Il maresciallo osserva dai manifesti la devastazione della città di Bengasi, in Libia. La sua uniforme è decorata con spalline e onorificenze, anche se la guerra civile che lui porta avanti si è ormai arenata in un sanguinoso stallo. I suoi agenti in borghese si aggirano nei caffè e negli alberghi origliando le conversazioni. Ha affidato il controllo delle moschee a predicatori estremisti. E ha dato ampio sostegno ai Vendicatori del sangue, uno squadrone della morte accusato di aver ucciso o fatto sparire molti avversari politici del maresciallo.
“Viviamo in una prigione”, spiega Ahmed Sharkasi, attivista democratico di Bengasi fuggito a Tunisi dopo aver ricevuto minacce di morte.
Khalifa Haftar, 76 anni, detto “il maresciallo”, è il capo militare della Libia orientale. Da quasi sei anni combatte per assumere il controllo del paese, e da dieci mesi è impegnato in un’offensiva contro la capitale, Tripoli.
Gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e altri paesi lo sostengono, e la Russia ha inviato dei mercenari. Il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, è praticamente inerme ed è difeso soprattutto dalle milizie regionali e più di recente dalla Turchia, che ha inviato centinaia di combattenti siriani.
Nell’ultimo mese Haftar ha bloccato la produzione petrolifera libica per privare il governo di Tripoli delle sue entrate. Il 18 febbraio ha bombardato il porto civile, uccidendo tre persone, mancando di poco una nave carica di gas naturale liquefatto e facendo saltare i colloqui per un cessate il fuoco organizzati dalle Nazioni Unite.
Haftar ha promesso di costruire una Libia stabile, democratica e laica, ma impedisce a quasi tutti i giornalisti occidentali di entrare nei territori che controlla. La rara eccezione fatta per noi ha rivelato un autoritarismo che sotto certi aspetti è più repressivo e caotico di quello dell’ultimo dittatore libico, il colonnello Muammar Gheddafi.
A Bengasi, roccaforte di Haftar, abbiamo trovato una città in rovina, afflitta dalla corruzione, dove gli agenti della sicurezza pedinano i giornalisti stranieri, gli abitanti si nascondono per paura di un arresto arbitrario e le milizie non rispettano nessuna autorità.
I cittadini si lamentano della corruzione e dell’arricchimento sfrenato dei comandanti delle milizie tribali e degli ex ufficiali di Gheddafi. Si parla di attentati misteriosi, rapimenti e detenzioni senza processo. Gli estremisti islamici hanno preso il controllo delle moschee e potrebbero essersi infiltrati nelle forze di polizia.
“Tutti hanno paura, anche dei propri vicini”, ammette un abitante di Bengasi chiedendo di restare anonimo per ragioni di sicurezza.
Jonathan Winer, inviato speciale degli Stati Uniti in Libia durante la presidenza di Barack Obama, ha descritto un sistema brutale: “Se stai con Haftar sei protetto e puoi fare tutto quello che vuoi. Altrimenti sei considerato un nemico e puoi essere arrestato, ucciso o esiliato”. A gennaio il segretario generale delle Nazioni Unite ha parlato di “deterioramento dell’ordine pubblico” nell’est della Libia, “con molte intimidazioni e crimini” commessi da gruppi affiliati alle forze di Haftar.
Anziano e indaffarato, Haftar si fa vedere sempre più raramente a Bengasi. Gestisce le operazioni dalla sua casa sulle montagne a un’ora di macchina a ovest della città, dove riceve gli anziani delle tribù. I collaboratori più stretti sono persone della sua famiglia. Due dei suoi figli sono tra gli ufficiali di rango più alto del suo esercito e sono i suoi assistenti personali. “Si assicurano che sia ben nutrito”, spiega Faraj Najem, direttore di un centro di ricerca governativo e molto vicino a Haftar. “Controllano che prenda le medicine e si occupano della sua sicurezza”.
Un cumulo di macerie
Oggi il centro di Bengasi non è molto diverso da com’era nel 2017, quando Haftar lo ha conquistato dopo quattro anni di bombardamenti. I quartieri alla periferia della città sono pieni di nuovi negozi e caffè, ma le strade del centro sono un cumulo di macerie. I pochi disperati che hanno deciso di tornare occupano con le famiglie le rovine di quelli che un tempo erano i loro appartamenti. La notte le luci improvvisate delle case proiettano bagliori spettrali nei vicoli deserti.
La Libia è ricca di petrolio, ma è anche un paese estremamente instabile. È in preda al caos dal 2011, quando la rivolta della primavera araba e l’intervento della Nato hanno rovesciato il regime di Gheddafi. Le zone desertiche offrono un rifugio ai jihadisti, mentre le coste sono affollate dai migranti.
Haftar era un ufficiale dell’esercito di Gheddafi, ma poi fuggì negli Stati Uniti dove ha vissuto per decenni sotto la protezione della Cia. Durante le rivolte del 2011 è tornato in Libia. Ha lanciato la sua scalata al potere promettendo di salvare Bengasi. Nel 2014, quando le milizie islamiche terrorizzavano la città, ha promesso di istituire un governo militare e liberare il paese dai jihadisti.
Armato dai suoi sostenitori stranieri, Haftar ha cominciato a reclutare combattenti tra le tribù locali, accogliendo anche gli ex ufficiali e funzionari di Gheddafi. In seguito ha ottenuto il supporto dei combattenti salafiti legati all’Arabia Saudita, rivali delle scuole islamiche contro cui lui combatteva. Haftar non ha mai ammesso la contraddizione tra la sua ostilità nei confronti dell’islam politico e le sue brigate di salafiti.
Gli accordi stretti dal maresciallo con le milizie tribali, i salafiti e gli ex seguaci di Gheddafi rischiano di avere il sopravvento sulla promessa di ristabilire un ordine pubblico laico.
Molti residenti di Bengasi sono grati a Haftar per aver riportato la sicurezza nelle strade, un sentimento sottolineato dai mezzi d’informazione a lui legati. Le immagini del volto di Haftar sono ovunque. Un canale satellitare trasmette la sua propaganda e spesso anche i sermoni dei salafiti. Le manifestazioni di piazza, organizzate ogni settimana dall’ufficio di supporto alle decisioni del governo dell’est della Libia, ricordano le espressioni di entusiasmo forzate dell’era di Gheddafi.
Un venerdì una ventina di adulti e altrettanti bambini hanno marciato per un centinaio di metri reggendo fotografie di Haftar. Poi si sono seduti svogliatamente su sedie di plastica e hanno cominciato a scandire insulti contro il presidente della Turchia.
**17 febbraio 2011 **A Bengasi cominciano delle manifestazioni di protesta contro il governo di Muammar Gheddafi, che presto sfociano in una rivolta armata.
19 marzo La Nato e altri paesi lanciano un intervento militare a sostegno dei ribelli.
20 ottobre I ribelli uccidono Gheddafi e prendono il controllo di tutta la Libia.
**11 settembre 2012 **Un gruppo di jihadisti attacca il consolato statunitense a Bengasi, uccidendo l’ambasciatore e altri tre cittadini americani.
2014 Il parlamento provvisorio, dominato dai partiti islamici, rifiuta di riconoscere il risultato delle elezioni vinte dai laici. Il nuovo parlamento si trasferisce a Tobruk e istituisce un governo rivale, che affida il controllo delle forze armate all’ex generale Khalifa Haftar.
2016 Il governo di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, formato su iniziativa delle Nazioni Unite, si insedia a Tripoli. Nonostante i tentativi di mediazione, però, continuano gli scontri fra il governo di Tripoli, sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, e quello di Tobruk, appoggiato da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
**4 aprile 2019 **Le forze di Haftar lanciano un’offensiva per conquistare Tripoli.
Durante un’intervista, un portavoce di Haftar ha chiesto a un giornalista di osservare un video che mostrava più di una decina di truculente decapitazioni. “Alcuni terroristi ora si trovano a Tripoli e si nascondono tra le milizie locali”, ha dichiarato il portavoce, il colonnello Ahmed al Mismari. “Per questo abbiamo deciso di andare a Tripoli”.
Per i giornalisti stranieri e le organizzazioni che difendono i diritti umani è molto difficile entrare a Bengasi. Per lasciare il paese gli abitanti devono ottenere un permesso ufficiale, che a volte prevede un interrogatorio da parte degli agenti della sicurezza. Alcuni sono costretti a fornire resoconti sulle persone che hanno incontrato all’estero, e a volte anche su amici e vicini di casa.
L’innominabile
Haftar fa molto affidamento sugli ex funzionari del regime di Gheddafi. Negli ultimi dieci mesi molti fedelissimi del colonnello sono tornati in Libia dall’Egitto e da altri paesi. Mentre Haftar si concentra sull’offensiva a Tripoli, la figura più importante nella gestione quotidiana del governo sembra essere Aoun al Ferjani, ex alto ufficiale dei servizi segreti di Gheddafi attualmente a capo delle agenzie per la sicurezza interna. “Non bisogna neanche pronunciare il suo nome”, ha detto un ex funzionario del governo di Haftar guardandosi alle spalle con ansia. “È il capo, è il più pericoloso di tutti”.
Il dissenso non è tollerato. Sharkasi, l’attivista in esilio a Tunisi, è stato costretto a lasciare Bengasi dopo aver pubblicato su internet un video in cui sosteneva i colloqui di pace con l’hashtag “la guerra non è la soluzione”. Altri oppositori sono stati incarcerati o licenziati da aziende controllate dallo stato.
A luglio Siham Sergiwa, una politica di 57 anni che ha studiato nel Regno Unito, ha messo in dubbio pubblicamente l’offensiva di Haftar su Tripoli. Un gruppo di uomini armati l’ha rapita la notte stessa. Sul muro della sua casa hanno scritto un avvertimento a chiunque volesse criticare l’esercito. I parenti di Sergiwa che vivono fuori dalla Libia raccontano che prima del raid la corrente elettrica è stata tagliata e che la polizia ha ignorato le richieste d’aiuto. Oggi la maggior parte dei familiari di Sergiwa pensa che la donna sia morta. Ma le autorità di Bengasi hanno detto a suo marito che Sergiwa potrebbe essere viva e gli hanno consigliato di starsene tranquillo. “Tutte le prove indicano Haftar”, ha accusato il fratello della donna, Adam Sergiwa, un medico che vive negli Stati Uniti. “Noi lo sappiamo. Tutti lo sanno. Doveva servire da lezione”. Un portavoce di Haftar ha definito l’omicidio un atto di terrorismo e ha ribadito che l’esercito del maresciallo non è coinvolto in nessun modo.
Un altro esponente del regime di Gheddafi che ora lavora con Haftar è l’ex generale dell’aeronautica Muhammad el Madani el Fakhri. Haftar lo ha autorizzato a creare un fondo d’investimenti per l’esercito. Al Madani al Fakhri ha requisito proprietà immobiliari di lusso, imposto una tassa d’ingresso di 500 dollari per i lavoratori stranieri e creato un redditizio monopolio sulla vendita di rottami metallici. Ma secondo alcuni diplomatici e imprenditori occidentali ha anche usato la sua posizione per garantirsi una partecipazione in alcune attività finanziarie private. Najem, il direttore del centro di ricerca governativo, sostiene che il generale è stato allontanato a causa di questi abusi di potere. Eppure Al Madani al Fakhri ha rappresentato Haftar ai recenti colloqui per un cessate il fuoco organizzati dalle Nazioni Unite.
Faccia da bambino
Un tempo la piccola moschea nel quartiere Al Leithi era frequentata dai leader di Ansar al Sharia, l’organizzazione jihadista che nel 2012 ha ucciso l’ambasciatore statunitense J. Christopher Stevens. Ora a celebrare la preghiera di mezzogiorno è spesso Ali al Omani, salafita di 23 anni con una faccia da bambino nonostante la barba. Come altri estremisti islamici, i salafiti che sostengono Haftar rifiutano i valori liberali come la democrazia rappresentativa o la parità dei sessi. A differenza dei jihadisti, però, predicano l’obbedienza assoluta al potere secolare, rappresentato in questo caso da Haftar. “Certo, l’esercito ci sostiene”, conferma Al Omani, ribadendo che i salafiti hanno ripristinato “il vero insegnamento del Corano”.
I democratici di Bengasi non pensano che con i salafiti la situazione sia migliorata. “I salafiti vogliono ‘purificare’ la Libia, esattamente come voleva fare Ansar al Sharia”, accusa Fathi Baja, politologo ed ex ambasciatore libico in Canada.
Al momento i salafiti si vantano di controllare le moschee e le trasmissioni religiose di Bengasi. Le brigate salafite al servizio di Haftar hanno distrutto i luoghi di culto dei sufi, che praticano un misticismo musulmano considerato un’eresia dagli ultraconservatori. L’ultimo episodio è avvenuto a gennaio a Sirte. I combattenti salafiti hanno bloccato una celebrazione per la giornata della Terra, ritenuta anch’essa eretica. Un generale vicino ai salafiti ha cercato di vietare alle donne di viaggiare senza un accompagnatore, ma dopo un’ondata di proteste il provvedimento è stato annullato.
Alcuni sostenitori di Haftar pensano che il maresciallo stia usando i salafiti come alleati temporanei e li tenga sotto controllo. Questa tesi sarebbe dimostrata da una vicenda molto nota a livello locale: nel 2018 la polizia ha fatto irruzione in un caffè di Bengasi durante un incontro organizzato da alcune utenti di Twitter. In seguito un alto funzionario della sicurezza si è scusato e Haftar ha trasferito il comandante salafita responsabile dell’operazione. Tuttavia il colonnello Naji Hamad, veterano del regime di Gheddafi e al momento direttore dell’accademia di polizia, sostiene che l’intervento fosse legittimo. Secondo lui l’incontro non rispettava la “pubblica decenza”.
Un ottimo impiego
Anche se non è più un campo di battaglia, Bengasi non si è liberata dalla violenza. Ad agosto un’autobomba ha ucciso tre dipendenti delle Nazioni Unite e altre due persone. L’organizzazione ha ritirato il suo staff dalla città. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di rapimenti frequenti, persone scomparse e omicidi compiuti da ignoti. Negli ultimi mesi del 2019 è stato ucciso un dipendente di banca e sono stati rapiti un famoso avvocato e il funzionario che si occupava della corruzione all’interno della polizia. Due donne sudanesi accusate di praticare la stregoneria sono state torturate e uccise. A ottobre è stata scoperta una fossa comune nel quartiere di Hawarri. Individuare i colpevoli di questi crimini è impossibile, ma molti abitanti accusano le milizie tribali che combattono per Haftar.
Uno dei più grandi serbatoi di combattenti è la tribù Awaqir, che oggi sfoggia la propria impunità. Alcune persone della tribù hanno ottenuto incarichi di rilievo nelle aziende controllate dal governo e perfino all’interno dell’università locale. “Gli Awaqir sono i favoriti”, spiega Najem, il direttore del centro di ricerca. “Sostengono di aver pagato un prezzo elevato e di aver pianto molti martiri. Ora chiedono una ricompensa”.
Nel 2013 gli Awaqir hanno formato il gruppo armato dei Vendicatori del sangue dopo uno scontro con una milizia islamista. I Vendicatori sono considerati i sicari di Haftar e i responsabili dei rapimenti e degli omicidi. Un portavoce di Haftar sostiene che i Vendicatori siano civili disarmati che raccolgono informazioni sui “terroristi”. Ma quando Sergiwa è stata rapita qualcuno ha scritto “Vendicatori del sangue” su un muro.
Un importante leader delle milizie Awaqir associato da molti ai Vendicatori non ha voluto rilasciare un commento. L’uomo, Ezzedine al Waqwaq, si è giustificato dicendo di essere impegnato in faccende civili. Fino al 2013 lavorava nell’edilizia, ma dopo la conquista di Bengasi da parte di Haftar ha ottenuto l’incarico di direttore dell’aeroporto, potenzialmente molto redditizio. Ora ha un lavoro ancora migliore: è il presidente della squadra di calcio di Bengasi, l’Al Nasr. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati