La pandemia di covid-19 ha da poco superato il traguardo del milione di morti e i contagi continuano a salire. Nei prossimi mesi – anzi, forse, nei prossimi anni – dovremo trovare un equilibrio tra la necessità di contenere il numero dei morti e dei danni provocati dal virus e quella di andare avanti per non perdere il benessere economico e la salute mentale. “Superare questa pandemia è essenzialmente un esercizio di gestione del rischio”, dice Allison Schrager, economista del Manhattan institute di New York. Per farlo, dobbiamo affidarci alle informazioni che riceviamo dagli esperti di sanità pubblica, dai mezzi d’informazione e dai governi. Dobbiamo sapere quant’è pericoloso il virus per noi, ma anche per chi – tra i nostri amici e i nostri cari – è più esposto a causa dell’età o di altri fattori. E dobbiamo conoscere i rischi collegati all’aumento dei tassi di contagio per capire se misure drastiche come un nuovo lockdown siano necessarie o, al contrario, eccessive.

La comunicazione del rischio è una questione complicata anche in tempi normali, figuriamoci ora che in molti paesi la pandemia ha generato un grande flusso di statistiche e grafici allarmanti sui tassi di contagio e sulle vittime. David Spiegelhalter, presidente del Winton center for risk and evidence communication dell’università di Cambridge, nel Regno Unito, lo ha definito il “teatro dei numeri”. Come facciamo a portare il dramma fuori dal teatro e ad avere una valutazione equilibrata delle incertezze che abbiamo davanti? Non ci sono risposte facili, ma se capiamo come il nostro cervello affronta il rischio e i tranelli che spesso si nascondono dietro la presentazione dei dati, forse riusciremo ad alleggerire il fardello mentale di questa pandemia.

Nonostante una copertura dei mezzi d’informazione quasi ininterrotta dall’inizio dell’anno, la pandemia resta una minaccia sconosciuta per la maggior parte delle persone. Ed è qui che cominciano le difficoltà nel valutare i rischi. “Siamo a nostro agio con i rischi che corriamo ogni giorno, ma quelli nuovi e drammatici ci destabilizzano”, dice Schrager.

Questo è vero soprattutto quando un singolo evento provoca danni a molte persone in un arco temporale breve, come nel caso di incidenti aerei, attacchi terroristici e catastrofi naturali. Le immagini di questi eventi attivano zone del nostro cervello che si sono evolute per valutare e registrare i rischi. “Una regione, l’amigdala, risponde al grado di rischio di un evento, mentre la corteccia prefrontale ventromediale ci permette di valutare i costi e i benefici delle diverse opzioni, in modo che possiamo decidere qual è, a conti fatti, la cosa migliore da fare”, spiega Joseph Kable, neuroscienziato dell’università della Pennsylvania.

Il problema è che quando le minacce sono nuove e drammatiche le risposte evolutive possono offuscare il pensiero razionale. Gerd Gigerenzer, studioso del rischio all’università di Potsdam, in Germania, definisce dread risk (rischi generati dalla paura) queste minacce con un impatto emotivo che altera la nostra percezione della pericolosità. “Anche se provocano meno morti rispetto a una serie di rischi con cui conviviamo felicemente, i dread risk catturano l’attenzione dei mezzi d’informazione, alimentano la nostra ansia e ci fanno temere eccessivamente alcuni eventi”, osserva lo studioso.

Firenze, Italia, 20 marzo 2020 (Michele Borzoni, Terraproject)

La paura può modificare i nostri comportamenti, aumentando effettivamente il rischio d’infortunio e di morte. Nel 2004 Gigerenzer scoprì che dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 molte persone, per paura di volare, avevano scelto di spostarsi in auto, un mezzo in realtà molto più pericoloso. “Circa 1.600 statunitensi in più hanno perso la vita sulle strade”, dice.

Per lo stesso motivo oggi la gente evita di farsi visitare negli ospedali, perché ha paura di contrarre il covid-19. Secondo la World stroke organization, in cento paesi i ricoveri ospedalieri per sintomi da ictus nei primi mesi della pandemia sono diminuiti in media del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito i ricoveri per infarto hanno avuto cali simili. Uno studio realizzato in Inghilterra e nel Galles ha riscontrato che, tra marzo e giugno del 2020, la mancanza di cure essenziali ha provocato 2.085 morti per malattie cardiache e ictus in più di quelle previste in condizioni normali. Sono 17 morti in più al giorno.

Un’idea precisa

Il dread risk del covid-19 è diverso rispetto a quello di eventi come l’11 settembre, perché è collegato più ai numeri che all’impatto viscerale delle immagini. Dato che i pazienti sono messi in isolamento, si vedono poche immagini di persone che soffrono o muoiono a causa del virus. Anche i numeri da soli, però, possono terrorizzare, soprattutto quando non abbiamo un’idea precisa di cosa significano.

Questo aspetto introduce un secondo problema che, sommato alle nostre paure evolutive, rende difficile la valutazione del rischio. “La maggior parte delle persone non ha una preparazione statistica”, osserva Gigerenzer. Anche i numeri legati ai rischi quotidiani a volte ci confondono. Per esempio, cosa significa quando le previsioni del tempo ci dicono che per domani c’è una probabilità di pioggia del 30 per cento? “Per alcuni significa che pioverà per il 30 per cento della giornata, per altri che pioverà sul 30 per cento della regione interessata dalle previsioni, per altri ancora che tre meteorologi su dieci prevedono pioggia”, dice Gigerenzer. In realtà, significa semplicemente che c’è una probabilità del 30 per cento che si metta a piovere. Questo è un esempio relativamente innocuo, ma l’ambiguità o la mancanza di informazioni di contesto possono farci valutare in modo sbagliato anche i rischi per la salute.

A metà degli anni novanta la Committee on safety of medicines del Regno Unito segnalò che alcune pillole contraccettive raddoppiavano il rischio di trombosi potenzialmente mortali, e molte donne smisero di prenderle. L’anno successivo un’ondata di gravidanze indesiderate portò a tredicimila aborti in più. Il rischio di trombosi suonava allarmante, ma in termini assoluti i casi riscontrati tra le donne che assumevano pillole di terza generazione erano due su settemila, contro un rapporto di 1 su settemila per chi usava pillole di seconda generazione. Il rischio iniziale era basso. Quindi, il raddoppio del rischio in termini relativi significava che anche il rischio assoluto restava basso. Spesso ci servono entrambi i tipi di informazioni per dare la giusta dimensione a un determinato rischio o beneficio. Anche gli esperti, tuttavia, possono confondersi, come abbiamo visto durante la pandemia. Ad agosto Stephen Hahn, capo della Food and drug administration degli Stati Uniti, ha detto che il plasma sanguigno prelevato da soggetti guariti dal covid-19, se somministrato ai contagiati, avrebbe salvato 35 pazienti su cento. In realtà uno studio (per altro impostato in modo discutibile) aveva stabilito che il trattamento al plasma riduceva i decessi da covid-19 dal 14 al 9 per cento: una riduzione del rischio del 35 per cento in termini relativi (cioè tra il 14 e il 9 per cento), ma di appena il 5 per cento in termini assoluti, pari a cinque malati di covid-19 su cento. Per chi cerca di navigare tra le acque agitate del rischio legato al covid-19, essere semplicemente al corrente della differenza tra rischio relativo e rischio assoluto, e sapere cosa rappresenta un certo numero è già un grande passo in avanti verso la comprensione dell’effettiva rilevanza del fenomeno. Anche qui, però, cercare di individuare i rischi connessi al covid-19 può essere complicato, perché emergono di continuo nuove informazioni. Il rischio che il covid-19 rappresenta per ciascuno di noi – in termini assoluti o relativi – dipende dall’età e dalla presenza di patologie preesistenti. “Il nesso tra l’età e la mortalità del virus è impressionante”, osserva Spiegelhalter. “Un ottantenne ha mille probabilità in più di morire di covid-19 rispetto a un ventenne”. Secondo le stime di un gruppo di ricercatori dell’Imperial college di Londra, la possibilità di morire di covid-19 per i contagiati tra i 10 e i 20 anni è dello 0,006 per cento, pari a sei morti ogni centomila persone. Nella fascia d’età tra i 40 e i 49 anni il rischio sale a 15 su diecimila. Per chi ha più di 80 anni il rapporto è quasi di 1 a 10.

Responsabili per gli altri

Come succede spesso, il significato di questi numeri è difficile da interpretare senza un contesto di riferimento. Negli Stati Uniti la probabilità di morire in un incidente automobilistico è 1 su 106, secondo le stime del National safety council. Il rischio di morire per malattie cardiache è di 1 su 6. Per valutare in modo più significativo quanto il covid-19 aumenta il rischio di morire rispetto ad altre minacce, spiega Spiegelhalter, dobbiamo confrontarlo con il rischio di morire nell’anno successivo, cioè con il rischio di morte annuale. Questo aumenta in modo esponenziale a partire dai dieci anni e raddoppia ogni otto anni circa. Il covid-19 fa raddoppiare il rischio di morte annuale: il rischio resta molto basso per chi è giovane, ma cresce con l’età.

C’è un’ulteriore complicazione. Tutte queste stime di rischio descrivono il tasso di letalità del contagio (rapporto tra deceduti e malati), cioè la probabilità di morire se si contrae il covid-19. Ma esiste anche il tasso di mortalità della popolazione (rapporto tra deceduti e popolazione), cioè la probabilità di contrarre il virus e morire. È facile confondere questi due dati, con una conseguente distorsione delle risposte razionali, a livello sia individuale sia pubblico. A maggio, per esempio, l’ufficio nazionale di statistica del Regno Unito ha pubblicato un rapporto che rivelava grandi differenze nel tasso di mortalità della popolazione tra vari gruppi etnici, con un valore quasi doppio tra i neri rispetto ai bianchi. Da quello che hanno scritto i giornali, sembrava che un nero che contraeva il covid-19 avesse il doppio delle probabilità di morire rispetto a un bianco. In realtà, sono le grandi disuguaglianze sanitarie a rendere le minoranze più vulnerabili di fronte al contagio. Per quanto riguarda il rischio di contagio in sé, questi numeri sono ancora più difficili da leggere, perché influiscono tanti fattori diversi, tra cui l’esposizione complessiva al virus.

Da sapere
Rischio relativo e assoluto

◆ Per affrontare meglio un rischio (la probabilità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili) legato a una malattia come il covid-19 è importante capire i concetti di rischio relativo e rischio assoluto. Il rischio assoluto misura la probabilità che una persona possa subire un danno. Il rischio relativo indica quanto incide su quella probabilità l’adozione di un certo comportamento. Se per esempio un comportamento fa salire la probabilità del 30 per cento, allora il rischio relativo è pari al 30 per cento. Prendiamo il caso segnalato nel 2015 nello studio con cui l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ha inserito le carni lavorate tra i cancerogeni certi e le carni rosse tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’essere umano. Secondo la Iarc, mangiare 50 grammi di carni lavorate al giorno aumenta il rischio di tumore del colon-retto del 18 per cento. Potrebbe sembrare molto, ma questo dato indica il rischio relativo. Nei paesi occidentali il rischio assoluto di ammalarsi di tumore al colon-retto è del 5 per cento nel corso di una vita. Quel 18 per cento in più legato al consumo di carni lavorate porta il rischio assoluto al 6 per cento, un aumento non insignificante ma meno spaventoso. Union for international cancer control


Nonostante la confusione, se usati correttamente, i numeri possono aiutarci a calibrare le nostre paure e ansie. Nel contesto del covid-19, il quadro delineato dai dati è sostanzialmente rassicurante, soprattutto per chi è in buona salute e ha meno di 50 anni. Questo però non significa che l’esposizione al virus sia priva di rischi per i giovani, tutt’altro: stiamo ancora cercando di misurare le conseguenze dei sintomi persistenti, il cosiddetto covid lungo. E anche se il rischio personale è basso, resta la possibilità di trasmettere l’infezione ad altre persone più vulnerabili. Ecco perché, nel decidere come affrontare l’incertezza della pandemia, dobbiamo andare oltre il rischio individuale e pensare a quello collettivo, dice Nassim Nicholas Taleb, della Tandon school of engineering presso la New York university. “In una pandemia, i rischi individuali possono essere bassi e i rischi collettivi alti”.

Abbiamo quest’ulteriore problema, perché le malattie infettive, a differenza di altri rischi individuali come gli incidenti stradali o gli infarti, si diffondono e si moltiplicano nella società. Mentre altri tipi di rischio sono stabili nel tempo e la collettività ha imparato ad affrontarli, un nuovo focolaio aggiunge una tensione inaspettata al sistema, minacciando di paralizzare la società.

Da sapere
Abbiamo bisogno di più dati

◆ I dati sulla pandemia in Italia diffusi ogni giorno dalle autorità danno solo un’idea vaga della situazione e se male interpretati possono essere fuorvianti. Questo perché ci sono differenze regionali nel tracciamento dei contatti e nella capacità di fare i tamponi, nei tempi di restituzione dei risultati e nella trasmissione delle informazioni alle autorità sanitarie. Da tempo la comunità scientifica invoca una raccolta migliore dei dati. A ottobre Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, ex presidenti dell’Istat, in un intervento sul Corriere della Sera hanno sottolineato che l’Italia non ha “investito in un sistema di raccolta di dati che consenta un monitoraggio accurato su probabilità di contagio, dimensioni delle componenti sintomatiche e asintomatiche, collegamento con i rischi successivi, ricoveri e terapie subintensive e intensive, letalità. L’assenza di un quadro affidabile e condiviso favorisce una comunicazione non univoca”. Per capire quali misure adottare per contenere il contagio avremmo bisogno di molte più informazioni, ha scritto l’economista Fabio Sabatini sul sito di Internazionale: “Dove e come è avvenuto il contagio? Chi sono i contagiati? Che lavoro fanno, che abitudini hanno, qual è il loro stato di salute?”.


“Le pandemie sono imprevedibili”, dice Taleb. Studiando le epidemie di massa negli ultimi 2.500 anni, Taleb e Pasquale Cirillo, della Technische universiteit di Delft, nei Paesi Bassi, hanno osservato che la maggior parte ha avuto conseguenze relativamente contenute. Alcune, invece, sono state disastrose. Tra il 1331 e il 1353 la peste nera uccise circa duecento milioni di persone (una cifra enorme per l’epoca, è come se oggi morissero quasi quattro miliardi di persone). “Una nuova pandemia può estinguersi rapidamente o sfuggire subito di mano e trasformarsi in una minaccia esistenziale”, spiega Taleb, che già a gennaio aveva chiesto misure straordinarie per contenere il contagio. “Non si torna indietro dal disastro”, dice. La minaccia collettiva del covid-19 ci mette tutti sulla stessa barca. “È fondamentale che le persone riconoscano che far parte di una società significa essere responsabili per gli altri”, dice Gigerenzer.

Reazioni amplificate

Cosa vuol dire in pratica? Come possiamo valutare i rischi che affrontiamo personalmente – e nella società – e prendere decisioni che ci permettano di andare avanti con la nostra vita? Non è semplice. Le situazioni incerte e difficili da interpretare creano ambiguità, che a sua volta stimola reazioni amplificate nelle regioni del cervello che registrano il rischio, rendendo ancora più difficile mettere le minacce in prospettiva, spiega Kable. Ognuno di noi ha una diversa tolleranza dell’incertezza e ha anche un’idea diversa di cos’è un livello di rischio accettabile.

Detto questo, ci sono delle regole pratiche consigliate dagli specialisti del rischio. Innanzitutto bisogna considerare l’insieme, valutando se i numeri con cui abbiamo a che fare rappresentano rischi relativi o assoluti, ma soprattutto cercando di capire se le nostre emozioni non ne ingigantiscono il significato. È importante tenersi aggiornati. Seguire ossessivamente le notizie sul covid-19 può avere conseguenze sulla salute mentale, ma in una situazione che cambia rapidamente è fondamentale cercare fonti attendibili e aggiornare le valutazioni del rischio quando arrivano nuove informazioni. All’inizio della pandemia sembrava che le superfici fossero una delle principali fonti di contagio. Oggi i dati indicano che è più pericoloso restare insieme ad altre persone in ambienti chiusi. Dobbiamo sempre ricordare che è impossibile eliminare del tutto il rischio e che ci sono dei compromessi: evitare un rischio può crearne altri peggiori.

Per affrontare tutto questo, alcuni funzionari della sanità pubblica ritengono che possa essere utile stilare un “bilancio dei contatti” settimanale, che tenga conto delle circostanze personali e della vulnerabilità agli effetti del contagio, cercando di limitare al minimo le attività che comportano una più alta probabilità di esposizione al virus. È inoltre fondamentale riflettere su come le nostre scelte possono mettere in pericolo o proteggere altre persone, osserva Gigerenzer.

Anche se non siamo ancora fuori pericolo, questa pandemia prima o poi passerà. Ma impareremo qualcosa dal covid-19? “Penso che ci cambierà molto, e che in futuro gestiremo queste situazioni in modo diverso”, dice Schrager. “In molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, la comunicazione del rischio è stata uno dei più grossi fallimenti della sanità pubblica. Nessuno si è davvero preoccupato di spiegare i reali rischi associati al covid-19 e di comunicarli in modo che la gente potesse capire”. Forse uno degli aspetti positivi di questa crisi è che finalmente capiremo l’importanza di raccontare – e pensare – il rischio in modo più oggettivo e razionale. ◆ fsa

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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati