La sagoma nera della foresta vergine si staglia tra il cielo notturno e il fiume che luccica scuro. Ogni tanto un tronco d’albero colpisce la stretta imbarcazione mentre alle nostre spalle il timoniere è alle prese con il motore che singhiozza.

Quanto manca al lodge? “Una quarantina di minuti”, risponde Cleber Usca, allegro e rilassato anche dopo un giorno e mezzo di viaggio tra barca e minivan. Da Cuzco, a 3.400 metri di altezza, siamo scesi fino al cuore del parco nazionale del Manu, appena trecento metri sopra il livello del mare.

Usca, 33 anni, fa la guida nel parco da nove anni. Sua madre è originaria della vicina cittadina di Pillcopata e lui da bambino veniva qui dai parenti per l’estate. Con i cugini faceva il bagno nel fiume, pescava pesci e piccoli caimani. “La sera li arrostivamo sul fuoco, insieme alla manioca”, racconta, “poi ci addormentavamo distesi sulla sabbia, senza tende, protetti solo da una coperta leggera”.

Sulla mappa il Manu è appena poco più a nord di Cuzco, eppure la giungla è distante anni luce dalla capitale turistica del Perù. In passato gli avventurieri cercavano qui Paititi, la leggendaria città degli inca. Nel 1973 l’area tra i fiumi Madre de dios e Manu fu dichiarata parco nazionale.

Sono più di 18mila chilometri quadrati, dalla steppa montana a quattromila metri d’altitudine fino alla foresta pluviale. La grandissima varietà di habitat ed ecosistemi rende il parco uno dei territori con la maggiore biodiversità al mondo: 228 specie di mammiferi, 1.030 di uccelli e più di 1.300 di farfalle.

L’Unesco ha dichiarato il parco nazionale del Manu come riserva della biosfera e dal 1987 patrimonio dell’umanità. Ma pochi lo conoscono e arrivarci è un’avventura. Chi ce la fa, con un po’ di fortuna potrebbe avvistare are e giaguari, tapiri e lontre giganti.

Pendici rosa

Lasciamo Cuzco la mattina presto e ci dirigiamo verso le montagne terrazzate. Una volta raggiunta la stazione ranger di Ajanaco, a 3.519 metri, ricominciamo a scendere, tornante dopo tornante. Nella foresta nebulosa, sui rami coperti di muschio fioriscono le bromelie rosa e tra le felci scorrono piccole cascate; nell’aria svolazzano farfalle che brillano di un blu metallico. Da qualche parte si nascondono l’orso dagli occhiali e il galletto di roccia andino, l’uccello nazionale del Perù.

“La Manu road è tra i posti migliori al mondo per osservare gli uccelli”, ci spiega un birdwatcher statunitense durante una tappa in un giardino dedicato ai colibrì. Armati di enormi teleobiettivi, lui e altri appassionati fotografano gli uccellini colorati che svolazzano intorno alle heliconie.

Nell’ultimo anno il parco nazionale ha accolto 21.358 visitatori, rispetto ai 4.046 di dieci anni prima. Dopo la pandemia nella zona cuscinetto a sud del parco sono stati costruiti alcuni nuovi lodge e un anno fa è stata asfaltata la strada. I villaggi e le cittadine della zona si stanno espandendo: passiamo davanti a benzinai e negozi colorati, scuole e nuovi mercati coperti. Sempre più agricoltori piantano la coca, e il suo commercio dà da vivere a molti abitanti, ci spiega Usca.

Le foglie di coca sono un rimedio tradizionale in Perù da molti secoli: danno energia e aiutano a sopportare il mal di montagna. Ma sono anche la base della cocaina, il che le rende molto redditizie. Per coltivare la coca si abbattono alberi e si spruzzano pesticidi. Si dice che ci siano laboratori per produrre cocaina perfino nel cuore della foresta pluviale.

Ad Atalaya ci imbarchiamo su una chiatta di legno e ci infiliamo gli stivali di gomma. Il motore ruggisce affrontando le rapide del rio Alto Madre de dios; sulle sponde del fiume prolifera la caña brava, una graminacea simile a una palma. Ricoperte di fiori di kapok, le pendici della foresta vergine risplendono di rosa.

Le rondini dalle ali bianche eseguono piroette folli sopra l’acqua marrone e fumante, gli urubù planano sopra banchi di ghiaia pieni di legni alla deriva. Sui ceppi degli alberi si appostano le poiane beccogrosso, mentre le cicogne americane avanzano a passi rigidi nell’acqua bassa.

La foresta tropicale nel parco nazionale del Manu, in Perù (Paul Bertner, Minden pictures)

Procediamo lenti lungo il fiume e all’improvviso sentiamo Usca chiamarci in modo concitato: su una secca c’è un caimano nero lungo tre metri. Subito dopo un caimano bianco entra in acqua e nuota verso di noi, forse attirato dall’odore del riso con pollo che stiamo per mangiare. Ma probabilmente i tre capibara al pascolo sarebbero un pasto più adatto: i due genitori dal manto marrone scuro e il cucciolo dal manto beige sono intenti a ruminare pacifici sulla riva.

Il viaggio diventa sempre più spettacolare. Le scimmie ragno salgono e scendono velocissime lungo i tronchi dei cosiddetti alberi ombrello, per poi saltare di ramo in ramo. E mentre il cuoco ci versa l’ennesimo caffè, Usca ci chiama ancora: “Tapiro a ore due”. Attraverso il cannocchiale vediamo la proboscide tesa e le piccole orecchie tonde. Il tapiro si immerge e dopo qualche secondo riemerge; attraversa così il fiume fino a raggiungere la riva, dove trascina fuori dall’acqua il suo corpo massiccio, risale la boscaglia e sparisce nella giungla.

Avvistare i tapiri

La nostra lunga giornata di viaggio termina su una costa argillosa, in cui è stata scavata una scalinata. Da lì, percorrendo un sentiero, raggiungiamo i bungalow su palafitte del Bonanza lodge. Appollaiate su un albero ci accolgono le are rosse, che sembrano quasi addomesticate: uno di questi grandi uccelli si avvicina per salutarci.

I lodge del parco funzionano come baite autogestite. Abbiamo portato con noi tutto quello che ci potrebbe servire, dalla bombola del gas alle taniche d’acqua e alle stoviglie, oltre al cuoco e alle provviste per quattro giorni. Perfino la legna usata per costruire i bungalow, racconta Usca, va portata via fiume. I bungalow devono essere rinnovati ogni due anni, perché il legno si rovina con i temporali, il caldo e l’umidità.

Al posto dei vetri, alle finestre ci sono le zanzariere. Il tetto di lamiera della sala da pranzo gocciola e l’acqua delle docce è fredda o al massimo tiepida. Fino alla sera sentiamo il frastuono delle seghe circolari: stanno raddoppiando il numero dei bungalow. Questo posto non è adatto a chi è abituato al turismo di lusso, ma del resto il Sernanp, il servizio nazionale per le aree protette del Perù, vuole proprio evitare quel genere di turismo. Chi viene nel parco del Manu rinuncia ad avere una camera confortevole e si arrampica su costruzioni di legno che sovrastano pozze di fango gigantesche. Sulla piattaforma c’è una giovane coppia: stesi a pancia in giù sui materassi mangiano cibo in scatola mentre la guida sistema le zanzariere. Da qui all’alba si daranno il cambio per provare ad avvistare i tapiri, animali notturni che si nutrono del fango ricco di minerali.

Anche le are e gli altri maestosi pappagalli hanno bisogno del fango per neutralizzare alcaloidi e tannini velenosi contenuti nelle noci. C’è un riparo davanti a una parete d’argilla piena di solchi, costruito appositamente per gli appostamenti: qui si aspetta in silenzio, armati di cannocchiale e macchina fotografica. Ma ovviamente i pappagalli non si presentano a comando.

Un giaguaro nel parco del Manu, in Perù (Eric Martin, Figarophoto)

All’alba continuiamo il nostro viaggio nella foresta vergine. Una famiglia di matsigenka, il più grande gruppo indigeno della zona, avanza sul fiume a bordo di un’imbarcazione di legno carica di banani. Molti di loro fanno i cuochi, le cameriere o guidano barche. Dal 1999, inoltre, gli abitanti dei villaggi di Tayakome e Yomibato gestiscono la Casa Matsiguenka, costruita con il sostegno dell’allora agenzia tedesca di cooperazione tecnica Gtz. Le famiglie si occupano a turno di mandare avanti il rustico lodge nelle profondità del parco e i ricavi servono a finanziare assistenza medica e materiale scolastico.

Territorio protetto

A Diamante, villaggio di lingua yine, un vecchietto dal sorriso sdentato ci accoglie con la birra di manioca di sua produzione: la va a prendere nella palafitta e ce la porta dentro una vecchia tanica. La bevanda, di un bianco opaco, si beve durante le chiacchiere pomeridiane, accompagnandola con pescetti affumicati, ci spiega Usca passandoci la ciotola di zucca intagliata. La birra ha un sapore acidulo e fresco.

I seicento abitanti vivono in capanne di legno e lamiera, con il cognome scritto con la vernice accanto alla porta. Per le strade starnazzano i polli e sonnecchiano i cani. Qualche donna vende gioielli fatti con zanne di caimano e piume di ara.

Nella zona cuscinetto, spiega Usca, gli indigeni sono autorizzati a praticare caccia e pesca. La società zoologica di Francoforte sostiene apicoltori e agricoltori locali per sostituire le coltivazioni di coca con quelle di physalis e finanzia la formazione dei ranger, passandogli immagini satellitari e droni per individuare i cercatori d’oro illegali che avvelenano i fiumi con il mercurio.

All’altezza del villaggio di Boca Manu la nostra chiatta imbocca il fiume omonimo. Poco dopo, nella stazione ranger di Limonal, per chi esplora il parco nazionale da solo il viaggio si conclude. All’area stretta lungo il fiume, con tutele più stringenti, possono accedere solo i gruppi accompagnati da una guida. L’anno scorso i visitatori sono stati 2.299.

Una lontra gigante nel parco nazionale del Manu, in Perù (Eric Martin, Figarophoto)

La maggior parte del parco nazionale, invece, rimane inaccessibile a tutti: protegge non solo gli animali, ma anche i mashco piro, un gruppo indigeno che vive isolato nella foresta vergine. L’obiettivo è evitare che qualche sconsiderato faccia una stupidaggine potenzialmente fatale. “I mashco piro”, spiega il ranger Manuel Quintanilla Hancco, “difendono il loro territorio” e l’ultima volta a farne le spese sono stati i tagliaboschi, bersagliati dalle loro frecce nel 2024.

Nell’ottocento i baroni del caucciù, come il famigerato Carlos Fitzcarrald, uccidevano o facevano schiavi gli indigeni; i superstiti si ritirarono nelle profondità della foresta. “Negli ultimi anni, però, i cosiddetti popoli incontattati sono diventati più curiosi”, racconta Usca.

Qualche tempo fa, navigando sul fiume, lui ha visto due uomini che correvano sulla riva gridando. L’Aguajal lodge e la torre di osservazione sul lago Cocha Otorongo sono stati chiusi perché lì erano stati avvistati dei mashco piro; per loro anche un semplice raffreddore potrebbe essere mortale. E così l’offerta di lodge nel parco, già scarsa, si è ridotta ancora. Ecco perché nel Jaguar ecolodge, inaugurato nel 2025, già si lavora senza sosta con sega e martello per costruire nuovi bungalow.

Tucani e uccelli puzzola

La mattina attraversiamo la foresta lungo sentieri larghi e ben segnati, tra i rami fitti dei fichi strangolatori e i cedri spagnoli, con il cui legno sono stati fabbricati gli stalli del coro della cattedrale di Lima.

Radici aeree penzolano sul sentiero, come gigantesche catene di bicicletta, sui tronchi sono aggrappati i termitai, mentre tra le chiome degli alberi saltellano le cebinae o scimmie cappuccine. Passiamo per limpidi ruscelli e poi i nostri stivali di gomma tornano a sprofondare nel fango fino alla caviglia.

Usca ci mostra gli alberi di cacao che crescono selvaggi e i funghi velenosi, descritti benissimo dal loro nome inglese, dead man’s fingers (dita dell’uomo morto). Ci indica anche le orme lasciate dai pecari, pietanza preferita sia degli esseri umani sia dei giaguari nella foresta pluviale.

Ancora oggi i giaguari sono cacciati illegalmente e i cuccioli sono venduti come animali domestici. Il parco nazionale del Manu è una delle poche aree protette in cui sono presenti con una popolazione stabile. Ma Usca è riuscito ad avvistarli solo un paio di volte. È molto più probabile vedere le lontre giganti, che possono raggiungere i due metri di lunghezza, mangiano fino a quattro chili di pesce al giorno e in branco sono in grado di uccidere addirittura un caimano. In spagnolo, infatti, si chiamano lobos de río, lupi di fiume.

In passato se ne uccidevano decine di migliaia per mettere le mani sulle loro folte pellicce. Da quando però sono diventate una specie protetta, nel 1973, il loro numero è tornato ad aumentare. Per vedere le lontre giganti nel lago di Cocha Salvador saliamo su un catamarano, due scafi di legno con una piattaforma nel mezzo. Questo lago stretto a forma di ferro di cavallo è un braccio morto, separato da tempo dal fiume. “In questo lago vivono otto lontre, una grande famiglia”, dice Usca. “Tenete d’occhio le bolle d’aria sull’acqua”.

Pagaiamo in silenzio, mentre sulla superficie liscia si riflettono migliaia di alberi giganteschi e di palme. Da ogni direzione sentiamo frinire, cinguettare e trillare. Sopra le nostre teste volano gracchiando le are e da qualche parte nella foresta risuona il canto di un tucano. I martin pescatori svolazzano qua e là e sui rami caduti nell’acqua se ne stanno appollaiati i bizzarri uccelli puzzola, che Usca chiama uccelli punk per la cresta di piume.

All’improvviso grida agitate rompono il silenzio: le guide hanno avvistato le lontre in lontananza. L’eccitazione cresce e ci mettiamo subito a pagaiare di buona lena: una volta arrivati, però, non c’è più nulla da vedere. “Probabilmente sono tornate nelle loro tane”, commenta Usca. Peccato. Del resto, la giungla non è uno zoo, tantomeno il parco del Manu. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 154. Compra questo numero | Abbonati