Valdemira Telma ha messo radici in un angolo del quartiere Pelourinho, probabilmente il più vivace della città più nera fuori dell’Africa. Dal cuore di Salvador da Bahia la donna si affaccia a una piccola finestra e grida con la voce roca: “Seja bem vinda, meu amor”, benvenuta, amore mio.

Telma fa la parrucchiera, ma il suo non è un salone qualsiasi. Indossa un vestito giallo chiaro a motivi africani color caffè che la copre dal petto alle caviglie: su internet lo chiamano african print. Porta due lunghe collane di perline colorate che simboleggiano gli orixas, le divinità yoruba che la proteggono. Al dito medio di entrambe le mani, le stesse che usa per intrecciare i capelli delle donne che vanno nel suo negozio, ha un anello enorme. Quasi tutti la conoscono come la Negra Jhô: è la regina di uno dei luoghi più tradizionali del Brasile. Ma non è stato sempre così, né per lei né per il quartiere.

Telma ha più di 60 anni, e da quando era bambina ha sempre saputo che avrebbe sofferto. Ne ha avuto la conferma quando, a soli cinque anni, affrontò il dolore per la morte della madre. All’epoca viveva in un quilombo, una comunità brasiliana fondata da ex schiavi, e tutti la chiamavano Jhon, un nome maschile. Le zie che si presero cura di lei quando rimase orfana le dicevano che aveva il naso e le labbra grossi, che sembrava un maschio e una scimmia, perché i suoi capelli ricci non si allungavano.

Quando le chiedo come mai oggi, più di cinquant’anni dopo, è una delle icone dell’estetica afro in città, mi risponde che è proprio perché ha sofferto per tanti anni. Telma è diventata una specie di camaleonte in grado di camuffare le sue ferite. “Dicono che i nostri capelli siano difficili, ma non sanno che in realtà sono molto forti”, afferma. Dalle ferite del passato è nata la Negra Jhô.

Narratori diversi

Gran parte della storia nera del continente americano è cominciata con la fondazione di São Salvador da Bahia de Todos os Santos, la prima capitale del Brasile. Lungo le stradine ripide e acciottolate del Pelourinho, dove oggi migliaia di turisti ammirano la bellezza che lo ha reso patrimonio dell’umanità, un tempo scorreva il sangue. Il nome stesso del quartiere, che significa gogna, porta con sé il retaggio di quel dolore. Pelourinho era un luogo di punizione, dove le persone che dalla metà del cinquecento furono portate come schiave dall’Africa per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero erano sottoposte a torture. Oggi gli eredi di quel passato riscrivono la storia del posto, anche grazie al cosiddetto afroturismo.

Salvador è una delle mete più popolari del Brasile. Ogni anno milioni di persone sono attirate dalle sue spiagge paradisiache, dall’architettura coloniale e dalla gastronomia. Ma a distinguerla da altri posti è la possibilità di entrare in contatto con la cultura afrobrasiliana, che è radicata soprattutto nella zona nordorientale del paese. L’80 per cento della popolazione della regione s’identifica come nera e questo ha spinto Salvador a rivendicare il titolo di “capitale afro”.

Una roda di capoeira nel quartiere Pelourinho. Salvador, luglio 2024  (Leonardo Carrato)

Isabel Aquino, ex funzionaria del dipartimento della cultura e del turismo di Salvador, e una delle promotrici del progetto, spiega che dal punto di vista economico e storico la popolazione nera non è mai stata al centro dell’attività più importante della città. “I neri non sono proprietari di ristoranti, alberghi o agenzie di viaggi. I loro prodotti e servizi sono proposti quasi sempre con la mediazione di un operatore turistico, che nella maggior parte dei casi è bianco e conservatore”, dice. Fino a poco tempo fa chi promuoveva la cultura afrobrasiliana era strumentalizzato e restava escluso dagli incarichi di responsabilità nell’amministrazione.

Secondo i dati ufficiali, nel 2022 le persone afrodiscendenti formavano più dell’80 per cento della forza lavoro dello stato di Bahia; paradossalmente, però, nella comunità c’era anche un tasso di disoccupazione superiore all’85 per cento. Venti donne nere su cento non hanno un lavoro formale. Ecco perché il progetto Salvador capital afro, sostenuto dal comune di Salvador, vuole che siano le persone nere a raccontare la loro storia attraverso il territorio.

Donne e resistenza

“È la prima volta che la città riconosce l’eredità africana come la sua risorsa più importante. Non sono le spiagge o il carnevale: è la cultura a rendere Salvador una città unica in Brasile”, spiega Sueli Conceiçao, una delle guide che da anni raccontano la storia nera ai turisti. È anche l’ideatrice di Rolê afro, una serie di tour ed esperienze incentrate sulla cultura africana in città. “L’industria del turismo, fatta di persone bianche e grandi imprenditori, non ci ha mai considerato con attenzione. Non ci ha mai coinvolti come gestori o negoziatori. Oggi parliamo di black money, di empowerment, di visibilità delle persone nere, di formazione, di equità e di genere”, aggiunge Sueli. Uno degli itinerari che ha ideato, Eroine nere, rende omaggio alle donne che hanno segnato e ancora segnano il corso della storia locale.

Il tour comincia di fronte a una statua alta quasi tre metri dedicata a María Felipa de Oliveira, figura centrale della resistenza all’occupazione portoghese in Brasile durante la lotta per l’indipendenza all’inizio dell’ottocento. Il monumento, inaugurato nel 2023, sorge sulle rive dell’oceano, in quella che è nota come città bassa, ed è rivolto verso l’isola di Itaparica. Da lì Sueli porta i visitatori a scoprire la storia delle _ bahianas_, che con i loro abiti bianchi sono uno dei simboli di Salvador. Vestite con la gonna ampia, la blusa e il turbante, preparano per le strade della città un piatto tradizionale, l’acarajé, che è un impasto di fagioli, gamberetti e olio di palma. All’epoca della schiavitù fu proprio la vendita di cibo a permettere alle persone trasportate con la forza dall’Africa di pagare per la loro liberazione, la cosiddetta alforría.

Il tour prevede una tappa nel salone della Negra Jhô. Oggi le strade del Pelourinho sono piene di donne che fanno le treccine ai capelli, ma negli anni ottanta fu Telma a valorizzare per prima le acconciature afro. All’epoca portare le treccine o i capelli al naturale non era ben visto. Eppure lei, abituata a sfidare le convenzioni, aprì la strada all’affermazione di un’estetica che fino ad allora era stata rifiutata.

Valdemira Telma nel suo salone da parrucchiera nel quartiere Pelourinho. Salvador, luglio 2024  (Leonardo Carrato)

L’iniziativa Salvador capital afro è molto più di uno slogan pubblicitario. È un tentativo di elaborare e attuare una politica pubblica di riparazione. Maylla Pita, responsabile della cultura a Salvador e del progetto, spiega che l’obiettivo è il riconoscimento della sofferenza storica delle comunità nere in Brasile, l’ultimo paese ad aver abolito la schiavitù nel continente. Ai neri, che oggi rappresentano il 55 per cento della popolazione, furono negati i diritti fondamentali.

Tra il 2017 e il 2018 l’amministrazione comunale e vari rappresentanti della società civile hanno organizzato una serie di incontri pubblici per favorire il dialogo diretto con le comunità. “Abbiamo riunito più di duecento leader neri tra imprenditori, agenti di viaggio, artisti e operatori culturali e abbiamo elaborato un documento noto come Piano di sviluppo dell’afroturismo della città di Salvador”, racconta Pita. Uno dei primi problemi individuati è stato quello della sostenibilità delle imprese afro, che a quei tempi non duravano più di tre anni: “C’è una grande difficoltà in termini di gestione finanziaria, logistica, capacità di produzione, accesso alle piattaforme commerciali”.

Una lotta che continua

Nonostante questo Salvador è stata riconosciuta come miglior destinazione creativa del mondo. Quindi cosa succede alla popolazione nera che resta fuori da quei circuiti e che non vive di turismo? Pita ammette che, considerando la disuguaglianza che ha segnato la storia della città, le politiche di riparazione hanno l’obiettivo di garantire l’accesso ai diritti sociali fondamentali. Lo squilibrio tra bianchi e neri è evidente: osservando i dati sui livelli di istruzione, abbandono scolastico e analfabetismo, è chiaro che la popolazione nera è più vulnerabile.

“Salvador è una città divisa: chi ha molti soldi continua a guadagnare molto e chi non ha nulla rimane sempre nella stessa situazione”, racconta Eldon Neves mentre percorriamo le labirintiche strade del quartiere Gamboa, una comunità di pescatori da dove s’intravedono gli edifici di lusso dei dintorni. “Nella città alta, che va dal Pelourinho fino alla zona più esclusiva del Corredor da Vitória, le case costano e i servizi pubblici funzionano. Dall’altra parte, c’è la precarietà”.

Neves, 33 anni, è un museologo, figlio di educatori e attivisti. Oggi è uno dei protagonisti dell’afroturismo e il promotore dello slogan “la memoria è futuro”. Ci guida per la città per ricostruire la sua storia nera, lontano dalle mete dei dépliant turistici ufficiali. Una voce come la sua ha un peso specifico: Salvador è la capitale brasiliana con la maggior quantità di morti violente tra gli uomini. Il 65 per cento di quelli che muoiono per ferite da arma da fuoco in città sono neri.

Neves sottolinea il ruolo della diaspora africana nella formazione del Brasile e nei processi indipendentisti, le rivolte dei neri dell’ottocento per l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza. Una lotta che sembra non essere ancora finita: oggi si è spostata negli spazi economici che storicamente hanno relegato la comunità afrodiscendente ai margini.

“Imprenditorialità significa rendere possibile l’impossibile. E le persone nere non sono entrate nel mondo degli affari per arricchirsi, ma solo per sopravvivere”, dice Neves mentre ci guida attraverso il mercato di San Joaquín sotto una pioggia torrenziale. “Ci troviamo nel più grande mercato popolare della città. Qui il 99,9 per cento delle attività sono gestite da neri”.

San Joaquín, che si estende per dieci isolati, è un labirinto in cui si concentrano l’essenza e la storia di Salvador. L’aria è intrisa del profumo di gamberetti essiccati, olio di palma, erbe e frutti, e dell’aroma degli stufati preparati sul fuoco dalle _ bahianas_. Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1888 in Brasile i mercati sono diventati degli spazi comunitari e una fonte di sostentamento.

A pochi metri di distanza il quartiere Liberdade è considerato il più nero di Salvador. Per le sue strade, che risalgono all’ottocento, sfilarono le truppe che celebrarono l’indipendenza dalla corona portoghese. Ma ci si stabilirono anche le persone un tempo ridotte in schiavitù.

Oggi la zona è una delle aree più popolose della città e il governo l’ha riconosciuta come territorio nazionale della cultura afrobrasiliana. “È uno spazio di resilienza e resistenza”, afferma Neves. Il quartiere, fatto di salite, botteghe popolari, strade acciottolate e case umili, è anche la sede del primo cinema per persone nere e di Ilê Aiyê, il primo gruppo afrobrasiliano del carnevale di Bahia.

La fine della schiavitù non significò l’integrazione dei neri nella società brasiliana né il rispetto dei loro diritti civili. Il razzismo era così interiorizzato nel paese che durante la dittatura militare dal 1964 al 1985 il regime (che negava l’esistenza del razzismo) eliminò dal censimento la domanda sul colore della pelle e represse i movimenti civili dei neri. Per questo, nel 1974, Ilê Aiyê creò uno spazio di arte, musica, danza e festa. Era una scommessa politica.

Cinquant’anni dopo, le comunità nere sono il motore dell’economia, dell’identità e della creatività che definiscono Salvador. Oggi migliaia di persone desiderano visitare questa città portuale, che per secoli fu teatro delle sofferenze di migliaia di africani strappati alle loro terre. I nipoti e pronipoti di quegli uomini e di quelle donne continuano a far vivere la capitale afroamericana dell’America Latina e ad ammirare la bellezza nera, difesa con orgoglio dalla Negra Jhô. ◆ gz

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati