Nel dicembre 2025 Eva Merkačeva, esponente del Consiglio presidenziale russo per i diritti umani, ha chiesto a Vladimir Putin un “miracolo per le vacanze natalizie”. Sostenendo di parlare a nome delle persone con disabilità e delle madri rinchiuse nelle carceri russe, Merkačeva ha invitato il presidente a concedere la grazia alle detenute senza precedenti penali condannate per crimini minori e non violenti. “Le festività natalizie e dell’anno nuovo si stanno avvicinando. Presidente, lasci che le madri le trascorrano insieme ai loro figli”, ha implorato. Inizialmente Putin è sembrato favorevole. Così Merkačeva gli ha inviato una lista con i nomi delle detenute che potevano essere rilasciate. Ma le vacanze sono trascorse e la grazia non è arrivata.
Pochi mesi dopo, in occasione dell’8 marzo, gli attivisti in esilio dell’ong Memorial hanno lanciato un appello simile. “Siamo consapevoli di quanto sia irrealistico aspettarsi l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici, ma nelle carceri russe si trovano almeno venti donne che meriterebbero umanità e compassione”, ha scritto il gruppo in una petizione online. “Sono tutte madri che sono state separate dai figli minorenni”.
La settimana successiva, il 17 marzo 2026, Putin ha concesso la grazia a 23 donne. Il Cremlino non ha rivelato i loro nomi né i crimini per cui erano state condannate, limitandosi a comunicare che avevano figli o parenti “coinvolti nell’operazione militare speciale”, l’eufemismo con cui è ufficialmente chiamata l’invasione dell’Ucraina. L’amnistia, però, non ha riguardato nessuna delle madri citate nella petizione di Political prisoners Memorial, il progetto dell’ong dedicato ai prigioneri politici. Mentre scrivo quest’articolo sono ancora rinchiuse nelle carceri russe, insieme a decine di migliaia di altre donne. Le cifre esatte non sono note, perché dal 2022 il servizio federale dei penitenziari ha smesso di pubblicare resoconti dettagliati. Tuttavia le autorità sostengono che complessivamente la popolazione carceraria è ai minimi storici, anche a causa del reclutamento dei detenuti inviati al fronte in Ucraina. Nel frattempo, però, nel sistema penitenziario è aumentata la percentuale delle donne, che molto spesso non hanno contatti con il mondo esterno.
Political prisoners Memorial è diventata un’iniziativa indipendente nell’aprile 2022, dopo che un tribunale di Mosca aveva confermato lo scioglimento del Memorial human rights center, un ramo della più antica e autorevole organizzazione russa per la difesa dei diritti umani. Pochi mesi dopo Memorial ha ricevuto il premio Nobel per la pace, ma ad aprile del 2026 il governo russo l’ha dichiarata fuorilegge, accusandola di “estremismo”.
Oggi, secondo Political prisoners Memorial, in Russia ci sono più di 1.600 prigionieri politici, in base alla definizione del termine sancita dal Consiglio d’Europa. L’organizzazione cura anche un archivio con i nomi delle persone “private della libertà” per ragioni politiche nei territori ucraini occupati dai russi. L’elenco contiene 5.359 nomi, ma molto probabilmente il numero reale è almeno il doppio.
Una scelta più efficace
Sebbene gli uomini siano ancora la stragrande maggioranza dei prigionieri politici, gli attivisti ritengono che concentrarsi su un segmento specifico sia una scelta strategicamente più efficace. “Chiedere la liberazione di madri di figli minorenni è moralmente ed emotivamente più facile”, spiega Sergej Davidis, alla guida di Political prisoners Memorial. “Queste donne non sono le uniche vittime: soffrono anche i loro figli, che lo stato non ha mai condannato”.
In passato le madri che partecipavano alle proteste contro il regime di Putin speravano che la presenza dei figli potesse costituire una sorta di attenuante in caso di condanna. Oggi, invece, la repressione del dissenso interno è indiscriminata.
“Prima del 2022 era meno probabile che una donna incinta o con un figlio piccolo fosse condannata a una pena carceraria”, conferma la sociologa politica Olga Zeveleva, dell’università di Utrecht. “In passato le donne pensavano: ‘Ho un figlio piccolo, per me partecipare a questa manifestazione non è pericoloso. Di sicuro mio marito è meglio che stia a casa, ma a me in prigione non mi ci manderanno’. Negli ultimi tempi le cose sono profondamente cambiate”.
L’articolo 82 del codice penale russo prevede, in determinati casi, la sospensione della pena carceraria per le donne incinte o con figli minori di 14 anni. Ma oggi è raro che questo diritto sia concesso alle donne incriminate per aver criticato la guerra o il regime. “I tribunali non sono obbligati a riconoscerlo e nei casi di persone sotto processo per motivi politici i giudici sono meno inclini a mostrarsi umani”, conferma Davidis.
Tra le madri riconosciute come prigioniere politiche da Memorial, solo due hanno ottenuto la sospensione della pena. Olga Čepeleva, una donna di Belgorod di 35 anni, ha passato più di sei mesi in custodia cautelare con l’accusa di aver diffuso “informazioni false” sull’esercito russo. Poi, nel febbraio 2026, è stata condannata a cinque anni e mezzo di prigione, con l’esecuzione della pena differita fino al compimento del quattordicesimo anno del figlio. Nel 2024 Ilona Nagornova, 59 anni, madre di sei figli, è stata ritenuta colpevole di appartenere alla chiesa cristiana del risveglio, un’organizzazione religiosa ucraina bandita in Russia. Dopo aver trascorso un periodo agli arresti domiciliari in attesa del processo, Nagornova ha ricevuto una condanna a tre anni e mezzo di prigione, sospesa fino al 2027.
Delle venti donne citate da Memorial, tre sono cittadine ucraine, condannate a dodici anni o più con l’accusa di “alto tradimento” nei confronti della Federazione Russa. Due, Oksana Hladkych e Julija Stanika, sono state costrette a prendere il passaporto russo mentre vivevano sotto occupazione. Altre sei sono state condannate per aver fatto parte di organizzazioni dichiarate fuorilegge dalla Russia in quanto “estremiste” o “terroriste”, tra cui il movimento politico fondato dall’oppositore Aleksej Navalnyj, morto in carcere nel 2024. La giornalista e attivista Olga Komleva, per esempio, è stata condannata a dodici anni per aver lavorato come volontaria al comitato di Navalnyj a Ufa, nel sud della Russia occidentale. In carcere ha perso l’uso della parola.
Secondo Memorial, in Russia l’elenco dei prigionieri politici contiene 5.359 nomi
Altre dieci donne sono state incarcerate per reati di opinione. Maria Ponomarenko, giornalista e madre di due figli, è stata condannata a sei anni per aver diffuso “notizie false” sul bombardamento del teatro di Mariupol, in Ucraina, dove nel marzo 2022 centinaia di civili si erano rifugiati durante l’assedio russo. Elena Abramova, traduttrice di San Pietroburgo, è stata condannata a due anni per aver “diffamato” l’esercito russo: durante una manifestazione aveva mostrato cartelli con le scritte “No alla guerra” e “Un mondo senza guerra, una Russia senza Putin”.
“Lo stato russo non permette alle donne di scendere in piazza e dire ‘no alla guerra’”, spiega Jennifer Mathers dell’università gallese di Aberystwyth, esperta di politica russa, sicurezza e questioni di genere in ambito di guerra. “Non accetta azioni di questo tipo da parte di nessuno, ma soprattutto da parte delle donne”.
Povertà e repressione
Eppure, mentre la repressione interna s’intensifica, le autorità russe sostengono che la popolazione carceraria ha subìto un netto calo. Lo scorso maggio il direttore del sistema penitenziario federale, Arkadij Gostev, ha dichiarato che le carceri russe ospitano 282mila persone, compresi 85mila individui in attesa di processo. Sulla carta queste cifre segnano un record positivo per la Russia moderna. Due mesi prima il vicepresidente della corte suprema Vladimir Davydov aveva comunicato che il numero di detenuti aveva toccato i minimi storici: 308mila. Nel 2001, quando Putin era appena arrivato al Cremlino, nelle carceri russe c’era un milione di persone. Gostev e Davydov hanno attribuito il calo all’“umanizzazione” delle politiche in materia di pene e condanne. Gostev ha poi aggiunto che il reclutamento dei detenuti ha avuto un impatto significativo. Come sottolinea Zeveleva, “per evitare il carcere gli uomini una via d’uscita ce l’hanno: il fronte”.
Il ministero della difesa russo ha cominciato ad arruolare detenuti per la guerra in Ucraina già all’inizio del 2023, dopo una prima ondata di reclutamenti gestita dall’organizzazione mercenaria privata Wagner. Oggi si ritiene che i detenuti entrati a far parte dell’apparato militare russo siano decine di migliaia, anche se il ministero non fornisce dati ufficiali.
Le stime fatte dall’esterno variano molto, e spesso collegano ogni singola diminuzione a una nuova fase di reclutamenti nei penitenziari. Nel 2025 i servizi segreti ucraini hanno sostenuto che, fino a quel momento, l’esercito russo aveva accolto tra 140mila e 180mila detenuti.
Mentre la demografia delle carceri russe continua a mutare, il numero esatto delle donne detenute resta sconosciuto. Le ultime statistiche ufficiali risalgono all’inizio del 2022, quando le donne erano l’8,9 per cento delle 465.896 persone in carcere. Secondo gli esperti molto probabilmente in questi quattro anni la percentuale è aumentata. “Ci sono sempre più donne detenute, in particolare per reati politici”, spiega Natalia Arno, presidente della fondazione Free Russia, con sede a Washington.
I detenuti che finiscono al fronte sono quasi tutti uomini, come del resto la maggioranza delle persone mandate a combattere in Ucraina. Di recente si è parlato molto di donne reclutate nelle carceri, ma anche se la notizia fosse attendibile si tratterebbe comunque di un fenomeno marginale. “Se davvero ne reclutassero molte, si saprebbe subito, perché sarebbe parecchio insolito”, sottolinea Mathers. “Al momento non c’è un messaggio, un discorso pubblico che possa servire a giustificare l’arruolamento delle donne, carcerate o meno. Il messaggio con cui viene presentato il reclutamento maschile – ‘comportati da uomo, entra nell’esercito’ – contrasta con l’idea stessa del reclutamento delle donne”, aggiunge la professoressa.
L’incremento delle detenute si spiega quindi, oltre che con il trasferimento dei detenuti maschi al fronte, anche con la crescita delle condanne nei confronti delle donne. Nel 2025 sono state 87mila, un quinto del totale: un record per la Russia moderna, stando ai dati della corte suprema, resi noti dal sito indipendente Vërstka. New Eastern Europe non ha potuto verificare i dati, anche perché ad aprile il dipartimento di giustizia russo ha eliminato dal proprio sito web tutte le cifre sulle condanne carcerarie.
Secondo Zeveleva questi sviluppi evidenziano una doppia tendenza nella Russia in guerra: la femminilizzazione della persecuzione politica e della povertà. “Anche se in Russia ci sono molti prigionieri politici, i penitenziari rimangono popolati soprattutto da poveri. Il carcere è uno strumento per controllare la povertà, a cui sono collegate molte condanne”, aggiunge Zeveleva, citando come esempio i furti e i reati minori, “che di solito aumentano quando la situazione economica si fa più difficile”.
Il valore della solidarietà
Le statistiche ufficiali sul sistema carcerario russo sono inaffidabili, incomplete o indisponibili, ma questo non è l’unico motivo per cui si sa poco delle donne in cella. “Un altro motivo è l’assenza di contatti con le detenute”, spiega Zeveleva.
La strategia nei confronti di Mosca dovrebbe “tenere al centro le persone”
I penitenziari femminili russi, infatti, hanno la fama di essere molto più controllati di quelli maschili, che spesso sono gestiti da bande e reti criminali. Nelle strutture femminili l’amministrazione ha il controllo totale, e le donne subiscono una sorveglianza estremamente rigorosa.
Per gli attivisti che si occupano della difesa dei diritti umani è sempre più difficile monitorare la situazione nei penitenziari russi, anche perché l’ente che dovrebbe garantire i diritti dei carcerati, la commissione di monitoraggio, è amministrata da funzionari fedeli al governo e non può essere considerata indipendente. Dall’inizio della guerra diverse organizzazioni per la difesa dei diritti civili sono state vittime della repressione dello stato, che le ha costrette a interrompere l’attività o a trasferirsi all’estero. Per esempio, due delle madri finite in prigione per reati politici – Ksenija Garina, della regione di Irkutsk, ed Elvira Saifullina, di Norilsk – sono state condannate per “estremismo” a causa del loro coinvolgimento nel progetto “Anti Pytki”, che denuncia i casi di tortura nelle carceri russe.
Spesso gli attivisti danno alle detenute un sostegno vitale, soprattutto a quelle che non hanno familiari o amici a cui affidarsi. “Per gli uomini i meccanismi di assistenza sono più efficaci”, spiega Arno. “Perché le donne non tradiscono i compagni, i mariti, i figli e i fratelli. Quando invece è una donna a finire dietro le sbarre, il partner o il marito l’abbandonano subito”.
Amnesty international ha documentato una serie di tattiche adottate dalle autorità russe per privare arbitrariamente le prigioniere politiche di ogni contatto con i loro cari e perfino con i loro legali, in violazione degli standard internazionali sui diritti umani. “È una strategia deliberata del governo. Isolano e mettono a tacere le dissidenti e se la prendono anche con le loro famiglie. Ogni forma di contatto – visite, telefonate, lettere – è fortemente limitata”, ha dichiarato la ricercatrice di Amnesty international Natalija Prilutskaja in un comunicato stampa del 2024.
In base alla legge russa, il diritto alle visite può essere drasticamente ridotto a seconda del luogo e delle condizioni di detenzione. Anche la corrispondenza e le telefonate sono controllate. I detenuti sottoposti a sanzioni disciplinari subiscono spesso un regime di isolamento nelle celle chiamate štrafnoj izoljator (šizo). La detenzione in una šizo, che può durare fino a 15 giorni e può essere prolungata, impedisce di fare telefonate, incontrare visitatori e ricevere pacchi. “È diventata una pratica molto usata per colpire i prigionieri politici”, spiega Zeveleva.
Le condizioni nelle šizo sono ancora peggiori per le donne, che a differenza degli uomini sono costrette a indossare un abbigliamento ridottissimo. “Vengono spogliate e restano con il minimo indispensabile. D’inverno le šizo sono gelide. È una vera tortura”, sottolinea Zeveleva. Anche nei casi in cui le visite sono permesse, non tutti i penitenziari femminili sono attrezzati per gestire la presenza di madri con figli piccoli. “E per le donne con bambini o che hanno partorito durante la detenzione, la separazione dai figli è una sofferenza enorme”.
Secondo le statistiche del dipartimento di giustizia citate da Vërstka, nella prima metà del 2025 i tribunali russi hanno condannato 467 donne incinte e 1.707 madri con figli di età inferiore ai tre anni. Una prigioniera politica, Olga Petrova, ha partorito in carcere mentre stava scontando una condanna a sette anni per aver “finanziato il terrorismo”.
Sergej Davidis sa bene che difficilmente il Cremlino rilascerà le donne coinvolte nella campagna Free political prisoner mothers o qualsiasi altro prigioniero politico. “Grazia e amnistia sono molto rare nella Russia di Putin”, spiega. Per questo fare appello alla retorica ufficiale sui “valori della famiglia” secondo lui può essere utile. Come può essere d’aiuto anche il fatto che le madri presenti nella lista sono appena venti. “Non possiamo sapere se la nostra richiesta sarà esaudita, ma ci sono buone probabilità che almeno la leggano”, spiega Davidis. “Anche se non riusciremo a farle rilasciare, cercheremo di dargli comunque maggiore sostegno”.
Secondo Arno (che partecipa alla piattaforma di dialogo con le forze democratiche russe istituita dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa) difendere i diritti dei prigionieri politici meno noti è particolarmente difficile. Nell’agosto 2024 diverse figure di primo piano sono state liberate nell’ambito del più grande scambio di prigionieri tra la Russia e i paesi occidentali dalla fine della guerra fredda. Negoziato dall’amministrazione di Joe Biden, l’accordo ha portato al rilascio di 16 prigionieri politici, tra cui il corrispondente del Wall Street Journal Evan Gershkovich, il vicepresidente della fondazione Free Russia Vladimir Kara-Murza e il cofondatore di Memorial Oleg Orlov. Tra le tredici persone a cui è stata concessa la grazia presidenziale c’erano quattro donne: la giornalista russo-americana Alsu Kurmaševa (madre di due bambini), l’artista e oppositrice della guerra Saša Skočilenko e due ex collaboratrici di Navalnyj, Lilija Čanyševa e Ksenija Fadeeva. “È stato uno scambio storico”, dice Arno. “Per la prima volta in 38 anni non sono stati liberati solo cittadini statunitensi, ma anche russi. Oggi, però, manca la volontà politica per ripetere l’iniziativa”.
Subito dopo essere tornato alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, il presidente Donald Trump ha dato l’impressione di volersi adoperare per mettere fine alla guerra. Oggi, però, le trattative di pace sono a un punto morto. Nel frattempo l’amministrazione statunitense ha stretto accordi con l’autocrate bielorusso Aleksandr Lukašenko, ottenendo il rilascio di centinaia di prigionieri politici in cambio di una riduzione delle sanzioni.
“Con Putin la situazione è diversa, perché non ha bisogno di nulla. Lukašenko ha necessità precise, ma al presidente russo le offerte dell’occidente non interessano”, spiega Arno, che sconsiglia di tentare un approccio simile con il Cremlino. “Bisogna tenere alta la pressione ed evitare di cancellare le sanzioni se non ci sono cambiamenti concreti”, continua. “Il fatto che oggi i russi non siano interessati, non significa che non lo saranno in futuro”.
Per Arno la trattativa di pace e la strategia politica nei confronti della Russia dovrebbero “tenere al centro le persone”. Come Davidis, anche lei teme che un’eventuale intesa per un cessate il fuoco possa non contemplare il rilascio dei prigionieri politici russi. Mentre i prigionieri di guerra e gli ostaggi civili ucraini possono contare sul sostegno delle autorità di Kiev, i russi che si trovano dietro le sbarre devono affidarsi unicamente agli attivisti e alla comunità internazionale.
Quando le chiediamo quale consiglio darebbe ai leader occidentali, Arno risponde senza esitazione: “Prima di tutto devono aiutare l’Ucraina, perché è importante che l’aggressione di Putin non abbia successo. Poi devono fare tutto il possibile per evitare di rafforzare il regime di Mosca”. E uno degli elementi chiave di questa strategia dovrebbe essere l’attenzione alla sorte dei prigionieri politici. “Bisogna fare in modo che il regime paghi un prezzo alto per la repressione. La solidarietà è l’arma migliore contro i dittatori”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati