Quando Aleksandr Doba è entrato con il suo kayak nel porto di Le Conquet, in Francia, aveva appena completato il suo terzo – e di gran lunga più pericoloso – viaggio solitario in kayak attraverso l’oceano Atlantico. Era il 3 settembre 2017, mancavano pochi giorni al suo 71° compleanno. Doba non era abituato a portare i pantaloni. Era stato in mare per 110 giorni, completamente solo, e l’ultima volta aveva toccato terra a maggio nella baia di Barnegat, nel New Jersey. Il viaggio sarebbe potuto tranquillamente terminare cinque giorni prima, quando Doba era a qualche centinaio di metri dalla costa britannica. Lasciando il New Jersey, però, si era ripromesso non solo di raggiungere l’Europa, ma di arrivare fino al continente vero e proprio. Così era rimasto in acqua quasi un’altra settimana. Nella sua imbarcazione larga un metro aveva affrontato cavalloni enormi, nella cabina grande quanto una bara aveva passato quasi quattro mesi senza mai dormire più di tre ore di fila e aveva messo a dura prova la pazienza dei suoi familiari per restare solo, nudo e impaurito. Poi aveva pagaiato fino alla costa francese.

Viaggiare in kayak è un modo assurdo per attraversare l’oceano. Tutti i grandi muscoli del corpo sono inutili. “Una vera katorga”, dice Doba, che è polacco. Katorga è il termine polacco che indica i lavori forzati in Siberia. Ma con katorga Doba non intende un’attività che fa controvoglia. Quella che per molti di noi è una sofferenza, per lui è determinazione ad andare controcorrente, e questo gli dà un brivido esistenziale. Fra i più grandi rimpianti della sua vita ci sono le occasioni in cui ha ceduto, quando ha percepito e reagito alla sofferenza in modo convenzionale. Per esempio quella notte dell’aprile 1989, quando accese un fuoco per farsi un tè e asciugarsi i vestiti mentre pagaiava sulla Vistola, poco lontano dalla città di Plock, nella Polonia centrale. O quel pomeriggio, una settimana dopo e sullo stesso fiume, in cui cedette alla tentazione di mangiare delle focacce, una zuppa di pomodori e del riso in un ristorantino, mentre avrebbe dovuto restare accampato accanto al suo kayak a divorare goulash freddo in scatola per preparare il suo corpo alle temperature artiche. All’epoca si era ripromesso di essere più duro con se stesso.

Doba sostiene che il bisogno di attraversare l’Atlantico in kayak non gli è venuto da dentro. “Con la mano sul cuore, non è stata una mia idea”, mi dice, quando lo incontro in Polonia. “Sono stato infettato da un virus”. Nel 2003, quando era già il canoista più esperto della Polonia, un professore gli chiese un consiglio, perché voleva attraversare in kayak il mar Baltico, e alla fine lo convinse a solcare l’Atlantico del sud con lui, andando dal Ghana al Brasile. Avrebbero viaggiato in due kayak separati e li avrebbero legati insieme la notte per creare una piattaforma su cui dormire. Il viaggio fu un fiasco totale. Quarantadue ore dopo la partenza furono sospinti indietro sulla riva. Doba riprese l’aereo per la Polonia. Tornò nella sua città, Police, nel nordovest del paese, dov’era stato direttore del servizio di manutenzione e riparazione di un’enorme fabbrica chimica, e giurò che non sarebbe andato mai più in kayak con un’altra persona. Poi abbozzò il progetto di una nuova barca che potesse fare quel viaggio. Sapeva che doveva essere non solo inaffondabile ma anche autoraddrizzante, nel caso si fosse capovolta, e che aveva bisogno di armadietti dove conservare il cibo e di una cabina in cui dormire. Con il suo disegno in mano, andò in macchina a Stettino e si rivolse a un costruttore di yacht, Andrzej Armiński. L’imprenditore accettò di costruire la barca, e nella primavera del 2010, Olo – come Doba ha chiamato il kayak, ispirandosi al suo soprannome, Olek – era già pronto. Doba disse alla moglie che avrebbe di nuovo tentato di attraversare l’oceano.

Solo una persona ci era riuscita usando esclusivamente la forza dei muscoli. Aveva viaggiato di isola in isola, da Terranova all’Irlanda. L’obiettivo di Doba era andare direttamente da un continente all’altro, dal Senegal al Brasile. Quella volta il viaggio andò molto meglio, ma questo non vuol dire che fu piacevole. Il tempo era terribile, umido e soffocante. Doba cercava di dormire durante il giorno ma non ci riusciva, perciò provò a pagaiare nelle ore di luce e per poco non prese un’insolazione. Non aveva orari. “Non sono un tedesco che comincia puntualmente alle 9 del mattino. Io pagaiavo quando ne avevo voglia”. Aveva la pelle coperta da uno sfogo dovuto al sale, vesciche alle ascelle e all’inguine, gli occhi gonfi per la congiuntivite. Le unghie delle mani e dei piedi erano praticamente cadute. I suoi vestiti, intrisi di sale, rifiutavano di asciugarsi. Il tessuto aveva un odore terribile e peggiorava le condizioni della sua pelle, perciò rinunciò ai vestiti.

Andare in kayak sull’oceano è di una monotonia micidiale. La sfida principale non è quella fisica. Doba descrive la noia come una forma di demenza: “Centinaia, migliaia, forse milioni di ripetizioni. Il cervello è totalmente estraneo al processo”. Da solo in mare e senza l’apparecchio acustico, racconta in tono allegro, si era talmente disorientato che cominciò a urlare a se stesso “per poter sentire” (Doba è piuttosto sordo, ma non si era portato l’apparecchio acustico perché è costoso e non resiste all’acqua, e comunque non c’era nessuno con cui parlare). Aveva pensato di conservare il tono muscolare delle gambe nuotando, ma dovette rinunciare perché il suo corpo nell’acqua attirava gli squali. Fu aggredito da grandinate di pesci volanti. “Hai idea di quanto siano veloci?”, mi dice. “Non è una bella sensazione”.

Quando non riusciva a dormire per la rigidità della cabina e per le onde che gli si schiantavano addosso, Doba pensava a sua moglie

Quando non riusciva a dormire per l’inesorabile rigidità della cabina e per le onde che gli si schiantavano addosso, Doba pensava a sua moglie, ai figli e alla nipotina. Pensava ai genitori scomparsi. Fraternizzava con le tartarughe, picchiettando sul loro guscio mentre gli nuotavano accanto per accertarsi che fossero ancora vive, e con gli uccelli, che si posavano su Olo per riposare e spesso entravano nella sua cabina e non volevano più uscire. Aveva un telefono satellitare, e si scambiava messaggi con Armiński che gli faceva da navigatore, inviandogli regolarmente le previsioni del tempo e del vento. Doba telefonò due volte anche alla moglie. Ma quando a casa arrivò una bolletta di 500 dollari, racconta lei, “la voglia di chiacchierare” diminuì.

Doba alternava tre tipi di porridge liofilizzato per colazione, quattro tipi di zuppa liofilizzata per pranzo e un assortimento di una decina di cene liofilizzate (mangiò tutti i piatti con la carne per primi). Faceva anche degli spuntini con la frutta secca e la marmellata di prugne di sua moglie, ma le scorte si esaurirono a metà viaggio. Ogni volta che chiudeva gli occhi, mi ha detto Doba, “sognavo di pagaiare in Polonia d’inverno”. Perse più di venti chili. Ma nonostante tutto, il viaggio fu perfetto. Novantanove giorni dopo aver lasciato il Senegal, arrivò in Brasile. Fu accolto da un solo giornalista e dall’ambasciatore polacco. Non importa a nessuno se attraversi l’oceano in kayak. Doba lo sa benissimo, e si capisce dai suoi occhi. Nelle foto scattate alla fine dei suoi viaggi ha un’aria estatica e feroce nel miglior senso possibile, interiormente selvaggia e libera.

Un’ebrea con la febbre

Il giorno del mio arrivo a Varsavia, Martyna Wojciechowska, una donna molto elegante che conduce un programma di documentari alla tv polacca, si presenta al mio albergo per spiegarmi chi è Doba. Non sono in gran forma. Per essere esatti: sono un’ebrea con la febbre che sta per andare in kayak in Polonia in pieno gennaio, niente che prometta di finire bene. Eppure sono felice di essere scappata via di casa per venire fin qui. Rischiavo di essere soffocata dalle montagne di faccende che affliggono tutte le madri lavoratrici con due figli. Wojciechowska si beve un cappuccino doppio e mi racconta di essere stata fidanzata cinque volte senza mai sposarsi. Sente che le sarebbe impossibile realizzare i suoi sogni con un marito. Ha anche lasciato la figlia di otto mesi per andare a scalare una montagna in Antartide, perché stava cercando di completare la salita delle Sette cime, le vette più alte di ogni continente, e all’epoca raggiungere quell’obiettivo le sembrava una questione di vita o di morte. Si sente in colpa per questo, e si sente giudicata, ma eccoci qua, giusto? Poi mi porta in un ristorante della zona, ordina borsch e piroghì e mi racconta una barzelletta: “In una mongolfiera ci sono il diavolo, un tedesco, un francese e un polacco. Perdono quota, sta per succedere una tragedia. Allora il diavolo dice al tedesco: ‘Devi saltare, è un ordine!’. E il tedesco salta. Poi il diavolo dice al francese: ‘Devi saltare’. E il francese replica: ‘Che significa?’. Il diavolo risponde: ‘Significa che la vita non ha senso, ma quando salterai avrai un’aria molto chic, molto moderna’. E così il francese salta. Poi il diavolo si rivolge al polacco e prova senza successo gli argomenti che ha già usato con il tedesco e il francese. ‘Accidenti!’, esclama alla fine il diavolo. ‘Sono sicuro che non salterai mai’. E il polacco salta”. Wojciechowska mi guarda fissa, per essere sicura che abbia capito. “Meno si crede in noi polacchi, più siamo determinati. Per dimostrare chi sono, i polacchi sono pronti a sopportare tutto. Se non sei disposto a soffrire, non puoi fare niente. Puoi restartene seduto e aspettare la morte: questa è l’unica cosa che puoi fare”. Doba sente profondamente tutto questo. Puoi farti schiacciare dalla vita o puoi scaricarle addosso la tua rabbia. “Nie chcę być małym szarym człowiekiem”, mi dice. “Non voglio essere un piccolo uomo qualunque”. È un’espressione comune in Polonia.

Doba è nato nel 1946 a Swarzędz, in Polonia, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando il paese era stato invaso dai sovietici e dai tedeschi e poi ridotto in polvere dai bombardamenti. L’intera popolazione era alla fame. Le generazioni precedenti non se l’erano cavata molto meglio. Il nonno materno di Doba, un alto ufficiale dell’esercito zarista, era stato avvelenato durante la rivoluzione bolscevica del 1917. Sua nonna materna fu mandata in Siberia. I loro tre figli, gli zii di Doba, scomparvero.

Eppure Doba definisce magica, quasi fantastica, la sua infanzia. Vicino a casa sua, racconta, c’era uno stagno, dietro lo stagno c’era la foresta, nella foresta c’erano i funghi e dietro a tutto questo c’era un piccolo aeroporto con alianti e cicogne, che migravano d’estate. Il padre di Doba, che aveva le mani d’oro, gli fabbricò una bicicletta. A 15 anni Doba andava in giro per la Polonia da solo.

Dopo essersi laureato in ingegneria meccanica al politecnico di Poznań, Doba conobbe Gabriela Stucka, la sua futura moglie, durante un viaggio zaino in spalla. Lui le spiegò come far bollire l’acqua, cosa che lei ancora oggi trova ridicola. Però rimase affascinata dal suo fare malizioso: le sue storie su come era riuscito a contrabbandare degli scarponi da sci dalla Germania Est portandoli ai piedi attraverso la frontiera; la storia della barba, che si era fatto crescere durante una vacanza estiva per poter tornare all’università e all’addestramento militare obbligatorio come l’unico soldato non rasato della Polonia.

Police, Polonia. Doba con il suo kayak Olo (Joakim Eskildsen, Institute)

Doba ha cominciato ad andare in kayak nel 1980, quando si era già trasferito a Police con Gabriela. Era stato assunto nella fabbrica chimica, mentre la moglie lavorava come assistente sociale. Un giorno un collega gli disse che il club di kayak della fabbrica sarebbe partito per una spedizione di due settimane. Doba aveva provato il deltaplano e il paracadutismo, ma il governo spesso chiudeva lo spazio aereo, perché Police si trovava poco lontano dalla frontiera con la Germania Est. Doba s’iscrisse alla spedizione in kayak e ci andò anche l’anno seguente. Poi nei fine settimana caricava un kayak sul treno, scendeva nelle immediate vicinanze di un fiume e trasportava la barca – su un marchingegno a ruote costruito con pezzi di bicicletta e passeggino – anche per quaranta chilometri se necessario. A volte portava con sé i due figli, Bartek e Czesiek, nati nel 1979 e nel 1982. Prima di partire, Gabriela gli faceva dichiarare ad alta voce le condizioni di salute dei bambini (“Bartek ha un accenno di raffreddore ed è stanco, ma per il resto sta bene”) per poterle verificare al ritorno. Dopo un po’, i ragazzi cominciarono a ribellarsi. “Ci trascinava in lunghi viaggi, solo lui e noi due, in mezzo al nulla, e a noi non piaceva per niente”, ricorda Bartek. “Pioveva. C’erano i ragni. C’erano dei fiumiciattoli e noi dovevamo stringerci per passare tra i cespugli”.

Libero dalla zavorra dei figli, Doba cominciò a darsi degli obiettivi: battere il record dei giorni passati a pagaiare da un polacco in un anno (108); fare in kayak il più lungo percorso possibile in Polonia (1.189 chilometri). Prima della caduta della cortina di ferro, il Partito comunista polacco aveva dichiarato illegale andare in kayak sul mar Baltico, per paura di possibili defezioni. Doba non se ne preoccupò. “Stavo pagaiando sul fiume”, disse alla pattuglia di frontiera che, com’era inevitabile, lo aveva sorpreso. “Non ho idea di come sono finito qui”. I soldati gli dissero che aveva violato tante di quelle leggi che non sapevano di cosa accusarlo. Doba rispose: “In questo caso, meglio che me ne vada”.

Dopo la transizione, come i polacchi chiamano il passaggio del loro paese a un governo democratico all’inizio degli anni novanta, i viaggi di Doba diventarono più estremi. Passò cento giorni pagaiando lungo le coste del mar Baltico. Pagaiò lungo la costa della Norvegia fino al Circolo polare artico. Durante il viaggio una tempesta lo scagliò fuori dal kayak e la fune che lo legava all’imbarcazione si spezzò. Perse i sensi. Si svegliò sulla riva sentendo delle urla: le sue. Doba non si pente di quella esperienza. Non è interessato a morire nel suo letto.

Un pomeriggio Doba parcheggia la sua Mazda 5 sul terreno accanto al palazzo dove vive, mi indica una foresta di pini che s’innalzano rigidi a poca distanza da lì, contendendosi la luce, e dice con aria divertita: “A volte ci concediamo la grande avventura di andare laggiù a bere una birra”. Il palazzo di Doba è un cubo di cemento di cinque piani. Sembra uscito da un romanzo distopico per ragazzi in cui lo stato è impegnato a creare ometti grigi. Ma l’interno dell’appartamento è tutt’altra cosa: le scarpe lasciate all’ingresso, tratti di matita che segnano l’altezza dei nipoti sullo stipite della porta della cucina, atlanti, trofei di kayak e globi di neve con foto di famiglia in salotto.

Sono passati mesi dal viaggio e il puzzolente tappetino di schiuma usato da Doba per dormire e altre attrezzature di Olo restano sul balcone, su espressa richiesta di Gabriela. Anche a casa la fisicità di Doba è singolare. Il suo corpo sembra un montaggio di parti diverse che appartengono a persone di varie età. La sua pelle dimostra 71 anni, il petto ne dimostra 50, le mani e gli avambracci 30 e sembrano quelli di un cowboy del Montana. I capelli e la barba sembrano usciti da un’immagine michelangiolesca di dio.

Gabriela ci raggiunge per chiacchierare intorno al tavolo da pranzo, dove ha allinea­to ciotoline di arachidi, uva passa, cioccolatini, biscotti, torta, la caffettiera e la teiera. Dopo 42 anni di matrimonio, adora ancora Doba, e la sua accettazione del marito è totale, più oggi che in passato. “Da giovani a volte si diventa molto gelosi”, dice, e si vuole tenere un pezzo del partner tutto per sé. L’adattamento di Gabriela allo stile di vita del marito è cominciato alla fine degli anni ottanta, quando Doba fu preso dall’ossessione del kayak e insisteva perché la moglie lasciasse lui e la barca sul ciglio della strada mentre andava dalla madre per Natale, per poi passare a riprenderli in un posto prestabilito sulla via del ritorno qualche giorno dopo. Il piano era che se Doba fosse stato in ritardo, Gabriela avrebbe scritto con un bastoncino sulla terra battuta: ero qui. E poi se ne sarebbe andata.

Prima della caduta della cortina di ferro, il Partito comunista polacco aveva dichiarato illegale andare in kayak sul mar Baltico

Quando Gabriela finisce di raccontarmi di quel Natale, Doba comincia un’altra storia. Parte con una piccola diatriba sulla tirannide della cortesia, che impone a un ospite di dire che gli piace qualunque cosa gli venga offerta, e sul problema che ne consegue: continuano a offrirti cose che non ti piacciono. “La prima volta che andai a trovare la mia futura suocera, ci servì una zuppa di sangue di anatra. A me non piace per niente. Ero in un bel pasticcio”. Per evitare l’incubo della conformità silenziosa, disse alla sua futura suocera. “Questa è un’ottima zuppa. Ha un buon aspetto, un buon odore e probabilmente piace a tutti. Però a me non piace”. Per la donna fu uno shock, dice, ma non durò a lungo. “Quando tornai a farle visita, non mi preparò quella zuppa: sapeva che non mi piaceva”.

Eppure Gabriela non era preparata alla prima spedizione transatlantica di Doba. Erano anni che faceva lunghi viaggi, ma aveva sempre dormito sulla terraferma. E così, mi racconta Gabriela, mise in chiaro con il marito tutti i motivi per cui attraversare l’Atlantico in kayak era stupido. Minacciò di chiedere il divorzio. “Se hai una crisi in mezzo all’Atlantico e la terra più vicina è il fondo del mare”, gli chiese, “cosa farai?”. Doba rispose: “Non ci saranno crisi”. Lei sapeva che non poteva fermarlo.

Ma Gabriela non voleva essere la Penelope di un Doba Odisseo. Non voleva vivere in ansia aspettando il suo ritorno. Si gettò nel lavoro, che era diventato molto più gratificante di quanto avesse mai immaginato quando studiava per diventare assistente sociale negli anni settanta. Con il passaggio alla democrazia, la società e la mentalità dei polacchi avevano cominciato a cambiare. Gabriela andò in Danimarca per studiare il modo in cui i paesi dell’Unione europea gestivano problemi come la disoccupazione, l’alcolismo e le ragazze madri. Il suo dipartimento era passato da cinque a cento persone. “Non mi sarei mai aspettata che potesse diventare così grande”, dice. Scherzando, osservo che quello è il suo Atlantico. “È più grande dell’Atlantico”, interviene Doba. “È il Pacifico di Gabriela”.

Più tardi il figlio maggiore della coppia, Bartek, ci raggiunge con le sue due figlie, che frequentano le elementari. Mi racconta di aver accompagnato il padre all’aeroporto in occasione della sua ultima traversata. Nel corso degli anni anche lui, come Gabriela, ha dovuto imparare a convivere con le avventure del padre. Ma questo viaggio aveva qualcosa di diverso. “Quando mi ha dato un ultimo abbraccio magari non piangeva, ma ho visto i suoi occhi”, dice Bartek. “Non era mai stato così. Allora ho pensato: ‘Potrebbe anche non tornare’”.

Sud, medio e nord

Doba cominciò a parlare del suo secondo viaggio attraverso l’Atlantico pochi giorni dopo essere tornato dal primo. Aveva sempre progettato di fare tre traversate: sud, medio e nord Atlantico. Gabriela non credeva che l’avrebbe fatto. La partenza per il secondo viaggio, dal Portogallo alla Florida, fu piuttosto improvvisa. A metà settembre del 2013, Doba non aveva ancora tutte le attrezzature che voleva portare con sé. “Nessun pensionato in Polonia può permettersi di fare questo genere di cose”, spiega. Doba prende l’equivalente di settecento euro al mese. Ma la comunità raccolse fondi per lui, e il 3 ottobre 2013 Doba si rimise in viaggio. Né Gabriela né Bartek lo accompagnarono all’aeroporto.

Olo pesa trecento chili quand’è vuota. All’inizio di quel viaggio ne pesava settecento e trasportava, tra l’altro, due pagaie in fibra di carbonio, cinque paraspruzzi per coprire il corpo di Doba mentre pagaiava, due paia di guanti da kayak, tre paia di occhiali da sole, due paia di occhiali da lettura, dieci scatole di fiammiferi impermeabili, due grandi coltelli da macellaio, un desalinatore elettrico, due desalinatori manuali, tre segnali di fumo galleggianti, nove razzi di segnalazione, un fornelletto da cucina con bombole di propano, due torce elettriche, due fari, un iPad, una videocamera, 320 batterie al litio (per i dispositivi di segnalazione satellitari di Olo), integratori minerali, un set da cucito, 175 tavolette di cioccolata, tre spazzolini da denti, sette confezioni di crema solare, tre litri di vino fatto in casa, una pietra pomice per i calli sulle mani, due paia di sandali e un set da pesca d’emergenza. Doba portò anche due imbracature da vela, che somigliano alle imbracature da arrampicata ma si portano sul petto invece che sulle gambe: le usa per legarsi con un moschettone alla barca. La cabina di Doba, che raggiunge infilandosi attraverso un’apertura grande quanto un computer portatile, gli consente, da sdraiato, 38 centimetri di spazio di manovra. Evacuava stando appeso da un lato o a poppa.

Per un po’ tutto andò bene. Doba pagaiava nudo. Beveva cinque tazze di caffè solubile al giorno. Mangiava pollo tikka masala liofilizzato e qualche minuscolo pesce volante che atterrava sul kayak. Mandava messaggi con il telefono satellitare alla famiglia e ad Armiński, che ancora una volta era il navigatore e gli mandava il bollettino del tempo e dei venti. Poi, il 19 dicembre, il telefono di Doba smise di funzionare. Aspettò tre giorni, ma niente segnale. Perciò, nella speranza che Gabriela o Armiński cercassero di risolvere il problema, pigiò il bottone “help” nel suo dispositivo Spot, un congegno molto diffuso tra gli esploratori, perché può mandare messaggi d’emergenza e le coordinate gps quando una persona non è rintracciabile.

Police, Polonia. Doba nella sua abitazione (Joakim Eskildsen, Institute)

Poco dopo, un’enorme nave greca affiancò Doba cercando di salvarlo. Doba voleva solo che gli riparassero il telefono, non voleva essere salvato, perciò fece cenno ai greci di allontanarsi. “Io, bene”, gridò in inglese indicando se stesso e alzando i pollici. “Telefono, male”, e puntò i pollici verso il basso. Doba rifiutò le funi che l’equipaggio si offriva di lanciargli. Così, pensando probabilmente che fosse uno squilibrato – dopotutto era un puntino minuscolo che ballonzolava in un vasto universo d’acqua – la nave gli girò intorno e tentò nuovamente di salvarlo. Doba li respinse ancora. Durante il terzo tentativo di salvataggio urlò un’oscenità in polacco. I greci capirono il messaggio e se ne andarono. Quarantasette giorni dopo aver smesso di funzionare, il telefono ripartì. Qualcuno aveva dimenticato di ricaricare la carta di credito prepagata su cui era addebitata la bolletta.

Doba finì con l’accettare aiuto due settimane dopo. Aveva già coperto il 90 per cento della distanza, ma aveva passato le ultime sei settimane pagaiando in tondo nel triangolo delle Bermuda, intrappolato dal vento e dalle correnti. Una tempesta gli aveva danneggiato il timone. Aveva cercato di aggiustarlo, ma non c’era riuscito. Così mandò un messaggio ad Armiński e a Piotr Chmieliński, un canoista polacco che a metà degli anni ottanta, poco dopo essere fuggito negli Stati Uniti, aveva fatto parte della prima squadra in grado di percorrere in kayak tutto il rio delle Amazzoni. Anche
Chmieliński aveva contribuito a coordinare la logistica di Doba, che accettò il suo suggerimento di raggiungere le Bermuda per farsi riparare la barca. Quando scese a terra, dopo 143 giorni in mare, Doba riusciva a malapena a camminare, e quando fu finalmente pronto a riprendere il kayak era la fine di marzo e il tempo stava peggiorando. Le condizioni meteorologiche erano pericolose, e Chmieliński ebbe difficoltà a trovare un capitano di marina disposto a riportarlo nell’oceano vicino al punto dove aveva perso la rotta. Alla fine gli trovarono un passaggio, e Doba riprese a pagaiare durante una tempesta. Tre settimane dopo raggiunse la Florida. Si mise una camicia pulita rossa e bianca – i colori della bandiera polacca – e si sdraiò sull’erba. Doba tornò a Police accolto come un eroe, e dopo 14 mesi volò a Washington per ricevere un premio della National geographic society come esploratore dell’anno 2015. Gli organizzatori dell’evento gli avevano chiesto di salire sul podio e dire in inglese: thank you very much. Doba, che si era presentato alla cerimonia in jeans, andò sul podio e disse: “Polacy nie gęsi, iż swój język mają”, i polacchi non sono oche e hanno la loro lingua.

Freddo e tempestoso

La sofferenza tende a fare di più per chi si flagella che per i suoi cari. Tutti quelli che vogliono bene a Doba si sono opposti alla sua terza spedizione nel freddo e tempestoso Atlantico del nord, dal New Jersey alla Francia. Doba, ovviamente, ha cominciato a progettarla pochi giorni dopo essere tornato dalla Florida. Armiński ha passato molte ore cercando di dissuaderlo. Attraversare l’Atlantico del nord in kayak, pensava, era follemente pericoloso e addirittura amorale. “È impossibile progettare un kayak che non si capovolga nell’Atlantico del nord”, mi spiega Armiński con il suo inglese dall’accento britannico, seduto dietro la sua scrivania a Stettino con un bel pullover e una camicia ben stirata. “È una questione di dimensioni e potenza delle onde rispetto alla massa del kayak”. Oltre a quello del rovesciamento della barca, c’è un problema ancora più catastrofico: un’onda che si rompe trasferisce tutta l’energia presente in potenza nell’altezza dell’onda in turbolenta, violenta energia cinetica. È sostanzialmente una valanga d’acqua. “Un cavallone dell’oceano può fare tutto quello che vuole a un kayak”. Non c’era ingegneria che potesse attrezzare Olo per quest’impresa. “Quando Doba mi ha comunicato che avrebbe attraversato l’Atlantico del nord, gli ho detto: ‘Non intendo partecipare’”, mi racconta Armiński. “‘Assolutamente no. È semplicemente troppo pericoloso. Ogni tre settimane c’è una tempesta con onde che possono rovesciare il kayak. A quanti rovesciamenti puoi sopravvivere?”.

Doba sul fiume Brda, nella Polonia centrale (Joakim Eskildsen, Institute)

“Onestamente ero un po’ incazzata”, racconta Gabriela. Eppure il 29 maggio 2016 Doba si è allontanato a remi dalla costa del New Jersey, vicino alla statua della Libertà. Le previsioni del tempo erano pessime, ma Chmieliński aveva chiamato molti giornalisti. Un gruppo di canoisti era venuto a pagaiare per un pezzo insieme a Doba, e lui si sentiva in obbligo nei loro confronti. Nelle riprese televisive dell’ora precedente la partenza Doba ha un’aria distrutta, è esausto e sull’orlo delle lacrime. La notte prima aveva dormito solo tre ore e non aveva neanche avuto il tempo di controllare bene l’attrezzatura. Una volta superata la statua della Libertà, ha acceso il gps. Non funzionava. Quattro giorni più tardi, e dopo essersi rovesciato varie volte, Doba finalmente ha superato la penisola di Sandy Hook e si è lasciato alle spalle la baia di New York. È stato di nuovo flagellato dal vento e dalle onde (lasciare la costa è una delle parti più difficili di un viaggio attraverso l’Atlantico). L’acqua finita negli armadietti di Olo ha mandato in corto circuito il desalinatore elettrico. Doba è stato sospinto sulla spiaggia e ha annullato il viaggio.

Un anno dopo ci ha riprovato. Al terzo giorno di navigazione ha ricevuto il primo avviso di burrasca. Era ancora vicino alla costa del New Jersey, perciò è sceso a terra nella baia di Barnegat, ha mangiato una bistecca, ha dormito in un albergo e ha ripreso il mare. Per un po’ la traversata è andata avanti senza drammi. Il desalinatore elettrico di Doba si è rotto di nuovo e doveva passare varie ore al giorno pompando a mano acqua salata attraverso un filtro finissimo per preparare i 5-9 litri di acqua dolce di cui aveva bisogno per restare idratato e preparare i pasti liofilizzati. Ma che importava? Doba non doveva rispettare una tabella di marcia. Pagaiava e pagaiava, una vera katorga. Poi, dopo circa tre settimane, sono arrivate altre tempeste: venti fino a cento chilometri all’ora creavano onde smisurate, montagne d’acqua che precipitavano sul kayak, l’intera superficie del mare si muoveva come se un branco di elefanti stesse correndo su un gigantesco letto d’acqua. I canoisti che hanno sfidato l’Atlantico – un’impresa più facile perché, al contrario del pagaiare, remare ti consente di attivare i muscoli delle gambe e della schiena – si sono legati con delle cinghie al pavimento della cabina per evitare di essere sballottolati durante le tempeste e ritrovarsi con un trauma cranico o anche peggio. Immaginate un aereo grande come un kayak in balia di una turbolenza, ma nell’acqua invece che nell’aria; al livello del mare l’acqua è centinaia di volte più densa.

La cosa più importante per sopravvivere a una grossa burrasca, dice Doba, è tenere il kayak orientato con la poppa perpendicolare alle onde, in modo che colpiscano il lato più stretto dell’imbarcazione. Per riuscirci usava un’ancora galleggiante, sostanzialmente un paracadute, assicurata alla poppa del kayak con una cima, che gettava in acqua per aumentare la resistenza. Durante una tempesta l’acqua sotto la superficie dell’oceano è relativamente ferma, a muoversi tumultuosamente sono le onde. I guai più seri per Doba sono arrivati quando è stato colpito da una tempesta che è durata due giorni. Nella fase peggiore la cima dell’ancora si è spezzata. Se un’onda particolarmente alta avesse colpito Olo senza l’ancora, racconta Doba, “mi sarei rovesciato più volte, il kayak sarebbe andato in pezzi”. Così, con la sola imbracatura addosso, Doba è uscito dalla cabina con un’ancora di riserva attaccata a una cima, è strisciato sul ponte che rollava e beccheggiava violentemente, ha legato la cima al kayak e ha lanciato l’ancora oltre la poppa. Poi è tornato in cabina sbalordito di essere ancora vivo. “L’ho fatto senza controfigura”, mi dice con orgoglio. “Ma non ho un film. E anche se ce l’avessi, la censura non lo farebbe circolare”.

Dopo una tempesta Doba è riemerso dalla sua cabina per scoprire che la grande forcella che univa il timone di Olo alla poppa si era storta

Il 16 giugno 2017, dopo una tempesta, Doba è riemerso dalla sua cabina per scoprire che la grande forcella che univa il timone di Olo alla poppa si era storta. Ha cercato di riscaldare la forcella con il fornelletto da campo e raddrizzarla, ma non ha funzionato. Quindi ha cercato di forare il timone e attaccarlo alla poppa con delle fasce di plastica. Ha funzionato, perché Doba è riuscito a praticare dei fori, ma non poteva virare. Allora ha tagliato la parte storta della forcella con una lama seghettata che aveva portato con sé e ha improvvisato un modo di controllare il timone con dei moschetti. Ha funzionato per un po’, ma non del tutto.

Doba ha avvisato Chmieliński che a sua volta ha avvisato Gabriela, la quale non voleva davvero sapere come stava andando il viaggio. Ma questa traversata era troppo pericolosa, mi dice, per tenere la testa dove lei voleva che fosse, cioè sotto la sabbia. Doba è andato alla deriva per giorni mangiando gulash liofilizzato e tavolette di cioccolata. Chmieliński e altri hanno proposto quelli che Doba definisce “metodi esotici e costosi” di salvataggio, che implicavano scenari come catamarani provenienti dalle Bahamas ed elicotteri che lanciavano dal cielo pacchi con il materiale per riparare il timone. Doba non ha accettato. “Ero io quello che avrebbe dovuto pagare”, dice. E comunque non ci teneva particolarmente a essere salvato. L’idea era portare a termine la traversata senza aiuti esterni. E voleva restare fedele al piano originale.

Nel giro di una settimana, però, si è arreso e ha accettato che una nave mercantile di passaggio lo tirasse fuori dall’acqua e riparasse il timone. A bordo della Baltic Light ha mangiato un pasto caldo e si è fatto molti selfie con la ciurma filippina. Il capitano della nave non pensava che fosse una grande idea rimettere in mare da solo quel settantenne coperto di rash cutaneo e a corto di sonno. Ma Doba ha insistito. “Non credevo di potermi ritrovare in una situazione così avvilente”, ha scritto in un messaggio piuttosto criptico a Chmieliński due settimane dopo. “Il mio tentativo di uscire da questo terribile conflitto è stato sospendere le segnalazioni”. Doba ha spento tutte le comunicazioni, compreso il dispositivo Spot, che rilevava le sue coordinate ogni dieci minuti. Senza lo Spot, nessuno sarebbe riuscito a trovare il kayak se bisognava mandare soccorsi. Chmieliński ha interpretato questo blackout delle comunicazioni come un indizio del fatto che Doba era profondamente disperato, forse perché era di nuovo solo dopo essere stato insieme alla ciurma della Baltic Light o forse perché, dopo aver accettato aiuto, temeva di non guadagnarsi un posto nel Guinness dei primati per la traversata solitaria dell’oceano in kayak, da un continente all’altro e senza supporto esterno. Sospettava che Doba fosse pronto a lasciarsi andare alla deriva nell’immensità e affondare con la sua barca. Ma poi Doba ha riacceso lo Spot e il telefono. Prima di arrivare in Francia, ha fatto qualche video. Li abbiamo visti nel suo salotto insieme a Gabriela. “Fra tre settimane avrò 71 anni”, dice in un video. “Se sopravvivo”.

Una pagaia di plastica azzurra

Un mattino di gennaio insolitamente mite Doba – con larghi pantaloni di Gore Tex e calosce – mi dà una pagaia di plastica azzurra, mi fa segno di sedermi davanti in un kayak rosso a due posti, si toglie l’apparecchio acustico e dichiara allegramente, mentre ci spinge verso il largo: “Ora sono nella zona del silenzio”. Siamo andati in un bassopiano venato di fiumi nella Polonia centrale per la 53ª riunione internazionale del kayak invernale, un evento dal nome altisonante che in realtà significa solo sessanta polacchi di mezza età che passano insieme un fine settimana di gennaio andando in kayak, bevendo e ritrovandosi in uno chalet. La temperatura è di circa 4 gradi. Doba è un po’ deluso. Un anno, mi racconta confusamente, “faceva meno 18, e il numero dei partecipanti era lo stesso”.

Eppure, almeno per me, il fiume è magico: calmo, misterioso e vivo. Gli alberi sono coperti di un muschio color verde brillante, gli aironi veleggiano come lenzuola mosse dal vento su un filo da bucato e qualche raggio di sole filtra tra le nuvole basse. In realtà il mio viaggio non è stato tranquillo come avevo sperato. La mia influenza si trascina e il mio telefono esplode di messaggi isterici da casa. Ma sono un puntino nel vasto universo. È bello.

Dietro di me, districandosi tra sessanta canoisti e decine di alberi caduti, Doba si dimena sul sedile come un ragazzino ipercinetico. Verso mezzogiorno accostiamo alla riva insieme al resto del gruppo per abbrustolire sul fuoco pane e salsicce e mangiare biscottini a forma di cornetti. Polacchi generosi ed entusiasti continuano a portarmi bicchierini di alcol, che cerco di rifiutare. Poi una donna che si accorge della mia tosse si avvicina con un bicchierino di denso liquido rosso che sembra sciroppo. “Medicina”, dice. Dopo che l’ho scolata, si mette a ridere: “Vodka al lampone. È buona?”.

Il giorno dopo Doba, che si è rimesso l’apparecchio acustico, ci porta in macchina a Police, e qualche giorno più tardi affronta la questione che mi assilla: perché ha fatto quel terzo viaggio? “Prendere il mare e morire sarebbe un problema per la mia famiglia e anche per Armiński”, ammette Doba. “Sono arrivato molto vicino al limite delle mie possibilità e delle possibilità umane. Ma…”. Quello che non dice, quello che resta sospeso nell’aria, è che non sarebbe stato un grosso problema per lui prendere il mare e morire. Ha fatto un patto con la condizione umana. Quando Gabriela si era detta preoccupata per quello che avrebbe fatto in una crisi se la terra più vicina fosse stata il fondo dell’oceano, lui aveva risposto che non ci sarebbe stata una crisi. Non lo aveva detto perché è ingenuo, ma perché ha reinventato il concetto di crisi, proprio come ha reinventato il concetto di sofferenza. Una crisi, nella visione di Doba, è un’opportunità per trionfare. Così Doba va incontro alla crisi proprio come va incontro alla sofferenza. Scegliendola, abbraccia il ruolo dell’eroe, non della vittima.

Eppure ama Gabriela e non vuole causarle altro dolore. Attraverserà di nuovo l’Atlantico? Ha una risposta ben congegnata. “Una spedizione”, dice. “In kayak. Attraverso l’oceano. Per il momento non faccio progetti.” Poi aggiunge: “Però mi piace andare in barca”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati