La maggior parte degli album sulla fine di una storia d’amore parte dall’inizio della relazione, ma Emotional junglist di Nia Archives si apre direttamente tra le macerie. Il brano iniziale, Feelingz go numb, racconta un’intorpidimento emotivo che sembra aver preso il sopravvento, mentre poi la scaletta torna indietro nel tempo: Danger è impulsiva e sensuale, Vertical esplora l’ossessione, This could be… cattura l’entusiasmo di un nuovo amore. Una sequenza che trasforma una raccolta di canzoni sentimentali in un racconto coinvolgente. Dopo Silence is loud, Nia Archives amplia il proprio linguaggio sonoro con chitarre, elettronica e nuove collaborazioni, mantenendo la jungle come motore ritmico. Nella parte centrale il disco perde un po’ di slancio, con episodi più vicini all’indie-pop, ma la cantautrice conferma una notevole attenzione alla costruzione narrativa. Il finale di Boys in blue trasforma una vicenda personale – un ex che chiama la polizia contro di lei – in un riferimento alla storia della jungle e della cultura sound system britannica, dando al disco un epilogo potente e ricco di significato.
Jon Negroni, Slant
La magia pop del brano Bad habit, il successo travolgente del 2022, stava nel sembrare spontaneo pur essendo una perfetta hit da classifica. Inserito nell’album Gemini rights, il pezzo ampliava il mondo sonoro di Steve Lacy mantenendo il fascino grezzo delle sue demo casalinghe: melodie irresistibili, un riff di chitarra memorabile e la capacità di raccontare l’imbarazzo di una cotta con naturalezza e leggerezza. Dietro quell’apparente immediatezza, però, c’era quasi un anno di lavoro insieme a collaboratori come Fousheé, Wynter Gordon e John Carroll Kirby. Con Oh yeah?, il primo album dopo quattro anni, Lacy cerca di espandere la sua tavolozza musicale senza perdere quell’aria rilassata, ma il risultato appare meno spontaneo. I testi su relazioni, sesso e nuovi amori oscillano tra cliché e vaghezza, rendendo difficile entrare davvero nelle emozioni che vogliono trasmettere. Quando invece il cantautore lascia emergere il suo umorismo tagliente, come in lovesexdrugbomb o in nice shoes / in your world, il disco ritrova personalità. Alcune battute sembrano forzate, mentre brani come show you me funzionano grazie alla loro vulnerabilità. Dopo aver scartato due interi album, Lacy sembra ancora combattuto tra autenticità e ambizioni pop. I momenti migliori arrivano quando smette di inseguire il prossimo Bad habit e si affida al suo stile più istintivo: canzoni come bebe, pure colour e nothing dimostrano che il suo talento emerge soprattutto quando tutto sembra semplice e naturale.
Alphonse Pierre, Pitchfork
Questo album si basa su due belle idee. Una è presentare tre concerti pianistici per la sola mano sinistra, commissionati da Paul Wittgenstein dopo che perse il braccio destro durante la prima guerra mondiale. L’altra è presentare molti musicisti ucraini: il pianista Illia Ovcharenko, la direttrice Oksana Lyniv e soprattutto Sergej Bortkevič con il suo secondo concerto. È un lavoro che capita di ascoltare di rado ma è di grande interesse. Jeremy Nicholas scrisse che sembra una collaborazione tra Max Steiner e Rachmaninov. Io aggiungerei Wagner al mix, ma se l’originalità non è la vostra priorità assoluta questo lavoro ha un fascino melodico irresistibile. Naturalmente, la cosa fondamentale è la qualità delle esecuzioni e Ovcharenko si fa largo nelle terribili difficoltà del quarto concerto di Prokofev con una facilità stupefacente. Mantiene un bellissimo legato in tutti i momenti più lirici di Bortkevič ed esce benissimo dall’intricato finale di Ravel. Questo è un disco molto interessante.
Peter J. Rabinowitz, Gramophone
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