Ho passato diversi momenti felici partecipando agli spettacoli di Roberto Castello e della sua allargatissima compagnia lucchese di Aldes. L’ultima sua messa in scena, Chama, quest’estate è in giro per piazze e corti. Chama in swahili significa festa, comunità: ci sono cinque musicisti e tre danzatrici, tutto dal vivo, tutto gratuito, ma soprattutto tutto ispirato a quell’economia dello scambio e del dono che ormai da anni anima la sua ricerca non riducibile solo al teatro. Castello, torinese, classe 1960, è forse il più impegnato ideologicamente tra i grandi della danza contemporanea italiana: danzatore con Carolyn Carlson alla Fenice, poi tra i fondatori di Sosta Palmizi (premio Ubu 1985 per Il cortile), infine, dagli anni novanta, con la danzatrice Alessandra Moretti, anima di Aldes. Da decenni lui e Moretti tengono insieme quello che il sistema teatrale separa: la ricerca formale più rigorosa – il bianco e nero ipnotico di In girum imus nocte, l’Inferno premio Ubu 2022 che immagina la dannazione come competizione permanente per apparire migliori – e un’ostinata pratica territoriale, quella rete per le arti contemporanee, SPAM!, costruita in un capannone della provincia di Lucca. E negli ultimi giorni di luglio la nuova edizione del festival Tempi moderni, per vedere (e ballare con) Chama e altri spettacoli innervati della stessa trama di diffusa gioia anticapitalistica. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati