All’inizio di ogni anno accademico Rosa Brooks, docente di diritto a Georgetown, chiede ai nuovi arrivati cosa pensano della costituzione degli Stati Uniti. Quasi tutti dicono di esserne molto orgogliosi perché, con i suoi 233 anni, è di gran lunga la più antica del mondo. A quel punto Brooks chiede ai ragazzi: “Quindi vi piacerebbe essere operati da un chirurgo che segue i manuali medici più antichi o salire su una nave che segue le vecchie carte nautiche?”. Di fronte a quest’osservazione gli studenti rimangono perplessi. Perché il valore di una legge dovrebbe essere nella sua vecchiaia più che nella sua utilità? Raramente gli studenti riescono a dare una risposta chiara.
Fino a poco tempo fa ragionamenti come quelli di Brooks erano confinati ad alcuni ambienti del mondo accademico statunitense. Gli americani hanno sempre venerato la loro costituzione, come se fossero le tavole dei comandamenti. In realtà gran parte di quel testo è un compromesso caotico, anche se ingegnoso, tra gli stati schiavisti e gli stati che avevano messo fuori legge la schiavitù. La separazione dei poteri tra legislativo (il congresso), esecutivo (la presidenza) e giudiziario (la corte suprema) era un tentativo sofisticato di bilanciare tra loro i poteri dei tre rami del governo. L’obiettivo non era creare una democrazia ma impedire che si affermasse un nuovo sovrano dispotico. “Bisogna fare in modo che un’ambizione faccia da contrappeso a un’altra”, scriveva James Madison, uno dei più importanti padri fondatori.
In breve tempo la corte suprema si trasformò nell’arbitro di ciò che era consentito dalla costituzione. Felix Frankfurter, giudice della corte a metà del novecento, definiva scherzosamente se stesso e gli altri giudici “veicoli impersonali della verità rivelata”.
Zanzara fastidiosa
Oggi quello giudiziario rimane il più rispettato dei tre poteri dello stato, anche se non proprio venerato come un tempo. Tuttavia, da quando Donald Trump è diventato presidente l’ostilità della sinistra verso le teorie costituzionali conservatrici è cresciuta molto. L’alleanza fra Trump e la destra cristiana ha portato alla nomina di tre giudici conservatori alla corte suprema.
Trump ha messo in discussione l’idea stessa della separazione dei poteri. In teoria il congresso dovrebbe avere il potere di tenere sotto controllo il presidente attraverso inchieste, richiesta di documenti e, nei casi più gravi, usando lo strumento dell’impeachment. Ma Trump finora si è rifiutato di rendere note le sue dichiarazioni dei redditi e di risolvere il conflitto d’interessi che riguarda le sue aziende, e ha deciso di non collaborare con il congresso quando questo indagava su di lui. Sembra considerare il parlamento una zanzara fastidiosa. “Tratta le citazioni in giudizio come carta igienica”, mi ha detto un funzionario del congresso. “Non possiamo farci quasi nulla”.
La corte suprema, sempre più spostata a destra, non è di grande aiuto in questa situazione. A settembre Ruth Bader Ginsburg, la giudice progressista più amata del paese, è morta di tumore a 87 anni, lasciando un seggio vacante che Trump si è affrettato a riempire nominando Amy Coney Barrett, una conservatrice che è l’opposto di chi l’ha preceduta sotto quasi tutti gli aspetti: Ginsburg fece più di chiunque altro nella storia moderna degli Stati Uniti per promuovere i diritti delle donne; Barrett fa parte di People of praise, un’organizzazione cattolica secondo cui le donne dovrebbero avere un ruolo subordinato in famiglia (una visione smentita, naturalmente, dalla fulminea carriera di Barrett).
Il 26 ottobre il senato ha confermato la sua nomina, e ora il massimo organo della giustizia statunitense conta sei giudici conservatori e tre progressisti, una maggioranza schiacciante che potrebbe annullare molte delle conquiste fatte negli ultimi decenni in materia di diritti civili. A cominciare dall’aborto, sancito dalla sentenza Roe contro Wade del 1973, e dai matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzati dalla corte nel 2015. Inoltre i giudici potrebbero cancellare molte agenzie di regolamentazione federali (compresa, potenzialmente, la Federal reserve, cioè la banca centrale) ed eliminare i limiti rimasti al possesso di armi.
In altre parole, potrebbero dare una nuova spinta alla controrivoluzione conservatrice cominciata dopo gli anni sessanta. “La corte potrebbe promuovere in modo sfacciato i valori cristiani e le idee religiose su come dovrebbe essere organizzata la società”, sostiene Eric Posner, che insegna diritto all’università di Chicago. Alla vigilia di un’elezione presidenziale che vede favorito il candidato del Partito democratico Joe Biden, la conferma di Barrett da parte del senato a maggioranza repubblicana potrebbe sottrarre per via legale ciò che gli elettori sembrano pronti a concedere ai democratici per via politica. Una mossa senza precedenti in un momento in cui i progressisti sono già indignati per la direzione antidemocratica che sta prendendo la magistratura statunitense.
Tutto questo potrebbe causare una crisi che metterebbe in discussione i valori fondanti degli Stati Uniti.
Tre quinti
Cosa si può fare per evitare un collasso costituzionale? La risposta è scoraggiante: molto poco. Il passo più ovvio sarebbe cambiare la costituzione per rendere il paese più democratico. Ma per questo serve il consenso di tre quarti dei cinquanta stati e di due terzi di ciascun ramo del congresso, un’eventualità molto remota visto lo scontro in corso tra i due partiti. L’ultimo emendamento alla costituzione degno di essere ricordato risale al 1971, quando si portò a 18 anni l’età minima per votare.
La prima modifica che la sinistra vorrebbe fare riguarda il sistema elettorale, che oggi attribuisce un’influenza sproporzionata agli stati piccoli e rurali, tendenzialmente conservatori (come il North Dakota), rispetto a quelli più grandi come la California. Negli ultimi vent’anni ben due candidati alla presidenza hanno vinto le elezioni pur avendo preso meno voti dei loro sfidanti: George W. Bush nel 2000 e Trump nel 2016. Se i sondaggi attuali sono corretti, Trump non ha praticamente nessuna possibilità di prendere più voti di Biden, ma potrebbe essere di nuovo premiato dal sistema elettorale.
Se dovesse perdere e decidesse di contestare i risultati in uno qualsiasi degli stati in bilico – come fece Bush in Florida nel 2000 – il risultato del voto potrebbe essere deciso ancora una volta dai giudici conservatori della corte suprema. Vent’anni fa la corte votò (cinque giudici favorevoli, quattro contrari) per impedire il riconteggio delle schede in Florida, assegnando di fatto la presidenza a Bush. Ora che Barrett è stata confermata, un terzo dei componenti del massimo organo della giustizia statunitense – tra cui il giudice capo John Roberts e Brett Kavanaugh, nominato nel 2018 – ha lavorato come consulente legale di Bush sulla vicenda dei voti in Florida.
Il pericolo che le elezioni siano ancora una volta decise per via giudiziaria ha portato molti giuristi a fare pressione per rivedere la costituzione o perfino per rifarla da zero. Tra loro c’è Sanford Levinson, che insegna diritto all’università del Texas. Levinson è convinto che se la carta non viene cambiata e sostituita con una più adatta al ventunesimo secolo , o se addirittura non si eliminerà del tutto la costituzione scritta, gli Stati Uniti scivoleranno verso tre scenari possibili.
Nel primo il paese si spacca dando vita a nuove nazioni: una potrebbe nascere intorno alla California, un’altra intorno al Texas. “Gli americani sono abituati a pensare alla secessione come a un processo violento”, dice Levinson. “Ma ci sono molti esempi di secessioni pacifiche in tutto il mondo, tra cui la separazione che portò alla nascita della Slovacchia e della Repubblica Ceca nel 1993 e quella della Norvegia dalla Svezia nel 1905”. Un piccolo intoppo: secondo la maggior parte degli studiosi, la costituzione non prevede la secessione, che fu il motivo per cui l’America entrò in guerra con se stessa per la questione della schiavitù.
Il secondo scenario immaginato da Levinson è la guerra civile. Gran parte della colpa del conflitto che si combatté tra nord e sud dal 1861 al 1865 è stata attribuita alla sentenza Dred Scott contro Sandford del 1857, con cui la corte suprema aveva stabilito che i neri non potevano essere considerati cittadini statunitensi, anche se vivevano in stati non schiavisti. Scott era uno schiavo che diceva di essere stato liberato dopo essersi trasferito dal Missouri all’Illinois, dove la schiavitù era illegale. “La parola ‘cittadini’ usata nella costituzione non include, e non voleva includere, i neri”, aveva scritto il giudice Roger Taney.
Purtroppo aveva ragione. I padri fondatori avevano espressamente negato la cittadinanza agli schiavi. Con l’obiettivo di placare gli stati schiavisti poco popolosi, la costituzione definiva lo schiavo come tre quinti di un essere umano, garantendo così al sud una rappresentanza al congresso maggiore di quella che avrebbe avuto se fossero stati conteggiati solo gli uomini bianchi. Per questo un secolo dopo, negli anni sessanta, l’attivista nero Stokely Carmichael diceva che lui poteva pronunciare solo tre quinti della parola costituzione.
Abraham Lincoln, per certi versi il più importante padre fondatore del paese anche se nato molto dopo l’indipendenza, vinse la guerra contro la confederazione sudista. Nei suoi discorsi faceva spesso riferimento al fatto che la costituzione negava la cittadinanza agli schiavi. In pratica, decidendo di entrare in guerra contro il sud aveva dichiarato guerra alla costituzione degli Stati Uniti.
L’origine dei problemi
Il terzo scenario, che Levinson considera il più probabile, è che l’America semplicemente continui nel suo declino fino a diventare “il malato dell’occidente”, la versione moderna dell’impero ottomano, che si sclerotizzò un po’ alla volta nel settecento e nell’ottocento. In questo scenario, in cui probabilmente il paese si trova già, gli statunitensi accettano a malincuore il fatto che il rinnovamento non è più possibile. Invece di essere la base per modernizzare la società, la costituzione blocca qualsiasi cambiamento. Come i grandi visir di Istanbul, gli eletti e i togati di Washington si adattano a un sistema che serve a soddisfare i loro interessi personali. Il dinamismo lascia il posto all’immobilità. Un paese che si è sempre vantato del suo radicalismo politico si richiude in se stesso e ripiega su una sorta di culto degli antenati, sull’originalismo (la dottrina secondo cui i limiti di ciò che è possibile fare sono definiti dalle parole dei padri fondatori).
“L’originalismo è un po’ come la riforma protestante”, dice Eric Posner. “Sostiene che dobbiamo tornare al testo originale e interpretarlo alla lettera”. In realtà, aggiunge il giurista, gli originalisti leggono nella costituzione solo quello che vogliono. Il primo emendamento, che garantisce la libertà di espressione, fu pensato per impedire la chiusura delle pubblicazioni sovversive nei caldi anni novanta del settecento. Ma di recente è stato riletto dalla corte in modo alternativo, per esempio per permettere alle multinazionali di sostenere con somme illimitate i candidati alle elezioni.
Allo stesso modo, è chiaro che il secondo emendamento, che sancisce il diritto al possesso di armi, fu scritto alla fine del settecento per permettere alle milizie organizzate di armarsi contro un nemico esterno. Ma gli originalisti ne hanno dato un’ interpretazione radicalmente diversa: così oggi il secondo emendamento permette agli americani di entrare armati nei centri commerciali e nelle chiese o di creare piccoli arsenali nel seminterrato di casa. Fino a cinquant’anni fa pochi giuristi davano interpretazioni simili, che non trovano conferma nelle parole della costituzione. “Sotto alcuni aspetti, l’originalismo è solo una foglia di fico per coprire qualsiasi invenzione”, sostiene Posner. “È un po’ come leggere la Bibbia e trovarci tutto quello che si vuole”.
Come molti altri, Barrett crede nell’originalismo. Il suo mentore è stato Antonin Scalia, giudice della corte suprema per trent’anni, fino al 2016. Scalia si impegnò più di tutti per promuovere questa dottrina. Il problema è che quasi nessuna delle sfide che gli Stati Uniti affrontano oggi – la crisi climatica, gli stravolgimenti demografici, la necessità di produrre vaccini in tempi rapidi, la competizione con la Cina sulle nuove tecnologie – potevano essere previste da chi scrisse la costituzione. Fu proprio in previsione dell’imprevedibile che Thomas Jefferson, il più poetico dei padri fondatori, disse che la costituzione andava cambiata ogni generazione.
Quale democrazia
Nell’immediato futuro il paese può seguire due direzioni opposte. La prima è una crisi costituzionale a lenta combustione, che comincerebbe con la vittoria di Biden. Anche se dovesse sconfiggere Trump con un ampio margine, i piani del candidato democratico sarebbero subito ostacolati dalla giustizia. A cominciare dalla corte suprema, che a un certo punto potrebbe annullare l’obbligo per i cittadini di avere un’assicurazione sanitaria, di fatto cancellando la riforma voluta da Barack Obama.
Inoltre Biden potrebbe trovarsi di fronte un senato a maggioranza repubblicana che bloccherebbe le sue proposte di legge, come capitò a Obama per sei anni su otto da presidente. Anche se il 3 novembre i democratici dovessero riprendere il controllo del senato, Biden avrebbe comunque bisogno di una maggioranza a prova di ostruzionismo (il 60 per cento) per approvare le leggi importanti.
Biden potrebbe reagire in modo estremo, cercando di abolire la regola sull’ostruzionismo oppure riconoscendo come stati il distretto di Columbia, Puerto Rico e le Isole Vergini americane, che essendo solidamente democratici permetterebbero al suo partito di avere sei senatori in più (negli Stati Uniti ogni stato elegge due senatori). I democratici potrebbero anche cambiare la composizione della corte suprema, aumentando il numero dei giudici del tribunale e nominandone subito alcuni di orientamento progressista, oppure imponendo limiti di mandato a quelli in carica. Al momento i giudici della corte suprema possono restare in carica a vita. Barrett, che ha 48 anni, potrebbe contribuire a condizionare il futuro degli Stati Uniti per i prossimi quattro decenni. Non è specificato da nessuna parte nella costituzione che la corte suprema debba essere composta da nove giudici.
I conservatori sarebbero sconvolti da uno qualsiasi di questi cambiamenti, figuriamoci da tutti e tre insieme. “Con queste modifiche la sinistra vorrebbe rendere gli Stati Uniti un paese più democratico”, sostiene John Yoo, un professore di diritto a Berkeley che collaborò con Dick Cheney, vicepresidente durante il mandato di George W. Bush. “Ma dimentica che l’America è stata costruita per essere una repubblica, non una democrazia. Cambiare la costituzione dev’essere difficile. I padri fondatori hanno volutamente introdotto delle difese contro la tirannia della maggioranza”.
All’inizio di ottobre questo concetto è stato espresso in modo ancora più chiaro da Mike Lee, senatore repubblicano dello Utah: “Non siamo una democrazia. La parola ‘democrazia’ non compare da nessuna parte nella costituzione”. Come il giudice Taney a proposito degli schiavi nel 1857, Lee ha ragione.
I padri fondatori, che si sbagliarono sulla schiavitù e sul voto delle donne (che hanno avuto questo diritto solo nel 1920), possono essersi sbagliati anche sulla democrazia.
Il piattino e il tè
I conservatori sostengono che l’avversione della sinistra al sistema sia antiamericana, un’accusa seria in un paese dove l’adesione al credo è fondamentale per essere considerati cittadini. “L’essenza del problema è che i progressisti odiano la costituzione e i conservatori la venerano”, dice Richard Porter, un importante avvocato del comitato nazionale repubblicano. “Se cominci a metterci persone di fiducia, la corte suprema diventa un grande organo legislativo e smette di essere l’istituzione che garantisce lo stato di diritto. Quale sarebbe quindi la differenza tra Stati Uniti e Venezuela?”. Porter fa eco a Yoo: il cambiamento dev’essere difficile. Secondo George Washington, il senato doveva svolgere la funzione del piattino quando il tè della camera dei rappresentanti scottava troppo. Era il luogo in cui le passioni pubbliche venivano raffreddate.
Ma forse è ingiusto paragonare Joe Biden al presidente venezuelano Nicolás Maduro o a Viktor Orbán, il primo ministro ungherese che ha piegato la magistratura alla propria volontà. I democratici vorrebbero che il sistema giudiziario fosse in linea con l’opinione della maggioranza dei cittadini su questioni come l’assistenza sanitaria, l’interruzione di gravidanza, le leggi sull’ambiente e il controllo delle armi, o almeno che il veto della corte suprema influisse meno sulle azioni di chi è stato eletto dal popolo. “Una maggioranza solida di statunitensi sostiene queste riforme, ma in qualche modo il sistema continua a impedirle”, dice Aziz Huq, docente di diritto all’università di Chicago.
Trump e le regole
La seconda direzione che il paese può prendere è una grave crisi costituzionale innescata dal voto di novembre. Nel 2019 Rosa Brooks ha creato un gruppo di studio, chiamato Transition integrity project, che ha provato a prevedere gli esiti di un’elezione contestata. Il primo è quello in cui Biden ottiene il 52 per cento dei voti ma Trump viene confermato presidente grazie al sistema elettorale. L’affluenza alle urne resta bassa perché molti elettori non riescono a votare – per esempio le minoranze nelle città dove negli ultimi anni sono stati chiusi molti seggi – e perché molte persone sono spaventate dalla pandemia. In questa situazione Trump avrebbe il coltello dalla parte del manico.
Gli Stati Uniti sono l’unico paese in cui il presidente uscente resta al potere dopo il voto per ben undici settimane, fino all’insediamento del suo successore. Come tante altre cose in qualsiasi democrazia costituzionale, il sistema sopravvive grazie alle regole non scritte e ai comportamenti consolidati, più che alla legge. Il rispetto delle regole si basa sulla fiducia. Se un numero sufficiente di persone si rifiuta di seguirle, non possono essere imposte.
A differenza dei presidenti del passato – come Jimmy Carter nel 1980 e George W. Bush nel 1992 – Trump non sembra volersi attenere alle regole del gioco. Tra gli esiti immaginati da Brooks solo uno – una vittoria schiacciante di Biden – non conduce a una crisi. Anche se alle esercitazioni partecipavano sia progressisti sia conservatori (me compreso), Brooks è stata accusata dai mezzi d’informazione trumpiani di complottare un “colpo di stato democratico”, e ha ricevuto moltissime email di minaccia.
Nell’America di oggi non è una novità. Conosco un giornalista che ha dovuto trasferire temporaneamente la sua famiglia in un hotel su consiglio dell’Fbi. All’inizio di ottobre la polizia federale ha arrestato alcuni estremisti di destra che volevano rapire Gretchen Whitmer, la governatrice democratica del Michigan. “Una polarizzazione politica così forte c’era stata negli anni precedenti alla guerra civile”, dice Preet Bharara, ex procuratore del distretto meridionale di New York. “Penso che il sistema sopravvivrà. Ma se Trump dovesse perdere e contestare il risultato delle elezioni potrei cambiare idea”.
Il modo in cui Trump ha gestito la pandemia e il suo comportamento quando ha saputo di avere il covid-19 gli hanno fatto perdere consensi, allontanando lo spettro delle ipotesi peggiori. Il vantaggio di Biden nei sondaggi nazionali è di dieci punti. Ed è improbabile che, se Trump dovesse perdere e scoppiassero dei disordini, la corte suprema decida d’immischiarsi.
◆ Il 3 novembre 2020 negli Stati Uniti si terranno le elezioni presidenziali. Joe Biden del Partito democratico sfiderà il presidente Donald Trump, del Partito repubblicano. L’elettorato (224 milioni di persone) è il più giovane della storia: tre elettori su dieci appartengono alla generazione dei millennial, nati tra l’inizio degli anni ottanta e la metà degli anni novanta; uno su dieci fa parte della generazione Z, le persone che hanno tra i 18 e i 23 anni.
◆Il voto popolare consente di scegliere i grandi elettori affiliati a un candidato. Questi delegati eleggono il presidente e sono assegnati a ogni stato in base alla popolazione (anche se il sistema favorisce gli stati più piccoli): la California, che ha 40 milioni di abitanti, ha 55 grandi elettori; il Wyoming, con 600mila abitanti, ne ha 3. In ogni stato (tranne Nebraska e Maine) il candidato che ottiene più voti conquista tutti i delegati in palio. I grandi elettori sono 538. Vince le elezioni il candidato che ne ottiene almeno 270. Se nessun candidato raggiunge quella soglia, spetta alla camera dei rappresentanti eleggere il presidente, mentre il senato sceglie il vicepresidente. A dicembre i grandi elettori si riuniscono a Washington per votare e nominare il presidente. Non sono giuridicamente vincolati a votare in base al risultato del loro stato, hanno solo un obbligo politico, che in tutta la storia degli Stati Uniti è stato quasi sempre rispettato.
◆Il 3 novembre si voterà anche per rinnovare la camera dei rappresentanti (controllata dai democratici) e un terzo del senato (in mano ai repubblicani). Ogni stato è rappresentato alla camera in base alla sua popolazione, mentre al senato può contare su due seggi. Secondo gli ultimi sondaggi, i democratici dovrebbero conservare il controllo della camera e sono leggermente favoriti per prendere il controllo del senato.
◆ Grazie alle procedure per il voto anticipato, hanno già votato almeno 63 milioni di persone, un dato record. Questo fa pensare che l’affluenza potrebbe essere più alta del solito (nel 2016 fu del 55,7 per cento) e molti esperti di elezioni temono che il paese non sia pronto a gestirla, visto che negli ultimi quattro anni sono stati chiusi 21mila seggi elettorali in 40 stati.
◆A causa della pandemia aumenteranno anche i voti espressi per posta. La procedura per il conteggio di quelle schede sarà più lenta di quella per i voti al seggio, quindi è probabile che per conoscere il vincitore delle elezioni bisognerà aspettare giorni o addirittura settimane. Inoltre milioni di persone voteranno in questo modo per la prima volta, e tante schede potrebbero essere invalidate per questioni tecniche. I dati indicano che a essere penalizzati potrebbero essere soprattutto gli elettori di Joe Biden.
Piegarsi o rompersi
Diamo per buono lo scenario più probabile: una vittoria di Biden e una crisi costituzionale a lenta combustione. Per quanto può bruciare prima di divampare? “Se nel 2030 il sistema sarà lo stesso di oggi, gli Stati Uniti cominceranno a cadere a pezzi”, dice il politologo Norman Ornstein. Entro vent’anni il 30 per cento dei cittadini eleggerà il 70 per cento dei senatori.
Levinson aggiunge: “Il senato degli Stati Uniti è ormai un organo in mano ai conservatori cristiani bianchi degli stati rurali, che esercitano un potere di veto sempre più potente”. E Brooks: “Siamo in grado, come paese, di discutere un cambiamento del nostro sistema? O la costituzione è diventata una religione laica? La storia dovrebbe insegnarci che niente dura per sempre”.
Può darsi che Levinson abbia ragione. Gli Stati Uniti, e in particolare i politici, semplicemente si adatteranno all’immobilità, come l’impero ottomano ma senza harem. Forse vale la pena di ricordare le parole di Kemal Atatürk, il nazionalista turco che nel 1922 sferrò il colpo di grazia all’era dei sultani ottomani: “Gli errori che hanno indebolito la nazione sono stati tutti commessi in nome della religione”. O un detto presente in quasi tutte le civiltà: “Se le cose non possono piegarsi, alla fine si rompono”. Gli Stati Uniti sono capaci di piegarsi? ◆ bt
Edward Luce è un giornalista britannico. È stato corrispondente del Financial Times dagli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato Il tramonto del liberalismo occidentale (Einaudi 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 59. Compra questo numero | Abbonati