In quella mattina del 1975 il caldo s’imponeva sulla capitale capoverdiana Praia come una presenza fisica, denso come una foschia asciutta. Nel silenzio di un’indipendenza che aveva ancora l’odore della festa, il motore a benzina di un furgone delle Nazioni Unite ruggiva arrampicandosi per l’avenida Amílcar Cabral, fino al palazzo del governo. All’interno, i tecnici del Programma alimentare mondiale svelavano grafici che avevano il peso di una sentenza: Capo Verde non aveva le risorse per sostenersi. Pedro Pires, primo ministro dell’epoca (1975-1991), non staccava lo sguardo dai numeri. “L’indipendenza l’abbiamo già fatta”, disse con una calma che tagliò l’aria pesante della sala. “Questo paese dovrà diventare sostenibile… perché abbiamo deciso che lo sarà”. Il rapporto finì in un cassetto, la caparbietà rimase. Da allora Capo Verde si è inventato il proprio futuro.
È la giurista Ana Gommel a raccontarmi questa storia mentre chiacchieriamo in un giardino tra il parlamento e la banca centrale. È una storia che circola di bocca in bocca, in tutte le isole. Qualcuno racconta che Pires, quel giorno, sbatté la mano sul tavolo, altri che non batté ciglio. Ma su un punto tutti concordano: il rapporto fu archiviato. Da allora, è stata solo una questione di determinazione.
Oggi i numeri danno ragione alla tenacia capoverdiana. Dopo il periodo di transizione dominato dal partito unico, tra il 1975 e il 1990, e l’avvento della democrazia, nel 1991, la ricchezza per abitante è quintuplicata. Secondo l’organizzazione statunitense Freedom house, il piccolo arcipelago di dieci isole senza petrolio, diamanti e oro, diversamente da altri paesi africani, è il più libero di tutto il continente e lo è anche più degli Stati Uniti.
Com’è stato possibile?
A casa di Carlos Veiga
Cominciamo dall’inizio. Carlos Veiga ci riceve a casa sua a Praia. Ha 76 anni, i capelli quasi completamente bianchi e gli occhi vispi. Nel 1991 è stato il primo capo del governo democraticamente eletto, nelle file del Movimento per la democrazia (Mpd). Quando ricorda lo scetticismo dell’epoca, gli scappa una risata. “Com’è che ci chiamavano? Tipo ‘quelli di Praia’… Dicevano che eravamo un gruppo di persone senza la minima esperienza”.
Veiga si siede per ricordare meglio. La moglie gli porta un caffè.
“Quando ci siamo insediati c’era solo un dirigente del governo precedente. Non ci hanno lasciato nulla”. Non c’era un programma per la transizione? “Sul tavolo ho trovato solo tre dossier: riguardavano situazioni che si erano verificate sotto il regime del partito unico e che avevano coinvolto persone legate in qualche modo all’Mpd o a me”. Fa una breve pausa e beve il caffè. “Nient’altro”.
La transizione è avvenuta senza violenza. I dossier sono rimasti nei cassetti. La democrazia è cominciata.
Sono stati anni difficili. Quando è arrivata la democrazia, Joaquim Monteiro aveva poco più di trent’anni. Lo incontriamo in un quartiere tipico dell’isola di Santiago, seduto all’ombra di un palazzo. Prima del 1991 “c’era un’azienda statale che importava tutti i prodotti: l’Empa. I prezzi erano uguali a Praia, a Brava, a São Nicolau. Erano controllati, ma c’erano gravi carenze”.
Joaquim racconta che per trovare la frutta a Natale servivano delle “raccomandazioni”. Fa una pausa. “Capisci?”.
“Le merci”, spiega, “anche quando ce n’erano a sufficienza, non bastavano. I commercianti ci speculavano sopra, compravano tutto quello che arrivava e lo rivendevano a prezzi maggiorati”.
Le penurie non erano casuali. Era così che funzionava il sistema. “Poi, con l’apertura, l’economia è stata liberalizzata. Ogni commerciante vendeva secondo le sue possibilità. C’erano più prodotti”.
Il cambiamento è stato il risultato di politiche mirate. Per capire meglio, torniamo a Carlos Veiga. Ha finito il caffè ed è in piedi vicino alla finestra. Guarda il paese che ha contribuito a costruire.
Gli chiedo: cos’avete fatto?
“Per prima cosa dovevamo creare un quadro giuridico e politico che permettesse gli investimenti dall’estero. Capo Verde non aveva le risorse interne per favorire lo sviluppo”.
Pronuncia questa frase con la calma di chi l’ha ripetuta un’infinità di volte. Poi cambia intonazione e la sua voce diventa più bassa, più determinata: “Il settore a portata di mano era il turismo, e lo è ancora. Abbiamo fatto un bel passo avanti grazie agli investimenti esterni arrivati all’epoca. E si continua a investire”.
Trentacinque anni dopo il turismo resta una risorsa. Le condizioni di lavoro, però, sono poco attraenti: turni lunghi, salari bassi, scarsa dignità. L’isola di Sal è il gioiello del settore: accoglie quasi metà dei turisti che arrivano nell’arcipelago.
Non sono ancora le sette del mattino. Il vento che soffia da nordest solleva la sabbia dorata. Gli alberghi sono allineati lungo la costa come navi bianche: Hilton, Meliá, Morabeza. Tutti offrono diverse piscine, l’accesso diretto al mare e vari bar sulla spiaggia.
Dietro le quinte, F. sistema le sdraio azzurre sulla spiaggia. È solo. Quando lo incontro, ne ha già allineate decine. Ne mancano molte, ancora da aprire e pulire. F. lavora dodici ore al giorno, sei giorni su sette, per trecento euro al mese. Con questa cifra, nel resort per cui lavora, ci si può pagare solo una notte in una delle suite, dove tra l’altro F. non ha mai messo piede. Ci chiede di non rivelare il suo nome, come hanno fatto altri lavoratori del settore che abbiamo incontrato a Sal. È un ambiente ristretto, il lavoro è precario e tutti temono rappresaglie.
**L’ascensore sociale **
Che scommettere sul turismo fosse una scelta problematica è stato subito evidente a José Maria Neves, il successore di Veiga, che è stato primo ministro per quindici anni. Oggi Neves è il presidente della repubblica. Ci riceve sull’isola di São Vicente, nella modesta dimora presidenziale.
“L’investimento nella scuola è stato la forza motrice della trasformazione di Capo Verde. Ha fatto da ascensore sociale grazie alla democratizzazione dell’insegnamento”.
Neves parla lentamente e pesa le parole. “I figli di un ministro, di un pescatore, di un carpentiere e di un muratore studiavano nella stessa scuola pubblica. Hanno avuto la possibilità di frequentare le facoltà di medicina, legge o architettura negli Stati Uniti, in Francia, a Lisbona, a São Paulo. È stato un cambiamento straordinario”.
Olavo Correia è l’incarnazione di questa ascesa sociale. È cresciuto in un quartiere di Praia dove la madre gestiva una panetteria e si svegliava prima dell’alba per infornare il pane. I tre fratelli Correia dovevano condividere “le scarpe, i libri, i quaderni. Tutto”.
Olavo ha frequentato la scuola pubblica. Poi, a 22 anni, è andato in Germania con una borsa di studio. Tornato a casa, a 29 anni è stato nominato ispettore generale del tesoro. A 30, segretario di stato alle finanze. A 32, governatore della banca centrale.
“Probabilmente sono stato il più giovane governatore di una banca centrale di sempre”, nota senza falsa modestia, seduto davanti a un enorme tavolo al ministero delle finanze, nel centro del Plateau, una zona chic di Praia. In seguito Olavo è stato ministro delle finanze, vicepremier, amministratore di banche private, manager.
“Ho ricoperto tutti i ruoli possibili. Mi manca solo di fare il primo ministro”, riassume scherzando. Di recente Correia ha lasciato il posto di vicepremier e ministro delle finanze. Si guarda indietro e ammette: “Per il mio percorso devo molto all’intraprendenza di mia madre”.
A Capo Verde le donne hanno avuto spesso un ruolo economico centrale, anche in situazioni difficili.
A Chã de Feijoal, sull’isola di Santo Antão, dove la strada finisce e il Planalto Norte si apre su un deserto silenziosissimo, l’unico suono che si sente è il belato ritmico delle capre. Nella piccola abitazione artigianale, l’aria è umida e l’odore di caglio fresco si mescola al calore delle pentole d’acciaio. Eidylan dos Santos si muove con una precisione coreografica. Quando la temperatura del composto raggiunge i 40 gradi, le dita di Eidylan modellano la cagliata con agilità, tastandone la consistenza elastica e stringendo i bordi fino a quando il siero non scola. È un lavoro duro, fatto di calore e ripetizioni, che trasforma il poco che offre la terra arida nel sostentamento per i suoi tre figli, che corrono liberi tra i viottoli dove l’economia formale arriva raramente.
“Devo essere rapida, perché se scaldassi troppo il latte, il formaggio diventerebbe duro”. Il siero, spiega Eidylan, non si perde. “Lo mescolo all’acqua perché le mie capre non la bevono da sola”.
I settori tradizionali sopravvivono e mantengono un ruolo importante, ma oggi l’economia di Capo Verde punta su attività più avanzate.
Torno a Praia. In cima a una collina, quattordici turbine eoliche si stagliano sul cielo azzurro. Alcune raggiungono i 150 metri, più della lunghezza di un campo di calcio, ed emettono un ronzio profondo, quasi animale.
Telma Veiga, 34 anni, è l’ingegnera a capo di una squadra composta interamente da capoverdiani. “Il progetto originale prevedeva undici turbine, poi ne sono state aggiunte tre. Quelle nuove producono ognuna 4,5 megawatt, tre volte di più rispetto alle altre”.
Il vento forte le percuote il volto. I suoi capelli volano in tutte le direzioni.
“Questo progetto da 60 milioni di euro è stato finanziato dalla Banca europea per gli investimenti e dalla Banca africana di sviluppo. L’energia prodotta alimenta quasi cinquantamila abitazioni. La manutenzione la facciamo qui perché abbiamo le competenze”.
Oggi sono gli ingegneri capoverdiani a occuparsi della gestione degli impianti. Ma il futuro, per arrivare a tutti, ha bisogno di tempo. E di vento.
Con la calma necessaria
I dati sono chiari: tra il 1991 e il 2024 Capo Verde è stato l’ottavo paese al mondo per crescita economica in termini di pil pro capite, a parità di potere d’acquisto. È cresciuto quattro volte più del Portogallo. In Africa solo la Guinea Equatoriale ha fatto meglio, ma grazie al boom petrolifero.
Secondo Freedom house, Capo Verde è il paese più libero dell’Africa e ha un punteggio superiore a quello degli Stati Uniti. Non ci sono prigionieri politici. Non c’è censura dei mezzi d’informazione. Non ci sono soldati per le strade. Nonostante le sfide, la democrazia resiste da 35 anni. Le elezioni si svolgono regolarmente e i governi si alternano, come hanno testimoniato ancora una volta le ultime elezioni, a maggio.
Com’è possibile che Capo Verde, un paese che non aveva mai avuto una sola esperienza democratica in centinaia di anni di storia, abbia abbracciato e rispettato così a pieno questa forma di governo? La scrittrice capoverdiana Rosário Luz spiega: “La colonizzazione ha preso forme radicalmente diverse nel continente. Non siamo stati colonizzati insieme all’Africa, ma insieme alle Americhe. Lo stato capoverdiano si è formato insieme al Brasile, ai Caraibi e agli Stati Uniti d’America. Questa storia ha creato un rapporto completamente diverso con lo stato”.
Il fatto che Capo Verde non abbia vissuto una “guerra di liberazione” e abbia “un esercito puramente formale, quasi un dipartimento amministrativo” lascia al paese la calma necessaria per crescere.
Al di là delle statistiche
L’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale elogia Capo Verde. Il paese non ha diamanti né petrolio, ma ha stabilità, cosa che secondo l’Fmi vale quanto l’oro. Ma le ricchezze non arrivano a tutti.
A Sal Rei, sull’isola di Boa Vista, il quartiere di Boa Esperança sorge a meno di un chilometro dagli alberghi di lusso. Lo chiamano Barraca e il nome dice tutto. Le case sono costruite in modo artigianale. Le fognature sono un miraggio. La corrente può mancare per settimane.
Il ferro del carretto trascinato da Edna sbatte contro le pietre che lastricano le strade. Edna spinge il carico di patate e pomodori sotto lo stesso sole che abbronza i turisti. Dal 2005 la donna lotta per avere un posto dignitoso in un mercato che sembra essere stato dimenticato dalle statistiche.
Edna, 41 anni, ha cinque figli, di cui uno malato e non autosufficiente. Vende “banane, mele, pomodori, carote, verdura”. Tutti i giorni riempie il carretto che spinge fino in strada. Vende i suoi prodotti sotto il sole e la pioggia. “Il mercato non ha spazio. Abbiamo chiesto un posto, ma non ce lo danno. Scelgono solo quelli che dicono loro”.
Edna ha fatto richiesta anche per un motorino. “Non me l’hanno dato. Per chi è capofamiglia, con cinque figli… è complicato”. Ammette di essere stanca. “È molto pesante. Ma non c’è alternativa. Ogni volta che a casa soffriamo la fame, prendo il carretto e mi metto a vendere per strada”.
Di fronte, Tatiana condisce del pollo in una padella di stagno. Dieci chili. Salsa, alloro, aglio, limone. Riesce a venderlo tutto, assicura. “Lo faccio per pagare la luce, l’acqua, l’affitto e per dare da mangiare ai ragazzi. È difficile, ma me la cavo”. Gli affari sono migliorati negli ultimi anni? “Poco. Ma il pane quotidiano compare quando le persone hanno fede”.
La fede e la fiducia di Tatiana rispecchiano la determinazione dimostrata dai leader politici nelle prime ore dell’indipendenza e nei primi momenti della democrazia. Alla fine del nostro incontro, Carlos Veiga è in piedi e ricorda lo scetticismo iniziale. Dice che davanti alle critiche e “a chi sosteneva che Capo Verde non poteva permettersi iniziative rischiose, abbiamo pensato: vogliamo un’avventura. Sì, volevamo un’‘avventura creola’”.
L’espressione è tratta da un libro del 1967 dello scrittore Manuel Ferreira. È l’idea che Capo Verde non sia una copia di nulla. Non è il Portogallo e non è l’Africa. È una nazione inventata nel mezzo dell’Atlantico, fatta di vento, sale, navigatori e gente che ha imparato a fare molto con poco. Ferreira ha scritto che “nemmeno la lotta spaventosa per la sopravvivenza contro le siccità che devastavano l’isola, in uno stato permanente di ‘fame cronica’ e per lunghi periodi di ‘fame totale’, ha impedito che i capoverdiani, poco a poco, si trasformassero in agenti sociali ed economici di se stessi e nei grandi artefici dello sviluppo culturale delle isole”.
Edna non ha mai sentito parlare dell’avventura creola, ma è lei a scriverla ogni giorno, con le sue mani callose aggrappate al ferro cigolante.
I rapporti ufficiali cambiano. Ma sulla strada di terra battuta, il carretto a mano emette sempre lo stesso suono. ◆ as
Frederico Pinheiro è un giornalista portoghese che lavora per la radio
Rtp África.
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati