Gherman Dilighenskij è direttore del centro di ricerche sociopolitiche comparate dell’Istituto di economia mondiale e relazioni internazionali dell’Accademia delle Scienze russa; è anche ordinario di Storia e direttore della rivista “Economia mondiale e relazioni internazionali”. Per salvare la democrazia, Dilighenskij propone misure come la repressione violenta dei “comu-fascisti”. E difende le decisioni di Eltsin, come quella di sciogliere il parlamento.

I fiumi di sangue versati in quelle serene giornate di ottobre hanno mosso un mare di passioni civili. I tribuni del popolo rumoreggiano. Alcuni esigono una punizione esemplare, arresti, persino una nuova Ceka. Altri temono che siano violati i diritti di quanti hanno ordinato di distruggere, attaccare, uccidere, e conculcati i diritti dei giornali che hanno istigato al terrore. Ma di cosa discutiamo signori? È tutto perfettamente chiaro: anche se i leader della rivolta saranno severamente condannati (il che alla luce delle recenti esperienze appare alquanto inverosimile), molti suoi organizzatori e la struttura portante dei quadri resteranno dietro le quinte. Del resto è difficile che qualcuno voglia cercarli sul serio. E i giornali comu-sciovinisti dopo un paio di settimane torneranno in edicola.

Fra giusti rimproveri alle autorità che hanno provocato lo spargimento di sangue e timori ipocriti o sinceri di una dittatura presidenziale (è per questo allora che il presidente ha voluto le elezioni di dicembre?), rischiamo di perdere di vista l’essenziale. Gli avvenimenti di Mosca hanno definitivamente confermato che il decrepito, agonizzante totalitarismo staliniano-brezneviano ha ceduto il posto a un giovane rampollo muscoloso e pronto a tutto: il comu-fascismo. La commovente alleanza di ammiratori di Stalin e Hitler sotto le mura del comune e della Casa Bianca è il simbolo evidente di questo nuovo fenomeno. Non sono stati i vecchi comunisti, nostalgici del “glorioso passato” ad attaccare Ostankino impugnando i mitra. No, erano ragazzi giovani e forti, molti dei quali per l’età non hanno avuto modo di militare nelle fila del Pcus.

Come corrente politica vasta e influente, il fascismo attraversa nella sua evoluzione due fasi principali: è prima movimento di massa e poi potere statale totalitario.

La struttura dei movimenti fascisti è relativamente semplice: da un lato leader e attivisti – gente con una peculiare mentalità totalitaria che anela a un potere senza limiti basato sulla violenza. Dall’altro la base di massa – esponenti di diversi strati sociali sconvolti, sia materialmente che spiritualmente, dalle ripercussioni della crisi economica e sociale. Gli uni e gli altri hanno in comune una rozza ideologia fatta di nazionalismo e razzismo bellicoso, xenofobia, odio per i “nemici”, sfrenata aggressività.

Sembra che nella Russia di oggi stia maturando la prima fase del fascismo, quella di massa. Sì, proprio di massa! Non dobbiamo ingannarci con cifre che dimostrano come sia limitata la base sociale dei nazional-patrioti e dei neocomunisti. Anche se il fenomeno interessa solo il 5-10 per cento della popolazione adulta, si tratta sempre di milioni di persone. Fra i difensori e i sostenitori della Casa Bianca non c’erano soltanto lumpen e vecchi combattenti, ma anche operai, ingegneri, impiegati, offesi dal potere e delusi dalle riforme. Gli umori di queste persone sono la ricompensa per le promesse populistiche del 1991.

“La violenza contro i criminali è normale”

Parlare di avanzata verso la democrazia chiudendo gli occhi davanti al pericolo di un fascismo di massa significa blaterare a vuoto. L’esperienza dell’Italia, della Germania e di altri paesi dimostra che la coesistenza di fascismo e democrazia è impossibile. Come del resto è impossibile lottare contro la minaccia fascista soltanto con articoli giornalistici, processi interminabili e mesi di fermo di polizia per i partecipanti ai “disordini di massa”. Questo pericolo può essere combattuto solo con un efficace sistema di misure che investano la legislazione, la difesa dell’ordine, l’educazione democratica delle masse, la politica economica e sociale. Ma questa strategia globale e a lungo termine può avere successo solo se vengono risolti alcuni problemi prioritari e indifferibili.

Primo: mobilitare per la lotta al fascismo un’ampia opinione pubblica democratica, creare un movimento antifascista organizzato; secondo: concentrare gli sforzi di tutte le istituzioni sull’attività antifascista; è opportuno, in particolare, costituire un comitato parlamentare-governativo per la difesa della democrazia dotato di ampie funzioni di controllo su quanto viene fatto in questo campo dalla procura, dagli organi degli affari interni e dai servizi per la sicurezza dello stato; terzo: creare un’affidabile base giuridica per la lotta al fascismo e al razzismo; dovranno essere leggi applicate efficacemente e non normative “d’emergenza” a vietare la propaganda dell’odio e della violenza; probabilmente per l’esame di tali casi sarà necessario costituire un apposito ufficio giudiziario diretto da giuristi di professione, con giurati democraticamente eletti fra personalità note per le loro idee antifasciste e antitotalitarie.

Per privare il comu-fascismo di ogni reale e potenziale base di massa è indispensabile considerarlo alla stregua dei crimini più gravi. E la violenza contro i criminali è un fenomeno normale in qualsiasi società civile.

È strano che si debbano ricordare queste verità in un paese che ha combattuto una guerra mondiale contro il fascismo. Eppure è necessario, perché la società russa vive nel costante timore di un totalitarismo “dall’alto”, da parte delle strutture dirigenti. E ha dimenticato che esso nasce “dal basso” e “di lato”, negli strati marginali ed emarginati. Il presidente ha per giunta sciolto il parlamento e – pensate, che orrore! – per due mesi interi il paese sarà guidato solo dal potere esecutivo. E le elezioni, ci dicono, rischiano di svolgersi senza un’opposizione.

“Calcoli astuti”

Certo, dietro questo genere di discorsi si nascondono calcoli astuti: denunciando “il soffocamento della democrazia”, una certa parte dei vertici politici spera di conquistare una fetta di potere o, nella peggiore delle ipotesi, giustificare la probabile sconfitta elettorale. Ma il timore di una minaccia alla democrazia proveniente dalle attuali strutture di potere è reale e assolutamente sincero.

È un timore giustificato? Non posso dare una risposta univoca. Da un lato sono convinto che non corriamo alcun rischio di rimanere senza opposizione. Indipendentemente dalla composizione del futuro parlamento, al suo interno come al suo esterno non potrà non continuare la lotta sulla questione centrale per la vita del paese: quale deve essere la via della riforma. Per dirla in breve, se dobbiamo costruire un capitalismo di stato che presuppone uno stato centralizzato con probabili pretese da grande potenza imperiale, o se dobbiamo aspirare a un’economia di mercato liberale, a una società più preoccupata del proprio benessere che delle “zone di influenza” nel vicino e lontano estero. Fra i partecipanti alla battaglia elettorale sicuramente vi saranno sostenitori dell’una e dell’altra tesi, e solo il futuro ci dirà a chi andrà il potere e chi resterà all’opposizione.

D’altro lato però, anche se due mesi sono un periodo piuttosto breve, carne al fuoco se ne può mettere parecchia. Indipendentemente dai progetti e dalle idee dei leader del paese, il nostro apparato burocratico è una forza che genera l’arbitrio autoritario. Con queste strutture difficilmente sarà possibile quell’ “autoritarismo illuminato” che sognano alcuni democratici delusi dalla democrazia. Ancora una volta, come già dopo l’agosto 1991, la lotta per la democrazia comincia con una spartizione degli edifici. E speriamo che non ci si limiti a questo! Ben più complesso è il problema della messa al bando dei partiti, dei giornali e delle organizzazioni di opposizione.

È chiaro che i fascisti e i fascisteggianti non devono avere il diritto di partecipare al processo democratico. È chiaro anche che la legislazione non può rispettare i tempi, di una brevità senza precedenti, dell’organizzazione delle elezioni. Ma la chiusura di organizzazioni e giornali che hanno masse di sostenitori e lettori è una questione delicata, e i criteri che presiedono alle decisioni repressive (ad esempio, istigazione alla violenza, propaganda razzista, organizzazione di azioni armate) devono essere perfettamente comprensibili. E le motivazioni devono essere accessibili a tutti. Fino a quando manca tutto questo, si può avere l’impressione che siano semplicemente “messi al bando” coloro che hanno manifestato la loro opposizione al presidente e la loro lealtà al parlamento. Sarebbe molto triste se quest’impressione venisse confermata.

Schiacciare il comu-fascismo e rafforzare la democrazia, la glasnost e l’ordine democratico nel nostro paese e ai nostri giorni sono due aspetti indissolubili dello stesso problema. Separarli è semplicemente impossibile. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati