Ormai non passa giorno senza che giornali, tv e siti pubblichino notizie sul sonno. Se ne parla ovunque. Ci viene ripetuto continuamente quanto ce ne serve, cosa succederà se non dormiamo abbastanza e quanto costano all’economia i lavoratori stanchi. Gli esperti del sonno diffondono consigli e opinioni come se avessero trovato la nuova pietra filosofale, e i libri sull’argomento sono in bella vista nelle liste dei best seller e sui comodini. Le pubblicità di materassi in tv sono sempre più frequenti, e si calcola che l’industria mondiale del sonno quest’anno raggiungerà i 76 miliardi di dollari. Oltre a dirci cosa dovremmo mangiare e quanto esercizio fare, i mezzi d’informazione danno istruzioni su come e quando dormire. Fino a qualche decennio fa i disturbi del sonno si contavano sulle dita di una mano, oggi sono più di settanta. Nuovi disturbi significano nuove cure, nuovi esperti, nuove opportunità di guadagno.
Alcune grandi aziende si vantano di aver adottato politiche all’avanguardia sul sonno. Aetna, il colosso statunitense delle assicurazioni sanitarie, con quasi 50mila lavoratori, dà un bonus di 25 dollari al giorno ai dipendenti che riescono a dormire sette ore a notte per almeno venti giorni di seguito. Se addormentarsi è un problema, non c’è da preoccuparsi: esistono dispositivi di monitoraggio del sonno grazie ai quali chi risulta etichettato come insonne riceve sul telefono una terapia in grado di restituirgli un riposo salutare.
Quando ho cominciato a studiare quest’argomento alcuni anni fa, sono rimasto colpito dalla grande varietà di interrogativi suscitati dal sonno e dallo spirito di collaborazione che caratterizzava le prime ricerche. Fisiologi, psichiatri, psicologi, psicoanalisti e biologi si sedevano intorno allo stesso tavolo formulando ipotesi e confrontando dati. Anche se quest’età dell’oro della scienza del sonno è finita negli anni ottanta, fino a poco tempo fa i manuali sull’argomento ammettevano che i motivi per cui dormiamo sono ancora un mistero e che non è stata trovata una spiegazione esauriente. Oggi non è più così. Il sonno è presentato come un problema risolto, come la strada verso la salvezza personale. Un tempo i posti dove i privilegiati andavano in cerca di pace erano i centri benessere. Oggi invece è il sonno a essere commercializzato come un rifugio personale per ognuno di noi. I libri sul sonno promettono un riposo ristoratore a chi segue attentamente le istruzioni, anche se spesso danno suggerimenti scontati.
Il sonno è diventato un lusso, che desideriamo disperatamente e non siamo mai sicuri del tutto di possedere. Eppure l’idea di un unico blocco di sonno ininterrotto è molto probabilmente un’invenzione recente. Lo storico statunitense Roger Ekirch sostiene che fino alla metà dell’ottocento il sonno aveva generalmente un andamento in due fasi. Gli esseri umani avevano un primo e un secondo sonno: andavano a letto verso le nove di sera e dormivano fino a mezzanotte circa, poi si alzavano per un’ora o due – la cosiddetta “veglia” – e tornavano a letto fino al mattino. Gli orari del primo e del secondo sonno potevano variare in base al momento storico e alla località, ma la struttura in due fasi era più o meno una costante. Nelle diverse culture e a seconda degli orari questa divisione del sonno era interpretata in modi diversi, proprio come variavano le attività che riempivano l’intervallo tra i due sonni: si poteva fare sesso, cucire, cucinare, riflettere sui sogni. Ma da cultura a cultura, da regione a regione, appariva invariabilmente una distinzione tra “primo sonno” e “secondo sonno”, termini trovati in una trentina di lingue.
Quando siamo a letto i nostri peccati quotidiani s’ingigantiscono
Verso la metà dell’ottocento i riferimenti ai due sonni sono diminuiti perché il blocco di sonno unico stava diventando la norma. Ekirch collega il fenomeno alla comparsa della luce artificiale, quando il gas e l’elettricità sostituirono le lampade a olio nelle strade delle città. La luce artificiale offriva nuove possibilità, e spingeva le persone ad andare a letto più tardi. Ekirch esamina anche gli aspetti sociali ed economici: i cambiamenti nel modo d’intendere il lavoro, la comparsa degli orari e dei turni nelle fabbriche, le nuove tecnologie e i loro effetti sui processi di produzione, il concetto di gestione del tempo e l’idea di “un’etica” del lavoro adatta al capitalismo industriale. Tutti questi fattori contribuirono a creare il modello del sonno in un’unica fase. Secondo Ekirch, un processo biologico fu alterato da un cambiamento sociale.
Ideale irraggiungibile
Oggi queste tesi sono messe in discussione, ma è evidente che in passato il sonno interrotto non era considerato un problema. Quando ci svegliamo di notte, dovremmo forse consolarci pensando che per secoli il sonno in due fasi è stato la norma e non l’eccezione. Be’, potremmo provarci, ma ci scontreremmo con l’implacabile fuoco di fila degli specialisti del sonno, pronti a minacciarci di morte precoce se non dormiamo molte ore di fila. Come gestire e sopportare una notte di sonno discontinuo quando sappiamo che dormire ci protegge dai tumori e dalla demenza, e ci rende più felici, meno ansiosi e meno depressi? La paura di non dormire non avrà anch’essa effetti negativi sul sonno? I diversi comportamenti individuali e i cambiamenti delle abitudini notturne oggi sono presentati come dei rischi, e la “scienza” è continuamente chiamata in causa per stabilire cosa facciamo di giusto o di sbagliato quando si tratta di dormire.
Il sonno è diventato il primo oggetto della nostra analisi giornaliera. Ci svegliamo non solo per preoccuparci dei compiti da svolgere durante la giornata ma, prima di tutto, per chiederci se abbiamo dormito abbastanza e poi, inevitabilmente, allarmarci per il nostro fallimento. I nuovi libri di consigli sul sonno approfittano dei sensi di colpa. Quando siamo a letto svegli, di notte, i nostri pensieri tendono spesso ad affollarsi su quello che non abbiamo fatto, non siamo riusciti a fare o non abbiamo portato a termine. I peccati di omissione s’ingigantiscono, e non essersi lavati i denti o la faccia possono sembrare una catastrofe. Per secoli il momento che precede il sonno è stato considerato un tempo di purificazione spirituale, in cui pentirsi dei propri peccati. Il sonno diventava così la ricompensa per chi si era comportato da buon cristiano, mettendo in evidenza il nesso tra sonno e coscienza.
Ma, quando siamo a letto, i nostri peccati quotidiani s’ingigantiscono. Le cose lasciate in sospeso durante la giornata ci tengono svegli e fanno da calamita per problemi più profondi di coscienza e di colpa. Insistere sul sonno perfetto e trasformarlo in un obiettivo raggiungibile non fa che alimentare la sensazione che non riuscirci sia un fallimento. È vero che le interruzioni del sonno potrebbero far male alla salute, ma insistere su un ideale irraggiungibile può essere altrettanto dannoso. Nessuno ha mai provato a misurare cosa si prova quando si combatte per prendere sonno, e nessuno tiene conto degli effetti della conseguente sensazione di fallimento.
È illuminante a questo proposito confrontare i libri più popolari sul sonno degli anni sessanta e settanta con quelli di oggi. All’inizio di The sleeping pill, un saggio del 1978, Ernest Hartmann scrive: “In una certa misura la vita è dolore e tristezza”. Nel 2017, invece, Matthew Walker in Why we sleep presenta l’homo sapiens come una specie di campione tra gli animali, a cui il sonno dona eccezionali poteri di razionalità e creatività. Il sonno rem ha aiutato “la rapida ascesa evolutiva al potere” degli esseri umani e ha contribuito a farci diventare “una superclasse sociale dominante a livello globale”. “Il sonno”, osserva Walker, “ricalibra i nostri circuiti cerebrali emozionali, permettendoci di affrontare gli impegni sociali e psicologici del giorno seguente con razionale compostezza”.
Insomnia, lo studio pubblicato nel 1969 da Gay Gaer Luce e Julius Segal si apre con la frase: “C’è un solo modo sicuro per evitare l’insonnia… non nascere”. Nella nuova letteratura sul sonno, invece, non c’è posto per la scissione e la dissociazione umana. Oggi possiamo leggere che il sonno ci ha aiutati a creare “comunità emozionalmente astute, stabili, fortemente legate e intensamente sociali”, una descrizione che non corrisponde esattamente a quello che vediamo nei telegiornali o che abbiamo imparato dalla storia. Com’è possibile che il pendolo si sia spostato così nettamente da una visione realistica delle complessità dell’esistenza a una sorta di mondo fantastico?
L’aspirazione a diventare “individui che dormono bene” è uno dei vari tentativi di presentare problemi sociali come problemi individuali. La nuova letteratura del sonno sta cercando di mettere in atto una gigantesca depoliticizzazione del sonno. Negli anni ottanta nel Regno Unito il thatcherismo voleva atomizzare i problemi sociali presentandoli come problemi personali: per esempio, essere disoccupato diventò essere incapace di trovare un lavoro. Le disuguaglianze e l’impoverimento furono presentati come fallimenti individuali, spostando la responsabilità dal governo alla psiche delle persone. Queste tesi risuonavano perfettamente con la nuova categoria clinica della depressione. Negli anni novanta i mezzi d’informazione erano pieni di notizie sulla depressione; su come l’insufficienza di serotonina ci rendeva depressi, su quanto tutto faceva male alla salute e su quanto i lavoratori depressi danneggiavano l’economia. Oggi non si dà la colpa alla depressione ma alla privazione del sonno. Ansia, tristezza e fallimento sono presentati come la conseguenza della mancanza di sonno ristoratore. Invece di considerare l’insonnia come la conseguenza di uno stato depressivo, il rapporto causa-effetto viene invertito: siamo depressi perché non dormiamo.
Walker individua diverse categorie di persone, sostenendo che il cervello di chi dorme è razionale, mentre chi dorme male è irrazionale o perfino deviante. I lavoratori che non dormono abbastanza, sostiene, non solo sono meno produttivi, sono anche “meno etici”, hanno una maggiore tendenza a essere “devianti e più inclini a mentire”, dando ad altri la colpa dei loro errori e prendendosi il merito del lavoro di altri. Così Walker divide gli esseri umani in “normali” e “socialmente anormali”. La sua descrizione delle persone dal sonno disturbato, però, potrebbe applicarsi alla maggior parte degli individui che formano la società urbana di oggi. Invece di riconoscere gli effetti delle difficoltà sociali ed economiche e della sofferenza che ne deriva, le difficoltà umane sono ridefinite attraverso la nuova lente del sonno ininterrotto. Le case farmaceutiche investono in annunci pubblicitari per dirci che potremmo soffrire di un disturbo del sonno e quindi avere bisogno di medicine se non dormiamo abbastanza, se ci manca l’energia per fare quello che dobbiamo fare, come passare del tempo con la famiglia o svolgere il nostro lavoro, o se ci sentiamo mentalmente e fisicamente stanchi, se non siamo motivati e fatichiamo a concentrarci. Eppure, come sottolinea l’antropologo Matthew Wolf-Meyer, questi sintomi non sono forse le condizioni stesse della vita moderna?
Non dovremmo ignorare i problemi di insonnia, ma dovremmo essere più consapevoli del fatto che la nostra concezione del sonno è condizionata dalla società. La scienza non ha risolto tutti i misteri del sonno, e molte tesi dominanti nella letteratura di oggi andrebbero prese con cautela. Spesso contengono errori fattuali o presentano ipotesi teoriche come fatti accertati. È il caso della teoria della selezione naturale notturna. Secondo questa ipotesi, mentre dormiamo il nostro cervello cerca di “ridurre” le informazioni non necessarie e “rafforzare” la conservazione di quelle utili. Walker sostiene perfino la necessità di cancellare i ricordi, e spera di “sviluppare metodi precisi per attenuare o cancellare selettivamente alcuni ricordi dalla memoria di un individuo quando esiste un’esigenza clinica confermata”. Questa sorta di igiene comportamentale è al centro di molte fantasie orwelliane. Non è un caso che l’idea di cancellare i ricordi pervada tutte le più cupe visioni del futuro.
◆ La fotografa finlandese Marja Pirilä ha cominciato a lavorare al progetto Camera obscura interior/exterior nel 1996. Pirilä ritrae persone che dormono in una stanza trasformata in una camera oscura, sulle cui pareti sono proiettati immagini di paesaggi, oniriche o che evocano i ricordi dei soggetti al centro della scena. Finora la fotografa ha lavorato in Finlandia, Norvegia, Italia e Francia, ma il suo progetto continua.
Lensculture
Un tormento da svelare
L’industria del sonno deve fare i conti con la realtà. Anche se molti di noi hanno dei problemi di sonno personali, questo non dovrebbe essere una scusa per distogliere l’attenzione dal piano politico. Viviamo in un mondo caratterizzato dalla precarietà del lavoro, da lunghi spostamenti quotidiani, dall’insicurezza economica e dalla necessità di proiettare a tutti i costi un’immagine positiva di sé. Come ci si può aspettare che la gente dorma bene?
L’insonnia è sicuramente un tormento, ma tutti i suoi aspetti dovrebbero essere riconosciuti e svelati. Insomniac, un libro pungente e brillante pubblicato da Gayle Greene nel 2008, descrive non solo la sua esplorazione delle ricerche sul sonno, ma anche i suoi tentativi falliti di sottoporsi a trattamenti e terapie. L’approccio franco, divertente e imparziale è un antidoto perfetto alla nuova igiene del sonno, e potrebbe essere molto utile a chi non riesce a dormire.
“Il sonno è l’essere più innocente che ci sia”, scriveva Kafka, “e l’uomo insonne il più colpevole”. Quando gli esperti del sonno sono pagati dalle banche e dalle multinazionali per tenere seminari ai loro manager su come dormire bene, dovremmo chiederci cosa succede ai lavoratori dei livelli più bassi e alla forza lavoro esternalizzata che sostiene la crescita di quell’azienda. C’è sempre stato un legame, attraverso la letteratura, la religione e la psicologia, tra sonno e coscienza. Il paradosso è che più il mondo intorno a noi ci chiede attenzione a tanti livelli, più ci troviamo a subire pressioni per raggiungere le otto ore di sonno ininterrotto. Questa è ideologia allo stato puro, ed è arrivato il momento di svegliarci. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati