Nettuno, Enki, Anuket… Gli otto giovani ghepardi che si aggirano nel recinto sono stati fortunati. Se portano i nomi di divinità dell’acqua, è perché nel settembre 2025 sono stati salvati in mare dalla guardia costiera del Somaliland. Undici cuccioli di pochi giorni – da allora ne sono morti tre – erano ammassati in sacchi di patate nascosti nella stiva di un dhow. Queste imbarcazioni tradizionali di solito sono destinate alla pesca, ma nel braccio di mare che separa la Somalia dallo Yemen servono anche per traffici di ogni tipo, compreso quello dei ghepardi del Corno d’Africa che vengono mandati nei paesi del golfo Persico. Tra i lussi delle petromonarchie, questi animali sono esibiti sui social media come simbolo di potere, a volte seduti sul sedile del passeggero di auto di lusso, a volte incatenati in giganteschi zoo privati.
Il sequestro dell’anno scorso è stato una delle più grandi operazioni di salvataggio compiute finora dalle autorità del Somaliland, repubblica autoproclamata nel nord della Somalia, che lottano contro il contrabbando di questi felini a rischio di estinzione. Secondo gli esperti nel Corno d’Africa ne rimangono poco più di 500, e solo 7.100 in tutto il mondo. E il tempo stringe perché ogni anno centinaia di giovani esemplari sarebbero trasportati illegalmente dal Somaliland verso la penisola arabica.
“Un terzo dei ghepardi rimasti nel Corno d’Africa vive qui”, afferma Chris Wade, direttore del Cheetah conservation fund, un ente di beneficenza internazionale che gestisce il centro di Geed Deeble – 300 ettari di savana a un’ora di strada dalla capitale del Somaliland, Hargeisa – che ospita 127 ghepardi. Sono stati tutti strappati dalle mani di persone che li avevano catturati illegalmente, o di trafficanti che si preparavano a trasportarli attraverso il golfo di Aden in direzione delle coste yemenite.
Sensibili e ansiosi
Anche se sono al sicuro, i ghepardi di Geed Deeble sono l’ombra di loro stessi. “Quasi tutti i felini che arrivano qui hanno sviluppato delle malattie nel periodo in cui hanno vissuto in cattività. E il loro sistema immunitario è compromesso per il resto della vita”, spiega Wade. “Quando vengono soccorsi, hanno zecche, parassiti, ulcere, infezioni di ogni tipo; difficilmente riescono a riprendersi”. Dietro le sbarre questi felini – i più veloci del mondo, fatti per vivere negli spazi aperti – appaiono prostrati. Hanno il pelo rado, segno di una cattiva crescita. Una femmina di ghepardo, chiamata Tango, rimane in isolamento: “Dopo essere stata catturata, è rimasta incatenata dietro una capanna per quattro mesi. È incapace di socializzare”, spiega la veterinaria del centro, Ashley Marshall.
I ghepardi sono mammiferi molto sensibili e per questo ansiosi. Non riescono quasi mai a riprodursi in cattività. Di conseguenza la domanda in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait resta alta. Attraversare il golfo di Aden è spesso fatale per gli animali. “Sopravvive al viaggio solo un ghepardo su cinque”, afferma Marshall.
Nello stile di vita opulento della penisola arabica la collezione di animali selvatici è “profondamente radicata”, spiega il ricercatore indipendente Daniel Stiles, che segue molti collezionisti su Instagram e Snapchat. “La tendenza è emersa negli anni duemila, quando i social media come Facebook hanno permesso di ostentare la propria ricchezza personale. Personaggi famosi esibivano il loro potere attraverso gli animali, come Mike Tyson con la sua tigre. Da quel momento è diventata una competizione sfrenata a possedere un numero crescente di felini e scimpanzé”, spiega Stiles.
Da allora il Somaliland – insieme alla vicina Etiopia – è diventato una riserva per i ricchi del Golfo. Allevatori in cerca di guadagni facili braccano i cuccioli di ghepardo e li rivendono per somme che vanno dai 20 ai 50 dollari a trafficanti con sede ad Hargeisa. A loro volta questi ingaggiano dei contrabbandieri per la traversata dal porto di Berbera verso lo Yemen. Una volta arrivati, i commercianti yemeniti rivendono gli animali ai ricchi sceicchi per somme che possono raggiungere i trentamila dollari.
“Tre fattori spiegano il dinamismo di questo mercato: la precarietà e la corruzione in Somaliland; l’instabilità nello Yemen, che permette di trafficare questi animali in tutta discrezione; e la breve distanza dalle petromonarchie”, nota Stiles. “E in Somaliland la lotta al traffico di animali non è organizzata”, aggiunge. Nel 2024 solo due ghepardi erano stati intercettati sulle coste del paese. Oggi esiste ufficialmente un coordinamento tra polizia, esercito e guardia costiera, ma il parlamento locale non ha ancora approvato la legge sulla protezione della fauna selvatica, anche se il testo risale al 2024. “Per le autorità locali l’ambiente è l’ultima delle priorità”, si lamenta Wade.
Il Cheetah conservation fund cerca di aprire un dialogo con le comunità vicine per sensibilizzarle sull’imminente estinzione dei ghepardi. “Perché destinare così tante risorse agli animali e così poche agli esseri umani?”, chiede Hussein Ahmed, un allevatore di Geed Deeble. “Il bracconaggio è la conseguenza della povertà, oltre al fatto che i ghepardi, le iene e le volpi sono una grave minaccia per il bestiame”. In questo periodo gli allevatori sono particolarmente preoccupati: dopo due stagioni di piogge scarse le loro greggi ne pagano le conseguenze.
L’unica soluzione per mettere fine a questo traffico è fermare gli acquirenti del Golfo”
Scappatoie legali
La repubblica autoproclamata del Somaliland non ha firmato la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (Cites) perché non è uno stato riconosciuto al livello internazionale. E neanche la Somalia, che teoricamente ha ancora la sovranità su questo territorio, ha aderito al trattato. Le stesse mancanze si riscontrano tra i paesi dove si trovano i compratori. Le monarchie del Golfo e in particolare gli Emirati Arabi Uniti “non contrastano seriamente il contrabbando”, afferma Patricia Tricorache, ricercatrice associata all’università statale del Colorado, negli Stati Uniti. Anche se Abu Dhabi nel 2016 ha approvato una legge che vieta il possesso privato di animali esotici e pericolosi, finora non è stata registrata nessuna confisca.
“La legge non ha cambiato nulla. I collezionisti hanno semplicemente pagato la licenza per registrare i loro zoo privati, ma alla fine gli animali sono gli stessi”, osserva Tricorache. In altri termini, il traffico è stato legalizzato.
Nel golfo Persico le famiglie dei principi sono a volte complici del contrabbando: hanno spesso i loro zoo privati, come quello del principe ereditario di Dubai, Hamdan bin Mohammed al Maktoum, dove sono rinchiusi anche dei ghepardi.
L’influencer emiratino Humaid Albuqaish si mostra regolarmente nel suo zoo privato di Sharjah, mentre passeggia, gioca e nuota con i felini, a volte in compagnia di calciatori stranieri venuti ad ammirarli. I suoi video hanno 21 milioni di follower su TikTok e Instagram.
Dopo l’entrata in vigore della legge di Abu Dhabi del 2016, questi ricchi proprietari di animali selvatici diffidano dei social network; sono diventati più discreti, non condividono più sistematicamente i video delle passeggiate con tigri o ghepardi al guinzaglio per strada. E per rivenderli preferiscono app come Snapchat, poiché gli annunci restano online solo ventiquattr’ore. “Cerchiamo di fare pressione sui social media affinché rimuovano questi contenuti”, nota Tricorache.
“Negli zoo privati solo pochi ghepardi raggiungono l’età adulta a causa delle cattive condizioni e delle scarse conoscenze dei collezionisti”, aggiunge la ricercatrice, che ha potuto visitare vari centri negli Emirati Arabi Uniti, dove ha visto gabbie minuscole e fatiscenti, e somministrare pasti inadatti alla dieta dei grandi felini. “Quando i ghepardi sono troppo malati e considerati irrecuperabili, i proprietari si limitano a sopprimerli”, dice Wade, facendo il gesto di sparare con una pistola.
“L’unica soluzione per mettere fine a questo traffico è fermare gli acquirenti del golfo Persico, perché la povertà nel Somaliland non scomparirà facilmente”, dice Tricorache.
Stiles è più pessimista: “Il commercio illegale di ghepardi si fermerà solo quando la specie si sarà estinta nel Corno d’Africa”. E alcuni esperti temono che in futuro i collezionisti cominceranno a interessarsi al Kenya e alla Tanzania – firmatari del Cites – dove oggi vivono circa 2.200 ghepardi.
In Sudafrica invece (l’Africa australe è il principale bacino di popolamento dei ghepardi, dove sono circa 4.300) il traffico assume altre forme. In teoria vengono rilasciati dei permessi Cites per la vendita di ghepardi presumibilmente nati in cattività in centri di allevamento autorizzati. Ma i trafficanti approfittano delle lacune del sistema: gli animali selvatici sono catturati in libertà e poi registrati come nati in cattività, così da poter essere esportati legalmente. Un altro modo per legalizzare il commercio di felini in direzione del golfo Persico.
Le petromonarchie servono anche da zona di transito verso l’Asia meridionale, dove lo zoo privato di Vantara, nello stato indiano del Gujarat, è diventato in pochi anni il più grande parco faunistico del mondo, con 52mila uccelli, rettili, anfibi e mammiferi, ghepardi inclusi. L’insaziabile appetito del suo proprietario, Mukesh Ambani, l’uomo più ricco dell’Asia, è una nuova minaccia per i ghepardi africani in via di estinzione. ◆ adr
Francesca Fattori lavora nella redazione cartografica di Le Monde.
Noé Hochet-Bodin segue l’Africa orientale per il quotidiano francese.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati