Un pomeriggio di primavera del 2016, quando lavoravo in India, ricevetti un messaggio telefonico da una persona che viveva in una foresta nel bel mezzo di New Delhi. Il messaggio mi era stato girato via chat dal mio caporedattore e mi aveva elettrizzato tanto che l’ho conservato.
Caporedattore: Ellen hai cercato di metterti in contatto con la famiglia reale di Oudh?
Ellen: Questo sarà il miglior messaggio telefonico di sempre
Caporedattore: Mi sembrava strano! La segretaria ha lasciato istruzioni precise su quando dovresti richiamarla, domani tra le 11 e mezzogiorno
Ellen: Oh mio Dio
Naturalmente sapevo della famiglia reale di Oudh. Era uno dei grandi misteri della città. La sua storia circolava tra i venditori di tè, i portantini di risciò e i negozianti di Old Delhi, il cuore della capitale. Nella foresta, dicevano, in un palazzo isolato dalla città che lo circonda, vivono un principe, una principessa e una regina che pare discendano da una leggendaria famiglia reale musulmana sciita.
C’erano diverse versioni della storia, a seconda della persona con cui parlavi. Qualcuno diceva che la famiglia Oudh viveva lì da quando l’impero britannico aveva annesso il suo regno nel 1856, e che la foresta aveva inghiottito il palazzo crescendogli intorno. Qualcun altro diceva che erano una famiglia di jinn, le creature soprannaturali del folclore arabo. Un mio conoscente, che una volta aveva visto la principessa attraverso la lente di un teleobiettivo, affermava che i suoi capelli non erano stati tagliati né lavati per anni e arrivavano a terra in ciuffi aggrovigliati.
Una cosa era certa: non volevano vedere nessuno. Vivevano in un casino di caccia del trecento, circondato da rotoli di filo spinato e protetto da cani feroci. Lungo il perimetro c’erano cartelli minacciosi, uno dei quali diceva: “Se qualcuno provasse a entrare siamo pronti a sparare”. A intervalli di qualche anno la famiglia accettava di ricevere un giornalista, sempre uno straniero, per esprimere il suo risentimento nei confronti dello stato. I reporter ne uscivano con racconti deliziosamente macabri, che avevo studiato con ammirazione. Nel 1997 il principe e la principessa avevano dichiarato al Times di Londra che la madre, in un ultimo gesto di protesta contro la perfidia del Regno Unito e dell’India, si era uccisa bevendo un veleno in cui aveva sminuzzato perle e diamanti.
Capivo perché queste storie facevano tanto scalpore. Il paese era ancora traumatizzato, dall’epico inganno della conquista britannica e poi dal bagno di sangue seguito all’indipendenza dal Regno Unito, la cosiddetta “partizione”, che divise il Pakistan dall’India e diede il via ai violenti scontri tra indù e musulmani. Questa famiglia, che metteva in mostra la sua rovina, era la rappresentazione concreta di tutto quello che l’India aveva sofferto. Qualche fotografia sgranata dei due fratelli era stata pubblicata. Erano belli, pallidi e con gli zigomi alti, ma anche in qualche modo abbrutiti e devastati.
“I servitori nepalesi camminavano in ginocchio”, mi disse Saleem Kidwai
Quasi ogni giorno, quando accompagnavo i miei figli a scuola, passavo davanti a una stradina che portava alla foresta, circondata da una barocca cancellata in ferro battuto. La vegetazione era così fitta che non si vedeva molto, ed era abitata da orde di scimmie. Di notte si sentivano gli ululati degli sciacalli.
Il giorno dopo l’arrivo del messaggio, chiamai quel numero. Dopo pochi squilli, qualcuno rispose, e dall’altra parte sentii una voce acuta e tremula.
Il bosco
Il lunedì successivo chiesi al nostro autista di portarmi nel bosco alle 17.30, come mi avevano indicato di fare. L’atmosfera era magica, un boschetto al centro di una città di venti milioni di abitanti. L’esercito coloniale britannico nell’ottocento aveva piantato alberi di mesquite che si erano rapidamente moltiplicati, ingoiando pascoli, strade e villaggi. In seguito i biologi l’avrebbero definita una “invasione su larga scala” di una “specie aliena”. Proseguimmo fino a quando la volta formata dai rami non diventò così fitta da impedire alla luce di penetrare.
Cari lettori, devo confessare che morivo dalla voglia di raccontare quella storia. Quella settimana il contenuto della mia posta in arrivo non era stato proprio esaltante. C’era stato un incendio in un deposito di munizioni. C’erano notizie sulla legge di bilancio, un ciclo infinito di elezioni politiche e amministrative, l’introduzione di una tassa su merci e servizi.
Questi eventi, che all’epoca riempivano molte delle mie giornate, non soddisfacevano completamente le mie ambizioni letterarie. La dinastia di Oudh, quella sì che era una storia!
La persona al telefono mi aveva detto di lasciare la macchina alla fine della strada, accanto all’alto muro di un comprensorio militare, e di andare da sola. Questo non mi aveva sorpreso: la famiglia Oudh era famosa per il fatto che si rifiutava di incontrare indiani. Chiesi all’autista di aspettare a una certa distanza e rimasi lì nel bosco, un po’ impacciata, con in mano il mio taccuino e chiedendomi cosa sarebbe successo.
Poi ci fu un fruscio di foglie e apparve un uomo. Aveva un aspetto delicato e indossava un paio di jeans a vita alta. Aveva gli zigomi pronunciati, le guance infossate e capelli grigi arruffati che formavano ciuffi dritti sulla testa. “Sono Cyrus”, disse il principe. La voce acuta che avevo sentito al telefono era la sua. Parlava a scatti, come una persona che passa la maggior parte del tempo da sola. Poi si girò e mi fece strada tra gli alberi. Cercai di mantenere il passo, scavalcando grovigli di radici e spine, e salii la massiccia scalinata di pietra che portava al vecchio casino di caccia. Era semidiroccato, tutto aperto e circondato da grate di metallo. Una sbarra d’acciaio si era staccata, e il principe la spostò con un gran fracasso per permetterci di passare.
Entrammo in un’anticamera di austera, medievale imponenza, con il pavimento di pietra e tutto intorno palme e tappeti un tempo eleganti ma ormai sbiaditi. Su una parete era appeso il ritratto a olio della madre del principe avvolta in una voluminosa veste scura, con gli occhi chiusi come se fosse in trance. Il principe mi portò sul tetto per mostrarmi il panorama. Ci fermammo a guardare oltre le cime degli alberi la città polverosa che luccicava nell’aria torrida.
Molte altre grandi città sono state costruite sulle rovine del passato, ma New Delhi c’è stata costruita dentro. È quasi impossibile andare da un punto all’altro senza imbattersi in una tomba di settecento anni fa o in un forte di cinque secoli.
Sette successive dinastie musulmane hanno costruito le loro capitali qui, ognuna delle quali, nel tempo, è stata spazzata via. Le rovine sono lì per ricordare a tutti che la situazione attuale del paese – la democrazia, Starbucks, il nazionalismo indù – per l’India è solo un battito di ciglia. Sembrano sussurrare “noi eravamo qui, tutto questo era nostro”.
La mia idea era di intervistare il principe e scrivere un articolo. Quando gli chiesi della sua famiglia, si lanciò in un discorso animato sulla perfidia dei governi britannici e indiani. Riconobbi citazioni da articoli che avevo letto, scritti dai miei colleghi del Washington Post, del New York Times, del Chicago Tribune, del Los Angeles Times. Continuò a sproloquiare per un po’, denunciando che la famiglia era perseguitata da una banda di criminali. Agitava le braccia, declamava e poi passava a un teatrale bisbiglio, quando parlava del declino della dinastia di Oudh. “Mi sto restringendo. La principessa si sta restringendo. Ci stiamo restringendo”.
Quando gli chiesi se potevo pubblicare la nostra intervista, esitò. Per questo, disse, avrebbe avuto bisogno del permesso di sua sorella, la principessa Sakina, che non era a New Delhi. Sarei dovuta tornare. Ma mi sembrò strano. Perché chiamare una giornalista se non vuoi che scriva?
Come tutto era cominciato
La storia era cominciata con sua madre, che era sbucata apparentemente dal nulla su una banchina della stazione ferroviaria di New Delhi nei primi anni settanta, annunciando di essere Wilayat, la begum, o regina, di Oudh.
Oudh (che si pronuncia Uh-vud) era un regno che non esisteva più. L’impero britannico l’aveva annesso nel 1856, un trauma da cui la sua capitale, Lucknow, non si era mai ripresa. Nel centro della città ci sono ancora i templi a volta e i palazzi di Oudh.
La regina aveva dichiarato che sarebbe rimasta alla stazione fino a quando non le fossero state restituite le sue proprietà. Si era sistemata nella sala d’aspetto di prima classe e ne aveva fatto la sua casa, scaricando lì tappeti, vasi di palme, un servizio da tè d’argento, camerieri nepalesi in livrea e cani danesi. Aveva anche due figli sulla ventina, il principe Ali Raza e la principessa Sakina, che la chiamavano “altezza”.
La begum aveva un aspetto imponente: era alta, con le spalle larghe e il viso dai tratti marcati, immobile come quello di una statua dell’isola di Pasqua. Indossava un sari di pesante seta scura e tra le sue pieghe teneva una pistola. Lei e i figli si sistemarono su sedie di plastica rossa, e aspettarono. Per anni.
“Stavano seduti lì come asceti”, mi raccontò padre John, un volontario cattolico che distribuiva pasti alla stazione. I ragazzi erano stranamente sottomessi, riluttanti ad accettare perfino una banana senza il permesso della madre. “Erano più obbedienti dei cani”, mi disse. “Erano totalmente sotto il suo controllo”. Il comportamento della regina era imperioso e teatrale. Si rifiutava di parlare direttamente con chiunque e chiedeva che le domande fossero scritte su carta da lettere goffrata, posate su un piatto d’argento e consegnate da un servitore, che gliele leggeva ad alta voce. Se il capostazione le creava problemi, minacciava di uccidersi bevendo veleno di serpente.
“I servitori nepalesi camminavano in ginocchio”, mi disse Saleem Kidwai, uno storico che li aveva conosciuti all’epoca.
Le autorità governative si erano affannate a cercarle un posto dove vivere. Stava attirando l’attenzione dei mezzi d’informazione e temevano che tra gli abitanti sciiti di Lucknow scoppiassero tumulti se pensavano che le stessero facendo del male. “Era un’immagine così romantica”, diceva Kidwai. “Una regina senza castello che viveva alla stazione”.
Ammar Rizvi, un collaboratore del primo ministro dello stato indiano dell’Uttar Pradesh, fu mandato a New Delhi come mediatore e porse a Wilayat una busta con diecimila rupie perché potessero sistemarsi in una casa a Lucknow. “Nel 1975 era una bella somma”, ricorda. “Ma lei si arrabbiò e gettò via la busta. Le banconote volarono dappertutto, e l’addetto alle pubbliche relazioni dovette rincorrerle. Disse di no, che non se ne sarebbe andata, era troppo poco”. Nei mesi successivi Rizvi aveva cercato di convincerla ad accettare una casa di quattro stanze a Lucknow, ma lei l’aveva rifiutata dicendo che era troppo piccola. Rizvi stava cominciando a innervosirsi. I musulmani si stavano mobilitando. Una volta Rizvi era andato a trovarla durante il Muharram, il mese del lutto e del dolore, e l’aveva trovata circondata di pellegrini che si flagellavano con catene e lame di rasoio. “I poveri passeggeri dei treni assistevano a quella scena”, mi raccontò. “C’era sangue ovunque”.
Più o meno in quel periodo, Wilayat aveva scoperto un modo più efficace per sostenere la sua causa: coinvolgere i giornalisti stranieri. “La principessa indiana che regna alla stazione”, scriveva il Times nel 1981 descrivendo il suo “sincero impegno per riscattare i suoi antenati, rimediare ai torti subìti nei secoli e ottenere giustizia”. La rivista People aveva riportato la sua dichiarazione: “Voglio che il mondo sappia come viene trattata una discendente dell’ultimo nababbo di Oudh”. I corrispondenti stranieri erano arrivati, uno dopo l’altro, e i lettori avevano cominciato a mandare lettere indignate da ogni angolo del mondo. La regina aveva imposto rigide condizioni: “può essere fotografata solo al tramonto della luna”, aveva riportato la United Press International, e i giornalisti avevano obbedito, deliziati dalla gotica eccentricità di tutta quella faccenda.
Nel 1984 i suoi sforzi erano stati ripagati. La prima ministra Indira Gandhi aveva accolto la sua richiesta e le aveva concesso l’uso di un casino di caccia del trecento chiamato Malcha Mahal. Lasciarono la stazione più o meno dieci anni dopo la loro comparsa. Wilayat non apparve mai più in pubblico.
Su una scialuppa
A New Delhi una delle mie mansioni era partecipare a estenuanti ricevimenti diplomatici e cene in piedi. Era come entrare in una corte imperiale, dove ogni rapporto personale era fatto di una serie di transazioni: in genere un po’ di deferenza in cambio di qualche informazione. Non avevo il guardaroba adatto per quel tipo di lavoro né la personalità giusta. Perciò per me era un sollievo addentrarmi nel bosco e sedermi sotto il portico di Cyrus a mangiare pistacchi e a guardare il polline svolazzare al sole. In un modo indiretto e tortuoso, stavo cercando di scavare nel suo passato. Ero lusingata dal fatto che mi permetteva di tornare da lui, mentre tanti altri erano stati mandati via. Eppure c’era qualcosa che non mi convinceva di quella famiglia, che sembrava essersi lasciata alle spalle tutti i rapporti che aveva prima di apparire alla stazione.
Dopo aver parlato con Cyrus per circa nove mesi, andai a Lucknow, una grande città dell’India settentrionale che era la culla della dinastia di Oudh. Ero lì per un’altra inchiesta, ma sapevo che Cyrus ci aveva abitato con la madre e la sorella negli anni settanta, così andai nel quartiere dove avevo sentito dire che vivevano i discendenti degli Oudh.
Con mia grande sorpresa, gli anziani ricordavano Cyrus e la sua famiglia. Ma mi dissero, in confidenza, che erano considerati degli impostori. Anche i discendenti degli Oudh a Calcutta, dove il nababbo era morto in esilio, avevano respinto le loro rivendicazioni.
Lo stesso Cyrus non sembrava in grado di rispondere: dov’era nato? Chi era suo padre? E, comunque, come si fa a ridurre in polvere i diamanti?
Sua sorella, la principessa Sakina, non si era fatta vedere, ma lui mi aveva dato un libro che aveva scritto sulla loro vita. Il libro era quasi illeggibile, con delle parti a caso in maiuscolo, senza punteggiatura e scritto in una prosa fiorita e apocalittica. Ma, tra i vaneggiamenti, qua e là c’erano sprazzi di vera tenerezza nei confronti del fratello, come se fossero due bambini abbandonati su una scialuppa in mezzo al mare.
Sakina scriveva che avrebbe voluto seguire l’esempio della madre e suicidarsi, se non fosse stato per il fratello. Era preoccupata per il suo futuro: “A proposito di mio fratello il principe Cyrus Riza, cosa farà? Il mio più profondo e sincero desiderio è che sia felice”.
Una sera Cyrus mi chiamò, ululando in modo incomprensibile, per dirmi che in realtà sua sorella era morta sette mesi prima. Non l’aveva detto a nessuno e l’aveva seppellita lui stesso. Mi aveva mentito per mesi, e sembrava vergognarsene un po’. Mi raggomitolai sul letto di mia figlia e rimasi ad ascoltare la sua voce al telefono. Diceva che non dovevo più andarlo a trovare, ma anche che si sentiva solo.
Aspettai qualche giorno, poi mi presentai lì con un filetto di pesce di McDonald’s. Il nostro rapporto sembrava essersi rinsaldato. Mi chiese di procurargli una pistola e una donna, ma non lo feci; un’incerata e una registrazione del Violinista sul tetto, e lo feci. Era premuroso e un po’ sdolcinato, e faceva riferimenti alla cultura pop che sembravano risalire agli anni sessanta. Una volta mi chiese di dargli un bacio sulla guancia. La sua pelle era fragile, come un fazzoletto di carta, e mi disse che era la prima volta in dieci anni che qualcuno lo baciava. “Quando sei qui, il mio cuore batte forte, Sofia Loren”, disse.
Mi disse anche che potevo scrivere qualcosa su di lui, ma senza entrare troppo nei dettagli.
Un ragazzo mandato a controllare come stava l’aveva visto aggirarsi per la casa nudo
“Devo dire la verità”, gli risposi.
“D’accordo, devi dire la verità”, replicò. “Ma c’è un buco nel secchio, Harry Belafonte”.
Ne discutevamo da quindici mesi e io presto avrei lasciato l’India per un nuovo incarico a Londra. Questo scambio riassume le nostre ultime conversazioni: io cercavo di fargli rivelare qualcosa sulle sue origini, e lui cercava di sfuggirmi.
“Sei una persona molto misteriosa, non so chi sei veramente”, gli dissi una volta. La sua risposta fu evasiva. “Ah, davvero”, disse con voce melodiosa. “Davvero ti sembro un mistero? Eppure sono seduto qui davanti a te”.
L’ultima volta che parlai con lui, qualche ora prima di prendere il volo per Londra, mi domandò come avrebbero potuto avvisarmi se fosse morto. Gli chiesi se pensava di suicidarsi. “Per ora ho intenzione di vivere”, disse.
“Bene, allora ci rivedremo”, dissi io.
Credo di averlo abbracciato. L’ultima volta che l’ho visto stava sistemando le sbarre di ferro che lo proteggevano dagli intrusi.
** Morte di un rajah**
Tre mesi dopo ero all’aeroporto, stavo tornando a casa dopo aver intervistato il ministro degli esteri svedese quando appresi che Cyrus era morto. Ricevetti la notizia da un amico della Bbc. Posai la valigia e mi sedetti sul pavimento del terminal, ero sotto shock.
Quel sentimento era in parte egoistico. Avevo un dossier d’interviste intitolato “Principe Cyrus”. Avevo pensato che la storia di quella famiglia fosse una parabola dell’India, raccontasse il trauma mai risolto di un impero che ne aveva sostituito un altro. E poi c’era la tristezza per non essere stata lì ad aiutarlo. Mi erano piaciute le nostre conversazioni, quel balletto di diciotto mesi. Non riuscivo a credere che fosse morto da solo in quel luogo abbandonato.Ero sicura che nel buio aveva desiderato che qualcuno gli tenesse la mano. A pensarci mi mancava il respiro. Rimasi lì un attimo, nel corridoio dell’aeroporto, mentre la gente mi passava accanto correndo e trascinandosi dietro le valige.
Furono le guardie della caserma lì accanto – che lo chiamavano rajah , cioè re – che in seguito mi raccontarono com’era morto. Tre settimane dopo che ci eravamo salutati, l’avevano visto mentre cercava di andare in bicicletta lungo la strada tremando violentemente. Un elettricista della caserma l’aveva aiutato a rimettersi in piedi e lui era tornato barcollando verso casa. Aveva chiesto una bottiglia di limonata e un gelato. Rajinder Kmar, una delle guardie, mi disse che gli sembrava avesse la dengue. Ho avuto anch’io la dengue. È come essere spazzati via dalla faccia della terra. La mia è cominciata con un dolore acuto alla spalla e poi, mentre sudavo sotto le lenzuola dell’albergo, ho avuto delle allucinazioni. I miei sensi erano alterati. Quando bevevo, l’acqua dal rubinetto sapeva di stagno.
Chissà che allucinazioni aveva avuto Cyrus. Forse la sua malattia si era trasformata in febbre emorragica, che fa sanguinare dalle gengive, dal naso e sotto la pelle. Le persone che muoiono di febbre emorragica a volte hanno la pressione così bassa che il polso non si sente. Rajinder mi disse che Cyrus si era rifiutato di andare in ospedale. “Ci ho provato in tutti i modi, signora”, mi disse. “Gli ho detto che avremmo chiamato la polizia, lo avremmo portato in ospedale, ma lui no no no. Noi siamo estranei, non possiamo insistere più di così. Se fossimo stati della famiglia, lo avremmo preso per mano e ce lo avremmo portato”.
Rajinder pensava che fosse una questione di orgoglio. “Si comportava come se fosse un re”, disse. “Per quello non voleva andare in ospedale. Non voleva comportarsi come una persona qualunque”. La malattia era durata otto giorni. Un ragazzo mandato a controllare come stava l’aveva visto aggirarsi per la casa nudo dalla vita in giù o tremare sotto una zanzariera. Poi, dopo circa un giorno, nessuno l’aveva più visto e il ragazzo l’aveva trovato morto, raggomitolato sul pavimento di roccia.
La balena bianca
Vari mesi dopo salii gli scalini di pietra del Malcha Mahal con una curiosità per certi versi simile a una bramosia. Ero tornata in India per qualche giorno per vedere cosa potevo trovare tra le sue cose.
È legittimo chiedersi perché lo stessi facendo. Me lo chiedevo anch’io.
“Cyrus è una balena bianca?”, era il soggetto di un’email che avevo mandato al mio direttore.
Ero incuriosita – d’accordo, ossessionata – volevo capire come una famiglia ricca e nobile aveva potuto finire dimenticata nella foresta. Sapere chi erano veramente. Storie come quella avevano sempre fatto scattare una molla in me, che andava oltre i limiti dell’incarico che mi era stato affidato. Una cosa simile mi era successa un’altra volta, anni prima, quando avevo ricostruito la storia di una donna che aveva accoltellato i figli.
Alla loro vista, molte persone comuni si commuovevano fino alle lacrime
Quando sentivo che stavo facendo progressi, mi calmavo, come se una nuvola di informazioni disparate s’incanalasse ronzando in un imbuto, come se stesse diventando un ruscello dalle acque trasparenti. Anche piccoli successi mi spingevano a continuare, come un giocatore d’azzardo. Quando facevo queste ricerche dimenticavo di pagare le bollette, non rispondevo al telefono, mettevo da parte tutto quello che non mi serviva per seguire quella traccia.
Cyrus e la sua famiglia avevano vissuto in un periodo di grandi stravolgimenti: quello della divisione del paese. Avevo la sensazione che la risposta andasse cercata lì, in un atto di governo che aveva sconvolto la vita di mezzo continente. Ma cosa mi faceva pensare di poter risolvere l’enigma dopo tutti quegli anni? E anche se ci fossi riuscita, cosa c’era di più interessante della storia che raccontavano di se stessi?
Era questo che mi passava per la testa mentre salivo quei gradini. In India e all’estero i giornali avevano parlato molto della morte di Cyrus, e tante persone in cerca di emozioni erano andate a visitare il Malcha Mahal, girando video e sperando di vedere un fantasma. All’ingresso c’era un mare di pezzi di carta estratti dall’armadio e dalla cassettiera e gettati a terra. Sfogliai le lettere alla ricerca di un certificato di nascita, un passaporto, qualcosa che collegasse quella famiglia al mondo reale.
Quello che trovai, invece, fu la cronaca di trent’anni di scambi con vari giornalisti. Quella, a quanto sembra, era l’attività della famiglia. C’erano decine di richieste da parte di miei colleghi. Ho scritto abbastanza lettere simili nella mia vita da riconoscere il tono implorante. Alcune erano scritte in una lingua elaborata e cerimoniosa. Altre offrivano denaro.
Seduta lì sul tappeto, scoppiai a ridere. Cyrus e la sua famiglia li avevano tenuti sulla corda, come lui aveva fatto con me, e poi, quando si erano stufati, si erano sdegnosamente rifiutati di rilasciare l’intervista. Era la loro storia. Avevano avuto il coltello dalla parte del manico.
Tra le carte di famiglia c’era un articolo del quotidiano indiano The Statesman pubblicato nel 1993 con il titolo “Quando la storia si basa sugli errori”. Due paragrafi erano stati sottolineati.
“Avete notato che se un’informazione sbagliata appare su un giornale rispettabile tende a essere ripresa da altri che stanno indagando sulla stessa cosa fino a quando, inevitabilmente, entra in competizione con la verità?”, diceva. “I giornalisti che commettono questi errori raramente lo fanno per chissà quale scopo. Non ce l’hanno con nessuno, semplicemente non hanno il tempo di controllare e ricontrollare i fatti, perciò si fidano di chi li ha preceduti”.
Due cose mi sorpresero sul serio. La prima era un blocchetto di ricevute di piccole somme di denaro regolarmente inviate tramite la Western Union da una città industriale dell’Inghilterra del nord. Il mittente dichiarava di essere un “fratellastro”. L’altra era una lettera. Era scritta a mano su un sottile foglio di posta aerea azzurro ed era stata spedita nel 2006. Il tono era di rimprovero ma affettuoso, esprimeva disappunto ma anche preoccupazione, poteva essere stata scritta solo da un parente.
“Sto così male che non riesco neanche ad andare in bagno”, cominciava l’autore, e dopo un lungo catalogo di disturbi fisici passava a lamentarsi di dover continuare ad aiutare economicamente Wilayat e i suoi figli. Chiaramente non era un uomo ricco. “Per l’amor del cielo, cercate di risolvere i vostri problemi finanziari, nell’eventualità che mi succeda qualcosa”, diceva, e aggiungeva i dati dell’ultimo versamento tramite la Western Union. “Che Dio ci aiuti tutti”. La lettera era firmata “Shahid” ed era stata spedita da un indirizzo di Bradford, nello Yorkshire.
L’ultimo nababbo
Fermiamoci un momento per riflettere sulla tragedia della dinastia di Oudh.
A metà dell’ottocento, la Compagnia delle Indie orientali britannica aveva accelerato l’annessione dei regni indiani. Dopo aver inghiottito il Punjab e il Sindh, aveva rivolto la sua attenzione all’Oudh, un territorio più o meno delle dimensioni dell’Austria. All’epoca, l’Oudh era governato da un nababbo, o governatore provinciale, di nome Wajid Ali Shah, un esteta sognatore che passava il tempo a organizzare sontuose feste in un harem che chiamava Parikhana, “dimora delle fate”. Pensava che gli inglesi fossero suoi alleati, perché il suo prozio gli aveva concesso grandi prestiti.
Ma gli inglesi la pensavano diversamente. Avevano tolto al nababbo il suo regno accusandolo di malgoverno e costringendolo a firmare un trattato in cui si dichiarava: “Il territorio di Oude (l’antico nome di Oudh) farà parte per sempre dell’onorevole Compagnia delle Indie orientali”. Il nababbo aveva pianto, si era tolto solennemente il turbante e l’aveva messo in mano al suo inviato. Poco dopo era andato in esilio a Calcutta, e la città di Lucknow si era messa a lutto, ricorda la storica Rosie LLewellyn-Jones nella sua biografia di Wajid Ali Shah. “Il corpo della città rimase senz’anima”, scrisse all’epoca Zahiruddin Bilgrami. “Il dolore colava da tutte le porte e da tutti i muri. Non c’era vicolo, bazar o abitazione in cui non risuonassero i lamenti per l’agonia di quella separazione”.
La madre del nababbo era uscita dal suo isolamento per andare nel Regno Unito nel disperato tentativo di difendere la sua causa davanti alla regina Vittoria, cosa che i giornalisti della rivista satirica Punch avevano trovato esilarante.
La regina di Oude
È stata privata
Delle sue ricche terre
Del loro latte e miele
Cioè dei soldi che rendevano
Spodestata da lord Dalhousie.
L’Oudh era finito. Il regno perduto sarebbe rimasto sospeso su Lucknow come un drappo funebre.
Tornai a Lucknow e presi un taxi per raggiungere un labirinto di viuzze nascoste dietro i grandi templi e palazzi della città vecchia. Era lì che avevo incontrato quelli che si ricordavano di Cyrus e della sua famiglia. Nei vicoli stretti passavano carri tirati da cavalli, e sentivo la musica metallica che usciva da una radio. L’attività principale della città era mettere in mostra la nostalgia per Oudh. Dovunque andassi vedevo l’immagine dell’ultimo nababbo, Wajid Ali Shah, con l’espressione sognante e un capezzolo che sbucava dalla camicia. Poi c’erano i suoi discendenti e, dato che Wajid aveva avuto centinaia tra mogli e concubine, quelli che si consideravano tali erano ovunque, e continuavano a litigare mettendo in dubbio le reciproche affermazioni. Quando chiesi della famiglia si ricordarono subito: tre di loro avevano vissuto lì per qualche mese negli anni settanta.
Abrar Hussain, che aveva lavorato come servitore per Wilayat, mi disse che all’epoca la loro presenza aveva fatto grande scalpore, soprattutto tra gli sciiti. Alla loro vista, molte persone comuni si commuovevano fino alle lacrime, e qualcuno era così intimidito dalla begum, così convinto che fosse tornata la sua regina, da rifiutarsi di girarle le spalle, e da camminare all’indietro per rispetto.
“Non ero solo io, tutti venivano a trovarla e impazzivano”, mi disse. “Piangevano nel vederla in quelle condizioni”.
Ma gli uomini più anziani del quartiere, per lo più discendenti dei cortigiani del nababbo, mi dissero che erano degli impostori. Sayyed Suleyman Naqvi, un ex decifratore dell’esercito indiano, mi disse di essersi finto un giornalista per verificare le credenziali di Wilayat. “Lei mi disse: ‘Abbiamo le prove documentate’. ‘Allora vada a prenderle’, dissi io. ‘Le mostrerò solo alle autorità’, rispose. Mi fece vedere del vasellame, che naturalmente era antico”, ricordava Naqvi, ormai quasi ottantenne. “Ma non mi mostrò nessun documento”.
La famiglia aveva lasciato Lucknow all’improvviso, disse. Doveva essere successo qualcosa. Una vecchia zia disse di aver conosciuto Wilayat prima della partizione. Allora era una donna qualsiasi, la giovane moglie di un impiegato statale.
A detta di Naqvi, che si considerava un fine conoscitore della natura umana, erano imbroglioni, ma non lo facevano per denaro. “Secondo me, la donna era una megalomane”, disse in conclusione. “Avrebbero dovuto portarla da uno psichiatra”. L’idea che si era fatto dei suoi figli, però, era molto diversa. “Credevano alla madre, perché era la madre”.
Nani da giardino
Tutto quello che avevo appreso in India era frammentario, pettegolezzi di quartiere tirati di nuovo fuori dopo quarant’anni. Ma tornai a Londra con tre indizi reali. La lettera arrivata dallo Yorkshire. Il nome Shadid. Le ricevute della Western Union, a testimonianza del fatto che in tutti quei misteriosi anni qualcuno si era preso cura di Cyrus e della sua famiglia.
Presi un treno per Bradford e cercai a piedi l’indirizzo scritto sulla busta. Era una giornata grigia e ventosa, e passai davanti a banchi di pegni, ristoranti cinesi a portar via e squallide casette di mattoni gialli, quasi tutte occupate da immigrati indiani e pachistani.
Finalmente arrivai a una piccola, linda casetta di mattoni, tutta circondata da una vasta collezione di nani da giardino, orsacchiotti, yorkshire, fate e sirene di ceramica. Ero così nervosa che camminai un po’ avanti e indietro sulla porta prima di suonare il campanello. La porta si spalancò e davanti a me apparve un uomo in pigiama tigrato. Aveva il torace e le spalle larghe, e dimostrava più o meno 85 anni. Non aveva un bell’aspetto. Gli occhi cisposi e il torace infossato. Ma aveva la stessa faccia di Cyrus, gli stessi zigomi sporgenti e il naso aquilino. Mi fece entrare, mi indicò una sedia e si sdraiò su una branda. Si muoveva a fatica. Guardò con occhi inespressivi le foto che avevo portato con me. Quando mi offrii di fargli ascoltare la voce registrata di Cyrus, scosse la testa, dicendo che sarebbe stato troppo doloroso. Accanto al suo letto c’erano due fotografie incorniciate di Wilayat. Era Shadid. Uno dei fratelli maggiori di Cyrus.
Finalmente avevo dei fatti concreti.Erano, o erano stati, una famiglia qualsiasi. Il padre, Inayatullah Butt, era stato archivista dell’università di Lucknow. Il nome del mio amico non era principe Cyrus né principe Ali Raza. Era semplicemente Mickey Butt.
In quella casa di mattoni nello Yorkshire stavo scoprendo l’identità che Cyrus e la sua famiglia avevano tanto cercato di tenere segreta. Shadid, che aveva lavorato in una fonderia, ricordava la vita prima di Oudh, quando avevano personale domestico e uniformi scolastiche. Quando sua madre non era una regina ribelle, ma ancora una casalinga.
Un normale dolore, non curato, era diventato un dolore epico
Poco dopo rientrò a casa la moglie di Shadid, Camellia. Era una donna simpatica e schietta del Lancashire, che si animò parlando del leader del Partito laburista Jeremy Corbyn (che disprezzava) e di suo marito (che adorava). Si erano conosciuti nel 1968, quando lei portava i capelli biondi raccolti in uno chignon e Shadid aveva il fisico di un peso massimo. A quei tempi, disse con aria sognante, poteva fare a pugni con quattro uomini contemporaneamente. Non aveva mai conosciuto la suocera, ma si erano scritte per quattro anni. Pensava che la storia di Oudh fosse “una grande messinscena”. “Cos’aveva in testa quella donna?”, disse di Wilayat. “All’inizio credetti a ogni parola che diceva, ma ora non più. È molto difficile convincere Shadid a parlarne. Penso che sia doloroso. Anche lui era stato portato a credere che fosse vero. Poi è invecchiato e si è reso conto che era tutto costruito sulla sabbia”.
Shadid era scappato di casa quando aveva 14 anni, poi era emigrato nel Regno Unito e non accennava quasi mai alla pretesa di sua madre di essere la regina di Oudh. Quando gli chiesi i particolari, fu evasivo. Disse di non essere neanche sicuro se fosse indiano o pachistano. “Sono così confuso, non so chi sono”, disse. Continuavo a fare domande, ma Shadid era addolorato dalla notizia della morte di Cyrus, che lui chiamava Mickey, e dal fatto che nessuno sapesse dov’era sepolto. “Avrei dovuto salvarlo”, disse.
La menzogna
Improvvisamente il campo dei testimoni si era allargato. C’erano altri parenti, persone rispettabili, sparsi in giro per il Pakistan, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Il fratello più grande di Cyrus, Salahuddin Zahid Butt, era stato un pilota dell’aeronautica militare pachistana, un eroe di guerra che aveva bombardato le postazioni indiane nella guerra del 1965. Era morto nel 2017, ma sua moglie Salma viveva in Texas. La chiamai. Mi disse che l’affermazione della suocera di discendere da una famiglia reale era falsa. “Pensava di essere la principessa di Oudh, ma non era così”, disse di Wilayat. “Evidentemente aveva qualche disturbo mentale”.
Due delle cugine più anziane di Cyrus, Wahida e Khalida, erano ancora a Lahore, perciò andai in Pakistan a trovarle. Parcheggiai accanto a una fogna a cielo aperto piena di acqua nera, camminai lungo un vicolo coperto di spazzatura e bussai a una porta di legno. Si apriva su un ampio comprensorio stranamente verde e silenzioso, con cespugli di rose in fiore.
Le cugine erano due donne sulla settantina, ingobbite e fragili come uccellini. Wahida aveva fatto l’insegnante per molti anni e parlava poco. Sembrava comunicare prendendo a schiaffi la gente. Vagava da una all’altra di noi alla ricerca di qualcuno da picchiare. Una volta toccò a me, ma la maggior parte delle volte alla mia interprete. A parlare fu soprattutto Khalida.
Ricordava Wilayat come una ragazza molto vivace, ma disse che non la vedevano dagli anni sessanta, quando improvvisamente lasciò il Pakistan e tornò in India. Sembravano riluttanti a dire di più.
“Chiedile se ha mai sentito dire che la sua famiglia era imparentata con i nababbi dell’Oudh”, chiesi alla mia interprete.
“Non ne ho idea”, rispose Khalida.
“Wilayat sosteneva di essere la regina di Oudh”, le spiegai. “L’ha ripetuto al governo indiano per moltissimi anni”.
“Mentiva”, disse Khalida.
Insistetti per ore, fino a quando non mi ritrovai esausta e frustrata. “Wilayat è morta”, dissi. “Anche i suoi figli sono morti. Non c’è più nessun segreto”.
“Era tutta una menzogna”, disse Khalida. “Ora sono morti. Li lasci in pace. Dio li perdona, perciò dovremmo perdonarli anche noi”.
Una famiglia distrutta
Cercare di convincere Shahid a parlare della madre e dei fratelli era una sofferenza. Ogni tanto si soffermava su un particolare momento della storia, quando la madre l’aveva mandato a comprare delle banane e lui era scappato di casa. Camellia mi disse che non aveva più mangiato banane. Forse si sentiva ancora in colpa. Inoltre, era sempre più malato. Non era una semplice infezione ma un cancro ai polmoni, e le metastasi erano arrivate ai linfonodi. Camellia non l’avrebbe mai mandato in ospedale, lo curò lei in quella stanza fino a quando non ci fu più niente da fare se non dargli gli antidolorifici.
Durante la mia quarta visita a Bradford, l’ultima in cui lo vidi, la sua voce era rauca, ma parlò di più di quanto non avesse fatto prima. La storia, mi disse, era cominciata con la partizione.
Il 3 giugno del 1947 il viceré lord Mountbatten aveva annunciato il ritiro dell’impero britannico e la creazione di due stati indipendenti, l’India e il Pakistan, che sarebbe stato riservato ai musulmani. I musulmani istruiti di Lucknow avevano cominciato a fuggire di notte, diretti verso la nuova capitale del Pakistan, dove avrebbero costituito il dna di una nuova élite. C’erano state lettere che promettevano allettanti promozioni. Ma circolavano anche voci che se fossero rimasti ci sarebbero state delle violenze.
I genitori di Shahid avevano dovuto decidere da un momento all’altro tra l’India e il Pakistan. Sua madre Wilayat non era mai stata felice come in quel periodo a Lucknow. Era forte e coraggiosa. Shahid aveva una foto di lei a cavallo del balcone in pantaloni e stivali da cavallerizza, che si batteva la coscia con un frustino. Si era semplicemente rifiutata di andarsene. Ma un pomeriggio, nella decadente eleganza della città del nababbo era successo qualcosa. Il padre di Shahid, un uomo distinto di mezza età con gli occhiali cerchiati di metallo, stava tornando a casa in bicicletta quando era stato circondato da un gruppo di giovani indù che avevano cominciato a picchiarlo con i bastoni da hockey.
Poco dopo aveva deciso di trasferirsi con tutta la famiglia in Pakistan, dove, nel grande rimescolamento, gli era stato offerto un posto come supervisore dell’agenzia dell’aviazione civile del neonato paese. Aveva ragione a preoccuparsi. Nel corso dei mesi successivi, nella città della sua gioventù, Lahore, ci sarebbe stato un bagno di sangue. “Noi eravamo bambini”, mi disse Salma, la nuora di Wilayat. “C’erano continui tumulti e non potevamo uscire. I cadaveri rimanevano a terra per settimane, e quando andavamo al bazar per comprare da mangiare c’erano disordini e furti. La gente rubava. Di notte avevamo tanta paura, sentivamo la gente gridare e sparare. Ci siedevamo vicino alla finestra e guardavamo”.
Wilayat aveva seguito il marito, mi disse Shahid, ma non aveva mai accettato la decisione di lasciare l’India. Era ossessionata da quello che aveva dovuto lasciare. Nella sua mente quel risentimento era cresciuto, e lei aveva cominciato a comportarsi in modo strano. Poi suo marito all’improvviso era morto. Ora che non c’era più lui a trattenerla, furiosa per essere stata espropriata di quello che aveva, durante un evento pubblico si era avvicinata al primo ministro pachistano e l’aveva schiaffeggiato.
Quell’episodio aveva cambiato le cose. Non era più una vedova con conoscenze altolocate, era diventata un personaggio scomodo. Dopo quell’episodio era stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico di Lahore per sei mesi. Era l’unico modo, disse Shahid, per evitare un lungo periodo in prigione. Shahid ricorda che l’andava a trovare, tra i lamenti e le bestemmie delle altre pazienti. “Era orribile. C’erano donne legate con le catene. Una povera ragazza incatenata a una parete. Con quattro catene. Si dondolava e sputava addosso a tutti quelli che passavano”. Salma mi raccontò che le avevano fatto l’elettroshock. “Dicevano che era pazza e le facevano tante iniezioni”. Quando era stata rilasciata, senza nessun preavviso Wilayat aveva preso i figli più piccoli, riempito i bauli di tappeti e gioielli ed era tornata in India, con l’idea di reclamare le sue proprietà. Shahid era partito con lei ma poi era fuggito. Non sapeva spiegare perché l’aveva fatto. La sua storia finisce qui. Nel novembre del 2019 Shahid è morto nel soggiorno della sua casa tenendo la mano di Camellia.
Era stata la partizione a rovinare sua madre, a metterla sulla strada che l’aveva portata a vivere in quel palazzo in rovina, mi aveva detto. “Abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo”. All’inizio degli anni settanta, ancora senza aver ottenuto nulla e sempre più bizzarra nei suoi comportamenti, Wilayat aveva annunciato al mondo di essere la regina di Oudh, reclamando il diritto a tutte le ricchezze di un regno che non esisteva più. Un normale dolore, non curato, aveva metastatizzato fino a diventare un dolore epico.
I componenti della famiglia avevano assunto nuove identità: Farhad era diventata la principessa Sakina, o a volte Alexandrina; Mickey era il principe Ali Raza, che poi aveva deciso di farsi chiamare principe Cyrus. Non parlavano più dei loro parenti pachistani né della grande casa di famiglia a Lahore, che li aspettava se fossero voluti tornare. Forse avevano dimenticato che esisteva. Sembravano aver cancellato tutto il loro passato, essere saltati fuori dal nulla. Il resto della storia lo conoscete. Erano così convincenti, così insistenti, che per quarant’anni la gente gli aveva creduto.
La città dei morti
Ecco fatto: ho carpito il loro segreto. A Cyrus non sarebbe piaciuto per niente. Si era rifiutato di rispondere alle domande sul suo passato, era uno dei presupposti essenziali della nostra amicizia.
Cerco d’immaginare come avrebbe preso tutto questo. Suo padre in bicicletta picchiato con i bastoni da hockey. Sua madre in un ospedale psichiatrico dove le donne erano incatenate ai muri. Il fratello maggiore che era scappato e l’aveva abbandonato. E il nome che si era lasciato alle spalle: Mickey Butt. Non è un bel modo di mettere le cose. Sto raccontando la tragedia della loro vita. Ora che lui e la sorella sono morti, è impossibile sapere se ci credevano veramente. Comunque questo articolo lo avrebbe annientato. Ma perché uno invita una giornalista nella sua vita se non si aspetta che succeda? È come chiedere a un cane di non abbaiare. Lo ammetto, mi sento un po’ offesa quando la gente pensa di poter mentire ai reporter. Ma ancora oggi ci sono tanti conducenti di risciò a motore a Old Delhi che vi parleranno del principe che viveva nella giungla. E continueranno a parlarne anche quando la mia storia sarà stata dimenticata.
Mi è tornata in mente l’ultima volta che sono stata a New Delhi. Sono andata al cimitero dov’è sepolto Cyrus con l’idea di metterci una lapide con la scritta Principe Cyrus di Oudh. Ma era stato sepolto come una salma non reclamata, e gli avevano assegnato il numero DD33B. I morti senza nome sono indicati solo con un mucchietto di sassi, e quei mucchietti si estendono in tutte le direzioni all’infinito. Dopo aver vagato nel cimitero per quelle che mi sono sembrate ore, mi sono seduta, sudata e afflitta.
“È smarrito in una città di morti”, ho scritto sul mio taccuino. La mia collega stava dando il tormento al guardiano perché controllasse di nuovo il registro, quando mi sono accorta di un uomo che si stava scaldando vicino a una stufa e l’ascoltava attentamente. Poi si è alzato e si è presentato, in modo piuttosto formale: si chiamava Mohammad Aslam Chowdhury, era un venditore di materiale elettrico di Old Delhi. Indossava una voluminosa giacca di tweed dozzinale e aveva un ciuffo di capelli tinti di nero. Ha tirato fuori una cartellina di plastica e me ne ha mostrato il contenuto. Era piena di ritagli di giornale sulla morte di Cyrus. Mi ha detto che li portava con sé per ricordare quanto passa velocemente la gloria terrena.
“A Old Delhi era l’unico argomento di conversazione”, ha detto. “La gente si meravigliava che un re come lui fosse morto così, senza che nessuno ne sapesse niente. Come poteva il rampollo di un’illustre famiglia reale perdersi nel buio dell’oblio?”.
Mentre parlava della morte di Cyrus, il signor Chowdhury ha cominciato ad agitarsi. “Sono davvero molto addolorato che una cosa simile possa succedere su una terra creata da Dio”, gridava, mentre le altre persone che erano nell’ufficio si giravano a guardarlo.
“Oh, fato, dimmi perché sei arrabbiato con me. Cos’ho fatto di male?”.
Ho guardato incredula la mia interprete. Stava succedendo sul serio? Ma ormai lui era nel suo mondo. La storia dei reali di Oudh l’aveva colpito profondamente. Avrebbe continuato a raccontarla per anni. “Se una persona così è caduta nell’oblio ed è morta nell’anonimato”, ha detto, “che ne sarà di noi comuni mortali?”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati