E un sabato mattina di fine aprile e sono un po’ in ritardo. Saluto le guardie all’ingresso del palazzo del parlamento regionale di Bruxelles, afferro il tesserino e corro a prendere l’ascensore. Un ragazzo sale con me al quarto piano. È uno studente di liceo ed è la prima volta che partecipa a una cosa del genere, mi spiega. La “cosa” in questione è un’assemblea civica: il ragazzo, insieme a qualche decina di altre persone selezionate a caso, passerà il fine settimana a discutere e poi proporre nuove misure per migliorare la gestione dei rifiuti in città. Mi viene da pensare che probabilmente alla sua età non avrei scelto di passare così il mio tempo libero.
Usciti dall’ascensore passiamo davanti a dei tavoli apparecchiati con caffè, tè e biscotti e poi attraversiamo delle porte di vetro. La sala, rivestita in legno, è già piena e troviamo posto nell’ultima fila. Si percepisce una certa impazienza. I partecipanti all’assemblea sono qui per parlare di spazzatura e per contribuire a un esperimento che, sperano alcuni, darà nuova linfa alla democrazia.
I promotori delle assemblee civiche vi diranno che i cittadini, quando hanno tempo e informazioni, possono trovare soluzioni che non hanno niente da invidiare a quelle elaborate dai politici di professione, e nel farlo recuperano fiducia nel processo democratico. L’assemblea a cui ho partecipato riguardava la gestione dei rifiuti, ma altre riunioni simili a questa hanno affrontato questioni come il cambiamento climatico, le leggi sull’aborto e la privacy online.
Queste assemblee stanno prendendo piede in Europa e, più di recente, anche negli Stati Uniti. L’improbabile punto di riferimento del movimento è il Belgio, un paese noto soprattutto per la sua profonda disfunzionalità in politica. Bruxelles, la città in cui sono cresciuta e attualmente vivo, ha diciannove sindaci di almeno sette partiti politici diversi. Dopo le ultime elezioni del 2024 ci sono voluti più di seicento giorni (e molte proteste) perché la regione formasse un governo.
Ma il Belgio è anche uno dei primi paesi ad aver reso le assemblee civiche un elemento permanente del sistema di governo. Nell’Ostbelgien, la regione germanofona del paese, il parlamento ha istituito un “consiglio dei cittadini” fin dal 2019. Bruxelles ospita regolarmente assemblee come quella a cui ho partecipato, con 45 cittadini e 15 parlamentari che insieme propongono nuove politiche su varie questioni. A maggio un gruppo bipartisan di deputati statunitensi provenienti da Maryland, Pennsylvania, Kentucky,
Washington e Utah ha visitato Bruxelles per conoscere questo modello.
Le assemblee civiche potrebbero soppiantare la politica elettorale? Per alcuni, l’obiettivo di lungo termine è proprio questo. Nel suo libro Politics without politicians (La politica senza politici), Hélène Landemore, che insegna scienze politiche a Yale, sostiene la necessità di un sistema politico interamente basato sull’alternanza di gruppi di cittadini.
Tuttavia, anche le regioni che hanno adottato le assemblee civiche sono ben lontane dal realizzare la visione di Landemore. I finanziamenti e la legittimazione di queste assemblee dipendono dal sostegno delle istituzioni politiche e le loro proposte spesso non sono vincolanti: spetta sempre ai politici eletti decidere se adottarle o meno.
Dare più voce
Per la maggior parte dei promotori delle assemblee civiche che ho intervistato, questa è una caratteristica del modello, non un suo difetto. L’idea è dare alle persone una voce più forte all’interno del sistema politico, non smantellarlo del tutto. Molti sostengono anche che le assemblee civiche rafforzano la democrazia, indipendentemente dal fatto che le loro proposte diventino legge: le persone che attraverso le assemblee sentono di partecipare al processo politico – oppure sanno che i loro amici, vicini o colleghi stanno partecipando – avranno meno probabilità di votare per partiti estremisti, perché si sentiranno ascoltate. Così, insomma, la sfiducia tra elettori e politici si ridurrebbe.
Le assemblee civiche possono anche creare senso di comunità, aiutando le persone a sentirsi più connesse a chi abita lo stesso quartiere o la stessa città. “Quello che vedo è un profondo desiderio di comunità”, afferma Phil Lindsay, che dirige il programma per l’innovazione democratica presso l’Hannah Arendt center del Bard college. Secondo lui gli Stati Uniti sono un terreno fertile per le assemblee. “Non si tratta tanto di risultati in termini di politiche, quanto questo desiderio di esserci, d’interagire con altri e non sentirsi esclusi”.
Tuttavia potrebbe non essere così semplice. La capacità delle assemblee di creare cambiamento politico e quella di rafforzare l’attaccamento di una società alla democrazia sono due elementi intrecciati. Se i partecipanti a un’assemblea hanno la sensazione che le loro raccomandazioni siano ignorate e che il loro lavoro non sia valorizzato, possono perdere fiducia nel processo democratico e nei rappresentanti eletti. In Francia dopo le proteste dei gilet gialli del 2019 fu convocata un’assemblea civica nazionale sulle politiche climatiche. Quando lobbisti e politici apportarono modifiche significative alle proposte dell’assemblea, molti si sentirono estromessi e ne rimasero delusi. Eppure il 73 per cento dei partecipanti si è comunque detto convinto che le assemblee civiche possono “migliorare la vita democratica”; solo il 5 per cento non condivideva quest’affermazione. A quanto pare è stata anche un’esperienza motivante: più di dieci persone che avevano partecipato a quel processo poi si sono candidate alle elezioni, mentre altre hanno cambiato impiego per lavorare in settori legati al clima.
Disincanto e ottimismo
Osservando l’assemblea civica di Bruxelles sulla gestione dei rifiuti ho trovato la stessa combinazione di disincanto e ottimismo. È stimolante sentire le persone parlare con convinzione del potenziale che hanno i cittadini nel risolvere grandi questioni sociali. Tuttavia partecipare a un’assemblea mostra quanto sia difficile realizzare questa potenzialità: il processo è farraginoso, i politici possono facilmente ostacolarlo e in ultima analisi i cittadini non hanno l’ultima parola. Questi esperimenti possono realmente cambiare le cose? Anche se spesso sono trasformativi a livello individuale, possono fare la differenza in un sistema politico dominato dai partiti e da forti interessi?
L’assemblea che ho osservato è nata da una petizione circolata nel 2025, quando Bruxelles era senza governo. L’appello s’intitolava “Rendiamo Bruxelles una città pulita” e aveva ottenuto 1.143 firme, superando così la soglia delle mille firme necessarie per decidere se formare un’assemblea civica. Potrebbe sembrare un argomento secondario, ma la gestione dei rifiuti è una delle questioni che suscita più lamentele tra gli abitanti. La città ha un’alta densità abitativa, ma non ha cassonetti per la spazzatura; le persone lasciano i sacchetti dell’immondizia in strada, dove spesso vengono rotti dagli animali o dai vandali. C’è anche chi lascia per strada oggetti ingombranti, come materassi ed elettrodomestici.
Questa primavera diecimila abitanti di Bruxelles hanno ricevuto l’invito a partecipare all’assemblea civica. Tra i 760 che hanno risposto gli organizzatori ne hanno selezionati a caso 45, tenendo conto di fattori quali il genere, il livello di istruzione e l’età, per fare in modo che il gruppo fosse rappresentativo della popolazione. Queste 45 persone, insieme a quindici deputati, si sarebbero incontrate per alcuni fine settimana per elaborare delle proposte da sottoporre ai politici; il parlamento avrebbe dovuto esaminarle e riferire all’assemblea.
Quando ho partecipato era la terza volta che il gruppo s’incontrava (in totale le riunioni sarebbero state cinque). Le sessioni erano guidate da due facilitatori professionisti – uno che parlava francese, l’altro fiammingo – che ogni tanto lanciavano battute e parole d’incoraggiamento, tipo “Spero che non vi stia già esplodendo la testa!” o “Sarà intenso, ma stimolante”.
Nella prima sessione, che si teneva nell’emiciclo – l’aula a ferro di cavallo in cui si svolgono i dibattiti legislativi –, i deputati hanno presentato le posizioni dei loro partiti sul ritiro dell’immondizia, le multe e gli abbandoni illegali. I cittadini prendevano scrupolosamente nota e mi sono resa conto che quasi nessuno guardava il telefono. Alcuni si erano vestiti eleganti per l’occasione.
Quando le persone si sono divise in gruppi per avviare la discussione, ne ho scelto uno a caso e l’ho seguito in una sala conferenze (in ogni gruppo c’erano due o tre deputati, che partecipavano alle discussioni). Il facilitatore, un uomo sulla quarantina con soffici capelli grigi e occhiali con montatura leggera, spronava a pensare in grande: “Presto la realtà si metterà al passo con noi”. La conversazione si svolgeva in francese. Nessuno sembrava intimidito dal fatto di dialogare con dei parlamentari, ai quali tutti si rivolgevano chiamandoli per nome e dando del tu.
I lavori procedevano in modo molto analogico. Le persone scrivevano le loro idee su dei post-it che il facilitatore raccoglieva e attaccava su una grande lavagna a fogli mobili, raggruppando quelle simili. Le proposte erano varie: costruire più sistemi interrati per la raccolta della spazzatura, comunicare meglio le regole per fare la raccolta differenziata, produrre meno rifiuti. Il facilitatore le trascriveva sulla lavagna, sfogliando avanti e dietro i vari paginoni e cercando di farcele stare tutte.
Nel pomeriggio i partecipanti si sono di nuovo riuniti e due portavoce per gruppo – un deputato e un cittadino – hanno presentato la propria lista di idee. I deputati erano gentili e pazienti con gli interlocutori non politici, chiamandoli “colleghi” e invitando il gruppo a fare un applauso quando qualcuno si mostrava emozionato. Un esperto sul tema commentava le proposte, spesso smontandole o invitando i partecipanti a riflettere su aspetti che probabilmente non erano stati presi in considerazione. Rispondendo a una proposta per modificare l’orario della raccolta della spazzatura, l’esperto ha commentato: “Non esiste una formula magica, altrimenti sarebbe già stata adottata”.
Una lunga giornata
La giornata è stata lunga e quando sono andata via ero esausta. Mentre uscivo ho incontrato uno dei parlamentari, del Partito dei lavoratori. Ex autista di autobus e sindacalista, indossava un cappellino con la scritta “Tax the rich” ed era anche lui palesemente stanco. Quando gli ho chiesto che ne pensava della giornata, è stato onesto: la regione affoga nei debiti e la priorità del nuovo governo è tagliare i costi. È difficile immaginare che qualcuna di quelle misure vedrà mai la luce. E questo in definitiva rischia di essere molto controproducente per la fiducia nella democrazia, mi ha detto.
La mattina successiva, tornata nel mio gruppo, il morale era a terra. Alla domanda del facilitatore, che con tono allegro aveva chiesto: “Allora, come state?”, solo una persona ha risposto, mugugnando un “staremmo meglio fuori”.
Nel pomeriggio le persone si sono rimescolate in gruppi diversi, divisi per argomento, per esempio comunicazione, logistica, multe. Hanno ricevuto una lista di tutte le proposte fatte con l’invito a sfoltirle fino ad arrivare a cinque idee soltanto. Il lavoro a quel punto sembrava ripetitivo, e l’impressione era che alcune cose venissero perse nella traduzione, sia letteralmente, tra una lingua e l’altra, ma anche per le tante ripetizioni all’interno dei gruppi e tra gruppi diversi. Un ragazzo mi ha detto che il processo avrebbe potuto essere più efficiente, lamentandosi della difficoltà di decifrare i post-it scritti a mano in tre lingue e del fatto che alcuni avevano avanzato proposte che sarebbero state chiaramente troppo costose da attuare.
“C’è molta stanchezza”, mi ha confermato una delle facilitatrici mentre attraversava la stanza per valutare a che punto eravamo. A fine giornata, quando le proposte quasi definitive erano state consegnate, i facilitatori hanno elogiato la resistenza di tutti, invitandoli a “riposare bene” prima della prossima sessione, il mese successivo.
Storia antica
Prima del fine settimana avevo chiesto allo scrittore David Van Reybrouck, grande sostenitore delle assemblee civiche in Belgio, cosa mi sarei dovuta aspettare. Lui mi aveva avvertito che probabilmente le persone sarebbero uscite dal parlamento la domenica sera stanche e scoraggiate. Il momento culminante del processo sarebbe arrivato dopo, quando si votava sulle proposte finali. Allora gli ho scritto un messaggio sul notevole calo di entusiasmo, e lui mi ha risposto: “Inévitable”.
L’idea di coinvolgere i comuni cittadini nel processo legislativo risale agli ateniesi, che usavano varie assemblee composte da cittadini scelti a caso per dettare l’agenda politica e prendere le decisioni. Nessuno faceva il politico di professione. Essere liberi, secondo Aristotele, significava governare ed essere a propria volta governati (si badi bene che il sorteggio era limitato ai cittadini maschi adulti: niente donne, stranieri e schiavi).
Anche molte città-stato greche usavano l’estrazione a sorte per selezionare i cittadini da nominare nelle posizioni di potere. La sopravvivenza della repubblica di Venezia per oltre mille anni, fino alla fine del settecento, è stata attribuita in parte al sistema di sorteggio con cui le élite sceglievano il loro leader. Lo scopo di questo sistema, spesso usato in combinazione con le elezioni, era di impedire un’influenza eccessiva e il nepotismo, e rafforzare la fiducia nel sistema di governo e in coloro che esercitavano il potere.
Solo alla fine del settecento le elezioni cominciarono a essere considerate il modo ideale per guidare un paese. Sulla scia delle rivoluzioni americana e francese le nuove élite si resero conto che le elezioni potevano essere uno strumento per governare tra persone affini (leggi: uomini proprietari terrieri) ed evitare il caotico lavoro di consultare tutta la popolazione.
È ironico, quindi, che siamo arrivati a considerare le elezioni come il simbolo della democrazia, dice Van Reybrouck. Intellettuale e autore di Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico (Feltrinelli 2015), Van Reybrouck è diventato una sorta di “santo patrono”, organizzatore e portavoce delle assemblee civiche. La fede delle persone nelle elezioni ci ha reso ciechi davanti al fatto che in politica non abbiamo davvero una voce, mi ha detto una mattina di marzo a Bruxelles. “Il diritto di voto è stato riconosciuto più o meno a tutti in tutto il mondo, eppure non c’è mai stata tanta insoddisfazione come oggi”, ha commentato. “Avere il diritto al voto non basta”.
Il libro di Van Reybrouck nasce da una profonda frustrazione verso la politica belga, in particolare la paralisi nei negoziati per formare una coalizione, che nel 2010 e 2011 lasciò il paese senza governo per 589 giorni. Lui e altri intellettuali pubblicarono allora un manifesto proponendo che mille persone scelte a caso si riunissero per elaborare delle proposte su come risolvere lo stallo. I partecipanti al G1000, come fu soprannominata quell’assemblea, discussero di tre temi: sicurezza sociale, immigrazione e “la distribuzione della ricchezza in tempi di crisi”. Ma l’incontro ebbe soprattutto la funzione di rappresentare la frustrazione della gente e la sua voglia di essere parte della soluzione. Secondo gli organizzatori il G1000 fu un successo e da quell’esperienza è nata un’organizzazione che oggi promuove le assemblee civiche in tutta Europa.
Il movimento belga si è basato su alcuni esperimenti precedenti. Nel 2004 la Columbia Britannica, una provincia del Canada, ospitò la prima assemblea civica moderna, chiedendo a un gruppo di 158 abitanti scelti a caso di discutere le riforme del sistema elettorale canadese, di tipo maggioritario. Si incontrarono periodicamente per più di un anno e ipotizzarono un nuovo sistema noto come voto singolo trasferibile. Anche se il loro progetto non diventò legge (fu sottoposto a referendum ma non raggiunse il quorum), incoraggiò altri a provare quel modello.
Quasi dieci anni dopo, in Irlanda, 66 cittadini e 33 politici si riunirono in un’assemblea per decidere se modificare la costituzione e legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, un tema molto controverso nel paese. L’assemblea alla fine propose una riforma. Quando il governo organizzò un referendum nel maggio del 2015, il 62 per cento degli elettori votò sì e i matrimoni tra persone dello stesso sesso furono riconosciuti. Due anni dopo, nel 2017, l’Irlanda ripeté l’esperimento per la legalizzazione dell’aborto e nel 2018 i cittadini votarono per abolire il divieto di aborto previsto dalla costituzione.
Alcuni forse hanno intuito che quell’assemblea era un esperimento che, pur avendo dei difetti, riguardava anche loro
Condividere il potere
Secondo Peter MacLeod, autore canadese ed esperto di democrazia, l’esempio dell’Irlanda – che ha cambiato la costituzione su alcuni temi molto delicati senza levate di scudi o violente proteste – ha contribuito all’idea che queste assemblee potessero aiutare a “sbloccare” la politica anche in altri paesi.
Magali Plovie, che ha portato le assemblee civiche nel parlamento di Bruxelles durante il suo mandato da presidente, riconosce all’esempio irlandese il merito di averla convinta che le persone devono giocare un ruolo più importante in politica e soprattutto in parlamento. Molti parlamentari all’epoca non gradirono l’idea di condividere il potere con i cittadini, ricorda. “La loro logica è che siamo in un sistema rappresentativo: noi veniamo eletti, svolgiamo il nostro mandato e poi ci sono nuove elezioni. È così che funziona”. Alla fine molti suoi colleghi hanno ceduto dopo essere stati rassicurati che i cittadini non avrebbero avuto potere decisionale; il parlamento ha il dovere di prendere in considerazione le loro proposte, ma può scegliere di non adottarle (ma deve giustificare la sua decisione). Questo compromesso, in realtà, era una necessità legale: il consiglio di stato, che si esprime in materia di costituzionalità delle leggi, aveva stabilito che non si poteva concedere un potere decisionale ai cittadini.
La prima assemblea civica di Bruxelles si è tenuta nel 2021, e aveva come oggetto l’introduzione del 5G in città. Quelle successive si sono occupate del fenomeno delle persone senza dimora, della gestione delle crisi, di biodiversità, di alternanza scuola-lavoro e di inquinamento acustico. Le assemblee si svolgono nel corso di diversi fine settimana e serate, anche se idealmente le persone dovrebbero aver diritto a una sorta di “permesso civico” per assentarsi dal lavoro, invece di rinunciare al proprio tempo libero, dice Plovie. Attualmente i partecipanti ricevono un compenso giornaliero e vengono rimborsati per i costi di viaggio; anche i pasti sono a carico dell’amministrazione.
Quando ho chiesto a Stéphane Vansantvoet, direttore dell’ufficio partecipazione al parlamento di Bruxelles, quante proposte emerse dalle sei precedenti assemblee fossero state attuate, mi ha detto che non poteva fornirmi dati certi, perché il parlamento non riusciva a tenerne traccia: alcune proposte potevano sovrapporsi a delle misure che il governo avrebbe comunque adottato, oppure essere implementate da altre istituzioni.
Da alcuni segnali sembra che si cercherà di monitorare meglio l’impatto delle assemblee civiche, anche alla luce del fatto che il mondo della ricerca, i mezzi d’informazione e l’opinione pubblica stanno dimostrando un particolare interesse per queste esperienze. Alla commissione a cui ho partecipato erano presenti almeno sei ricercatori di varie università europee e una troupe che stava girando un documentario. Fide North America, un’organizzazione che promuove la democrazia deliberativa, sta lavorando alla creazione di un osservatorio sulle proposte che nascono dalle assemblee civiche in tutto il Belgio.
Questa primavera diecimila abitanti di Bruxelles sono stati invitati a partecipare all’assemblea civica. Gli organizzatori ne hanno selezionati 45
Un sistema fragile
Per i promotori di questo modello una questione centrale è come dare legittimità alle assemblee, agli occhi sia dei cittadini sia dei politici. Quando un’assemblea è gestita male, o al suo lavoro non viene dato un seguito istituzionale, il rischio è che le persone se ne vadano più deluse di quando erano arrivate, convinte di aver sprecato il proprio tempo.
Nel parlamento di Bruxelles cittadini e deputati sono chiamati a votare separatamente sulle proposte finali. La votazione dovrebbe in teoria essere il momento culminante del loro lavoro e garantire che sia stato raggiunto un consenso. Ma è anche la fase in cui diventa evidente chi, legalmente, ha l’ultima parola: i cittadini votano per primi, ma solo il voto dei parlamentari è vincolante.
Durante la votazione, un sabato di fine maggio, di nuovo nell’emiciclo, nel banco che avevo davanti era inserito un dispositivo elettronico su cui potevo vedere quante persone si erano espresse a favore o contro una proposta. Sulla maggior parte delle proposte c’era un ampio consenso, come quelle per “sensibilizzare l’opinione pubblica sui fastidi causati dalle deiezioni canine” e “incrementare l’accesso ai bagni pubblici”. I parlamentari, seduti dall’altro lato dell’emiciclo, votavano per alzata di mano. Ma su alcune proposte più controverse – come quella di cambiare gli orari della raccolta rifiuti – i deputati hanno proposto degli emendamenti: mentre le operazioni di voto andavano avanti tra la gente in aula cominciava a serpeggiare una visibile agitazione. In alcuni casi i cittadini hanno detto di non aver capito cosa era stato proposto e si sono lamentati di non aver avuto abbastanza tempo per digerire le nuove informazioni.
Quando un deputato ha presentato un emendamento dell’ultimo minuto che intaccava la proposta di aumentare gli addetti alla pulizia delle strade, un cittadino ha protestato. I suoi commenti sono stati accolti da un forte applauso. Ma l’emendamento è passato comunque con l’approvazione della maggioranza dei deputati. A quel punto una donna ha alzato la mano per parlare. “Ci state trattando come degli idioti”, ha detto ai parlamentari, ricevendo altri applausi. Quando l’ho raggiunta fuori dall’aula la donna mi ha detto: “Perché allora farci votare su queste proposte? È come se ci avessero dato un lecca-lecca e poi se lo fossero ripreso”.
L’episodio ha messo in luce alcune delle più gravi vulnerabilità di questi esperimenti: se i politici controllano il risultato, che incentivo hanno i cittadini a partecipare? E che insegnamento trarranno da questo processo? Uno dei parlamentari, del partito dei Verdi, ha proposto che il parlamento valutasse la possibilità di modificare la norma per cui non può essere vincolante il voto dei cittadini. Il senso di orgoglio e soddisfazione che secondo Van Reybrouck avrei dovuto trovare non era molto evidente in quella stanza. Anzi l’umore sembrava essersi guastato.
“Non credo che stiamo discutendo a sufficienza e con onestà di ciò che non sta funzionando”, mi ha detto al telefono Marjan Ehsassi, direttrice esecutiva di Fide North America e autrice di Activated citizenship: The transformative power of citizens’ assemblies (Cittadinanza attivata. Il potere trasformativo delle assemblee civiche). Ehsassi pensa che gli organizzatori dovrebbero dire chiaramente che si tratta di assemblee consultive ed essere attenti a non promettere più di quello che possono garantire. Secondo lei il successo di questo metodo non si misura da quante politiche vengono adottate, soprattutto se l’obiettivo fondamentale è ripristinare la fiducia dei cittadini nella democrazia e nel prossimo. “In parte si tratta di cambiamenti individuali: i partecipanti si sentono più coinvolti grazie alla partecipazione?”, chiede. “Il secondo aspetto è l’impatto sociale: le persone hanno sviluppato un migliore senso di comunità?”. Ma da quel che ho visto a Bruxelles, non si può dare per scontato che la risposta a queste domande sarà un sonoro “sì”, soprattutto se le persone non pensano che il loro contributo porterà a un cambiamento. Per alcuni questa esperienza sembra aver rafforzato la sensazione che il sistema politico è marcio, o che comunque non s’interessa di loro.
In quel fine settimana a Bruxelles sono andati in scena il bello e il brutto della democrazia: un sano dibattito e il meschino teatrino politico. Le persone hanno visto come funziona un parlamento dall’interno, anche se sono rimaste deluse dall’esito. Forse il confronto con la realtà è stato utile, in una certa misura, a ricordarsi di quanto è difficile realizzare un cambiamento. Alcuni forse hanno intuito che quell’assemblea era un esperimento che, pur avendo dei difetti aveva uno scopo che riguardava anche loro.
Tempo dopo ho incontrato di nuovo la donna che aveva preso la parola in parlamento e mi ha stupito sentirla dire che avrebbe partecipato volentieri a un’altra assemblea di quel tipo. “Certo”, mi ha detto. “Mi piace esprimere la mia opinione”. ◆ fdl
**Esther King **è una giornalista che vive a Bruxelles ed è la vicedirettrice della rivista online The Dial.
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati