Tutti conosciamo una persona così. Che approfitta del ritardo di un treno per continuare a leggere un buon libro. Che è capace di fare una battuta dieci secondi dopo essersi rotta una caviglia. Che adora parlare in pubblico e non si agita mai quand’è sotto pressione. Queste persone non sembrano mai lasciarsi sopraffare dallo stress.
Qual è il loro segreto? Hanno geni che le rendono immuni allo stress? Sono diventate eccezionalmente resilienti per il modo in cui sono cresciute? Hanno imparato dei trucchi speciali per affrontare le difficoltà della vita? O sanno semplicemente evitare lo stress? Per rispondere a queste domande i ricercatori hanno studiato come gli esseri umani e gli animali reagiscono e si adattano alle avversità, individuando quei soggetti che sono particolarmente resistenti allo stress e quei fattori che contribuiscono a renderli tali. Questo filone di ricerca sta aiutando gli eserciti a reclutare i migliori candidati per compiti particolarmente stressanti. Ha anche portato al primo test sugli esseri umani di un “vaccino per lo stress”, che potrebbe preservarci dai suoi effetti più gravi, dal disturbo post-traumatico da stress (Ptsd) alla depressione. Ma scoprire il segreto di una vita senza stress potrebbe aiutarci anche a capire perché alcune persone lo gestiscono meglio di altre, e cosa potremmo fare per diventare più adattabili: questo non solo ci aiuterà ad affrontare meglio i problemi quotidiani ma potrà insegnarci a usare lo stress a nostro vantaggio.
Adattamento
Una cosa è certa: se siamo in ritardo per un colloquio di lavoro o abbiamo subìto la perdita di una persona cara, lo stress è inevitabile. Nel 2018 il più ampio studio sui livelli di stress condotto nel Regno Unito ha dimostrato che l’anno precedente tre quarti delle persone erano state così stressate da sentirsi sopraffatte e incapaci di reagire. Una su tre aveva avuto pensieri suicidi e una su sei si era fatta del male. Tuttavia lo stress è una risposta fisiologica essenziale che ci permette di adattarci al mondo circostante. Quello che chiamiamo stress è in realtà una reazione chimica che parte dal nostro cervello, più precisamente dall’amigdala, che è sempre attenta a individuare potenziali minacce. L’amigdala associa le informazioni sensoriali al ricordo di situazioni simili per giudicare se è necessario reagire all’emergenza. Se scatta un allarme viene inviato un segnale all’ipotalamo, una piccola area alla base del cervello, che attiva due tipi di risposte. La prima innesca l’antico sistema di attacco o fuga, che fa salire i livelli di adrenalina e ci rende più attenti accelerando il battito cardiaco, il ritmo del respiro e pompando più sangue verso i muscoli. La seconda risposta stimola il rilascio di altri ormoni, tra cui il cortisolo, che mantiene attiva la risposta allo stress e rilascia il glucosio immagazzinato nel nostro corpo per darci più energia. Blocca anche la digestione, il sistema immunitario e le infiammazioni per concentrare tutte le risorse sul rischio immediato. Quando il pericolo è passato, il cortisolo scende.
Questo meccanismo è comodo se ci troviamo davanti a un serpente velenoso o a un’auto in corsa perché ci aiuta a reagire per evitarli prima ancora che ci rendiamo conto del pericolo. Ci permette anche di dedicarci di più al lavoro man mano che si avvicina una scadenza, o a concentrarci se dobbiamo parlare in pubblico. Ma a volte la risposta allo stress scatta inutilmente o è così forte da sopraffarci. Uno stress grave o improvviso può dare origine al Ptsd o alla depressione. Uno stress meno grave ma cronico può causare una serie di problemi di salute. Se non allentiamo mai la tensione, i livelli più alti di adrenalina possono danneggiare i vasi sanguigni e aumentare i rischi di infarto e ictus. Il cortisolo può provocare problemi digestivi, aumento di peso e diabete. La continua rimodulazione del sistema immunitario può causare affaticamento e disturbi fisici e mentali.
Lo stress ha conseguenze positive o negative a seconda di come lo gestiamo. La reazione di un individuo allo stress e la sua capacità di tornare rapidamente alla normalità quando il pericolo è passato si chiama resilienza, e varia notevolmente da persona a persona.
Cosa rende alcuni individui più resilienti di altri? Il modo in cui siamo cresciuti ha un ruolo importante. Gli esperimenti condotti sugli animali dimostrano che un trauma in tenera età influisce sulla risposta allo stress da adulti. Ma testare questo collegamento sugli esseri umani è difficile, data la diversità, la frequenza e la gravità degli eventi che possono avere effetti negativi su un bambino. Uno dei pochi studi in questo campo è il Bucharest early intervention project (progetto di intervento precoce di Bucarest), una ricerca sui bambini cresciuti negli orfanotrofi romeni cominciata nel 2000. I ricercatori hanno scelto a caso 136 bambini ospitati in sei istituti diversi; metà di loro era stata data in affidamento in un’età tra i sei e i trenta mesi. Quando i bambini avevano circa dodici anni, un’équipe guidata da Katie McLaughlin dell’università dello stato di Washington ha valutato il modo in cui reagivano a compiti stressanti. L’analisi della saliva ha rivelato che i ragazzi dati in affidamento avevano livelli di cortisolo simili a quelli del gruppo di controllo, formato da ragazzi che vivevano con i genitori naturali nello stesso quartiere, ma solo se erano stati accolti in famiglia prima dei due anni. Quelli affidati più tardi o rimasti negli orfanotrofi avevano una reazione allo stress meno forte e producevano meno cortisolo.
Questa può sembrare una cosa positiva perché fa pensare che questi ragazzi si stressino meno facilmente. In realtà può indicare un danno nella reazione allo stress, che a lungo termine si associa a problemi comportamentali e a un maggior rischio di depressione. Altre ricerche rivelano che i primi due anni di vita sono un periodo delicato in cui è più probabile che l’ambiente provochi modifiche nel cervello, influendo sulla risposta allo stress. I meccanismi che entrano in azione sono probabilmente più di uno, ma una ricerca condotta da Linda Chao dell’università della California a San Francisco fa pensare che un trauma possa provocare un aumento della mielina nella materia grigia del cervello, dove si trovano i soma (corpi cellulari) dei neuroni. Di solito la mielina forma una guaina isolante intorno alle fibre nervose, ma nella materia grigia impedisce la formazione di nuove connessioni tra i neuroni, ed è collegata a Ptsd e depressione.
Tra gli aspetti dell’ambiente che favoriscono uno sviluppo sano, gli esperimenti indicano l’interazione sociale, gli stimoli e il sostegno dei genitori. La psicologa dello sviluppo Suniya Luthar dell’università di stato dell’Arizona individua come fattore chiave della resilienza un rapporto forte, incoraggiante e sicuro con le persone da cui si ricevono le cure primarie. “Ma gli adulti che non hanno avuto un’infanzia serena non sono necessariamente destinati all’infelicità”, aggiunge Luthar. “Se riescono a trovare gli stessi ingredienti – sostegno e rapporti con persone affidabili – gli effetti negativi di un’infanzia infelice si possono sicuramente mitigare”.
Una sostanza da studiare
La capacità di un individuo di affrontare lo stress non dipende solo dalle esperienze di vita dei primi anni. Anche i geni hanno un ruolo importante, soprattutto quelli legati alla produzione di una sostanza chimica chiamata neuropeptide Y (Npy). Non si conosce bene il suo esatto funzionamento, ma gli esperimenti sugli animali fanno pensare che agisca come una specie di interruttore della risposta allo stress. Di fronte a una minaccia, la produzione di Npy aumenta per innescare una reazione rapida, ma una volta passato il pericolo i livelli si riabbassano.
Per studiare il funzionamento dell’Npy negli esseri umani, le ricerche si concentrano spesso sulle forze speciali dell’esercito, che riescono a sostenere lo stress anche in situazioni di estrema tensione. I ricercatori dell’Us center for Ptsd nel Connecticut hanno confrontato i campioni di sangue di questi militari d’élite con quelli di soldati regolari durante un’esercitazione a Fort Bragg, in North Carolina: i soggetti hanno subìto privazioni del sonno e del cibo, sono stati inseguiti da un “nemico” e interrogati dopo essere stati catturati. Nei soldati delle forze speciali i livelli di Npy rimanevano più alti per più tempo durante l’esercitazione, e in seguito tornavano normali più rapidamente, dimostrando che i soggetti erano più capaci di riprendersi dallo stress. Inoltre livelli più alti di Npy erano associati a minore confusione e meno problemi mentali durante l’esercitazione.
Tutti ereditiamo una variante diversa dei geni dell’Npy. Alcuni proteggono dallo stress, altri aumentano il rischio di una risposta inadeguata, con i problemi psichiatrici che ne conseguono. Perciò forse quei soldati sono stati fortunati. Ma qualcuno avanza l’ipotesi che l’Npy che produciamo non dipenda solo dai nostri geni. Per esempio, dopo la simulazione di un’imboscata a sorpresa, i livelli di Npy dei marines che avevano frequentato un corso di otto settimane sulla mindfulness erano tornati alla normalità più rapidamente di quelli che non lo avevano frequentato.
Un altro aspetto comune alle persone che riescono a mantenere la calma ha a che vedere con la personalità, e in particolare con il senso dell’umorismo. Alcuni studi ipotizzano che le persone che vedono il lato ironico delle cose riescano a reagire allo stress in modo più positivo e a mitigarne gli effetti negativi. Per esempio, uno studio sui vigili del fuoco condotto da Michael Sliter dell’Indiana university-Purdue university di Indianapolis ha scoperto che, in generale, i sintomi di Ptsd e burnout mostrati dai pompieri erano collegati al numero di situazioni stressanti che avevano vissuto nell’ultimo mese. Ma i vigili che usavano più spesso l’umorismo come meccanismo di difesa erano meno colpiti da questi effetti negativi. Quando ridiamo rilasciamo ormoni che ci fanno sentire bene e che ci rendono meno propensi a rimuginare su eventi stressanti. Ci aiutano anche a stabilire rapporti, fornendoci il sostegno sociale fondamentale per sviluppare la resilienza. Ma c’è una buona notizia anche per chi non riesce sempre a trovare il lato buffo delle cose. In uno studio austriaco 35 persone che mostravano sintomi di stress, esaurimento o depressione hanno frequentato un corso di umorismo di sette settimane, che prevedeva la partecipazione a giochi di ruolo e la ricerca degli aspetti divertenti della vita quotidiana, insegnava a essere più gioiosi e a far ridere gli altri. Sembra che questo tipo di lavoro abbia ridotto la percezione dello stress e aumentato il buonumore.
Un altro fattore che influisce sulla risposta allo stress è più sorprendente. È stato dimostrato che esiste un rapporto tra batteri intestinali e umore. Alcuni studi hanno riscontrato una differenza tra i batteri presenti negli intestini di persone con depressione e Ptsd, e quelli presenti in persone che non ne erano affette. Lo stress può rendere l’intestino più permeabile e quindi consentire ai batteri di entrare nel flusso sanguigno, provocando infiammazioni che possono causare problemi fisici e mentali. Da uno studio è emerso che le coppie che soffrono lo stress cronico di un matrimonio infelice hanno un intestino più permeabile rispetto a quelle che vivono felicemente con il partner. Ma questa correlazione funziona anche nell’altro senso. I topi ai quali era stato somministrato un batterio “buono” chiamato _lactobacillus rhamnosus _per 28 giorni prima di farli trovare in una situazione di stress sociale cronico non hanno mostrato alcuni dei comportamenti generalmente dovuti allo stress.
◆ Nel corpo umano la sostanza chimica chiamata neuropeptide Y (Npy) agisce come un interruttore per modulare la risposta allo stress. Un’unica iniezione di Npy prima di un’esperienza stressante sembra proteggere gli animali da alcuni effetti negativi dello stress. Questa scoperta ha spinto James Murrough e Dennis Charney dell’ospedale Mount Sinai di New York a tentare un approccio simile con le persone affette da disturbo post-traumatico da stress (Ptsd).
I ricercatori hanno somministrato a tutti i volontari una dose endonasale di Npy prima di fargli leggere una storia studiata apposta per stimolare il Ptsd. I risultati fanno pensare che l’Npy possa mitigarne alcuni sintomi. Ma c’è un problema: questa tecnica comporta un’ora di inalazione e un apparecchio speciale per far arrivare questa sostanza chimica al cervello.
Per questo motivo, Murrough e i suoi colleghi si sono concentrati su un’altra sostanza chimica: la ketamina, una droga molto diffusa, che si è scoperto ha proprietà antidepressive. La neuroscienziata Rebecca Brachman l’ha testata sui topi scoprendo che un’unica dose di ketamina può proteggerli dagli effetti negativi dello stress cronico. Sembra che aumenti la capacità del cervello di produrre neuroni e formare nuove connessioni.
Una collega di Murrough, Sara Costi, sta testando la ketamina per vedere se può essere un “vaccino contro lo stress”. Inietta ai volontari una piccola dose di ketamina o un placebo. Una settimana dopo, chiede ai soggetti di fare una presentazione davanti a una commissione dall’aria severa, che reagisce in modo negativo. “Stiamo cercando di capire se la ketamina influisce sulla loro risposta allo stress”, spiega Murrough. I ricercatori prevedono di avere risultati significativi entro l’anno.
“È molto promettente”, dice Murrough. “Non consiglieremmo certo di mettere la ketamina nell’acqua che beviamo, ma forse si potrebbe somministrare ai soldati che stanno per andare
in missione, ai vigili del fuoco o ai poliziotti”.–New Scientist, Regno Unito
Anche se ci sono ancora molte lacune nella comprensione del dialogo tra intestino e cervello, è dimostrato che le terapie che mirano a modificare l’equilibrio dei microbi intestinali e di quello che mangiamo potrebbero contribuire a proteggerci dalle conseguenze negative dello stress, se non a invertirle.
Tutto questo ci fa capire che le persone che sembrano immuni dallo stress hanno la fortuna di possedere una serie di qualità. Non abbiamo ancora individuato il profilo ideale di resistenza allo stress, ma le forze speciali del Belgio ci stanno lavorando. Nel corso di uno studio, metà delle aspiranti reclute scelte a caso è stata sottoposta a una simulazione di prigionia molto stressante, mentre l’altra metà ha seguito il solito addestramento alle armi. Nei test successivi i ricercatori hanno confrontato il profilo ormonale del primo gruppo e l’eventuale deterioramento delle funzioni cognitive per valutare gli effetti dello stress. Lo scopo è usare quei marcatori in futuro per individuare i candidati che potrebbero trovarsi in difficoltà nel caso di situazioni stressanti. Potrebbero anche essere usati per monitorare i soldati sul campo e misurare l’impatto dell’addestramento sulla resistenza allo stress.
◆Nella nostra mente stress e ansia sono spesso intrecciati tra loro, ma sono cose diverse. Lo stress è un processo biologico che provoca una serie di reazioni chimiche all’interno del corpo e del cervello, che ci aiuta a concentrarci e ad adattare il nostro comportamento a una situazione difficile. Lo stress può essere negativo o positivo, e di solito è legato a un periodo di tempo specifico.
◆L’ansia invece può essere provocata dallo stress, ma è una sensazione che tende a rimanere anche dopo la fine del pericolo o della situazione difficile iniziale. Se l’ansia compare tutti i giorni per più di sei mesi, si parla di disturbo d’ansia generalizzato. Negli Stati Uniti questo disturbo colpisce ogni anno 6,8 milioni di adulti. New Scientist
Questo profilo della resilienza sarebbe utile anche ai datori di lavoro che volessero reclutare personale per compiti stressanti. Ma cosa può fare il resto di noi, che vorrebbe solo non agitarsi troppo se perde un treno o deve affrontare un colloquio? Naturalmente ci sono modi per attenuare lo stress. Ascoltare regolarmente musica è uno di questi. L’attività fisica potenzia gli ormoni che possono abbassare la percezione dello stress. Anche la meditazione è da sempre un utile rimedio, e le ricerche dimostrano che basta praticarla per otto settimane per innescare nel cervello modificazioni significative.
L’importanza delle reti
In futuro potremmo anche vaccinarci contro lo stress. Intanto James Murrough, dell’ospedale Mount Sinai di New York, consiglia una buona igiene mentale. “Dobbiamo assicurarci di avere le risorse giuste per resistere”, dice. Oltre a una regolare attività fisica e a dormire un numero sufficiente di ore, è importante avere una rete sociale. “Dobbiamo fare in modo che i nostri rapporti siano sani, così quando ci troviamo in situazioni difficili possiamo contare sugli altri”, dice Murrough. “I dati fanno pensare che è il modo migliore per affrontare lo stress”.
Ma non dimentichiamo che un po’ di stress non fa male. Anzi, da quanto emerge dagli studi sui ratti, può perfino potenziare le capacità cognitive. Un’équipe guidata da Daniela Kaufer dell’università della California a Berkeley ha sottoposto i ratti per tre ore ad attività stressanti monitorando lo sviluppo di nuovi neuroni nel loro ippocampo, la regione del cervello responsabile della memoria. Si è scoperto che quelle cellule proliferavano di più negli animali stressati che in quelli del gruppo di controllo. Ma la vera sorpresa è stato l’effetto a lungo termine: nei test cognitivi i ratti stressati se la cavavano meglio anche dopo settimane, e usavano i nuovi neuroni per affrontare i loro compiti. Non è ancora possibile condurre uno studio simile sugli esseri umani, ma sappiamo che i nuovi neuroni ci consentono di apprendere meglio.
Molti chiedono a Kaufer qual è la quantità di stress ideale. “Probabilmente varia da persona a persona. Quello che rafforza una può spaventare un’altra”, risponde. Senza contare che quello che troviamo stressante un giorno lo è molto meno in un altro. “Se esiste uno stress benefico, forse possiamo individuarlo da soli”, osserva Kaufer. “È probabile che sia la differenza tra lo stress paralizzante e quello che riusciamo a superare, che dopo ci fa sentire molto bene”. ◆bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati