Tre mesi fa in pochi sapevano dell’esistenza del Sars-CoV-2. Oggi questo virus si è diffuso in quasi tutti i paesi del mondo e ha contagiato almeno 880mila persone. Ha mandato in crisi economie e sistemi sanitari, riempito gli ospedali e svuotato gli spazi pubblici. Ha allontanato le persone dai loro posti di lavoro e dai loro amici. Ha sconvolto la società in un modo che alla maggior parte di noi non era mai capitato di vedere. Tra non molto, negli Stati Uniti tutti conosceranno qualcuno che è stato contagiato dal virus. Come la seconda guerra mondiale e gli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001, questa pandemia ha già lasciato un segno indelebile nella psiche degli statunitensi. Un contagio globale di queste dimensioni era inevitabile. Negli ultimi anni centinaia di esperti di sanità lo avevano previsto nei loro libri, rapporti e commenti. Bill Gates lo ha detto più volte a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo, compresi gli oltre venti milioni di persone che hanno visto la sua conferenza Ted del 2015. Nel 2018 ho scritto un articolo per l’Atlantic in cui sostenevo che gli Stati Uniti non erano pronti per la pandemia che prima o poi sarebbe arrivata. A ottobre del 2019 il Johns Hopkins center for health security ha pubblicato uno studio in cui simulava cosa sarebbe potuto accadere se un nuovo coronavirus si fosse diffuso in tutto il mondo. Poi è successo, l’ipotesi è diventata realtà. E ora? La sera del 23 marzo, che adesso sembra un passato lontano, stavo parlando della pandemia con un’amica incinta che avrebbe partorito a giorni. Ci siamo resi conto che suo figlio avrebbe fatto parte di una nuova generazione nata in una società profondamente alterata dal Covid-19. Abbiamo deciso di chiamarla generazione C. La vita della generazione C sarà plasmata dalle scelte che verranno fatte nelle prossime settimane, e dalle perdite che subiremo per effetto di quelle scelte. Ma prima è utile fare un breve riassunto della situazione. Sul Global health security index, un rapporto che valuta tutti i paesi in base alla loro preparazione alle pandemie, gli Stati Uniti hanno il punteggio di 83,5, il più alto in assoluto. Ricchi, forti, “sviluppati”, dovevano essere più pronti di qualsiasi altro paese. Ma questa illusione è andata in fumo nel giro di poco. L’America ha avuto mesi per prepararsi mentre il virus si diffondeva altrove, ma quando è stata messa alla prova ha fallito. “Un virus come questo avrebbe messo in difficoltà anche i sistemi sanitari più preparati”, sostiene Nahid Bhadelia, infettivologa dell’università di Boston. Più trasmissibile e letale di quello che causa l’influenza stagionale, il Sars-CoV-2 è anche più subdolo, perché fa passare diversi giorni prima di scatenare sintomi evidenti. Per contenere un agente patogeno di questo tipo, le autorità sanitarie devono sviluppare un test diagnostico e usarlo per individuare chi è stato contagiato, isolarlo e rintracciare le persone con cui è entrato in contatto nei giorni precedenti. È quello che hanno fatto Corea del Sud, Singapore e Hong Kong, con ottimi risultati. Gli Stati Uniti non l’hanno fatto. A febbraio i Centers for disease control and prevention, la massima autorità sanitaria americana, hanno sviluppato e distribuito agli ospedali un test difettoso. Alcuni laboratori indipendenti hanno realizzato degli esami alternativi, ma sono rimasti impantanati nella burocrazia. In un mese cruciale, in cui il numero dei contagiati cresceva rapidamente, a pochissimi è stato fatto il tampone. Che un paese all’avanguardia nel campo della biomedicina come gli Stati Uniti non riuscisse a creare un semplicissimo test diagnostico era, letteralmente, inimmaginabile. “Nessuna simulazione, a quanto ne so, aveva preso in considerazione la possibilità che ci fossero problemi con i test”, dice Alexandra Phelan dell’università di Georgetown, che si occupa delle questioni giuridiche e politiche collegate alle malattie infettive. Catena di errori Questo fallimento è stato il peccato originale degli Stati Uniti nella lotta contro il virus, l’errore che ha indebolito tutte le altre contromisure. Se le autorità sanitarie avessero potuto seguire le tracce della diffusione del virus, gli ospedali avrebbero potuto mettere in atto i loro protocolli per la pandemia: preparare reparti speciali, fare scorta dei materiali necessari, assumere nuovo personale e creare strutture specifiche per i malati di Covid-19. E invece un sistema sanitario che già in condizioni normali lavora a pieno regime – e che era già stato messo in difficoltà da una forte ondata di influenza stagionale – si è trovato improvvisamente ad affrontare un virus al quale era stato permesso di diffondersi in modo incontrollato in tutto il paese. Gli ospedali, già in difficoltà, si sono riempiti di nuovi pazienti. Dispositivi di protezione basilari, come le mascherine, le tute e i guanti, si sono esauriti in fretta. Poi hanno cominciato a mancare i letti e i respiratori che permettono di tenere in vita i pazienti quando i loro polmoni sono attaccati dal virus. Il sistema sanitario statunitense si fonda sul presupposto che durante un’emergenza gli stati che non sono stati colpiti possono aiutare quelli in difficoltà. Il principio funziona nei casi di catastrofi localizzate come gli uragani, ma non per una pandemia che si diffonde in tutti i cinquanta stati. La collaborazione ha lasciato il posto alla competizione, alcuni ospedali – allarmati dal rapido peggioramento della situazione – hanno comprato grandi quantità di forniture mediche, proprio come i consumatori che presi dal panico hanno arraffato tutta la carta igienica che trovavano. In parte questo succede perché alla Casa Bianca le persone con una competenza scientifica ormai si contano sulle dita di una mano. L’ufficio per la preparazione alle pandemie, che faceva parte del Consiglio per la sicurezza nazionale, è stato chiuso dall’amministrazione Trump nel 2018. Il 28 gennaio la scienziata Luciana Borio, che lavorava in quell’ufficio, ha invitato il governo ad “agire subito per impedire un’epidemia”, e in particolare a collaborare con il settore privato per realizzare rapidamente test affidabili. I suoi avvertimenti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal ma non sono arrivati al presidente. Alla deriva, colti alla sprovvista e senza una guida, gli Stati Uniti hanno gestito la crisi del Covid-19 peggio di quanto temesse ogni esperto con il quale ho parlato. “Come americano sono inorridito”, dice Seth Berkley, un epidemiologo che dirige Gavi, un’organizzazione che promuove l’accesso ai vaccini. “Nel mondo industrializzato potremmo essere quelli che si trovano ad affrontare l’epidemia peggiore”. Come evitare il collasso Per il paese sarà difficile – ma non impossibile – recuperare. Per il futuro a breve termine c’è poco da fare, perché il Covid-19 è una malattia lenta e lunga. Il numero delle persone contagiate ha cominciato a crescere in modo esponenziale. Il 1 aprile i casi accertati erano circa duecentomila, ma è difficile da stabilire quanti siano davvero gli infettati. Il personale sanitario sta già osservando segni preoccupanti: le scorte si riducono, il numero di pazienti aumenta, e anche quello dei medici e degli infermieri contagiati. Osservando Italia e Spagna si ha un’idea di quello che potrebbe succedere negli Stati Uniti. Lì gli ospedali sono a corto di spazio e personale. Non potendo curare tutti, i medici sono costretti a dare la priorità a chi ha più probabilità di sopravvivere, lasciando morire gli altri. In rapporto alla popolazione, gli Stati Uniti hanno meno posti letto dell’Italia. Uno studio pubblicato dall’Imperial college di Londra è arrivato alla conclusione che se la pandemia dovesse diffondersi in modo incontrollato, già ad aprile non avranno più posti letto. Alla fine di giugno per ogni posto di terapia intensiva disponibile ci saranno 15 pazienti affetti da Covid-19 che ne avranno bisogno. Alla fine dell’estate la malattia avrà causato la morte di 2,2 milioni di americani, senza contare che gli ospedali non saranno in grado di curare chi arriva da loro dopo aver avuto un infarto, un ictus o un incidente stradale. Questa è l’ipotesi peggiore. Per evitare che si verifichi, devono succedere quattro cose, e al più presto. La prima, e più importante, è produrre in poco tempo mascherine, guanti e altri strumenti protettivi, perché se gli operatori sanitari si ammaleranno la situazione precipiterà. In alcune zone del paese i medici sono costretti a riusare le mascherine dei pazienti, a fabbricarsele da soli in casa o a chiedere donazioni alle loro comunità. Questi materiali scarseggiano perché sono fabbricati su ordinazione e dipendono da complesse catene logistiche internazionali, che ora sono sotto pressione. Gli Stati Uniti stanno già attingendo alla Strategic national stockpile, la riserva di attrezzature mediche, soprattutto per aiutare le zone più colpite. Le scorte, però, non sono infinite. Alcune aziende si stanno dando da fare, ma i loro sforzi sono irrisori e mal distribuiti. “C’è bisogno di un’imponente operazione logistica in tutto il paese”, sostiene Thomas Inglesby della Johns Hopkins Bloomberg school of public health. Una strategia simile non può essere gestita dai funzionari inesperti della Casa Bianca. Secondo Inglesby, bisogna coinvolgere la Defense logistics agency, un’agenzia che assiste i soldati statunitensi nelle missioni all’estero e che nel 2014 si è resa utile durante l’epidemia di ebola. Quest’agenzia può anche gestire la seconda necessità del momento: una produzione su larga scala di test diagnostici. Finora i test hanno tardato ad arrivare perché mancavano tante cose: le mascherine per proteggere le persone che li fanno, i tamponi nasofaringei per effettuare i prelievi, i kit per estrarre il materiale genetico del virus, i reagenti chimici e il personale specializzato. Su alcune lacune si è cominciato a intervenire. La Food and drug administration, l’ente che si occupa di regolamentare i prodotti farmaceutici, ha deciso di velocizzare la procedura per approvare i test creati dai laboratori privati. Almeno uno di questi test può dare risultati in pochi minuti, consentendo, potenzialmente, ai medici di sapere se il paziente che hanno di fronte è affetto da Covid-19. Il 6 marzo Trump dichiarava che “tutti quelli che lo desiderano potranno farsi fare il tampone”. Ma non era (e non è ancora) vero, e i suoi stessi funzionari si sono affrettati a correggerlo. Nonostante questo, molte persone in preda all’ansia hanno continuato ad affollare gli ospedali per sottoporsi a test che non esistevano. “Molti lo chiedevano anche se non avevano sintomi o se erano stati seduti vicino a qualcuno che aveva la tosse”, spiega Saskia Popescu, una ricercatrice della George Mason university. Altri avevano semplicemente un raffreddore, ma i medici dovevano comunque indossare le mascherine per visitarli, sprecando le loro riserve. “In questo modo si è messo in affanno il sistema sanitario”, continua Popescu. Anche adesso che le scorte stanno aumentando, i tamponi vanno usati con parsimonia. La priorità, dice Marc Lipsitch dell’università di Harvard, va data agli operatori sanitari e ai pazienti ricoverati, per permettere agli ospedali di spegnere i focolai già divampati. Solo in seguito, quando il contagio rallenterà, si potranno effettuare i test in modo più diffuso. “Non è possibile fare i tamponi a tutti”, aggiunge Inglesby. Queste misure richiederanno pazienza. Nel frattempo la pandemia accelererà mandando in crisi il sistema sanitario, o rallenterà a livelli sostenibili. L’esito – e il destino del paese – dipende dalla terza condizione necessaria: il distanziamento sociale. Convincere un intero paese a stare a casa volontariamente per settimane non è facile e, visto che non c’erano direttive chiare della Casa Bianca, i sindaci, i governatori e i datori di lavoro hanno dovuto decidere da soli. La maggior parte degli stati ha vietato i grandi assembramenti, chiuso le scuole e i ristoranti e ordinato alle persone di stare a casa. Almeno trenta stati hanno ordinato qualche forma di quarantena. Eppure molti cittadini continuano ad affollare gli spazi pubblici. In questi momenti, quando il bene di tutti dipende dal sacrificio di molti, un coordinamento ben definito è essenziale, e questa è la quarta necessità. Le autorità devono fare in modo che le persone capiscano l’importanza del distanziamento sociale e che siano rassicurate e informate. Invece Trump ha spesso sminuito la gravità della situazione, dicendo ai cittadini “è tutto sotto controllo” quando non era affatto così, e sostenendo che i contagi stavano “scendendo quasi a zero” quando in realtà stavano aumentando. Ha perfino proposto di usare farmaci di cui bisogna ancora dimostrare l’efficacia. Trump e il dottore Lontano dai riflettori, però, sembra che il presidente stia prestando ascolto ad Anthony Fauci, il direttore del National institute of allergy and infectious diseases. Fauci ha fatto da consulente sulle nuove epidemie per tutti i presidenti da Ronald Reagan in poi, e oggi fa parte della squadra che si riunisce con Trump ogni due giorni. “Ha il suo stile, mettiamola così”, mi ha detto Fauci parlando di Trump, “ma finora ha più o meno accolto tutti i consigli che gli ho dato”. Se Trump non cambierà idea, se gli americani rispetteranno le regole sul distanziamento sociale, se verranno prodotti più test e se ci saranno abbastanza mascherine, il paese potrebbe smentire le previsioni più cupe sull’epidemia e tenere il virus sotto controllo, almeno per il momento. Nessuno sa quanto tempo ci vorrà, ma non sarà poco. “Potrebbero volerci da quattro settimane a tre mesi”, spiega Fauci, “ma non ci metterei la mano sul fuoco”. Neanche una risposta perfetta riuscirà a mettere fine alla pandemia. Finché il virus resterà “in giro”, c’è la possibilità che un viaggiatore infetto riaccenda la scintilla in paesi che avevano estinto l’incendio. Sembra che stia succedendo in Cina, a Singapore e in altri paesi asiatici dove il virus si credeva sotto controllo. Data questa premessa, la partita potrebbe finire in tre modi: uno è abbastanza improbabile, un altro è pericoloso e l’ultimo richiede molto tempo. Nel primo scenario tutti i paesi riescono contemporaneamente a mettere in ginocchio il virus, come successe con la Sindrome respiratoria acuta grave (Sars) nel 2003. Ma vista la diffusione del nuovo coronavirus, e considerando che molti paesi non la stanno affrontando nel modo giusto, la probabilità che tutto il mondo riesca a controllare la pandemia simultaneamente è minima. Nel secondo scenario il virus si comporta come le influenze del passato, cioè attraversa il pianeta come una furia e si lascia alle spalle abbastanza sopravvissuti immuni che gli rendono difficile trovare nuovi ospiti sani da attaccare. È la soluzione dell’immunità di gregge, che sarebbe rapida e quindi può sembrare allettante. Ma comporterebbe costi altissimi: il Sars-CoV-2 è più trasmissibile e letale della normale influenza, e probabilmente si lascerebbe dietro una scia di milioni di morti e di sistemi sanitari devastati. All’inizio il Regno Unito aveva valutato questa strategia, ma ha fatto marcia indietro quando sono stati elaborati dei modelli di previsione. In alcuni momenti è sembrato che anche gli Stati Uniti la stessero prendendo in considerazione. Verso il vaccino Nel terzo scenario il mondo cerca di tenere a freno l’epidemia fino a quando non ci sarà un vaccino. È la soluzione migliore, ma è la più complicata ed è quella che richiede più tempo. Tanto per cominciare, presuppone la creazione di un vaccino. Al momento non esistono vaccini contro i coronavirus – finora questi i virus avevano provocato malattie lievi o rare –, quindi i ricercatori sono partiti da zero. I primi passi sono stati molto rapidi. Il 16 marzo un vaccino creato dall’azienda di biotecnologie Moderna in collaborazione con le autorità sanitarie statunitensi è stato sottoposto ai primi test clinici. Significa che sono passati solo 63 giorni tra il momento in cui gli scienziati hanno ricostruito la sequenza genetica del virus e quello in cui un medico ha iniettato il vaccino nel braccio di un volontario. Ma è solo la prima di una lunga serie di tappe. Il test iniziale servirà a capire se il farmaco è sicuro, e se può veramente attivare il sistema immunitario. Poi bisogna vedere se sarà effettivamente capace di impedire l’infezione da Sars-CoV-2. A quel punto si dovranno eseguire test sugli animali e test clinici su vasta scala per escludere gravi effetti collaterali. Bisognerà stabilire qual è la dose necessaria, quanti richiami fare, se il vaccino funziona per gli anziani e se va potenziato con altre sostanze chimiche. “Anche se funzionasse, non c’è un modo facile per fabbricarlo in grandi quantità”, spiega Seth Berkley della Gavi, perché la Moderna usa un metodo di vaccinazione diverso da quello tradizionale. Di solito si usano virus inattivati o frammentati, che consentono al sistema immunitario di prepararsi in anticipo a difendersi. Il vaccino della Moderna, invece, contiene un pezzetto di materiale genetico del Sars-CoV-2, il suo rna. L’idea è che il corpo possa usarlo per costruire i suoi frammenti virali, che poi costituirebbero la base per attivare il sistema immunitario. Il procedimento ha dato buoni risultati sugli animali, ma non è dimostrato che funzioni anche sugli esseri umani. In Francia alcuni scienziati stanno cercando di modificare il vaccino del morbillo usando frammenti del nuovo coronavirus. “Il vantaggio di questo metodo è che se domani ci servissero centinaia di dosi, molte fabbriche del mondo saprebbero come produrlo”, dice Berkley. Guadagnare tempo In ogni caso, ci vorranno dai 12 ai 18 mesi per avere un vaccino efficace, e altro tempo per fabbricarlo, spedirlo e somministrarlo ai pazienti. Questo significa che probabilmente il nuovo coronavirus farà parte della vita quotidiana degli statunitensi per almeno un anno, se non di più. Se l’attuale distanziamento sociale funzionerà, la pandemia potrebbe subire un declino tale da consentire il ritorno di una sorta di normalità. Gli uffici e i bar si riempirebbero di nuovo. Le scuole potrebbero riaprire e gli amici tornerebbero a incontrarsi. Ma con la normalità tornerà anche il virus. Non vuol dire che dovremo restare in casa fino al 2022, ma “dobbiamo essere preparati a vivere vari periodi di distanziamento sociale”, dice Stephen Kissler dell’università di Harvard. Molto di quello che succederà nei prossimi anni, compresa la frequenza, la durata e la tempistica di questi sconvolgimenti sociali, dipenderà da due caratteristiche del virus che al momento non conosciamo. La prima è la stagionalità: le infezioni causate dai coronavirus tendono a crescere d’inverno e a diminuire o a sparire in estate. Non è escluso che sia così anche per il Covid-19, ma le variazioni stagionali potrebbero influire meno se il virus avrà ancora tanti ospiti immunologicamente impreparati da infettare. “Buona parte del mondo aspetta con ansia di vedere se nell’emisfero settentrionale l’arrivo dell’estate influirà sulla trasmissione”, dice Maia Majumder della facoltà di medicina di Harvard. Il secondo elemento è la durata dell’immunità. Quando sono infettate dai coronavirus meno aggressivi (che provocano sintomi simili a quelli del raffreddore), le persone restano immuni per meno di un anno. I pochi contagiati dal virus originario della Sars, che era molto più aggressivo, sono rimasti immuni più a lungo. Partendo dall’ipotesi che il Sars-CoV-2 si collochi a metà strada tra questi due virus, chi guarisce potrebbe essere protetto per circa due anni. Per averne la conferma gli scienziati dovranno creare test sierologici accurati, in modo da trovare gli anticorpi che danno l’immunità. Dovranno anche provare che questi anticorpi impediscono i contagi e la diffusione del virus. Immaginare il futuro Se sarà così, le persone immuni potranno tornare a lavorare, prendersi cura dei più vulnerabili e tenere a galla l’economia nei periodi di distanziamento sociale. Gli scienziati potranno usare i periodi tra le epidemie per creare farmaci antivirali, anche se questi medicinali possono avere effetti collaterali e rischiano di favorire la resistenza. Gli ospedali potranno fare scorta di materiale. I test potranno essere distribuiti dovunque, in modo da scovare il prima possibile la seconda ondata del virus. Gli Stati Uniti non si faranno cogliere di sorpresa un’altra volta, e quindi non ci sarà nessun motivo per imporre un distanziamento sociale esteso e prolungato come quello che viviamo adesso. Come hanno scritto di recente Aaron E. Carroll e Ashish Jha: “Potremmo tenere le scuole e le attività aperte più a lungo, chiuderle rapidamente se non si riuscisse ad arginare il virus, e riaprirle una volta che le persone contagiate saranno state individuate e isolate. Invece di giocare in difesa, potremmo giocare all’attacco”. Che sia attraverso l’immunità di gregge o grazie alla scoperta di un vaccino, per il virus sarà sempre più difficile diffondersi. È improbabile che sparisca del tutto. Forse sarà necessario aggiornare il vaccino man mano che il virus si modifica, e forse le persone dovranno essere vaccinate con regolarità, come fanno oggi per l’influenza. Alcuni modelli fanno pensare che il Sars-CoV-2 potrebbe restare sopito in tutto il mondo, scatenando epidemie a distanza di qualche anno. “Ma credo che la sua aggressività diminuirà, e che ci saranno meno sconvolgimenti sociali”, dice Kissler. In questo ipotetico futuro, il Covid-19 potrebbe diventare come l’influenza di oggi, un flagello invernale ricorrente. Forse un giorno sarà così comune che buona parte della generazione C non si preoccuperà neanche di fare il vaccino, dimenticando come la sua assenza abbia drammaticamente condizionato il mondo. I costi per arrivare a quel punto con il minor numero possibile di vittime saranno enormi. Come ha scritto la mia collega Annie Lowrey, stiamo vivendo la crisi economica più grave e improvvisa della nostra storia recente. Negli Stati Uniti circa una persona su cinque ha perso ore di lavoro o è rimasta disoccupata. Gli alberghi sono vuoti. Il traffico aereo è fermo. I ristoranti e i piccoli negozi stanno chiudendo. Le disuguaglianze aumenteranno. I cittadini con un reddito basso – che generalmente hanno tassi più alti di malattie croniche e quindi sono i più a rischio di contagio – saranno i più colpiti dal distanziamento sociale. “Le malattie hanno destabilizzato le città e le società varie volte, ma negli Stati Uniti non lo facevano da molto tempo, o comunque non in modo così esteso”, spiega Elena Conis, che insegna storia della medicina all’università della California a Berkeley. “Oggi siamo più urbanizzati che in passato, viviamo nelle metropoli. Ci sono più persone che viaggiano e vivono lontano dalla famiglia e dal lavoro”. Quando le pandemie finiscono, generalmente lasciano spazio a un’altra emergenza, quella dei problemi mentali. In un momento di profonda paura e incertezza, le persone sono costrette a fare a meno di contatti umani tranquillizzanti. Abbracci, strette di mano e altri riti sociali ora sono pericolosi. Chi soffre di ansia o di disturbi ossessivo-compulsivi è in difficoltà. Agli anziani, che sono già esclusi da buona parte della vita sociale, si chiede di mantenere ancora di più le distanze, amplificando la loro solitudine. Già adesso sappiamo di attacchi razzisti contro le persone di origine asiatica, alimentati da un presidente che insiste a chiamare il Sars-CoV-2 “il virus cinese”. Gli episodi di violenza domestica e gli abusi sui bambini aumenteranno, perché le persone sono costrette a rimanere in case dove non sono al sicuro. I bambini, che sono in buona parte risparmiati dal virus, rischiano di subire traumi che si porteranno dietro fino all’età adulta. E una volta finita l’emergenza le persone guarite potrebbero essere emarginate dal resto della società, come i sopravvissuti all’ebola, alla Sars e all’aids. Anche uno o due anni dopo che la Sars aveva colpito Toronto, le persone che avevano avuto a che fare con la malattia erano meno produttive e più inclini agli esaurimenti nervosi e allo stress post-traumatico. Inoltre una lunga quarantena lascia delle cicatrici. “I miei colleghi di Wuhan hanno notato che molte persone si rifiutano di uscire di casa e soffrono di agorafobia”, spiega Steven Taylor dell’università della British Columbia. Tutti coinvolti Ma “c’è anche la possibilità che dopo questo trauma avremo un mondo migliore”, dice Richard Danzig del Center for a new American security. Le comunità stanno già trovando nuovi modi di stare insieme, anche se a distanza. Il rapporto con la salute potrebbe cambiare in meglio. La diffusione dell’hiv e dell’aids “modificò completamente il comportamento dei giovani che stavano raggiungendo la maturità sessuale”, dice Conis. “L’uso dei profilattici diventò la norma. Molti si sottoposero al test per le malattie sessualmente trasmissibili”. Lavarsi le mani per venti secondi, un’abitudine che storicamente è stato difficile imporre perfino negli ospedali, “potrebbe essere una di quelle cose alle quali ci abitueremo e che continueremo a fare senza pensarci”, aggiunge Conis. Le pandemie possono anche accelerare i progressi sociali. Negli Stati Uniti le persone, le aziende e le istituzioni hanno rapidamente adottato o chiesto misure a cui finora avevano opposto resistenza, compreso il lavoro da casa, le videoconferenze per andare incontro alle persone disabili, i permessi per malattia e una certa flessibilità per accudire i figli. “Per la prima volta nella mia vita ho sentito qualcuno negli Stati Uniti dire: ‘Se stai male resta a casa’”, sottolinea Adia Benton, antropologa della Northwestern university. Forse il paese imparerà che essere preparati non significa solo avere le mascherine, i vaccini e i tamponi ma anche politiche del lavoro giuste e un sistema sanitario democratico e solido. Forse capirà che gli operatori sanitari e gli esperti di salute pubblica sono il sistema immunitario del paese, e che finora questo sistema è stato soffocato. L’emergenza forse ci porterà a ripensare alcuni aspetti dell’identità americana. Durante la pandemia molti dei valori che di solito sono rivendicati dagli statunitensi – come l’eccezionalismo e la convinzione che fare i propri comodi sia un atto di resistenza – si sono rivoltati contro di loro. Quando è arrivato il momento di salvare vite umane e restare a casa, qualcuno ha continuato ad affollare i bar e le discoteche. Anche la retorica isolazionista ha avuto il suo peso. Gli statunitensi che consideravano la Cina un paese lontano e diverso, in cui la gente mangia i pipistrelli e accetta di avere un governo autoritario, non hanno pensato che prima o poi avrebbero potuto trovarsi in una situazione simile a quella vissuta dai cinesi, e che non sarebbero stati preparati ad affrontarla. “Le persone hanno creduto che bastasse non far entrare i cinesi per tenere la situazione sotto controllo”, dice Wendy Parmet, che studia diritto e salute pubblica alla Northeastern university. “Se hai una classe politica che crede nell’isolazionismo e nella supremazia di un popolo rispetto agli altri, quando arriva una pandemia sei particolarmente vulnerabile”. Persone che avevano vissuto le epidemie passate cercavano da tempo di rompere il circolo vizioso di panico e ignoranza. Negli Stati Uniti dopo ogni crisi – l’antrace, la Sars, l’influenza, l’ebola – si presta più attenzione e si fanno investimenti. Ma dopo un breve periodo di tranquillità, i ricordi sbiadiscono e i soldi vengono dirottati su altro. Ogni volta che il paese torna alla normalità, l’anormalità diventa di nuovo inimmaginabile. Ma credo che quella del Covid-19 sarà una catastrofe che porterà a cambiamenti più radicali e duraturi. Pandemie democratiche Le altre grandi epidemie degli ultimi decenni hanno riguardato poco gli Stati Uniti (Sars, Mers, ebola), sono state meno aggressive di quanto ci si aspettasse (l’influenza H1N1 del 2009) o si sono limitate a colpire specifici gruppi di persone (Zika, hiv). La pandemia di Covid-19, invece, sta stravolgendo la vita di tutti. Questo la distingue anche dalle altre grandi sfide del nostro tempo. Un’amministrazione può tergiversare sulla crisi climatica, perché sa che i suoi effetti si manifesteranno a distanza di anni. Ma è diverso se un presidente dichiara che tutti possono sottoporsi al test diagnostico e il giorno dopo si scopre che non è vero. Le pandemie sono esperienze “democratizzanti”: persone che di solito sono protette dai privilegi e dal potere devono stare in quarantena, risultano positive al virus e perdono persone care. Ci sono senatori che si stanno ammalando. Ci si renderà conto che i tagli alla sanità, la sfiducia negli scienziati e la mancanza di risorse negli ospedali causano la morte delle persone. Dopo l’11 settembre il mondo si è concentrato sul terrorismo. Dopo il Covid-19 l’attenzione si potrebbe spostare sulla salute pubblica. Aspettiamoci di vedere un aumento dei finanziamenti per la virologia e per lo studio dei vaccini, più studenti che vogliono frequentare corsi di sanità pubblica, e una crescita della produzione domestica di strumenti e materiali sanitari. Aspettiamoci che le pandemie siano in cima all’ordine del giorno delle Nazioni Unite. “Le persone comuni che non hanno difficoltà a capire che cosa fanno gli agenti di polizia e i vigili del fuoco, adesso sanno anche che cosa fa un epidemiologo”, dice Monica Schoch-Spana, un’antropologa della medicina del Johns Hopkins center for health security. Questi cambiamenti potrebbero proteggere il mondo dalla prossima inevitabile malattia. “Nei luoghi che hanno vissuto la Sars, come Hong Kong, le persone sono più consapevoli e questo gli ha consentito di reagire subito all’attuale emergenza”, dice l’esperto di ebola Ron Klain. È difficile prevedere cosa impareranno gli statunitensi da questa esperienza, soprattutto in un momento in cui molti tendono a leggere solo le notizie che confermano i loro preconcetti. Nei prossimi mesi questa dinamica sarà fondamentale, sostiene Ilan Goldenberg, un esperto di politica estera del Center for a new American security. “Dopo la seconda guerra mondiale e gli attacchi dell’11 settembre per favorire la transizione non ci sono volute chissà quali idee”, dice. “Adesso le idee sono lì, ma nei prossimi mesi il dibattito sarà più intenso a causa della fluidità del momento e della disponibilità dell’opinione pubblica statunitense ad accettare grandi cambiamenti”. La nuova America Si può facilmente immaginare un futuro in cui la maggior parte degli statunitensi pensa che il paese abbia sconfitto il virus. Nelle ultime settimane il livello di apprezzamento di Trump è cresciuto, nonostante gli errori che ha commesso. Se alle elezioni di novembre otterrà un secondo mandato, nei prossimi anni gli Stati Uniti si chiuderanno sempre di più, usciranno dalla Nato e da altre alleanze internazionali, costruiranno muri reali e metaforici e non investiranno più in altri paesi. Man mano che la generazione C crescerà, le piaghe arrivate dall’estero sostituiranno i comunisti e i terroristi come nemici da combattere. Oppure possiamo immaginare un futuro in cui gli Stati Uniti avranno imparato una lezione diversa, in cui uno spirito comunitario, paradossalmente nato dal distanziamento sociale, spingerà le persone a non pensare più solo a se stesse ma a guardare anche ai loro vicini, sia dentro sia fuori dal paese. Alle elezioni rifiuteranno il messaggio “prima l’America”. Il paese passerà, come dopo la seconda guerra mondiale, dall’isolazionismo alla cooperazione internazionale. Sostenuto da investimenti costanti e dal contributo delle menti più brillanti, il sistema sanitario migliorerà. I bambini della generazione C scriveranno nei loro temi che da grandi vogliono fare gli epidemiologi. La salute pubblica sarà al centro della politica estera. Gli Stati Uniti guideranno una nuova alleanza globale il cui obiettivo sarà risolvere problemi come le pandemie e la crisi climatica. Nel 2030 il virus Sars-CoV-3 salterà fuori dal nulla e sarà messo in ginocchio in un mese. u bt
Gli ospedali, già in difficoltà, si sono riempiti di nuovi pazienti
Neanche una risposta perfetta riuscirà a mettere fine alla pandemia
◆ Il 31 marzo 2020 gli scienziati che assistono l’amministrazione Trump nell’emergenza del Covid-19 hanno reso noto un rapporto secondo cui la pandemia potrebbe causare nel paese la morte di un numero compreso tra le 100mila e le 240mila persone, nonostante le misure di distanziamento sociale messe in atto in gran parte del territorio nazionale. Se gli statunitensi non dovessero seguire le linee guida, il numero di morti sarà “molto più alto”. “Questi dati hanno convinto il presidente statunitense a prendere sul serio l’emergenza, dopo giorni in cui aveva fatto capire che la sua priorità era far ripartire l’economia. Il 29 marzo la Casa Bianca ha esteso di trenta giorni le misure di distanziamento sociale”, scrive il Washington Post. Nonostante questo, la risposta è ancora inadeguata. A New York, la città più colpita, i medici denunciano la mancanza di respiratori per i pazienti di terapia intensiva e sostengono che a breve non ci saranno più posti letto disponibili. Nelle regioni più povere del paese, come la Louisiana, il West Virginia e l’area di Detroit, mancano strumenti protettivi basilari, come mascherine e guanti. Il 27 marzo il congresso ha approvato una manovra da circa duemila miliardi di dollari, che prevede assegni fino a 1.200 dollari per ogni adulto, sostegni per chi è rimasto senza lavoro e sussidi per le aziende in difficoltà.
Ed Yong è l’editor scientifico della rivista statunitense The Atlantic. In Italia ha pubblicato Contengo moltitudini: i microbi dentro di noi e una visione più grande della vita (La nave di Teseo 2019).
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati