplomati sono persone ben informate e con una preparazione completa, pronte per il rigore degli studi universitari, che difficilmente si lasciano convincere dagli slogan dei gruppi che si ispirano all’hijrah come “impara la religione rapidamente” .

Il modello e la regola

Questi gruppi sono cresciuti dopo la caduta del dittatore Suharto, nel 1998, che segnò la fine della repressione di gruppi e movimenti islamici non approvati dallo stato e coincise con l’espansione della classe media. Molti indonesiani socialmente in ascesa cominciarono a iscrivere i figli alle scuole pubbliche laiche, pensando che queste potessero prepararli all’università meglio delle tradizionali pesantren. Molti dei nati dopo il 1980, quindi, sono cresciuti senza un’istruzione religiosa e sono obiettivi perfetti per i gruppi dell’hijrah.

La scarsa preparazione religiosa di molti ragazzi che entrano nelle università statali è solo uno dei tanti fattori che rendono i campus il luogo ideale per trovare seguaci. Come in molti altri paesi in via di sviluppo, le discipline tecniche e scientifiche tendono a essere le più richieste, specialmente dagli studenti della classe media, che considerano la carriera di medico o d’ingegnere una garanzia di lavoro e avanzamento sociale. Ma in paesi come l’Indonesia, che non hanno programmi di studi umanistici, i ragazzi sono convogliati fin dal liceo verso determinate discipline, e gli studenti di materie tecniche e scientifiche seguono solo le lezioni attinenti al loro indirizzo. Questo, a detta di molti, gli impedisce di sviluppare un pensiero critico.

Sulla diffusione dell’hijrah tra gli studenti di materie scientifiche e tecnologiche, Danang, docente di matematica all’università Gadjah Mada di Yogyakarta, uno dei più prestigiosi atenei del paese, si è fatto un’idea precisa: “Se studi matematica e poi religione, la logica della prima influenzerà il tuo metodo di studio. E noi studiosi di materie tecniche e scientifiche distinguiamo sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perciò quei ragazzi cercano di chiedersi qual è il modello e qual è la regola e poi imboccano una certa strada senza capire cosa c’è dietro la regola. Non hanno tempo di studiare approfonditamente la religione, quindi imparano solo la logica della materia. Perciò sono più conservatori, perché si limitano a seguire la regola”.

Per di più, in Indonesia come altrove, spesso quando vanno all’università i ragazzi si allontanano per la prima volta dalla famiglia. Per la prima volta hanno lo spazio per esplorare le proprie opinioni e la propria identità. Ma è possibile che in una città nuova si sentano soli. Questo è particolarmente vero in una società collettivista come l’Indonesia, dove la comunità ha un ruolo centrale nella vita delle persone. I gruppi dell’hijrah forniscono un appoggio e una comunità di amici a queste matricole, che spesso scoprono l’organizzazione attraverso un coinquilino o un ex compagno di liceo che studia nella stessa città, o sono avvicinate nelle moschee da cordiali sconosciuti che si mostrano interessati a loro.

Fatima, una studente di ostetricia dell’università Gadjah Mada, racconta di aver scoperto il salafismo grazie a una compagna di studi che ammirava: “Al dipartimento di medicina c’era una studente più grande che portava un lungo hijab e aveva un atteggiamento così positivo che mi sono legata molto a lei. Ne ero attratta perché il suo modo di fare era diverso da quello delle altre persone”.

Il politecnico Ssr di Jakarta, novembre 2019 (Mirko Cecchi)

Per molti studenti indonesiani aderire a un movimento dell’hijrah è un po’ come iscriversi a un club di arrampicata per fare nuove amicizie e avere un diversivo dalla scuola, trovando nello stesso tempo una realizzazione spirituale e la promessa della salvezza eterna. Forse non è troppo diverso da quello che cercano gli studenti di altri paesi quando cominciano a fare yoga o meditazione. Secondo l’hijrah trovano la felicità e uno scopo nel processo di rinascita.

Putri, uno studente di ingegneria elettrica all’università statale di Yogyakarta (Uny), di sé dice: “Quando mi sono iscritto all’università, ero un ragazzo come tanti. Poi, verso il terzo anno, ho cominciato a indagare il vuoto che sentivo dentro. Uscivo con gli amici, ridevo ed ero allegro, ma tornavo al convitto triste, come se non avessi un obiettivo. ‘Dove sto cercando di andare?’, mi chiedevo”. Poi, dopo essersi avvicinato all’hijrah, Putri si è sentito a suo agio, “e ora il mio cuore è pieno”.

Ma tra i dirigenti dei campus c’è chi sospetta che i movimenti ispirati all’hijrah non siano solo uno strumento innocuo per fare nuove amicizie e dare un senso alla vita. Nel febbraio del 2018 l’università islamica statale Sunan Kalijaga di Yogyakarta (Uin) ha vietato l’uso del cadar (il velo che copre il volto) nel campus. Dopo aver tenuto sott’occhio le 41 studenti che lo indossavano, ha deciso che avrebbero dovuto partecipare a sessioni di counseling, togliersi il velo e rinunciare all’ideologia “radicale”. La decisione ha suscitato molte proteste tra funzionari di governo, leader della Muhammadiyah e gruppi estremisti ed è stata annullata qualche giorno dopo, solo per essere reintrodotta senza troppo clamore l’autunno successivo.

Il rettore della Uin, che prima di diventare pubblica nel 2004 era un’università vicina all’Nu, è preoccupato per la diffusione di movimenti antistatali come l’Hti. Eppure gli amministratori non hanno le idee chiare sulle diverse ideologie presenti nei campus: non sanno distinguere tra l’Hti (che è contro lo stato e non impone alle donne di indossare il cadar), Tarbiyah (che non è contro lo stato e non impone l’uso del cadar) e il salafismo (che non è contro lo stato ma induce molte donne a scegliere il velo). Il vicerettore della Uin cita le risposte di una studente che ha cominciato a portare il velo dopo essersi trasferita a Yogyakarta per l’università: “Lo portiamo perché ci fa sentire bene, non c’è niente dietro”. Ma il rettore non è convinto: “Non è credibile, dicono sempre così perché la loro ideologia è illegale”.

Da sapere
Predicatori da social network

“La celebrità indonesiana Shireen Sungkar, che promuove lo stile di vita hijrah ‘da madre e moglie felice’, ha quasi 15 milioni di follower su Instagram. Anche Alyssa Soebandono, che ne ha 12,7 milioni, è un modello di vita austera ispirata all’hijrah”. In Indonesia, il più popoloso paese a maggioranza musulmana, la parola hijrah (migrare) indica una nuova ondata di conservatorismo religioso che sta prendendo piede anche grazie ai social network, scrive Public Radio International (Pri). “Circa 150 milioni di indonesiani su 268 usano i social network, soprattutto Instagram e YouTube, e passano circa otto ore al giorno online”, scrive Pri. “L’HijrahFest, un festival di tre giorni che si tiene a Jakarta dal 2018, è organizzato dall’azienda di Arie Untung, un ex vj di Mtv che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alle buone azioni e ai precetti del Corano. Untung ha 1,6 milioni di follower su Instagram. Il festival è una specie di fiera d’ispirazione musulmana, con esposizioni di abbigliamento islamico e cosmetici halal, servizio di rimozione dei tatuaggi gratuito e sessioni di studio del Corano con i più famosi predicatori della comunità che si rifà all’hijrah”. Untung spiega che i raduni di massa per lo studio del Corano oggi sono equiparabili ai grandi concerti rock. Ustadhz Abdul Somad, conosciuto come Uas, è un famoso predicatore che unisce sermoni e commedia. Ha 8,3 milioni di follower e gira in tour come una rockstar. Hanan Attaki, con 6,9 milioni di follower, è un altro predicatore da social network. “Molte ragazze indonesiane hanno trovato una fonte di guadagno nei social network”, spiega Claudia Bellante su The Caravan. “Spesso sono ambasciatrici di uno stile di vita ‘lontano dal peccato’”, come Mega Trisnawati, 26 anni, che si fa fotografare dal marito con lunghi hijab colorati e abiti fino alle caviglie di noti marchi musulmani. I due riescono a guadagnare anche duemila dollari al mese. Natta Reza e Wardah Maulina, una coppia di influencer sposati con matrimonio combinato, hanno entrambi più di un milione di follower. ◆


Da parte loro, i dirigenti che conoscono le differenze tra le varie ideologie cercano di contrastare i movimenti ispirati all’hijrah presenti nei campus per le loro idee rigide. La responsabile del dipartimento umanistico dell’università Gadjah Mada non crede sia utile vietare il cadar, però cerca di controllare chi viene a parlare nella musholla (piccola moschea) del suo dipartimento. Soprattutto, sembra che tra gli amministratori sia diffuso il timore che l’islam indonesiano tradizionale stia cambiando. Secondo la dirigente, “queste nuove scuole sembrano rimpiazzare il nostro islam aperto, tollerante, che apprezza il pluralismo”.

Ma quanto è tollerante questo islam “tradizionale” e “moderato” che vogliono difendere, se la tolleranza non si estende a gruppi e movimenti non violenti che non violano nessuna legge, come Tarbiyah e i salafiti? Gli studenti che hanno aderito all’hijrah sono convinti che a essere intolleranti siano i loro oppositori, perché vorrebbero vietargli di vestirsi come vogliono e non gli permettono di invitare i loro predicatori nei campus. La volontà di proteggere gli studenti dalla diffusione di gruppi religiosi considerati ostili allo stato o quanto meno al pluralismo potrebbe di fatto accrescere l’intolleranza nei campus indonesiani. Anche se è legittimo che amministratori e docenti vogliano sviluppare le capacità di pensiero critico degli studenti di materie tecniche e scientifiche, non ci sono prove che Tarbiyah o i salafiti, pur non essendo pluralistici, siano contro lo stato o violenti. E allora quali sono i motivi di questa discriminazione?

Le università indonesiane, e la società nel suo insieme, dovranno affrontare questioni difficili nel prossimo decennio: è possibile impedire o limitare la diffusione di movimenti che sono contro la legge, come l’Hti, senza violare il diritto di altri a seguire il loro credo religioso (anche se ritenuto discutibile o sgradito), e nello stesso tempo promuovere valori pluralistici in tutta la comunità? Il fenomeno dell’hijrah non sembra destinato a ridimensionarsi, perciò le università dovranno ripensare la loro definizione di islam “tollerante” e accettare nuovi punti di vista. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati