Pochi minuti dopo il crollo delle torri gemelle, radio, televisione e internet sono state invase da canzoni ispirate, immagini propagandistiche chiamate ad alimentare le fiamme della furia patriottica e versi per commemorare le vittime. I Dixie Chicks hanno eseguito un’interpretazione a cappella di La bandiera a stelle e strisce.

Sui finestrini delle macchine sono apparsi lugubri adesivi di un barboncino con una lacrimona scintillante e grossa come una caramella che gli scorre luttuosamente sul muso. Il mercato è stato inondato da calamite per frigoriferi a forma di bandiera (“paghi due e prendi tre!”) e i poeti non ufficiali del World wide web hanno messo in ginocchio la rete inviando migliaia di elegie del tipo “Che la bandiera americana garrisca in eterno senza fermarsi / che il cielo sia la ‘finestra sul mondo’ dei nostri fratelli scomparsi!”. Gigabyte di odi ai pompieri caduti e di celebrazioni della ferma volontà americana hanno trasformato l’autostrada dell’informazione in un parcheggio.

La bandiera del mio papà: “Tornando dal lavoro, mi fermo a far la spesa / e a casa poi mia figlia mi accoglie un po’ sorpresa. / ‘Ciao papà’, cinguetta, ‘cos’hai per me stasera?’ / ‘Alla sua bimba il babbo ha portato la bandiera’. / Perplessa mi domanda: ‘Che cos’ha di speciale?’ / ‘Ha il magico potere di allontanare il male. / Con i suoi tre colori, il bianco, il rosso e il blu, / scaccia via la paura e non la fa tornare più”.

Una tragedia come questa ha bisogno della retorica del kitsch per diventare meno spaventosa? Ci serve una profusione di nastri e trapunte commemorative, di serafini con l’aureola appollaiati in cima alle torri fiammeggianti e orsacchiotti con l’elmetto da vigili del fuoco che sventolano bandiere, per dimenticare gli ultimi minuti degli agenti di borsa, degli inservienti e delle segretarie che urlavano dentro ascensori saturi di fumo, che chiedevano aiuto dai cornicioni delle finestre rotte al novantesimo piano o che si trascinavano giù per le scale coperti di ustioni di terzo grado?

Forse le immagini zuccherose della Statua della libertà singhiozzante e i manifesti che annunciano “non dimenticheremo mai quando l’aquila americana ha pianto” rendono la catastrofe più sopportabile, in un certo senso più “estetica”, decorandola con gli accessori familiari e rassicuranti delle cerimonie funebri. Grazie al kitsch, distogliamo gli occhi dalla tragedia trasformando l’indicibile bruttura delle malattie, degli incidenti e delle guerre in qualcosa di nobile e poetico, in storie istruttive che con il loro lieto fine offrono eterne lezioni di coraggio e resistenza.

Ma anche se contribuisce ad anestetizzarci dal macabro spettacolo di mani curatissime troncate di netto e affondate nel fango, e di corpi carbonizzati che si gettano dalle finestre, il kitsch può nascondere altri scopi e altre priorità. Il suo sentimentalismo stridente rende intollerabile il non detto e zittisce le opinioni dissonanti, schiacciate dalla veemenza emotiva della sua retorica. Abbellisce immagini orrende e allo stesso tempo occulta il contesto politico di un attacco che, se viene rappresentato come un mero esempio di sadismo assoluto e di malvagità imperdonabile, appare totalmente privo di qualunque ragione, di qualsiasi obiettivo finale. Dopo mesi dall’inizio della “crociata” di Bush e malgrado i suoi innegabili successi, non abbiamo ancora capito che cosa speriamo di ottenere alla lunga.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

Mostri cattivi e angelici eroi

Ignorando la geopolitica, abbiamo sigillato l’incidente in un vuoto ideologicamente sterile, un’incubatrice perfetta del kitsch, che si nutre delle semplificazioni irrazionali di complessi problemi morali. Invece di compiere uno sforzo sincero per individuare le origini storiche di ciò che è successo in un conflitto internazionale che si trascina da tempo, abbiamo impostato un discorso schematico che contrappone il male assoluto al bene assoluto, la nostra incrollabile razionalità al delirio di fanatici scatenati.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

Sui forum elettronici della rete, i terroristi diventano cattivi da cartoni animati i cui “atti folli e bestiali” appaiono tanto immotivati quanto incomprensibili, azioni spiegabili solo con la “malafede” e la “vile codardia” di “un gruppo inumano… che non merita un posto nell’universo”. Questi “scagnozzi depravati di un maniaco pieno d’odio” che hanno adottato “la teologia velenosa della barbarie suicida”, “osservavano tutto a distanza / e ridevano con tono altezzoso” di questa “blasfema violazione della vita umana”, di questa beffa “psicotica” organizzata per puro disprezzo. Se i responsabili sono dei mostri, le vittime non sono semplicemente innocenti ma angeliche, diafani cherubini con l’arpa che, dopo essere stati sepolti dal crollo, “si sono rialzati, / fra il fumo, la polvere e il dolore. / Per volare. Per ricominciare a giocare / nell’azzurro cielo americano. / Il perfetto, azzurro cielo americano”. Il cantante R&B Kristy Jackson ha avuto un enorme successo con un singolo commemorativo intitolato Lei non sapeva, su una donna che la mattina dell’11 settembre manda al lavoro il marito pompiere con un bacio frettoloso sulla guancia, ignara del fatto che non sarebbe più tornato: “Lei non sapeva di aver baciato un eroe, / anche se ai suoi occhi lo era sempre stato. / Ma mentre andava incontro alla morte / lui aveva pregato e con un respiro profondo, / aveva guidato un esercito di angeli lontano dal mondo. / Lei non sapeva di aver baciato un eroe, / anche se ai suoi occhi lui era un angelo / che metteva sempre gli altri al primo posto. / Del resto, è proprio quello che gli eroi sanno fare. / Ora lui non ha bisogno di ali per volare”.

Il kitsch dell’innocenza assoluta traspare anche dalla selettività con cui sono stati compilati gli elenchi di martiri. La morte dei soccorritori ci è sembrata molto più straziante di quella degli impiegati, anche se fra questi ultimi le vittime sono state dodici volte più numerose. È difficile trasformare in un martire una persona travolta da un autobus per strada, come sostanzialmente è accaduto alle vittime delle due torri, morte non mentre imbracciavano mitra o tiravano granate, ma mentre stilavano resoconti di spesa e faxavano analisi contabili. Un destino così opaco, così impiegatizio, non è idoneo al martirio immediato.

Quindi la nostra attenzione si è allontanata dalle segretarie e dai dirigenti, che non avevano fatto nulla di più intrepido che cercare di salvarsi la vita, e ha preferito concentrarsi su un gruppo che soddisfa meglio le nostre esigenze folcloristiche di eroismo. L’intera storia è stata riscritta in modo che il centro della narrazione gravitasse sugli uomini che con il loro coraggio davanti alla morte ci hanno permesso di sovrapporre al caos e al panico di quel momento incomprensibile una storia rassicurante, fatta di arditi cavalieri all’assalto che sacrificano la vita per i loro compatrioti combattendo contro “le forze delle tenebre”.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

E come il cielo sopra New York è stato immediatamente “sterilizzato” per impedire altri attacchi, così il dibattito è stato sterilizzato per impedire ulteriori discussioni sulla tragedia. Molti animosi patrioti sembravano credere che il dissenso equivalesse a un’abiura della cittadinanza americana, un’accusa maccartista che creava un clima di paura e paranoia, un imbarazzo che difficilmente poteva portare a una discussione efficace sull’emergenza. Per di più, i difensori acritici della nostra politica estera hanno fatto ampiamente ricorso a espressioni come “di cattivo gusto”, “inopportuno”, “fuori luogo” per definire le dichiarazioni di chiunque mettesse in dubbio l’opportunità di bombardare a tappeto l’Afghanistan, compreso lo sfortunato conduttore del programma televisivo Politically incorrect, costretto a ritrattare una serie di osservazioni giudicate offensive per il Pentagono dopo che i suoi sponsor indignati, Sears e Fed-Ex, hanno ritirato in fretta e furia la loro pubblicità.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

Poiché le democrazie hanno vietato altre forme di repressione più dispotiche, ora dipendiamo da una pesante forma legale di censura: la pressione sociale. Un metodo di coercizione raffinato per imporre il conformismo stigmatizzando le opinioni minoritarie come un’indelicatezza da sempliciotti maleducati che forse non violano la legge, ma sicuramente calpestano le norme, più sfuggenti, della “decenza”. Il paradosso è che proprio mentre sembriamo estremamente preoccupati per la “mancanza di gusto” di certe osservazioni, dimostriamo una spaventosa insensibilità per la mancanza di gusto del kitsch, che senza alcun ritegno mette di continuo sotto i piedi qualunque norma estetica.

Invece di tenere discussioni franche e aperte, esprimiamo le nostre opinioni con i simboli, con immagini bellicose di aquile americane appollaiate sul trespolo che si affilano gli artigli, con salva-schermi di bandiere al vento accompagnate dalla didascalia “questi colori non sbiadiscono”, con fotografie manipolate al computer di un volto solcato di lacrime sovrapposto alla Statua della libertà e di candele votive che si fondono con le torri in fiamme. Non a caso il presidente Bush (noto per le gaffe infinitamente creative dei suoi discorsi) comunica con l’opinione pubblica americana soprattutto mediante simboli, esibendo i distintivi dei poliziotti morti e posando per fotografie in cui, megafono alla mano, abbraccia i vigili del fuoco su montagne di macerie e guida imbarazzati scolaretti di prima elementare al giuramento di fedeltà alla patria, dopo aver ammirato una mostra dei loro disegni intitolata Il giorno in cui siamo stati molto tristi.

Orgia di immagini

I simboli sono il linguaggio utilizzato da chi è a disagio con le parole. I nostri leader li usano quando cercano di stimolare non il pensiero, ma l’adrenalina. Sono le armi dell’oscurantismo morale, per paralizzare il dialogo prima di gettare tutti in una guerra dove dubbi ed esitazioni hanno conseguenze potenzialmente disastrose e dove le nostre azioni devono essere rapide, decise e non ragionate.

Buona parte della “discussione” sul World Trade Center si basa sul bottone da premere, su uno sbarramento di simboli destinati a provocare riflessi condizionati, pavloviani, facendoci scattare in piedi contro la nostra volontà per salutare la bandiera e intonare l’inno all’unisono, la nostra indipendenza intellettuale abbattuta a colpi di kitsch patriottico.

Nell’orgia di immagini divampata dopo l’11 settembre, è stato inventato un simbolo americano nuovo di zecca: le torri stesse. Poeti e commentatori hanno antropomorfizzato i grattacieli trasformandoli in “pilastri di forza” che, novelli Atlante, sembravano sostenere il peso degli interi Stati Uniti. Oppure in spettri fluttuanti che, come il padre assassinato di Amleto, sembravano invocare vendetta, soprattutto quando erano sovrapposti a immagini di angeli sconsolati. Le torri hanno perso rapidamente la loro realtà materiale di opere architettoniche e sono diventate esseri viventi, “due fratelli” dotati della capacità di muoversi, “protendersi”, “distendersi” e “innalzarsi”. Tendiamo persino a raffigurare questo pezzo forte del patrimonio immobiliare di Manhattan come Cristo nella scena della resurrezione. Le torri hanno appena il tempo di crollare che risorgono come fenici dalle loro ceneri assumendo l’aspetto dell’aquila americana, pronta a librarsi verso il cielo dalle macerie fumanti: “Mentre l’aquila giaceva a terra smarrita, ho assistito a un miracolo, a una rinascita! L’aquila risorgeva trionfante”.

Dissenso eretico

La trasformazione del World Trade Center da luogo fisico a un giro di frase, “un simbolo vibrante della liberalità e dell’orgoglio della democrazia”, ha dato al terrorismo e al dissenso una nuova dimensione. Quella di un’eresia, di una profanazione di idoli sacri, di edifici che hanno rapidamente acquistato la mistica di templi e, in molte immagini, di cristalli new age che come prismi giganteschi emanavano un’aura pulsante di energia iridescente. Di conseguenza coloro che invocavano la moderazione sono diventati non solo voci di opposizione, ma addirittura iconoclasti disposti a bruciare la bandiera, blasfemi pronti a infliggere un dolore fisico a oggetti che la nostra retorica altisonante trattava come sacre reliquie. Abbiamo abbandonato il campo della ragione, degli oggetti concreti, per entrare nel campo della fede, dei sacramenti e delle immagini scolpite, delle bandiere che hanno “il magico potere di allontanare il male”. Deridiamo l’estremismo dei terroristi disposti a morire nel nome di Allah, ma ignoriamo la dimensione religiosa del nostro stesso comportamento, che giustifichiamo non con una difesa attentamente ragionata ma con simboli animistici venerati come il Corano o la Kaaba. Probabilmente il fondamentalista islamico e il patriota americano hanno in comune più di quanto siano disposti ad ammettere.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

Alla proliferazione del kitsch dopo l’11 settembre hanno contribuito anche fattori economici e politici. Il kitsch è frequentemente associato alla raccolta di fondi, soprattutto fondi per combattere le malattie che colpiscono i bambini. Che si tratti dei bambini con gli occhi da cerbiatto della prima campagna contro la distrofia muscolare, o di Ryan White, l’eroica piccola vittima dell’Aids che, dopo essere stata portata via in treno dalla sua città bigotta, è stata trasformata in santo patrono delle associazioni di beneficenza contro l’Aids, soprattutto grazie all’attenzione della rivista People.

Eppure, malgrado le apparenze, l’Aids colpisce molto più gli adulti che i bambini. Analogamente, l’11 settembre solo tre vittime avevano meno di tredici anni (tutti passeggeri degli aerei dirottati). È una statistica sorprendente, visto il numero sproporzionato di organizzazioni caritatevoli che sono state fondate dopo gli attacchi proprio per aiutare i bambini, le mucche da mungere per i non-profit della tragedia, che hanno spremuto le tasche della generosità americana con campagne pubblicitarie a base di foto di piccini bisognosi sovrapposte a immagini apocalittiche delle rovine. Persino quando i bambini sono soltanto vittime indirette, sono loro a essere spinti avanti per battere cassa. Sono loro, e non gli adulti, a colpire di più; sono loro i mendicanti più fotogenici, capaci di muovere suppliche pressanti con un semplice bacio sulla guancia o una stretta di mano. I bambini sono gli operai non retribuiti del kitsch, i suoi facchini e i suoi schiavi. Molti di loro, ovviamente, hanno perso un genitore, ma molti genitori hanno perso qualcosa di altrettanto importante: la loro vita.

Caldo fervore

Ancora una volta, le vittime principali della tragedia sono state relegate ai margini per fare spazio a oggetti di compassione più commoventi, proprio come i soccorritori sono stati elevati al ruolo di protagonisti di questo “inferno di cristallo”, perché la loro morte era più drammatica dell’epilogo banale di comuni impiegati che cadevano davanti ai distributori di bevande o di agenti di cambio che soffocavano nel bagno.

Ciò che distingue un professionista della raccolta di fondi da qualsiasi altro tipo di pubblicitario è che non ha niente altro da vendere se non i suoi tostapane commemorativi e i suoi borsoni, le sue magliette “per non dimenticare” e la sua bandiera americana da attaccare al finestrino della macchina. Poiché l’altruista non riceve nulla di comparabile ai soldi che dona, le organizzazioni non-profit devono assicurare ai loro mecenati un adeguato beneficio emotivo, una sensazione intangibile di orgoglio, un “caldo fervore”; l’unico prodotto che chi raccoglie fondi “vende” veramente. Le associazioni di beneficenza devono indurre il consumatore a fare qualcosa che va contro i suoi istinti capitalistici, devono convincerlo a dare qualcosa per niente, un dilemma che le porta a utilizzare tutto l’arsenale retorico del kitsch per garantire al donatore una ricompensa spirituale particolarmente gratificante vista la completa mancanza di un qualunque compenso materiale.

Le organizzazioni di beneficenza sono così kitsch proprio perché sono un’industria che confeziona il caldo fervore, il compiacimento ben meritato che proviamo dopo aver arrancato fino al traguardo di una maratona sponsorizzata dall’Anlaids o dopo aver adottato gli occhioni di un trovatello centroamericano attraverso il fondo Save the children. Ma fra epidemie e disastri naturali, molte società della top 500 di Fortune cercano di spacciarsi per associazioni di beneficenza, di infilarsi dentro i portafogli già lubrificati dal grasso del kitsch lecito e necessario delle raccolte di fondi. Burger King, per esempio, vuole contribuire a ricostruire l’american way of life vendendo a un dollaro adesivi della bandiera insieme ad hamburger e patatine.

Benefico shopping

Dopo l’11 settembre l’etere è stato inondato da condoglianze aziendali di società che avrebbero fatto meglio a donare al fondo degli orfani e delle vedove dei pompieri di New York i milioni dilapidati per spot televisivi in prima serata, che servivano a pubblicizzare il loro atteggiamento da buon samaritano, a esprimere il loro “orrore” e a dispensare “pensieri e sentite preghiere”. Tra la Croce rossa e il Fondo delle torri gemelle si sono infiltrati impostori della beneficenza che camuffavano la loro pubblicità per un servizio pubblico, mentre orde di imprenditori senza scrupoli hanno aperto bottega promettendo di donare agli orfani dei pompieri scomparsi il 20 per cento (addirittura un quinto!) dei ricavi ottenuti dalla vendita di tazze con l’immagine del World Trade Center e di manifesti delle torri gemelle avvolte in bandiere di 110 piani come un’enorme opera di Christo (“Per favore sostenete il nostro paese, ogni acquisto è un aiuto. Dio benedica l’America”). Persino un sito web pornografico che offre ai clienti paganti le immagini di prosperose donne asiatiche ha promesso di donare il 10 per cento delle entrate alle organizzazioni di soccorso.

Robert Huber, Lookat/Grazia Neri

Se c’è stato qualcosa di ipocrita nella posizione di Wendy’s, che affermava di voler vendere hamburger per rendere “il nostro amato paese più forte che mai”, nella Coca-Cola che dava fiato alle trombe sui succhi di frutta forniti ai soccorritori del Ground Zero e sulla Chase Manhattan Bank che appendeva una bandiera americana grande quattro piani sulla facciata dei suoi uffici, c’è stato qualcosa di altrettanto ipocrita nei consumatori che hanno risposto a queste lusinghe con una valanga di acquisti adducendo il labile pretesto che, visto l’impeto di generosità delle aziende, loro stavano “dando” piuttosto che “comprando”. Stavano donando i loro dollari duramente sudati a un’organizzazione premurosa e compassionevole che offriva qualcosa di più allettante di un biglietto di ringraziamento, un tostapane e uno sgravio fiscale. Abbiamo scoperto che potevamo avere la torta e mangiarla, goderci il computer portatile o lo stereo surround-sound system e allo stesso tempo crogiolarci nel caldo fervore.

Se le società si dedicavano a un’imitazione della beneficenza, i consumatori si dedicavano a un’ipocrisia molto simile: l’imitazione del benefattore. E tutt’e due le parti davano vita a un gioco di autoadulazione reciprocamente vantaggioso. Il marketing dell’autocompiacimento trova una nicchia di consumo particolarmente sensibile in una cultura permeata di psicologia popolare, con i suoi appelli sempre più forti al candore emotivo e i suoi severi ammonimenti sul pericolo di imbottigliare sentimenti d’ira, dolore e tristezza potenzialmente esplosivi. Poco dopo l’attacco, Oxygen Media di Oprah ha inserito nel suo sito web un video di Cheryl Richardson, un sedicente “allenatore della vita” che consigliava agli spettatori di “far emergere i sentimenti e farli uscire dal corpo per contribuire al processo di guarigione”.

Come se le nostre emozioni fossero sostanze tossiche o “umori” medievali che esercitano una pressione nociva sui nostri organi interni avvelenandoli, e che devono essere purificate o estratte da cavatori di sangue professionisti. Per tutta la crisi il ritornello costante di uomini politici, celebrità e persino casalinghe è stato la necessità di dare inizio al processo di “guarigione”, che nel contesto attuale non ha nulla a che fare con la ripresa ma con il suo esatto contrario, con lo sguazzare, con l’indulgere nell’inutile prolungamento della nostra tristezza, nel dramma di vivere in una situazione di massima allerta.

Privilegi da vittime

E soprattutto, la parola “guarigione” estende promiscuamente lo status di vittima all’opinione pubblica in generale e quindi il privilegio di essere vezzeggiati, consolati e compatiti, come se fossimo tutti delle vittime e ci fossimo tutti salvati per miracolo dal crollo delle torri, invece di essere rimasti al sicuro in salotto incollati alla televisione.

L’ordine di “lasciarsi andare e urlare come un animale ferito, e di scrivere una nuova pagina nel nostro diario del dolore”, per citare uno dei vari “riti” del lutto che Oprah ha offerto al suo pubblico dopo l’11 settembre, dimostra come l’odierno concetto di salute mentale abbia attenuato le inibizioni che una volta tenevano a bada il nostro sentimentalismo, il nostro senso di imbarazzo per i cedimenti personali, per la perdita di controllo in pubblico.

Abbiamo raggiunto livelli di melensaggine senza precedenti, livelli che superano quelli toccati da vittoriani lacrimosi come Dickens e i suoi fedeli lettori, che singhiozzavano copiosamente sulla morte prematura della piccola Nell, una tragedia con qualche apparente somiglianza con l’attacco dell’11 settembre che, secondo un commentatore, è stato così commovente da “spalancare il condotto lacrimale otturato dello stereotipo maschile”.

Pornografia emozionale

Crediamo di giovare alla nostra salute creando personificazioni esterne degli stati interiori attraverso terapie “artistiche” e “ludiche”, attività che conducono a una proliferazione di cerimonie folcloristiche e gingilli fatti in casa: trapunte commemorative, il più grande abbraccio mai realizzato nella storia umana (migliaia di braccia unite in un campo dopo la tragedia), e l’attività della cosiddetta “coalizione Crayola”, un gruppo di scolaretti di tutto il paese che affidano le loro speranze e i loro timori alla carta e li mandano ai soccorritori (spesso con l’aiuto di McDonald’s, che inserisce opere d’arte originali - sicuramente un’indicazione di quanto vengono apprezzati questi disegni - in ogni sacchetto di Big Mac e patatine fritte distribuito al Ground Zero).

Adesso ci insegnano che è negativo per la nostra pace mentale, se non addirittura per la nostra salute psichica, provare un’emozione senza comunicarla, senza “liberarla”, e che quindi non dobbiamo mai restare soli con i nostri sentimenti ma cercarci un pubblico disposto ad ascoltare le nostre effusioni, i nostri sfoghi catartici, le rotture caotiche e antigeniche dei nostri blocchi psicologici. Nella kitschificazione del World Trade Center abbiamo visto come la pressione a esternare, a sdilinquirci, “a far emergere i sentimenti e farli uscire dal corpo”, determini un esibizionismo emotivo, una pornografia emozionale, un’esigenza di recitare per il loggione e di esagerare il nostro shock e il nostro orrore come spettacoli istrionici che ci piace interpretare e ammirare.

Le emozioni interiori mantengono la loro autenticità solo se conservano una parte della solitudine in cui sono state originariamente provate, solo se non c’è un pubblico che deve essere intrattenuto dal tremito del nostro mento, solo se le nostre vere reazioni rimangono inaccessibili agli altri nell’intimità della nostra coscienza. I forum di internet offrono uno degli esempi più evidenti dell’esibizionismo emotivo che le sanzioni psicologiche fanno scattare.

L’anonimato della rete ha eliminato ogni necessità di un meccanismo censorio per contenere gli eccessi del nostro dolore e la conseguenza è stata una gara di pianto per vedere chi riusciva a levare le geremiadi più accorate, i lamenti funebri più striduli: “Ho provato… incredulità, orrore, tristezza, seguiti da un implacabile torrente di lacrime. Sarò ancora capace di gioire per il sorgere del sole?… Saprò ancora apprezzare il sapore del cibo?”. “Avevo sintonizzato la tv sul notiziario quel martedì mattina e avevo messo un video di ginnastica nel registratore… inutile dire che non ho fatto ginnastica quel giorno… ogni volta che vedo o sento le notizie piango… piango guardando le bandiere che ondeggiano su tutta la città… piango quando sento l’inno nazionale trasmesso da tutti i media… piango quando vedo le persone che cercano di trovare i propri cari… se penso a quante vite umane sono state spezzate… piango… continuo a piangere da martedì”.

Quando il pianto si è placato, le persone che partecipavano ai forum si sono scambiate una profusione di benedizioni papali (“Che Dio benedica tutti e ciascuno di voi”, “che il Signore vi illumini con la Sua luce”) e poi si sono dedicate a uno dei rituali più falsi e complessi a cui abbiamo assistito dopo la tragedia del World Trade Center: hanno spedito condoglianze alle famiglie delle vittime – cartoline di solidarietà elettronica in cui dicevano ai figli dei vigili del fuoco rimasti orfani: “Volevo soltanto farvi sapere quanto tengo a voi” – e hanno scritto poesie ai mariti e alle mogli in lutto, alle madri e ai padri disperati: “Ci spiace proprio tanto che siate tristi e soli / perciò mandiamo un bacio sperando vi consoli”.

A questo suadente mormorio di parole di conforto manca una sola cosa: le persone da consolare. È improbabile che i sopravvissuti alla tragedia abbiano passato le ore successive all’11 settembre a meditare sulle migliaia se non milioni di messaggi apparsi sulla rete. Perciò bisogna concludere che li abbiamo spediti per noi stessi, che eravamo i mittenti e al tempo stesso i destinatari di quelle lettere d’amore, e che a turno abbiamo interpretato l’uno per gli altri un pubblico di vedove e orfani distrutti. Ci comportavamo come esteti del dolore, facendo a gara per vedere chi riusciva a emettere il sospiro più profondo, chi sapeva battersi il petto e digrignare i denti in modo più pietoso. Il kitsch è stato creato mentre la posta veniva costantemente alzata e la pornografia emotiva di una cultura esibizionistica raggiungeva l’acme. Proprio come un tempo i puritani rivaleggiavano in dimostrazioni della loro pietà, abbiamo gareggiato per dimostrare chi sapeva sentire di più ed “esprimere” con più intensità, sciorinando un nuovo tipo di pietà laica untuosa come il bigottismo dei fanatici religiosi del diciassettesimo secolo.

Estetica del garbuglio

Il samizdat di internet ha offerto non solo una gara di talento per i volenterosi necrofori della tragedia, ma una galleria d’arte in cui designer di massa hanno esposto i loro sgorbi e scarabocchi ‘copia e incolla’. Le immagini di questo museo elettronico si basano su quella che potrebbe essere definita l’estetica del garbuglio. Una visione casuale che si ottiene quando immagini preesistenti, prese da programmi per computer come Clip Art, vengono negligentemente giustapposte o addirittura rese trasparenti e ammucchiate l’una sull’altra, formando un caos dalle pretese artistiche ma spesso illeggibile. Con un clic del mouse, si possono copiare e incollare immagini in modo che una stessa aquila americana venga riciclata senza fine in innumerevoli combinazioni con lo stesso angelo, la stessa candela, lo stesso nastro bianco rosso e blu, la stessa colomba che porta lo stesso ramoscello d’olivo.

La mortifera mancanza di originalità del kitsch di internet è dovuta in gran parte alla capacità del computer di clonare immagini e fotografie, minimizzando la necessità dell’utente di inventare una sua grafica e riducendone il ruolo a quello di un collezionista, uno straccivendolo della rete che fruga in varie banche dati per assemblare un collage di immagini preconfezionate.

L’estetica del garbuglio e la visione prefabbricata che ne risulta diventano una metafora della vacuità intellettuale del samizdat di internet, dove le opinioni sono copiate e incollate come clipart. Le stesse denunce del “male” terrorista vengono riprodotte accanto agli stessi panegirici dell’eroismo disinteressato dei pompieri, la stessa espressione dell’indomito spirito americano accanto alla stessa torrenziale inondazione di lacrime. Come esperimento di democrazia internet ha fallito, perché se è vero che i senza voce possono aver trovato il loro spazio in un dibattito dove il microfono è sempre aperto e le persone in teoria sono libere di dire tutto ciò che vogliono, in realtà tutti fanno poco più che ripetere i cliché dei loro leader, creando slogan che sono l’equivalente letterario della grafica elaborata dopo gli attacchi.

Le foto del presidente Bush e il simbolismo infiammato che ha dominato la discussione dell’attacco diventano la clipart editoriale dei forum, la fonte del patriottismo generico e dell’aggressività sciovinista che gli autori copiano e incollano, presentandoli al pubblico come rivelazioni. Si parla molto del potenziale radicale della rete, che ha restituito alle persone comuni la possibilità di farsi sentire al di sopra delle assordanti voci aziendali dei media.

Ma quando ascoltiamo queste voci più sommesse, senza censura, quello che sentiamo in realtà sono faccine degli smiley e trenini, babbi natale e zucche scolpite. Internet è la tomba della libertà di parola, un monumento alla nostra mancanza di riflessione e di autonomia. La libertà di parlare è diventata la libertà di ripetere, di selezionare un pittogramma da un archivio di icone, qui un piagnucolio di angoscia stereotipata, là un grido aggressivo di furia militaristica.

Fratellanza morbosa

La stessa voce echeggia da un server all’altro. La risposta all’attacco del World Trade Center è stata una celebrazione del consenso, dell’esilarante unanimità di quella che un partecipante ai forum ha felicemente descritto come “americani uniti a proibire, a librare bandiere, a mostrare orgoglio”. Da ogni parte del mondo sono arrivate espressioni di tristezza e solidarietà, dai residenti “del piccolo villaggio eschimese sulle rive del Mare di Bering a Deering, in Alaska” alla sezione australiana del Jackie Chan fan club: “A nome dei membri del fan club australiano di Jackie Chan, i nostri pensieri, le nostre preghiere e i nostri cuori sono con tutti i fratelli e le sorelle degli Stati Uniti”. Nel giro di pochi giorni il ricordo della tragedia è sembrato svanire e l’orrore ha lasciato il posto a un gioioso sentimento di fratellanza che dava ai forum un’aria morbosamente conviviale.

La processione funeraria si è rapidamente trasformata in una tumultuosa veglia funebre irlandese. “Come vorrei potervi abbracciare tutti”, scrive qualcuno, mentre un altro grida “vi amo tutti!!!” e un altro ancora raccomanda gli abbracci come palliativo alla sofferenza, perché “un abbraccio cura più dolore di quanto l’occhio riesca a vederne”. Una donna è stata così sopraffatta dallo spirito di buona volontà generato dalla tragedia che ha scritto una poesia in cui immaginava che le vittime dell’attacco avessero “scelto” di morire nel World Trade Center molto prima di nascere, offrendosi volontariamente per una missione divina, quella di unire tutti i paesi nella causa comune contro il male: “Nelle sale del Cielo un giorno / a migliaia di angeli venne fatta / una proposta: / ‘Potete scendere sulla Terra per unire il mondo / ma non potrete restarci’. / Gli angeli fecero un passo avanti”.

Dietro il kitsch del nostro dolore c’è un fatto orrendo e apparentemente disumano: sosteniamo di essere abbattuti, ma in realtà ci sentiamo eccitati. È un’idea ripugnante che preferiamo nascondere a noi stessi seppellendo la nostra euforia sotto una montagna di sentimentalismo, facendo musi sempre più lunghi quanto più ci rallegriamo di essere uniti e affratellati.

Perché proviamo una forma di piacere durante queste crisi? Non certamente perché siamo dei sadici, dèmoni lascivi e senza sentimenti che gongolano per le sofferenze altrui. Questa reazione inopportuna è piuttosto la conseguenza naturale del fatto che non avvertiamo più coscientemente e quotidianamente l’acuta sensazione di appartenere a una comunità, anche se l’infrastruttura di una società altamente complessa è dietro a tutte le nostre azioni più insignificanti, dall’aprire un rubinetto e alzare il termostato allo scaricare lo sciacquone e accendere una luce.

Eppure, malgrado la loro onnipresenza, le comunità in cui viviamo sono diventate invisibili; le migliaia di persone che lavorano agli acquedotti non si vedono mai, non abbiamo contatti con chi fa funzionare le nostre caldaie, e la società elettrica appare solo quando alla nostra porta suona un suo incaricato per leggere il contatore. E soprattutto, il nostro governo opera con tanta efficienza che è quasi scomparso dalla nostra vita, lasciandoci la strana sensazione di essere enti liberi che agiscono da soli in uno spazio selvaggio e disabitato pieno di comodità automatizzate.

Lo spettacolo dell’orrore
Voyerismo imbandierato

Una sorta di alchimia tutta americana ha trasformato gli attacchi al World Trade Center in una forma di intrattenimento. Il flusso continuo di visitatori al Ground Zero, dove per mesi non c’è stato nient’altro che un cantiere, è composto soprattutto da una folla di turisti colorati che vogliono aggiungere solo una tappa imperdibile ai loro carnet di foto ricordo della metropoli. L’atmosfera della zona non è certo mesta e cimiteriale. È piuttosto quella di una fiera di souvenir improbabili e di curiosi in cerca di un appiglio alla loro voglia di emozioni. Una frase del compositore Karlheinz Stockhausen, che sembrava definire l’attacco terrorista come “la più grande opera d’arte dell’universo”, è stata duramente criticata. Ma Stockhausen, in un certo senso, non aveva torto. L’11 settembre era così impensabile che molti lo hanno paragonato a un film. Uno spettacolo inarrivabile che ha scatenato però una voglia acuta di realtà amplificata. Come fosse l’apoteosi di ogni reality show. Dietro lo schermo del patriottismo gli americani in realtà guardano il Ground Zero per godersi fino all’ultimo frammento del giorno più emozionante della loro vita.­ Salon


Una società che sembra funzionare da sola e che non ci chiede di assolvere nessun dovere civico è tormentata da sentimenti di isolamento, e particolarmente incline ad attacchi di collettivismo patologico durante i quali instauriamo rapporti di vicinato vecchio stile intorno a un centrotavola di cadaveri straziati, un’odiosa assurdità che nascondiamo dietro la maschera lacrimosa del kitsch.

In una società atomizzata, qualsiasi crisi diventa il catalizzatore di un’improvvisa complicità in cui il piacere di sentirsi uniti supera di gran lunga la profondità del dolore, e dove i nostri più selvaggi istinti tribali riemergono per vendicarsi, soffocati dalla maledizione dell’autonomia che affligge le culture occidentali avanzate. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 453 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati