Nella casa di Wang Chun Yu, una pensionata di 64 anni, c’è un grande ritratto di Mao Zedong affisso al muro sopra una statuetta che lo raffigura. Sulla credenza sono appese le regole del villaggio di Nanjie. La signora Wang, che le rispetta senza difficoltà, è stata nominata cittadina modello. Sta cercando di calmare il nipotino di cinque mesi seduto sulle sue ginocchia con indosso un paio di pantaloncini aperti sul cavallo, tipici dei bambini nella Cina rurale. Da una delle camere da letto si sente la tosse della nipote di sette anni, Li Yi Ke. “Una volta dovevamo fare i contadini”, racconta Wang. “La terra ci veniva assegnata. Oggi non dobbiamo più preoccuparci di avere abbastanza da mangiare”. Wang indica la credenza, la tv, il condizionatore acceso nell’angolo. Tutte cose che le sono state assegnate.

Nanjie è un villaggio speciale: qui è tutto gratis. Tutti hanno un lavoro e un piccolo reddito, e ricevono una casa e i mobili. Su una tessera elettronica viene caricato mensilmente il denaro per fare la spesa, e un’altra carta serve a ritirare la razione di riso e spaghettini al punto di distribuzione. In cambio, tutti sono al servizio dell’economia locale.

Gli abitanti spiegano più che volentieri ai turisti provenienti da ogni angolo della Cina come funziona Nanjie, il villaggio maoista conosciuto come l’ultima comune popolare del paese. Dagli altoparlanti risuonano canti di lotta comunisti, canzoni popolari, citazioni di Mao e indicazioni su come vivere in modo sano. Nanjie è un villaggio modello. Per i visitatori più anziani è un luogo che suscita nostalgia e malinconia, per i più giovani una fonte d’ispirazione.

Un grande uomo

Nella primavera e nell’estate del 1958, i lea­der locali fecero installare ovunque in Cina delle cisterne. Quest’ordine dell’ufficio centrale del Partito comunista strappò i contadini ai campi, e molte regioni si trovarono a fare i conti con una grande carenza di manodopera. Come soluzione i leader locali crearono enormi comuni formate da diverse cooperative agricole. In visita nella provincia dello Henan, Mao Zedong ne vide una per la prima volta. La comune popolare di Zeven Li lo colpì molto. “Questo nome, ‘comune popolare’, è meraviglioso! Sulla via verso il comunismo, i nostri contadini hanno dato vita alla comune popolare come organizzazione politica ed economica. La comune popolare è una cosa straordinaria!”. Quest’affermazione spinse molti altri villaggi a organizzare la forza lavoro nello stesso modo.

Nanjie, 2017 (Greg Baker, Afp/Getty Images)

Mao avrebbe stravisto per Nanjie, proprio come il villaggio stravede per lui. La Cina continua ad amare l’uomo che la unificò, ma mentre altrove il culto della sua persona si è molto ridimensionato, qui è ancora onnipresente. “Mao era un grande uomo”, dice Wang Jing Jing, 12 anni, una studente con gli occhiali tondi e una camicia di jeans. In classe parlano del vecchio presidente cinese usando un libro scritto dalla scuola locale. L’edificio scolastico ha due piani e la classe di Jing Jing si trova al piano terra; un portico coperto percorre tutto il lato lungo. La pioggia scroscia sul tetto mentre Jing Jing recita quello che ha imparato: “Un tempo la Cina era una nazione arretrata, grazie a Mao si è evoluta. È merito suo se il paese è arrivato dov’è oggi”.

All’ingresso della scuola c’è una statua di Feng Lei, un giovane comunista che fece molti sacrifici per il partito e morì nel 1962. Gli altoparlanti diffondono il canto Prendi esempio da Feng Lei!, che tutti i cinesi conoscono dalle elementari. Jing Jing non sa ancora cosa farà da grande, dice. Forse la giornalista. “Voglio viaggiare tanto”.

Nella Repubblica popolare cinese non c’è un esperimento più riuscito di Nanjie. Con le prime riforme, all’inizio degli anni ottanta, furono privatizzati una fabbrica di mattoni e un mulino. Quando entrambi finirono sul lastrico, Wang Hongbin, leader locale del partito dal 1977, fece un’inversione di rotta e ricomprò le due aziende. Fu l’inizio di una seconda collettivizzazione dell’intero villaggio. Tra il 1980 e il 1995 l’economia di Nanjie crebbe in maniera esponenziale. Intanto Pechino si teneva al passo con i tempi, racconta Wang Hong­bin, 66 anni. Come molti cinesi della sua generazione Wang, nato e cresciuto a Nanjie, dopo le scuole elementari andò a lavorare nei campi. Ha la pelle abbronzata e lucida, e quando sorride le foglie di tè che ha tra i denti attirano l’attenzione. Che il comitato direttivo del partito apprezzi la sua fedeltà lo si capisce dal fatto che ha partecipato a tutti i congressi dal 1992 fino all’ultimo, lo scorso ottobre.

Canti comunisti alla fabbrica di spaghettini, Nanjie, 2017 (Greg Baker, Afp/Getty Images)

Il suo motto è “dentro cerchio e fuori quadrato”, parafrasando un detto cinese. “Il cerchio è inteso come connessione all’economia di mercato, mentre il quadrato ci congiunge agli interessi del nostro villaggio”, spiega Wang. Come uomo del partito, molto tempo fa ha promesso di lottare per una comunità comunista. “Un obiettivo ancora valido”, dice sorseggiando tè verde. Oggi nel villaggio, chiamato anche Nanjie Group, ci sono 26 aziende. “Il nostro obiettivo è che nessuno abbia dei risparmi propri. Questo significa che gli abitanti di Nanjie sono proprietari di tutto, anche dei mezzi di produzione”.

I tour rossi

Ai confini del villaggio c’è una fila ordinata di golf car. Gli hongse luyou, le gite rosse, partono di continuo. Il villaggio, che a quanto pare attira 500mila persone all’anno, assolve con gran fervore al suo compito propagandistico. La prima tappa è nella piazza centrale, dove i turisti possono ammirare la statua di Mao e l’arcobaleno che sovrasta la strada, affiancato dagli enormi ritratti di Marx, Lenin e Stalin. Canticchiando la musica che esce dagli altoparlanti, da uno dei veicoli scende un signore con grandi occhiali da sole gialli. “Qui è com’era una volta. Dovrebbe essere così anche da noi, nel Guangdong”, dice. Ha 79 anni ed è in vacanza con la moglie e una coppia di amici. La moglie si trascina dietro una borsa piena di spaghettini freschi, una specialità locale di cui a Nanjie vanno particolarmente fieri. E a ragione, secondo lei: “Sono squisiti!”.

Il giro continua con una mostra dedicata al villaggio. Alle pareti ci sono foto di alti dignitari in visita. Poi si riparte per raggiungere la famosa fabbrica di spaghettini. Da dietro un vetro i turisti osservano il nastro trasportatore su cui si confeziona la pasta. Infine il pezzo forte della visita: la casa dov’è cresciuto Mao Zedong, all’interno del parco. I mobili originali sono pochi, la maggior parte sono riproduzioni. Come del resto la casa perché, con grande dispiacere del villaggio, Mao non è mai stato a Nanjie. L’edificio è una replica della sua casa natale di Shaoshan, ammette la guida.

Una studente della scuola d’arte a Nanjie, 2012 (Jason Lee, Reuters/Contrasto)

Una ragazza con un abito viola crea un piccolo ingorgo facendo una domanda alla guida. Vuole sapere come fanno le persone a comprare un’auto con i 250 yuan (trenta euro) al mese che guadagnano. Non si accontenta di una risposta vaga. La guida che macchina ha? “I desideri e i valori di oggi non sono gli stessi del 1980”, insiste la ragazza. “Quando Nanjie è stata fondata, la gente non aveva tante esigenze. Da allora il paese è cambiato, non può essere riportato al sistema ancora in vigore qui”.

Disuguaglianza latente

La comune, in effetti, è un’anomalia anche in un paese comunista come la Cina. Un’anomalia importante, sostiene la donna in viola: “È un bene venire qui e ricordare i princìpi del paese”. Chi si sente ispirato dalla gita trova nella gioielleria accanto alle casse del supermercato preziosi oggetti dedicati a Mao. Niente libretti rossi o magliette con la sua immagine, ma statuette d’oro e pesanti anelli a sigillo su cui spicca un Mao talvolta giovane, talvolta più vecchio. Questi oggetti possono costare anche qualche migliaio di euro. L’articolo più popolare è la spilla, racconta Li Ting, 25 anni, da dietro il bancone. “Si porta con tutto”. La sua voce delicata stride con la giacca di pelle che indossa. Non vorrebbe vivere in nessun altro posto, dice. “Qui ti danno tutto. Devi solo lavorare per poterti comprare i vestiti”.

Il sistema maoista funziona davvero? Tutti i mezzi di produzione, vale a dire tutte le 26 fabbriche, sono al servizio del villaggio. La fabbrica degli spaghettini è frutto di una collaborazione tra l’Henan Nanjiecun e la giapponese TOM Company. I prodotti sono sviluppati in Giappone. L’innovazione di cui la Cina ha tanto bisogno non c’è nella cartiera, nella birreria, nella tipografia né nelle imprese dedicate al settore alimentare e all’imballaggio. C’è uno stabilimento farmaceutico, ma non è chiaro cosa produca.

Il funzionario Lei Xiujuan, che è anche un giornalista della tv e del giornale locali, mostra l’ambulatorio del villaggio. Qui si usa soprattutto la medicina tradizionale cinese. Non a caso, infatti, nell’atrio è appesa una famosa citazione di Mao, grande sostenitore della medicina tradizionale: “La medicina cinese è uno dei tre contributi al mondo!”. Ci sono lampade per trattare i dolori alle articolazioni, una cabina a vapore e una terapista che massaggia un paziente con un sorriso raggiante.

“Tutto gratis!”, ripetono la guida, la direttrice dell’ambulatorio e tutti gli abitanti del villaggio con cui parlo. Se c’è qualcosa che la medicina cinese non può risolvere, allora il paziente può andare in un ospedale in città. A spese di Nanjie, naturalmente. Mentre mi fa sistemare sullo sgabello in modo da potersi dedicare alla mia schiena, la massaggiatrice Bi Xiaofang, 34 anni, racconta di non essere originaria di Nanjie ma, come il marito, di vivere e lavorare qui da anni. Si sente parte del villaggio. Sul giornale locale racconta la sua vita di madre di una bambina di otto anni. Spera di ottenere prima o poi un hukou locale, il certificato di residenza con cui poter accedere gratis ai servizi.

Nanjie, 2017 (Greg Baker, Afp/Getty Images)

Bi Xiaofang non è l’unica a lavorare a Nanjie ricevendo un “normale” stipendio. Secondo Lei Xiujuan, il villaggio ha 3.700 abitanti (tra i quali mille operai) e circa settemila lavoratori arrivati da fuori. Questo porta a una disuguaglianza latente. Gli immigrati lavorano in una sorta di sistema capitalistico parallelo, spiegano i ricercatori Shizheng Feng e Yang Su, dell’università popolare di Pechino e dell’università della California, in un rapporto del 2013. Non ricevono la casa gratis né una tessera per la spesa; in compenso hanno uno stipendio più alto. Al contrario degli abitanti con l’hukou, non godono del valore aggiunto che creano con il loro lavoro. Questo sfruttamento capitalistico rimane per lo più nascosto dietro all’immagine ugualitaria della comune, scrivono i ricercatori.

Due di questi “forestieri” sono Zhang, 59 anni, e Wang, 64. In una fabbrica d’imballaggi, con una specie di forcone tentano di stivare in una pressa carta e cartone usati. In realtà sono contadini, raccontano. “Ma oggi una macchina fa il nostro lavoro in pochi giorni”. Quando non sono nei campi lavorano qui. Due volte all’anno la macchina raccoglie il riso e il mais nei terreni, fruttandogli mille yuan (130 euro) a raccolto. “Qui ne guadagniamo mille al mese”. Quando finalmente la pressa forma una balla di carta, è l’ora della valutazione. Gli operai in tuta blu si dispongono su due file, poi il caporeparto fa un bilancio della giornata sulla base della produttività e degli incidenti sul lavoro. “Oggi in una postazione è suonato un cellulare. Sapete bene che non sono permessi cellulari sul lavoro!”, esclama. Dalle due file nessuna reazione.

Nelle città cinesi si guadagna più che in campagna, e gli immigrati lo sanno. Si tratta di una formula di successo rodata che al governo piace applicare alle nuove aree urbane. Nel caso di Nanjie la situazione è un po’ diversa: nelle città gli immigrati non hanno gli stessi diritti degli abitanti del posto, ma hanno le stesse opportunità; a Nanjie non hanno nessuna possibilità di migliorare, di guadagnare di più, di avere voce in capitolo nell’amministrazione del villaggio o nelle aziende.

I manager di una fabbrica cantano prima di cominciare a lavorare, Nanjie, 2017  (Greg Baker, Afp/Getty Images)

Cittadina modello

Dietro il vetro all’ingresso della casa della signora Wang Chun Yu compaiono due facce sorridenti. La porta non è chiusa a chiave e con un gran vocio entrano due donne seguite da altre signore e da un uomo. Hanno sciarpe colorate, cappelli rossi, grandi occhiali da sole e tuniche e magliette alla moda che risaltano rispetto ai vestiti modesti degli abitanti di Nanjie. Da cittadina modello, la signora Wang riceve spesso le visite dei turisti, dice rassegnata. Le donne curiosano tra le sue cose, infilano la testa in cucina e nella camera dei bambini.

Vengono da Wuhan, dice l’uomo, che ha una macchina fotografica enorme al collo. Malinconico, racconta di come Mao avesse sempre sostenuto questo tipo di vita. Il divario tra ricchi e poveri qui è molto minore che nel resto del paese. “È a questo che Deng Xiaoping voleva arrivare”. Gli piacerebbe che il sistema marxista fosse applicato anche nella sua città. “Le persone della mia generazione hanno nostalgia dei tempi andati”. Secondo lui le idee tradizionali possono convivere con l’apertura economica e lo sviluppo. “Ma solo se lo vuole il governo centrale”.

“Tutto gratis!”, ripetono la guida, la direttrice dell’ambulatorio e tutti gli abitanti del paese con cui parlo

Nella piazza da dove partono i pullman turistici risuona il discorso di Wang, il giovane eroe del villaggio. È una sfilza di esclamazioni ispirate a Mao, come “Preferisco costruire una montagna d’oro per la comunità che mezzo mattone per me stesso” e “Dai tutta la tua vita al partito!”. Il giovane Wang tiene in riga gli abitanti del villaggio obbligandoli a frequentare ogni settimana un gruppo di studio. Ogni gruppo si dedica alle parole di Mao. Cosa succede se qualcuno non è d’accordo con quelle affermazioni? O se qualcuno ha delle ambizioni? O se vuole avviare un’azienda o entrare in politica? “È impossibile convincere tutti delle nostre idee. Ma la maggior parte delle persone è d’accordo, e questa è la dimostrazione che abbiamo ragione”, dice Wang.

Chi non vuole vivere a Nanjie, naturalmente può andarsene. Ma mandare via chi la pensa diversamente è molto più complicato. Con il sistema cinese di registrazione di famiglia è difficile revocare l’hukou a qualcuno. Il governo locale lavora quindi con un sistema a stelle: a ogni famiglia vengono assegnate dieci stelle che, in caso di comportamento scorretto, possono essere revocate.

Il trucco

Cos’è importante per Mao? “Lealtà, onestà, lavoro duro”. Mentre lo dice, la commessa Ting Ting si batte il petto con il pugno. E di cosa si parla nei gruppi di studio? Scrolla le spalle e dice: “Non ci vado mai”. La cosa peggiore che può capitare è che il suo supervisore la critichi e le tolga una stella. Perdere una stella significa perdere un privilegio, per esempio gli spaghettini gratis. E se si rimane senza stelle? “Allora magari vengono a casa a controllare se ho pulito bene”. Quella di Ting Ting è solo in parte una battuta, perché controlli simili esistono davvero.

Nanjie è un esempio arcaico di come la Repubblica popolare avrebbe potuto funzionare se Mao l’avesse avuta vinta. Ma Nanjie bara continuando a presentarsi come storia di successo economico. Senza i lavoratori arrivati da fuori e le grandi somme di denaro “investite” finora dal governo centrale, infatti, il sistema maoista del villaggio sarebbe crollato già da tempo.

Da sapere
Il grande balzo in avanti

◆ La prima comune popolare fu istituita nel 1958, durante la campagna del Grande balzo in avanti voluta dal presidente Mao Zedong e durata fino al 1962. La campagna mirava a trasformare in poco tempo la Cina da paese agricolo a paese socialista attraverso l’industrializzazione e la collettivizzazione. Ogni comune univa diverse cooperative rurali e migliaia di famiglie. Tutte le proprietà erano condivise e il loro lavoro contribuiva al sostentamento della comunità. Dal 1983 cominciarono a essere sostituite dalle municipalità di villaggio.


Dieci anni fa il fatturato del Nanjie Group è calato e nel loro studio i ricercatori Shizheng Feng e Yang Su scrivono che gran parte delle fabbriche non registra alcun profitto. Sembra che sia stata una maggiore cooperazione con i mercati esterni al villaggio a salvare le aziende. “Abbiamo bisogno del mercato. Senza il mercato le nostre aziende non andrebbero avanti”, dice Wang sfatando il mito del villaggio maoista autarchico.

La signora Wang ammira il leader. Ha visto come ha cambiato il villaggio. “La mia famiglia non aveva soldi, non sono andata a scuola. Cosa ne so di politica?”. A contare, per lei, sono le dispense piene e gli studi di medicina che sua figlia si è potuta permettere trasferendosi nella grande città. Sua figlia, la madre del bambino che tiene in braccio e della bambina che tossisce in camera da letto, ora lavora nello stabilimento farmaceutico. È tornata a Nanjie per il sostentamento garantito, e per senso di responsabilità verso i genitori.

La gente qui è felice, dice la signora Wang. “Anche se me ne sto semplicemente seduta qui, io sono contenta”. Sorride scoprendo un paio di denti neri. Il nipote ha fatto scappare i turisti con degli strilli acuti e sta ancora singhiozzando. Seduto sulle ginocchia della nonna fa pipì, che finisce allegramente sul pavimento in linoleum. ◆ vf

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati