Anche se aveva 41 anni, un’età avanzata per un gorilla di pianura, Alpha aveva ancora una grande esuberanza giovanile, soprattutto nei confronti del gorilla Ramar. All’inizio degli anni duemila, al Brookfield zoo di Chicago, negli Stati Uniti, Alpha camminava impettita, arricciava le labbra, guardava Ramar con insistenza, gli gettava il fieno sul muso e cercava di sederglisi in grembo. I custodi presero in considerazione l’idea di somministrarle dei contraccettivi: data l’età una gravidanza avrebbe potuto mettere in pericolo la sua vita e quella del cucciolo. Ma Alpha poteva davvero rimanere incinta? I gorilla in cattività di solito vivono più a lungo di quelli in libertà, ma raramente si riproducono dopo i quarant’anni.

I custodi di Alpha si sono chiesti: anche le femmine di gorilla, come le donne, entrano in menopausa?

Per scoprirlo due ricercatrici che collaboravano con il Brookfield, Sylvia Atsalis e Sue Margulis, hanno deciso di studiare i cicli ormonali di 22 gorilla anziane in diciassette zoo degli Stati Uniti. Il 23 per cento era in menopausa: la produzione ciclica di progesterone, un ormone importante per l’accoppiamento, le mestruazioni e la gravidanza, era scomparsa. Il 32 per cento, compresa Alpha, aveva cicli irregolari e si trovava in un periodo di transizione verso la menopausa. “I grandi primati sono i parenti più stretti degli esseri umani e hanno schemi comportamentali e fisiologici legati all’invecchiamento riproduttivo e alla menopausa simili a quelli della specie umana”, hanno scritto le due ricercatrici.

In termini generali la menopausa è la fine programmata della fertilità. Le donne, naturalmente, sanno bene che con il passare degli anni saranno sempre meno fertili e che a un certo punto, di solito verso i cinquant’anni, smetteranno di esserlo. Ma nel regno animale la menopausa è un fenomeno insolito e uno degli enigmi dell’evoluzione ancora irrisolti. Il fine ultimo di un organismo è la riproduzione. Perché sacrificarla? Ancora meno comprensibile è la ragione per cui un animale diventa naturalmente infecondo ma continua a vivere per anni. Nel corso della storia gli scienziati hanno avanzato molte teorie, ma studiare il fenomeno biologico della menopausa è difficile, in parte proprio perché sembra così raro.

Conflitto familiare

Molti animali hanno una vita breve, producono rapidamente una progenie numerosa e poi muoiono. Pensate a insetti come le efemere: ne esiste una specie che vive solo cinque minuti nella forma adulta in grado di deporre le uova. O alle rane amazzoniche, che spesso nei brevi periodi di “riproduzione esplosiva” si accoppiano così freneticamente da uccidersi a vicenda. O ai salmoni che cominciano a invecchiare appena hanno deposto le uova. Alcuni animali, in particolare certi uccelli e mammiferi, hanno sviluppato la strategia opposta: nel corso della vita hanno pochi figli ai quali dedicano tante energie. La menopausa a volte si riscontra proprio in queste specie. Da alcuni studi è emerso che gli animali più diversi vanno in menopausa – roditori, cani, conigli, quaglie e tutti gli animali da allevamento – ma altri studiosi contestano questa tesi perché le ricerche attendibili sono ancora poche.

Nei primati cresciuti in cattività le prove della menopausa sono più tangibili. Nei giardini zoologici le femmine di diverse specie di primati tra cui i gorilla, gli scimpanzé e gli orangotanghi, ben nutrite e protette dai predatori e dai bracconieri, raggiungono un’età in cui smettono naturalmente di ovulare. In natura, invece, raramente vivono così a lungo. Sappiamo con certezza che solo tre specie vivono per decenni nel loro habitat naturale dopo la menopausa: gli esseri umani, il globicefalo di Gray (un cetaceo della famiglia dei delfinidi) e le orche.

La questione, quindi, è capire perché succede. Le ultime ricerche sulle orche, che si basano su più di quarant’anni di dati, hanno aperto un nuovo spiraglio sul fenomeno. Sembra che la menopausa non abbia a che fare con la biologia degli animali, ma con la struttura delle loro società.

La menopausa è l’inizio di un nuovo capitolo della vita, caratterizzato dalla saggezza necessaria per far continuare a vivere intere società

L’unità di base della società delle orche è la linea di discendenza materna, formata cioè da una matriarca – una nonna o una bisnonna – e dai suoi discendenti. La matriarca e i discendenti rimangono insieme per tutta la vita. A volte diverse linee matrilineari, ognuna formata da un numero di animali che oscilla tra i sei e i dodici, viaggiano in branco. I maschi adulti, anche se di solito si allontanano per accoppiarsi con esemplari di altri branchi, tornano sempre alla loro linea materna originale. In natura i maschi vivono una trentina d’anni, mentre le femmine di orca possono superare i novanta, ma smettono di avere figli intorno ai quaranta. A parte gli esseri umani, sono gli animali che vivono più a lungo dopo la fine dell’età riproduttiva.

Dagli anni settanta alcuni gruppi di biologi stanno studiando due popolazioni residenti di circa 380 orche nella fascia costiera dell’oceano Pacifico che va dall’Alaska all’isola di Vancouver.

Gli scienziati rimangono in mare per settimane fotografando le orche dai ponti delle loro barche e a volte filmandole sott’acqua. Catalogando le foto della diversa pigmentazione intorno alle pinne e le cicatrici che hanno accumulato negli anni, i ricercatori hanno identificato quasi tutte le orche residenti del nord e del sud e hanno documentato l’evoluzione dei loro rapporti.

Le orche residenti sono specializzate nella caccia ai salmoni Chinook. Le matriarche sfruttano decenni di esperienza per guidare le loro famiglie nelle acque di caccia migliori, soprattutto nei momenti difficili, quando i salmoni sono meno abbondanti del solito. Anche se alla fine della giornata i componenti del branco si dividono il bottino, vista la scarsità delle risorse i singoli esemplari sono in competizione tra loro.

In un recente studio sull’approvvigionamento di cibo delle orche del Pacifico nordoccidentale, gli scienziati hanno osservato che le madri giovani condividono il cibo con i figli e le loro sorelle, mentre le femmine che hanno superato l’età della riproduzione favoriscono i figli maschi adulti. Nel complesso le femmine sono le più generose, perché condividono più del 90 per cento di quello che prendono, mentre i maschi ne condividono solo un quarto. I maschi delle orche continuano a dipendere dalle madri e dalle nonne per tutta la vita, e spesso rimangono accanto a loro durante le spedizioni di caccia. Quando una femmina anziana muore, il rischio che anche il figlio muoia nel giro di un anno aumenta dalle tre alle 14 volte, a seconda dell’età.

L’immenso carico di responsabilità che le matriarche portano sulle spalle gli rende difficile continuare a riprodursi. Se una femmina anziana avesse dei piccoli, dovrebbe prendere abbastanza salmoni per sfamare se stessa, i figli adulti e quelli nuovi, e questo la metterebbe in forte competizione con le madri giovani. E, a quanto sembra, questo livello di conflitto familiare è insostenibile, perfino letale.

In uno studio pubblicato all’inizio del 2017, l’ecologo comportamentale Darren Croft dell’università di Exeter, nel Regno Unito, e i suoi colleghi hanno condotto un’analisi statistica dei dati raccolti per 42 anni sulla vita sociale delle orche residenti del nordovest. I piccoli che nascono da femmine più anziane hanno 1,67 probabilità in più di morire prima dei 15 anni di quelli che nascono da madri giovani. Sembra quindi più vantaggioso che le femmine anziane smettano di riprodursi del tutto e si dedichino a mantenere in vita i figli e i nipoti. Aiutando i maschi adulti a rimanere in buona salute e ad andare in altri branchi per riprodursi, un’orca matriarca può continuare a diffondere i suoi geni senza aggiungere altri figli a una famiglia già numerosa.

Un ruolo importante

Il caso degli elefanti è diverso. Anche loro, come le orche, sono grandi mammiferi intelligenti e sociali che collaborano nell’ambito della discendenza matrilineare, guidati dalla conoscenza dell’ambiente delle femmine più anziane. Ma, a differenza delle orche, gli elefanti escludono dal branco i maschi adulti, che vagano nella savana da soli unendosi in confraternite e tornando nel gruppo delle femmine solo per accoppiarsi. Mentre le femmine di orca smettono di essere fertili intorno ai quarant’anni, le matriarche degli elefanti possono continuare a riprodursi almeno fino a 65 anni. Sembra che allontanando i maschi da una società governata dalle femmine, relegandoli cioè al ruolo di organi riproduttivi esterni, si riescano a evitare i conflitti familiari al punto che le nonne non devono più rinunciare alla maternità.

I risultati della nuova ricerca sulle orche coincidono perfettamente con la teoria nota come l’ipotesi della nonna, secondo la quale tra gli esseri umani il lungo periodo di sopravvivenza dopo la menopausa sarebbe la conseguenza di un importante cambiamento ambientale avvenuto nel corso dell’evoluzione umana. Kristen Hawkes, un’antropologa dell’università dello Utah , avanzò l’ipotesi nel 1997, sulla base dei risultati delle ricerche precedenti dei biologi George Williams e William Hamilton. Milioni di anni fa, disse Hawkes, i nostri antenati passarono dalle foreste alle savane e cominciarono a nutrirsi di cose che i piccoli non potevano procurarsi da soli, come i tuberi sepolti in profondità. Le donne più anziane, che stavano diventando meno fertili, trovarono un nuovo importante ruolo sociale: aiutare i nipoti a sfamarsi, permettendo così alle figlie di avere più bambini di quanto fosse possibile in precedenza.

Anche se molte persone credono erroneamente che l’ipotesi della nonna consideri la menopausa un tipo di adattamento esclusivo degli esseri umani, Hawkes non è d’accordo. Probabilmente la menopausa, ha dichiarato l’antropologa in un’intervista, si verificherebbe in qualsiasi primate che riuscisse a sopravvivere fino a un’età avanzata. Anzi, è proprio la lunga vita produttiva dopo la menopausa che distingue gli esseri umani, e almeno due specie di cetacei, da tutti gli altri animali che vanno in menopausa. Questo solleva una serie d’interrogativi ancora senza risposta: quanto è comune la menopausa? È un adattamento raro che si riscontra solo in poche specie, come si è sempre pensato, o è il risultato inevitabile dell’invecchiamento di tutti i primati, e forse di tutti i mammiferi?

Se quest’ultima ipotesi è corretta, il fatto che le matriarche, sia nella specie umana sia nei cetacei, continuino a vivere dopo la menopausa è ancora più importante. Per la grande maggioranza delle specie, la fine della fertilità coincide con il termine di un’esistenza utile. Senza gameti, la vita non vale più nulla. Ma le nonne dimostrano che non è vero: la menopausa non è una fine, ma l’inizio di un nuovo capitolo della vita, caratterizzato dalla saggezza necessaria per far continuare a vivere e a prosperare intere società. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati