Il 27 agosto 2013 una bambina alta e vivace di nove anni, con lunghi capelli ben pettinati, sale su un pullman notturno a Barcellona. Nada Itrab è intelligente e osservatrice. A scuola è sempre la prima della classe. Anche adesso ha con sé un quaderno, impaziente di annotare le cose che scoprirà durante quel viaggio. Le hanno regalato anche una macchina fotografica, un modello digitale a buon mercato color lilla che a lei, non abituata a certi lussi, pare un tesoro.
Otto ore dopo Nada arriverà all’aeroporto di Madrid-Barajas, nella capitale spagnola. Prenderà il suo primo aereo, diretto a Santa Cruz de la Sierra, la città più grande della Bolivia. Per lei quel viaggio è un’avventura, come una delle storie che ha letto nella biblioteca del suo quartiere a L’Hospitalet de Llobregat, una città poco a sud di Barcellona. Figlia di immigrati marocchini senza documenti, Nada abita lì da quando ha quattro anni.
Con Nada viaggia solo un’altra persona. Grover Morales è un vicino di casa, circondato da un’aura di santità. A La Florida, il quartiere povero dove vivono lui e la famiglia di Nada, Morales si fa un punto d’onore nel salutare tutti, senza distinzione di provenienza o di fede. Legge libri sacri: non solo la Bibbia cristiana, ma anche la Torah e il Corano. Prepara da mangiare alla famiglia di Nada. Ha installato una vasca da bagno per loro con le sue stesse mani.
Per Morales, un boliviano sulla trentina inoltrata, questo è allo stesso tempo un viaggio d’affari e di famiglia. Torna a casa a prendere dei gioielli per poi riportarli in Spagna e venderli, o almeno così dice. Si è offerto di portare con sé Nada come premio per i suoi eccellenti risultati scolastici. Rientreranno dopo una settimana. I genitori hanno firmato un documento notarile che autorizza Nada a viaggiare con lui.
Nada è emozionatissima. Tra qualche settimana, tornando per l’inizio del nuovo anno scolastico, non dovrà fingere, come fa di solito, che la sua famiglia abbia trascorso l’estate al mare, invece di restare a casa tirando avanti con quattro soldi. Avrà una vera storia da raccontare. Però è anche nervosa. Conosce aspetti di Morales che gli altri ignorano. Nell’internet café dove la sua famiglia va per navigare in rete ha trovato un video in cui l’uomo entrava in trance nel suo luogo di culto, con i capelli che gli frustavano il volto mentre si esaltava fino a passare in uno stato di frenesia estatica. L’ha spaventata. E da bambina di nove anni, non capisce nemmeno certe cose strane e inquietanti che fa a volte quando i suoi genitori li lasciano soli. Perché certi giochi scalmanati finiscono con lui, completamente vestito, disteso sopra di lei? Ma quel viaggio è stato approvato dai suoi genitori. Sicuramente non può succedere niente di male.
Le telecamere di sicurezza dell’aeroporto di Barajas catturano il momento in cui Nada e Morales, in camicia bianca, si mettono in fila per imbarcarsi sull’aereo. L’immagine di quella bimba sveglia con il vestitino a pois che aspetta all’aeroporto spezza il cuore. Il meglio che si possa dire di quanto accaduto dopo è che è sopravvissuta. Già solo questo è un successo, e il merito è di Nada e delle poche altre persone accorse in suo aiuto.
Oggi Nada ha ventun anni ed è una studente di legge all’università di Barcellona, seria e diligente. Per certi versi, le ore che abbiamo trascorso a parlare fanno parte del suo percorso di guarigione, ma riflettono anche la sua volontà di combattere lo stigma e denunciare la tratta globale di minorenni: “Non voglio essere solo la ragazza che è stata rapita”.
Essere impotente
Dalle immagini del controllo immigrazione dell’aeroporto di Santa Cruz si vede Nada accennare un sorriso stanco, i capelli arruffati dal viaggio. Sul pullman che va in città, guarda fuori dal finestrino.
In Spagna, lei e i suoi genitori vivono in un quartiere che è sinonimo di povertà, criminalità, droga e disperazione. Ma Santa Cruz le sembra ancora più sudicia, malandata e rumorosa. Bambini della sua età vendono cianfrusaglie ai bordi della strada. Mentre aspettano un secondo pullman per Cochabamba, la città di Morales, litigano per il suo passaporto. Morales non gliel’ha restituito. Ora sostiene di averlo perso e dà la colpa a lei. Dovranno trattenersi più a lungo, le dice, finché non le avrà procurato un nuovo documento. In quel momento Nada si rende conto di essere stata ingannata. Scoppia a piangere e batte i pugni contro il finestrino del pullman, chiamando disperatamente sua madre.
Morales pretendeva di essere ricco, ma la casa di sua madre, fuori Cochabamba, è una catapecchia. Tutti parlano quechua, una lingua indigena che Nada non capisce. I due si sistemano in un diroccato edificio di mattoni a due piani, su una strada sterrata di Cochabamba, di proprietà del fratello di Morales, Fidel, in quel momento assente. Il piano inferiore è affittato a una donna, Cristina, con le sue due figlie.
Per due volte Morales chiama brevemente i genitori di Nada. La prima volta Nada riesce a dire alla madre, in preda al panico, che il suo passaporto è sparito. La seconda tira fuori d’un fiato una richiesta urgente: può avvisare la maestra che ha la varicella? Così a scuola non sarà assente ingiustificata.
Una notte sogna che Morales le sta sopra e, svegliandosi, si ritrova le sue mani sulle cosce. Nada urla e si precipita verso la finestra, sperando che qualcuno senta le sue grida d’aiuto. Oggi la ricorda come “la notte peggiore della mia vita”. Nelle settimane successive, di giorno gioca a saltare la corda con le figlie di Cristina e si fa prestare la loro Barbie. Di notte gli abusi continuano.
In quei giorni Nada avrebbe dovuto riprendere la scuola. Invece lavora dall’alba al tramonto: pulisce terreni, toglie le erbacce dalle piantagioni
Morales non perde mai di vista Nada, perciò, una o due settimane dopo, quando squilla il telefono, lei riesce a sentire la voce di un poliziotto boliviano che gli ordina di costituirsi e consegnarla alle autorità.
Nada non lo sa, ma nel frattempo i suoi genitori hanno denunciato la sua scomparsa, mobilitando la polizia di due continenti. Quella telefonata però peggiora la situazione. Morales toglie la sim dal telefono e lo distrugge. Anche una bambina di nove anni può capire cosa sta succedendo. Lui ormai è un ricercato, e Nada la sua prigioniera. La mattina seguente Morales le ordina di prendere alcune sue cose e subito dopo salgono su un pullman a lunga percorrenza. Morales si comporta come se fossero Bonnie e Clyde, due latitanti felici in fuga insieme. Le dà anche un nuovo nome. Adesso si chiama Evelyn e deve fingersi sua nipote. La costringe a coprirsi la testa con un fazzoletto e a indossare abiti lunghi.
Nada mi ha raccontato queste vicende con distacco, come una spettatrice disorientata. “Uso la parte razionale della mia mente per soffocare quella emotiva”, mi ha detto. “Posso raccontare tutto questo con tanta freddezza perché non provo niente”. Durante le nostre conversazioni il suo tono è cambiato una sola volta: quando ha descritto il momento in cui all’improvviso, il giorno in cui Morales le cambiò nome, si era resa conto di essere impotente, di non essere più se stessa. Le è spuntata qualche lacrima, ma si è ripresa quasi subito, scusandosi.
I dieci comandamenti
Dopo più di sei ore di viaggio verso nordest, l’autobus lascia Nada e Morales nei pressi di una cittadina chiamata Entre Ríos. Da lì proseguono con l’autostop fino a un insediamento rurale noto come Villa Unión. Morales approfitta della sua capacità di attaccare discorso con gli sconosciuti e poi conquistarsene la fiducia. Convince un contadino, Santos Rodríguez, ad assumerli, e si trasferiscono nella casa dove vive con la moglie e le due figlie.
La mattina danno a Nada un machete. In quei giorni avrebbe dovuto riprendere la scuola a L’Hospitalet. Invece lavora dall’alba al tramonto: pulisce terreni, toglie le erbacce dalle piantagioni di ananas e taglia la vegetazione della foresta che non smette di avanzare. Lava i vestiti nel torrente. Quando Morales pensa che non stia facendo abbastanza, la picchia.
Morales dice a Nada che stanno guadagnando i soldi per rifarle il passaporto. Lei si è sempre impegnata nello studio e ora affronta il lavoro nei campi con la stessa serietà. “Pensavo che fosse la mia unica via d’uscita”, mi ha raccontato. Nada impara a pescare nel torrente, ad accendere il fuoco sfregando tra loro dei bastoncini e a cavarsela con i serpenti. Se sono piccoli, il trucco è schiacciargli la testa con il piede, afferrarli per la coda e scaraventarli lontano. Se sono grossi, chiama Morales o gli altri braccianti, che li uccidono a colpi di machete. Oltre alla forza e all’esperienza, gli uomini hanno un altro vantaggio: gli stivali. Morales le ha comprato solo dei sandali di gomma.
Il sabato Morales la porta nei locali di una controversa religione messianica andina chiamata Aeminpu, Associazione evangelica della missione israelita del nuovo patto universale. Fondata da un ex calzolaio peruviano, questa religione ferocemente conservatrice predica un’accozzaglia di credenze, è ossessionata dai dieci comandamenti e vede segnali dell’apocalisse ovunque.
Un sabato in particolare, ricorda Nada, Morales si era preparato con cura. Durante la cerimonia lui era in piedi su un palco mentre un uomo in tunica bianca spargeva incenso. Alcune parole erano in quechua. Gli uomini lo abbracciavano. Morales sembrava felice. Nada gli aveva chiesto perché. “Adesso sei mia moglie”, le aveva risposto.
Da quel momento Morales diventa cattivo, geloso e più violento. Di notte la stupra. Una sera, mentre Nada si lava nel fiume, le spinge la testa sott’acqua e la tiene sotto. Ripete il gesto tre volte. Un giorno, Nada osa mettere in dubbio la sua fede indio. Furioso, Morales le colpisce il piede destro con un machete, aprendo uno squarcio che arriva fino alla pianta. Per disinfettare la ferita ci versano sopra della benzina. Ha ancora la cicatrice.
La sera Morales la costringe a ripetere a voce alta i dieci comandamenti. Al mattino deve raccontargli i suoi sogni, che lui poi interpreta. Nel tempo libero, Nada disegna uccelli, piante e fiori sul suo quaderno. Li etichetta in tre lingue – spagnolo, catalano e inglese. È un po’ come fare i compiti, e questo la fa stare meglio. Si aggrappa ostinatamente al suo ottimismo. Un giorno tutto questo finirà, e lei potrà tornare dalla sua famiglia e a scuola. Alla fine del dicembre 2013, quattro mesi dopo l’inizio della sua odissea, Nada e Morales tornano a Cochabamba, nella casa di Fidel. Mentre Nada ascolta i vicini ubriachi festeggiare il nuovo anno e i calendari passano al 2014, il tenente José Miguel Hidalgo della guardia civile spagnola attende con ansia l’autorizzazione a partire per la Bolivia. A 45 anni, Hidalgo è uno dei principali investigatori della squadra omicidi, estorsioni e sequestri dell’Unità operativa centrale (Uco), il corpo investigativo d’élite di Madrid.
Una vita ai margini
Il caso di Nada è arrivato sulla sua scrivania dopo che i genitori della bambina, all’alba del 5 settembre, si sono presentati alla polizia catalana cercando di spiegare tra le lacrime cos’era successo. Le indagini internazionali devono passare attraverso un corpo di polizia nazionale come la guardia civile, perciò le due forze hanno collaborato. I catalani hanno rintracciato Fidel Morales – il proprietario della casa di Cochabamba – che vive anche lui nei dintorni di Barcellona. Sono stati messi sotto controllo i telefoni dei genitori di Nada e quelli di Fidel.
I genitori di Nada hanno detto di essersi fidati di Morales. Credevano che volesse far indossare i gioielli alla bambina per riportarli clandestinamente in Spagna, ma sembravano confusi. Ancora oggi Nada non sa dire con certezza se Morales li avesse ingannati o se in realtà l’avessero venduta. Forse sono possibili entrambe le cose. Erano immigrati senza documenti che vivevano ai margini della società spagnola. Suo padre – che beveva e maltrattava la moglie – lavorava saltuariamente in nero. Sua madre faceva le pulizie nelle case. Occupavano abusivamente un appartamento pignorato, senza acqua corrente e con l’elettricità rubata alla rete pubblica. L’acqua la prendevano a una fontanella nel cimitero dall’altra parte della strada. Nada ci andava con la madre a riempire le bottiglie di plastica, spingendo un carrello della spesa.
Indagando sul caso, la preoccupazione di Hidalgo per Nada aumenta. Ha scoperto che Morales è fuggito in Spagna nel 2005, usando documenti falsi, per evitare un processo in Bolivia con l’accusa di aver violentato due sorelle di undici e quattordici anni. Peggio ancora, ci sono voluti quattro mesi prima che lui e un suo collega ottenessero il permesso di partire, rallentati dalla burocrazia e dai difficili rapporti tra il governo spagnolo di destra e il presidente boliviano di sinistra, Evo Morales.
Il 28 gennaio 2014 Hidalgo e il collega arrivano finalmente in Bolivia, e due giorni dopo la polizia fa irruzione nella casa di Fidel a Cochabamba. È Cristina ad aprire, ma li informa che Morales e Nada sono partiti il giorno prima. “Sembrava un film,” mi ha detto Hidalgo quando ci siamo incontrati al quartier generale della guardia civil a Madrid. “Arrivi vicinissimo, e loro spariscono”.
A Cochabamba, Nada aveva visto Morales acquistare altri attrezzi da lavoro e aveva capito che stavano per trasferirsi di nuovo. Lui le aveva comprato anche una chitarra e un libro di musica per imparare i canti dell’Aeminpu. Nada aveva paura di lui, perciò studiava coscienziosamente. Nel giro di una settimana riusciva già a strimpellare e cantare. Ma odiava quella chitarra. Quando partirono, la mattina del 29 gennaio 2014, Morales la costrinse a prenderla. Altre cose più preziose – come gli orecchini che le aveva regalato sua madre – rimasero a Cochabamba.
Il mais scomparso
Mentre Hidalgo si dirige verso la casa di Fidel, Morales e Nada cominciano un viaggio nel cuore della foresta pluviale spostandosi in pullman, taxi e a piedi. Nella foresta gli alberi sono così alti e fitti che è buio perfino di giorno. Serpenti, scimmie, formiche gigantesche e giaguari sono in agguato. Ci mettono quasi un’ora per guadare un fiume avanzando nell’acqua alta fino al petto. Alla fine incontrano un uomo grosso, vestito di nero e con gli stivali alla coscia. Nada si accorge che Morales è ossequioso con lui e, in sua presenza, la tratta bene.
L’uomo li conduce alla loro destinazione finale: un villaggio di coltivatori di coca appollaiato nel ripido e verdeggiante parco nazionale Carrasco. Nada è stupita di ritrovarsi in quella che le sembra una prigione di straordinaria bellezza. Sono in un luogo dove la terra si innalza verso le Ande e le nuvole avvolgono la foresta. Case di legno punteggiano un pascolo verde attraversato da un torrente d’acqua cristallina. I cavalli sono al pascolo e gli alberi sono carichi di frutta. Gli uomini girano armati. Le verdi piante di coca si stendono in lunghe file ordinate. Per il resto, il villaggio “sembrava fermo a mille anni fa”, ha ricordato Nada.
Ormai la bambina lavora a tempo pieno nelle piantagioni, raccogliendo foglie di coca con una paga giornaliera. È lei a riscuotere i soldi dai coltivatori per cui lavorano, e di nascosto ne mette da parte un po’, con l’idea di comprarsi un biglietto per tornare a casa. Ogni tanto nel cielo passano aerei ed elicotteri. Spesso trasportano carichi per il traffico di cocaina. La polizia ha paura di mettere piede nella zona e lo fa di rado. Non c’è via di fuga.
Il 13 febbraio 2014 Hidalgo e il suo collega tornano in Spagna frustrati. Hanno mancato Nada di appena ventiquattr’ore e ora è scomparsa di nuovo. Nel frattempo, a La Florida, quasi nessuno al di fuori della famiglia di Nada sa che è stata rapita. La vicenda non è finita sui giornali.
Tre settimane dopo, il 2 marzo, Cristina riceve una telefonata da Morales. La polizia ha il suo telefono sotto controllo e ascolta la conversazione. Parlano quasi sempre in quechua ma, all’improvviso, sentono una bambina che dice qualcosa in spagnolo. È Nada. Chiede del mais che ha piantato nel giardino di Cristina. Sembra turbata quando Cristina le risponde che lo hanno già mangiato.
Quella chiamata almeno dimostra che Nada è viva. Dal telefono di Cristina risulta che Morales stava chiamando da una cabina pubblica alimentata a energia solare, nel cuore dei boscosi yungas di Totora, a diciotto ore di cammino dalla strada più vicina. Un’unità di polizia si mette in viaggio il 4 marzo, pronta a passare la notte in tenda e ad attraversare tre grandi fiumi, ma il ponte di legno sull’ultimo è stato spazzato via dalla corrente. Il giorno seguente, mentre tornano indietro a piedi, Nada compie dieci anni.
Hidalgo riparte per la Bolivia e arriva a Cochabamba il 7 marzo. I colleghi boliviani lo avvertono che si può raggiungere Nada solo in elicottero, ma i narcotrafficanti della zona sparano contro qualunque velivolo vedono sopra i loro campi. Devono trovare un accordo. In un ristorante di Cochabamba, a pranzo, Hidalgo trova un’intesa con Ángel León, il leader locale che controlla i coltivatori di coca (alcuni coltivano legalmente, altri per il traffico di cocaina). “La prese come una questione d’onore”, racconta Hidalgo, che nell’ambito dell’accordo aveva comprato anche cinquecento chili di zucchero per i contadini. León aveva accettato di ordinare ai suoi uomini di catturare Morales e trattenere Nada. A quel punto la polizia poteva arrivare in elicottero, caricarli a bordo e ripartire immediatamente.
Quella sera Nada e Morales sono nella loro capanna quando sentono degli uomini che guadano il fiume. Poco dopo, davanti alla porta appare una squadra di contadini armati di fucili, minacciosi nel buio della notte. Nada si nasconde in un angolo, paralizzata dal panico. Morales sembra ancora più spaventato. Gli uomini gli legano le mani e dicono a Nada di seguirli. Prima, però, lei prende la macchina fotografica, il quaderno e il denaro. Un contadino la porta nella capanna della sua famiglia, tenendo il fucile sulle ginocchia mentre la sorveglia. Nada è terrorizzata.
La mattina dopo un’unità dell’esercito mette due elicotteri a disposizione di Hidalgo e di una squadra della polizia boliviana per andare a salvarla. Decollano alle undici, sorvolando la fitta distesa della foresta. Venticinque minuti più tardi, Hidalgo scorge una radura con qualche casa. Un poliziotto boliviano indica una bambina in piedi nel campo con un fazzoletto azzurro sulla testa. Hidalgo sa che, per riuscire, l’operazione deve essere rapidissima. “Atterrare e ripartire, senza spegnere i motori”, gli hanno detto i piloti della base aerea di Chimore.
A terra, Nada non capisce cosa sta succedendo. Nel villaggio la tensione è palpabile, gli uomini immobili sulla soglia delle loro capanne. Il rumore del primo elicottero si fa sempre più forte, finché non atterra sul campo e una poliziotta in uniforme blu corre verso di lei. “Sei Nada?”. Sono mesi che nessuno la chiama con quel nome. Ha appena il tempo di rispondere che atterra un altro elicottero. Un uomo alto salta fuori e le fa la stessa domanda. È Hidalgo. Lui nota che la bambina parla con una marcata inflessione boliviana e che la sua pelle è coperta di vesciche per le punture di zanzara. Nada scoppia a piangere. Quando ripartono, pochi minuti dopo, guarda in giù, rapita dallo spettacolo della lussureggiante foresta pluviale.
In modalità sopravvivenza
I dieci giorni successivi trascorsero in un vortice di attività. Nada fu trasferita in aereo a Cochabamba, dove le assegnarono un letto in una casa famiglia. Ci furono vestiti nuovi, controlli medici, colloqui con poliziotti e procuratori, uscite per visitare la città. Nada divideva il dormitorio con un gruppo di ragazze che ogni giorno le spazzolavano e le sistemavano i lunghi capelli scuri. Non furono fatti tentativi per metterla in contatto con i suoi genitori, che ora erano accusati dalla procura di aver messo in pericolo la vita della figlia in cambio della promessa di una parte dei gioielli di Morales. Hidalgo si consultò con la moglie e poi comprò a Nada uno zaino colorato delle Monster High. Lei ne fu felice. Lui era colpito dalla resilienza e dall’intelligenza della bambina. Una delle sue principali preoccupazioni era sapere se avrebbe dovuto ripetere l’anno scolastico. “Era molto sveglia, vivace e capiva tutto al volo”, mi ha detto. Gli traduceva perfino alcune parole basilari in quechua. A Nada, Hidalgo sembrava il genere di padre che aveva visto solo nei film: protettivo e premuroso. Durante il volo di ritorno in Spagna, Hidalgo la vide infilarsi in tasca il panino che lui non aveva mangiato. Era ancora in modalità sopravvivenza.
Il 17 marzo 2014, sette mesi dopo aver lasciato la Spagna, Nada Itrab, dieci anni ormai compiuti, scese da un volo all’aeroporto di Barcellona trascinandosi dietro lo zaino nuovo e stringendo la mano di Hidalgo. Per qualche breve minuto le fu permesso di vedere i genitori, ma non da sola. “Non avevo mai visto mio padre piangere”, mi ha detto. Poi li portarono via. Nada adesso era affidata alla tutela del governo regionale della Catalogna, che aveva deciso di allontanarla da loro. Non sarebbe tornata a casa e non avrebbe rivisto gli amici di scuola che le mancavano tanto, ma sarebbe stata trasferita in istituti lontani da L’Hospitalet. La sua odissea era tutt’altro che finita.
Giornali e televisioni diffusero servizi esultanti sul suo ritorno. Avevano saputo di Nada solo dopo il suo salvataggio nella giungla. La polizia tenne una conferenza stampa, dichiarando che la bambina stava bene ma fornendo solo vaghi dettagli sulla vicenda. E questo fu tutto. A parte la notizia, a ottobre, che Morales era stato condannato a diciassette anni di prigione per traffico di minorenni e abusi sessuali, e quella, due anni dopo, che i genitori di Nada avevano ricevuto una pena sospesa di due anni per “abbandono” della figlia, la storia sembrava chiusa.
Dare il meglio di sé
Alla fine del 2022, Neus Sala, un’esperta giornalista televisiva catalana, è andata al quartier generale della guardia civil a Madrid, come faceva spesso. Ne aveva approfittato per parlare con Hidalgo, che conosceva da più di trent’anni. Dopo aver diretto alcune delle più celebri indagini spagnole su omicidi e sequestri, Hidalgo oggi è comandante e aiuta a coordinare i settecento agenti dell’Unità operativa centrale della guardia civil dal suo arioso ufficio nella sede di Madrid, dove, quando l’ho incontrato alla fine dell’anno scorso, una fotografia di Nada era in bella mostra su uno scaffale. Durante la conversazione con Sala, Hidalgo aveva ricordato il salvataggio di Nada come uno dei momenti più importanti della sua carriera. La ragazza ormai aveva diciotto anni, si erano detti. Che fine aveva fatto? Sala aveva deciso di scoprirlo.
È stato facile rintracciare Nada Itrab. Alcuni siti di notizie locali avevano riportato che a L’Hospitalet il premio di 500 euro per il miglior tema dell’ultimo anno delle superiori l’aveva vinto una ragazza con quel nome. Curiosamente, gli articoli non ricordavano che era la stessa bambina rapita dieci anni prima.
Nada si era iscritta a economia in un’università locale e aveva anche pubblicato degli annunci online proponendosi come insegnante privata. Sala l’ha contattata dicendo che conosceva bene Hidalgo e che entrambi volevano sapere come stava. Potevano incontrarsi?
La vicenda boliviana era un segreto lontano e vergognoso, qualcosa che Nada aveva deliberatamente cancellato
Nada mi ha raccontato che la sua reazione istintiva è stata di dire no. Non voleva rivangare il passato, soprattutto con una giornalista. La vicenda boliviana era un segreto lontano e vergognoso, qualcosa che aveva deliberatamente cancellato. Però il nome di Hidalgo l’aveva toccata. Passò un mese prima che accettasse di incontrare Sala.
Anche Sala è cresciuta a L’Hospitalet. In seguito hanno perfino scoperto di aver vissuto nello stesso condominio, di fronte alla stazione Can Vidalet della metropolitana di Barcellona. Si sarebbero incontrate alla stazione, il 27 novembre 2022 a mezzogiorno.
Sala aspettava sotto il sole invernale con il suo piccolo cane nero Pistón. All’arrivo di Nada, Sala è stata colpita dalla sua eleganza calma e dignitosa: indossava un cappotto blu, era truccata con cura e i suoi folti capelli neri erano pettinati in una treccia che le scendeva oltre la vita. In realtà Nada era un fascio di nervi all’idea di riaprire un trauma profondamente sepolto. Ma aveva imparato a nascondere quelle emozioni.
Mentre Nada raccontava la storia della sua vita dopo il ritorno in Spagna, Sala ascoltava sconvolta. Le autorità catalane l’avevano assegnata a due diversi istituti in cittadine fuori Barcellona (dove, almeno all’inizio, Hidalgo ogni tanto andava a trovarla), per poi rimandarla dai genitori, a 14 anni, malgrado fossero stati riconosciuti colpevoli del disastro della Bolivia. Quattro anni dopo, viveva ancora con loro.
Il ritorno a La Florida era stato un’esperienza terribile, anche se Nada aveva desiderato disperatamente lasciare le suore che gestivano l’ultimo dei due istituti. Viveva nel terrore delle esplosioni d’ira del padre; spesso andava a letto presto senza mangiare solo per evitarlo. Teneva un coltello sotto il cuscino. Al liceo Rubió i Ors gli insegnanti la vedevano crollare nello sforzo di reggere la situazione familiare e di ottenere il massimo dei voti. Soffriva di gravi attacchi d’ansia.
La fame, la miseria, gli abusi, il caos domestico e l’ansia l’avevano fatta precipitare in una profonda depressione. A sedici anni aveva pensato al suicidio camminando avanti e indietro per quasi un’ora nel minuscolo soggiorno di casa con un coltello in mano. A un certo punto aveva visualizzato mentalmente una piccola luce e aveva lasciato il coltello. “Rappresentava la speranza nel futuro”, ha detto.
Ancora una volta la scuola era stata la sua salvezza. Alba Solsona, l’insegnante di storia e geografia che aveva seguito il tema premiato – sulla Palestina, un argomento che appassionava entrambe – mi ha raccontato che Nada si è sempre distinta per curiosità e determinazione. Era più seria degli altri adolescenti e, decisa a ottenere buoni voti, non stringeva facilmente amicizia. Agli insegnanti avevano detto che proveniva da un contesto estremamente vulnerabile, senza altri dettagli. A casa Nada leggeva assiduamente, in classe discuteva con tenacia. “Come insegnante, ti costringeva a dare il meglio di te”, ha detto Solsona. Lavorando insieme al progetto di ricerca si erano avvicinate, e Solsona qualche volta aveva lasciato intendere che nella vita non ci sono solo i buoni voti. Ma Nada aveva le idee chiare: quella era la sua via d’uscita da La Florida.
Quel 27 novembre 2022 Nada e Sala continuarono a parlare davanti a un piatto di patatas con alioli, sedute a un tavolo all’aperto di un bar della zona, il Juanito’s, sotto il sole invernale. Per Nada quel colloquio è stato una rivelazione. Da quando era tornata aveva parlato pochissimo della Bolivia e aveva finito per considerare quella vicenda più come una vacanza andata male che come un rapimento organizzato da un pedofilo violento. Ma con Sala ha cominciato a mettere lentamente a fuoco la verità. “Raccontami la mia storia”, l’ha implorata.
Impegno civile
Sala temeva di causare nuovi traumi. “Non sono una psicologa”, mi ha detto. Tuttavia le ha spiegato, a grandi linee, che era stata rapita, ridotta in schiavitù e infine salvata. Come giornalista aveva trascorso la carriera raccontando vicende strazianti in ogni parte del mondo, eppure è rimasta colpita dalla compostezza e dalla forza della giovane donna che aveva davanti.
“Era una sopravvissuta”, mi ha detto. Era anche indignata perché il governo catalano non aveva mai regolarizzato la posizione di Nada, anche se viveva in Spagna dall’età di quattro anni e, in quanto vittima di tratta di esseri umani, aveva automaticamente diritto alla residenza permanente. Invece, come immigrata marocchina senza documenti, non poteva lavorare né richiedere borse di studio.
Quando la giornalista si è offerta di aiutarla, promettendo di farle ottenere la residenza permanente, Nada non ha saputo bene come reagire. Un mese dopo il loro primo incontro, alla fine del dicembre 2022, si è presentata a casa di Sala a Barcellona con una richiesta sorprendente. Non voleva solo essere aiutata. Aveva delle eroine, di cui studiava la vita e leggeva i libri. Giovani come Malala Yousafzai, l’attivista pachistana per il diritto all’istruzione ferita alla testa dagli islamisti radicali nel 2012, e Nadia Murad, la donna yazida ridotta in schiavitù dal gruppo Stato islamico in Iraq quando aveva 21 anni. Quelle donne avevano trasformato la loro sofferenza in impegno civile. E anche Nada voleva farlo: “Voglio che la mia storia renda visibili i bambini abusati e ridotti in schiavitù”.
Nei mesi successivi hanno messo a punto un progetto. Nada avrebbe imparato a raccontare la sua storia in pubblico, e insieme avrebbero lavorato a un libro e a un documentario. Con l’aiuto di Sala, Nada ha ottenuto finalmente la residenza. Ha cambiato anche facoltà, passando a giurisprudenza e relazioni internazionali per prepararsi meglio a una vita dedicata all’attivismo. Eppure, anche mentre andava ostinatamente avanti, era perseguitata da incubi terribili in cui uomini violenti la inseguivano nelle foreste o in paesaggi urbani minacciosi. Sala le ha trovato uno psicologo e l’ha portata in un centro di pet therapy gestito da un amico, dove Nada passava del tempo con i cavalli. Un giorno il proprietario le ha chiesto di parlare con un gruppo di dirigenti che partecipavano a un corso. Per la prima volta ha raccontato la sua storia a degli sconosciuti. Nada è rimasta sconcertata vedendoli piangere.
Insegnamenti sul perdono
Ben presto Sala ha smesso di pensare a Nada come alla protagonista di una storia da seguire come giornalista, cominciando a considerarla, mi ha detto, “una seconda figlia”. A 56 anni e dopo tre decenni passati a raccontare storie di vittime e di catastrofi, quel rapporto colmava un suo bisogno emotivo. Il progetto era diventato totalizzante, emotivamente estenuante e, fino a quel momento, economicamente oneroso.
“Ho raccontato tanta sofferenza e ho visto morire ragazze giovanissime”, mi ha detto Sala. “Se riesco ad aiutare anche solo una di loro a salvarsi, allora ne sarà valsa la pena”.
Intanto Nada continuava a vivere con la sua famiglia a La Florida, malgrado i frequenti scatti di rabbia del padre e i ripetuti sfratti dagli appartamenti occupati abusivamente. Sala era convinta che di fatto la famiglia costituisse il maggiore pericolo per il futuro di Nada, ma lei voleva aiutare la madre ed essere presente per i due fratelli minori. C’era anche un altro motivo per non andarsene di casa. A scuola Nada aveva scoperto la religione. A sedici anni aveva visto su TikTok alcuni video di persone che recitavano il Corano, e questo aveva placato la sua ansia. I suoi genitori non erano religiosi, ma lei aveva cominciato a leggere il Corano e gli hadith, i detti e gli atti di Maometto, trovandovi insegnamenti sul perdono, sull’amore e sulla pace. Il segreto, diceva, era “rispondere al male con il bene”. Nella sua mente questo significava perdonare i genitori e perfino Morales.
Nada stava scavando nel suo passato. Parte del dolore rimasto chiuso dentro di lei per più di dieci anni stava finalmente emergendo
All’inizio del 2024 Sala ha trovato un centro di accoglienza per donne che offriva un piccolo monolocale in una cittadina fuori Barcellona. Ma Nada temeva di contravvenire ai doveri islamici verso la famiglia. Un giorno d’estate di quello stesso anno, dopo aver visitato un museo d’arte contemporanea a Barcellona, è entrata per caso nella basilica di Santa Maria del Mar, l’imponente edificio gotico del quattordicesimo secolo. Vicino all’altare c’era un sacerdote cattolico che invitava i fedeli a confessarsi. Nada ha deciso di chiedergli aiuto. Forse poteva darle un consiglio.
Nel confessionale, ancora una volta, ha scoperto il potere della sua storia. Mentre parlava, il sacerdote è scoppiato a piangere. Quando si è ricomposto, il sacerdote le ha consigliato di andare via di casa e cominciare una nuova vita. Nel novembre 2024 la polizia si è presentata nello stabile occupato per sfrattarli, e a quel punto Nada ha accettato l’offerta del monolocale.
Il progetto con Sala, però, era fermo. Nessuno voleva produrre il loro documentario – o almeno non con l’approccio militante su cui insistevano. Gli editori non erano interessati al libro. “Se fosse stata bianca e non marocchina, le cose sarebbero andate diversamente”, dice Sala.
Ma Nada ormai aveva investito tanto nel progetto. Senza una rete di salvataggio familiare, il fallimento poteva significare un altro appartamento abusivo a La Florida. Così si è rivolta a Uri Sabat, uno degli youtuber più noti del paese. Quando Sala l’ha scoperto è andata su tutte le furie perché pensava che Nada avesse perso l’esclusiva della sua storia, perdendo la possibilità di realizzare il documentario o di ottenere il contratto editoriale che doveva permetterle di finire gli studi e raggiungere l’indipendenza economica. Non si sono parlate per un mese.
Colmare i buchi neri
Una volta superate le loro divergenze, Sala l’ha introdotta nel circuito dei talk show mattutini. Su Antena 3 Nada ha raccontato la sua storia spiegando di aver perdonato Morales, che nel frattempo era morto in carcere. “Quando perdoni, non lo fai perché l’altra persona se lo merita”, ha spiegato. “Io lo faccio perché il mio cuore merita di vivere libero dal rancore”.
Sala ha portato Nada a trovare Hidalgo. L’intero quartier generale dell’Uco sembrava felice della sua visita e Nada ha scoperto che il suo caso era diventato leggendario. Diversi oggetti trovati insieme a lei – un piccolo Corano e il quaderno di Morales – erano esposti da anni in una vetrina. “È stato un caso speciale fin dall’inizio”, mi ha detto Hidalgo, che l’ha invitata a tornare per aiutarlo a formare gli agenti che lavorano con le vittime di tratta.
Il 14 settembre 2025 il quotidiano La Vanguardia ha pubblicato un articolo sul loro incontro dopo tanti anni, raccontando la doppia tragedia di Nada: prima il rapimento, poi l’abbandono da parte delle autorità catalane. L’articolo ha ridato slancio al loro progetto. Editori e produttori televisivi hanno voluto incontrarle.
Pochi giorni dopo, anch’io ho cominciato a viaggiare regolarmente tra Madrid e Barcellona per incontrare Nada. Mi incuriosivano il suo passato, la sua ambizione e il rapporto con Sala. Abbiamo parlato per ore, al piccolo tavolo da pranzo della casa di Sala, che spesso era presente durante le conversazioni. Nada si sentiva a casa, e sgattaiolava in cucina per prepararsi una cioccolata calda. La sua eloquenza calma e sincera nascondeva un’energia inquieta. All’inizio giocherellava con qualunque cosa trovasse sul tavolo, anche il mio registratore.
Nada stava scavando nel suo passato: leggeva documenti giudiziari e rapporti di polizia per avere più dettagli su cosa le era successo, preparava una causa contro il governo catalano per negligenza – grazie a uno stage in uno studio legale di Barcellona – con una richiesta di risarcimento di trecentomila euro, e riportava alla luce i ricordi con l’aiuto degli psicologi. Cercava di colmare i buchi neri della sua vita e allo stesso tempo tentava di comprenderli. Soprattutto faceva fatica a capire i suoi genitori, dei quali non voleva parlare.
Per certi versi, stava succedendo tutto troppo in fretta. In quel periodo andava spesso in tv. Il canale statunitense in lingua spagnola Univision le aveva dedicato un reportage. Ormai riceveva tre email alla settimana da ragazze e giovani donne abusate di varie parti del mondo, tra cui alcune della setta Aeminpu. Lei rispondeva o parlava con loro in videochiamata, anche se poteva fare ben poco. A dicembre era esausta e cominciò a perdere i capelli. Era determinata a resistere, ma il corpo la stava tradendo.
In un’assolata mattina d’inverno abbiamo preso l’auto di Sala, insieme al suo cane Pistón, siamo andati a La Florida e abbiamo passeggiato nel cimitero dove Nada un tempo andava a riempire le bottiglie d’acqua. Per Sala – che qui ha la tomba del padre – era una novità: Nada le chiedeva sempre di evitare il quartiere dei genitori. Perfino ora temeva di imbattersi nel padre, perché i suoi erano furibondi per le sue apparizioni televisive (a gennaio, però, quando Nada ha usato l’anticipo del libro per comprare dei mobili alla famiglia, si sono ammorbiditi. “Hanno capito che non posso fare a meno di raccontare la mia storia e sono cambiati”, ha detto).
Camminando, ha dichiarato che anche La Florida sarebbe diventata una delle sue battaglie. “Sono orgogliosa di questo posto”, ha detto. Non ha dimenticato la delinquenza, la droga e le risse, ma lo ricorda anche come un quartiere pieno di vita e solidarietà.
Il prezzo della tenacia
Di ritorno a Barcellona Nada mi ha detto che sogna di parlare all’Onu della necessità di combattere la tratta di minorenni. Ma questa forza di volontà ha un prezzo. L’ultima volta che l’ho incontrata, alla fine di gennaio, affrontava un durissimo percorso terapeutico. Parte del dolore rimasto chiuso dentro di lei per più di dieci anni stava finalmente emergendo. “Mi considero una persona forte”, ha aggiunto. “Quindi, se soffro io, immagina cosa prova chi non ha quello che ho io oggi”.
Il suo modo di resistere consiste nell’impegnarsi ancora di più nella lotta. In un recente messaggio su WhatsApp mi ha scritto di avere pronta una lettera per Amal Clooney, la celebre avvocata per i diritti umani che ha rappresentato Nadia Murad (premio Nobel per la pace come l’altra eroina di Nada, Malala Yousafzai). L’avrebbe spedita subito dopo la pubblicazione di questo articolo. Conoscendola, l’avrà sicuramente fatto. ◆ gc
Giles Tremlett è uno storico e giornalista del Guardian. Vive a Madrid. Ha pubblicato El Generalísimo Franco (Bloomsbury 2025), sulla guerra civile spagnola e il franchismo. Il 17 marzo 2026 è uscito Yo soy Nada. La historia de un secuestro y dos rescates (Ediciones B), il libro scritto da Nada Itrab insieme alla giornalista Neus Sala.
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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 130. Compra questo numero | Abbonati