I l cambio della guardia ai vertici del Partito laburista è compiuto. Ora viene il difficile. In un discorso pronunciato a braccio davanti alla residenza di Downing street, il nuovo premier Andy Burnham ha promesso di rinnovare il modello economico britannico, rafforzare il controllo dello stato sui servizi e ridurre il peso del governo centrale.
Nel suo intervento ha puntato molto sull’ottimismo. Se all’inizio del suo mandato, nel 2024, l’ex premier Keir Starmer aveva annunciato che le cose “sarebbero peggiorate prima di migliorare”, sostenendo di aver ereditato un “buco nero sociale” dal precedente governo, Burnham si è impegnato a “riportare in vita la speranza” e a “forgiare un nuovo senso di unità nazionale, con un obiettivo comune e un atteggiamento positivo”. Ma non ha fornito i dettagli del suo progetto. Ha ribadito la promessa di costruire alloggi sociali, denunciando le “scelte sbagliate” fatte negli anni ottanta, e si è impegnato a risolvere la questione dei senzatetto, un problema che aveva già affrontato – senza troppo successo – da sindaco di Manchester. Ha poi annunciato diverse iniziative per contrastare l’aumento del costo della vita e “dare una boccata d’ossigeno alle persone”. Per il resto gli elettori dovranno aspettare l’annunciato “piano decennale” che conterrà la bozza delle riforme.
I parlamentari laburisti sono stati tenuti completamente all’oscuro dei piani di Burnham, al punto che nei giorni scorsi perfino i ministri sono stati costretti a rivolgersi ai giornalisti per avere delucidazioni sul loro futuro.
Tempo e risorse
L’argomento più discusso è stata la scelta del ministro delle finanze. I favoriti erano Ed Miliband e Shabana Mahmood, ma l’incarico è andato a John Healey, che dimettendosi da ministro della difesa aveva contribuito alla caduta di Starmer. La sua nomina lascia intendere che Burnham sia disposto a ridimensionare la spesa nel welfare per finanziare la difesa, intenzione a cui ha accennato più volte da quando è rientrato in parlamento, un mese fa. Healey, inoltre, è una figura più malleabile di Miliband e più popolare di Mahmood, le cui posizioni intransigenti sull’immigrazione non vanno giù a diversi deputati della sinistra laburista. Healey sarà decisivo per realizzare i progetti di devolution annunciati da Burnham, una sfida diretta al centralismo fiscale britannico.
A Ed Miliband, in compenso, è andato il ministero degli esteri, mentre Mahmood è stata confermata all’interno. Yvette Cooper sarà la nuova ministra della sanità, mentre Louise Haigh, molto vicina a Burnham, sarà prima segretaria di stato. A Wes Streeting è toccata la difesa.
La prima telefonata da premier Burnham l’ha fatta a Donald Trump. In passato il presidente statunitense aveva cercato di sminuirlo chiamandolo “il sindaco di una certa città”, ma di recente ha lodato la sua disponibilità ad aprire nuovi siti petroliferi nel mare del Nord. Burnham ha sentito anche il leader ucraino Volodymyr Zelenskyj e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Per riorganizzare radicalmente lo stato, il nuovo primo ministro avrà bisogno di tempo e denaro, due risorse che scarseggiano nella vita pubblica britannica. Burnham continua a parlare di un progetto decennale, ma nel Regno Unito gli ultimi capi di governo sono rimasti in carica in media due anni. Al numero 10 di Downing Street la stabilità non è più di casa.
Molto dipenderà da quanto il primo ministro sarà disposto a prendere decisioni impopolari. Da sindaco di Manchester si era scagliato contro le macchinazioni del governo centrale, mentre nelle elezioni suppletive che l’hanno riportato in parlamento ha sbaragliato l’estrema destra di Reform Uk, conquistando il sostegno di tutti i progressisti. Come capo del governo non potrà certo accontentare tutti.
Al momento i lavori del parlamento sono sospesi, dunque Burnham potrà godersi l’estate girando per il paese, facendo conoscenza con i suoi parlamentari e affinando i suoi piani. Ma a settembre dovrà dimostrare agli elettori di poter ottenere risultati concreti. Non sarà facile, considerando le grandi aspettative che lui stesso ha contribuito a creare. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati