Anovembre del 2017, presentando al parlamento un bilancio preventivo da record per l’anno successivo, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari era certo di ottenere consensi. Tra i flash delle macchine fotografiche, ha simbolicamente consegnato ai deputati una sorta di pacco regalo avvolto nei colori della bandiera nazionale, che conteneva le voci di spesa. Nel suo discorso Buhari ha promesso che il suo governo farà di tutto per riportare la Nigeria al benessere perso con l’ultima recessione. Ha parlato di nuove strade, ospedali, centrali elettriche e posti di lavoro.
Nel corso della cerimonia, però, Buhari ha evitato in ogni modo di fare riferimento alla voce del bilancio che, rispetto all’anno precedente, era cresciuta più di tutte, di oltre il 20 per cento: il costo del debito pubblico. Nel 2018 circa un quarto della spesa pubblica nigeriana finirà direttamente nelle tasche dei creditori: il paese deve stanziare cinque miliardi di dollari per pagare gli interessi, il doppio del 2015 e trenta volte più del denaro che finisce nelle casse del ministero della salute. Dato che anche per il 2018 il governo ha deciso di far fronte al notevole deficit di bilancio (14,5 per cento del pil) contraendo nuovi debiti, questa situazione allarmante potrà solo peggiorare. Probabilmente già nel 2019 il più grande esportatore africano di petrolio spenderà più denaro per coprire gli interessi sul debito di quanto ne guadagnerà vendendo greggio.
Per quanto questi sviluppi siano drammatici, la Nigeria non è un’eccezione in Africa. Sul continente sta per abbattersi una nuova crisi del debito. In più della metà dei 49 paesi subsahariani negli ultimi anni il debito pubblico è cresciuto a vista d’occhio. Quest’anno arriva per la prima volta a superare in media il 50 per cento del pil. Se si guarda all’Europa non sembrano cifre allarmanti, ma il confronto non regge: in Africa gli interessi da pagare sono molto più alti. In appena cinque anni sono raddoppiati, arrivando a impegnare in media il 12,5 per cento della spesa pubblica. E in alcuni paesi le percentuali sono ancora più alte, al punto che qualcuno teme la bancarotta di stato.
Investimenti indispensabili
Oggi, secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), l’eccessivo indebitamento riguarda sei paesi africani (tra cui il Mozambico e lo Zimbabwe), il doppio del 2017. In almeno altri dieci stati del continente c’è una situazione di rischio elevato. Il discorso riguarda anche le economie più grandi: di recente le agenzie di rating hanno declassato il debito pubblico di Nigeria, Sudafrica, Angola ed Etiopia.
In alcuni paesi le conseguenze dell’aumento del debito già si percepiscono chiaramente. Per coprire gli interessi, prima o poi si fanno tagli da qualche altra parte. Gli investimenti urgenti nelle infrastrutture, nell’istruzione, nella sanità o per stimolare l’economia rimangono lettera morta. Eppure, tutti concordano nel ritenerli indispensabili: due terzi della popolazione del continente vive ancora senza corrente elettrica e più di 300 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile.
Per molti questi dati spaventosi sono una sorpresa: non si diceva che le economie subsahariane avevano registrato tassi di crescita da record? L’Africa non era stata definita un “gigante addormentato prossimo al risveglio”, un “leone pronto al balzo”? E poi, di recente, non sono stati proprio questi paesi a trarre vantaggio da un’ampia riduzione del debito?
In realtà, l’ultima crisi del debito africana risale ad appena una generazione fa. Dopo un decennio di stagnazione economica, all’inizio degli anni novanta molti stati africani si ritrovarono seduti su un’imponente montagna di debiti. All’epoca, in media, circa un quarto del bilancio statale era impiegato per pagare gli interessi, e ovunque si gridava al “decennio perduto”. Nel 1996 il G7 proclamò la cancellazione di gran parte del debito dei paesi più poveri. Poi, nel 1999 e nel 2005, seguirono ulteriori misure di riduzione del debito e fu soprattutto l’Africa a beneficiarne. L’85 per cento dei debiti e degli interessi cancellati riguardava il continente africano.
Ora, poco più di dieci anni dopo, la storia rischia di ripetersi. Come si è arrivati a questo punto? Come sempre nel caso di crisi del debito, ci sono due versioni: quella dei debitori e quella dei creditori.
Agli stati africani l’ultima cancellazione del debito ha fatto tirare un sospiro di sollievo. E ha consentito a molti governi di accedere per la prima volta al mercato internazionale dei capitali: mentre prima i prestiti erano concessi quasi esclusivamente da altri stati, dalla Banca mondiale o dall’Fmi ed erano in parte vincolati a condizioni molto rigorose, ora anche gli investitori privati si imponevano come creditori. Spesso chiedevano interessi più elevati, ma in compenso i governi potevano spendere il denaro come preferivano.
Questa prospettiva era allettante e ha cominciato a essere ampiamente sfruttata. Il Ghana ha fatto da apripista, nel 2007, seguito negli anni da altri quindici stati africani, che hanno contratto prestiti internazionali emettendo titoli di stato. Questo è servito a portare 35 miliardi di dollari nelle casse statali. Procurarsi finanziamenti così era relativamente semplice, soprattutto per i paesi ricchi di materie prime. I prezzi elevati delle materie prime hanno portato entrate importanti, di fronte a cui le spese da sostenere per gli interessi erano poca cosa; la restituzione dei crediti sembrava una pura formalità. Era evidente che i soldi non sempre venivano investiti in modo oculato. Ma allora, in una fase di forte crescita economica, si pensava che non fosse un vero problema.
Bomba a orologeria
Quando nel 2014 sono crollati i prezzi delle materie prime, l’euforia si è interrotta bruscamente. A soffrirne in modo particolare sono stati i paesi esportatori di petrolio come Angola, Ghana e Nigeria. Lì la caduta dei prezzi nel giro di pochi mesi ha portato a un parziale dimezzamento delle entrate statali; e il peso degli interessi sul debito si è fatto sentire. Le prospettive restano pessime: i debiti contratti durante il boom andranno ripagati nei prossimi anni. Non pochi definiscono il debito pubblico africano una bomba a orologeria. Come si spiega, però, l’improvvisa disponibilità degli investitori privati a prestare notevoli somme ai governi africani, anche se la storia avrebbe dovuto metterli in guardia?
Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, ci si è resi conto presto che nei contesti a basso tasso d’interesse, come i paesi industrializzati e le economie asiatiche che stavano rallentando, difficilmente gli investimenti registravano alti rendimenti. Per mantenere i margini di profitto, molti investitori sono andati in cerca di alternative, anche perché grazie all’intervento delle banche centrali occidentali c’era in circolazione molto denaro. E i debiti pubblici africani sono rapidamente andati a ruba. La stabilità economica e politica dei paesi interessati non sembrava essere importante. Che le richieste di prestiti miliardari provenissero da Zambia, Mozambico o Ghana era del tutto irrilevante, gli investitori erano sempre pronti. “Alcuni erano così bramosi di concedere prestiti da non curarsi minimamente dei rischi”, ha detto la direttrice dell’Fmi Christine Lagarde.
Almeno una parte degli investimenti sembrava motivata da un improvviso ottimismo nei confronti dell’Africa, un atteggiamento che però sembrava ingenuo a molti conoscitori del continente.
Dal 2000 i notevoli tassi di crescita di molte economie africane avevano fatto sì che l’Africa non fosse più vista da molti come un continente destinato al disastro ma, all’improvviso e con la stessa astratta genericità, come la patria delle grandi promesse (e dei facili guadagni). Oggi il binomio tra la sete sconsiderata di profitto e l’ottimismo ingenuo non è cambiato. È vero che il numero dei titoli di stato piazzati sul mercato è lievemente diminuito. La sete d’investimenti, però, non è diminuita affatto. Solo a novembre la Nigeria ha raccolto tre miliardi di dollari nella più grande emissione di obbligazioni che abbia mai fatto. Il governo nigeriano dichiara di aver ricevuto richieste per un totale di 11 miliardi.
Soltanto i più ottimisti ritengono che la tempesta che si sta profilando all’orizzonte porterà solo un po’ di pioggia. Si può ancora scongiurare? Nel prossimo futuro, difficilmente gli stati coinvolti potranno evitare di mettere ordine nei loro bilanci. Se i prezzi delle materie prime non tornano a salire, questi stati dovranno risparmiare, e saranno dolori. Non è troppo tardi per sfuggire allo scenario spaventoso di un nuovo “decennio perduto”, ma è necessario agire con decisione.
Risolvere il problema alla radice, invece, è possibile solo col tempo. Serve un regime di investimenti ragionevole, con un adeguato calcolo dei rischi e degli eventuali danni collaterali di ogni investimento. Non basterà contare sulla moderazione degli investitori. Perciò, proposte come l’obbligo di una sottoscrizione responsabile dei prestiti o la creazione di una procedura d’insolvenza internazionale per gli stati vanno verificate con attenzione.
Devono essere i paesi africani a interrompere il circolo vizioso dell’indebitamento. La crisi attuale mostra senza ombra di dubbio che molti governi hanno perso di nuovo l’occasione d’investire il denaro, che a un certo punto scorreva abbondantemente, pensando alla popolazione e alle casse dello stato. Ancora oggi molte economie africane dipendono in larga misura dalle esportazioni di materie prime. Gli investimenti nell’industria manifatturiera, nei servizi e nell’istruzione rimangono scarsi. Troppe volte si sono ripetuti gli stessi errori che avevano condotto all’ultima crisi del debito. È arrivato il momento di chiamare i governi coinvolti a rispondere delle loro azioni. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati