Corto Ravena (Cnt)
Responsabile del settore internazionale della Confederazione nazionale del lavoro (Cnt), un gruppo anarcosindacalista francese.
Siete stati sorpresi dal livello dello scontro a Genova?
L’avevamo detto: Seattle sembrerà uno scherzo in confronto a Genova. È in atto un processo di globalizzazione della contestazione. La vittoria di Genova, come quella di Göteborg, è proprio che i dirigenti del mondo siano stati costretti a rinchiudersi dietro delle grate. Vediamo nascere una nuova generazione di militanti. I nostri iscritti hanno un’età media che è la metà di quella dei grandi sindacati tradizionali. Era stato detto a questi giovani che il 1989, con la caduta del Muro, aveva segnato la fine della storia. Al contrario per loro, è stato l’inizio. Questi giovani sono attirati da tutte le nuove forme di azione, non violente o radicali.
Ma proprio la violenza sembra dividere le organizzazioni che si oppongono alla globalizzazione liberale.
Dobbiamo intenderci sulla violenza: quello che subiscono le popolazioni del Bangladesh è lontano anni luce da quanto è accaduto a Genova. Viviamo in una società estremamente violenta. Quando i marinai dei pescherecci devastano il centro di Rennes, quella è un’espressione di collera. Io sono figlio di minatori, ricordo bene le loro proteste, non sono poi così lontane. Di loro non si diceva che erano teppisti.
Eppure alcune organizzazioni vogliono prendere le distanze da quelle azioni.
Noi siamo per l’azione diretta e ci guardiamo bene dal giudicare gli altri. Qualcuno può trovare ridicolo l’happening di Attac a Montecarlo, quando in dicembre avevano eretto un simbolico “muro del denaro”. Altri il fatto di rompere la vetrina di una banca. Ma quelli che si ergono a giudici, che cosa vogliono? Uno sgabello al tavolo del Fondo monetario internazionale? Oggi c’è chi presenta il cadavere di Carlo come un martire della globalizzazione ma condanna la sua azione. Sappiamo che ci sarà presto una frattura nel movimento fra i tranquilli e gli altri.
Questo non ricorda gli anni Ottanta?
Quelli erano gli anni di piombo, era terrorismo. Noi siamo per lo scontro di classe. Poi tocca alla base decidere. Noi rifiutiamo l’idea del quartier generale. Il black bloc di cui si è tanto parlato ha avuto soltanto due ore di vita, quando alcuni militanti hanno deciso insieme di espugnare la “zona rossa”. È stato disperso dalla polizia. Poi è diventato una cosa completamente diversa. Un ragazzo è stato ucciso: non dobbiamo dimenticarlo.
Christophe Aguiton (Attac)
Responsabile delle relazioni internazionali di Attac. Ha preparato, all’interno del Genoa Social Forum, le manifestazioni in occasione del G8.
Si ha l’impressione che gli organizzatori delle manifestazioni non fossero affatto preparati a questo tipo di scontri.
In effetti non immaginavamo un clima così violento. Eravamo preparati a situazioni tipo quelle che avevamo visto a Nizza nel dicembre scorso, o a Québec in primavera. In entrambi i casi la polizia difendeva una zona rossa ed evitava accuratamente di circolare in città. Le forze dell’ordine erano riuscite a resistere senza troppa violenza in città, a parte qualche vetrina rotta a Nizza. Pensavamo che il governo italiano avrebbe adottato una doppia linea di condotta: limitare al massimo l’arrivo dei manifestanti, in particolare alle frontiere, e poi dialogare con loro. Ma a partire dalla settimana precedente il G8 l’atmosfera è cambiata. I pacchi-bomba non rivendicati, le migliaia di controlli d’identità effettuati in città ci hanno fatto capire che si andava verso una strategia della tensione. Il venerdì mattina, la scenografia era pronta: muraglie di container, blindati e una presenza della polizia spropositata. Le cose sono peggiorate quando tutti hanno visto i black bloc circolare liberamente mentre i poliziotti attaccavano con estrema durezza i cortei più pacifici.
Questo cambiamento di tattica della polizia significa un diverso atteggiamento degli Stati nei confronti di questo genere di manifestazioni?
Non possiamo credere a un semplice attacco di panico della polizia, soprattutto per quanto riguarda la devastazione del centro stampa. Alcuni di noi credono effettivamente che tra Göteborg e Genova sia stata superata una soglia e che la violenza in Italia sia un segno della volontà degli Stati di mettere fine alla contestazione contro la globalizzazione liberale. E le forze di polizia si starebbero coordinando di conseguenza. Personalmente, credo invece che il governo Berlusconi abbia voluto mettere a segno un “colpo politico” inscenando la violenza. Il bisogno automatico di sicurezza avrebbe potuto unire il suo elettorato. In Italia il colpo si è ritorto contro di lui, come dimostrano i sondaggi.
Si profilano altri appuntamenti contro la globalizzazione, come a Bruxelles in dicembre. Che atteggiamento adotterete?
Dobbiamo continuare quello che siamo comunque riusciti a fare a Genova: evidenziare le differenze tra le diverse anime del movimento, i manifestanti e i black bloc, attraverso i luoghi occupati e le forme di azione. Deve essere ben chiaro chi siamo noi e chi sono loro. Ma la chiave della situazione è prima di tutto in mano alle forze dell’ordine. Se hanno deciso che le cose devono degenerare, nessun servizio d’ordine può farci niente. Al di là di questo, i governi devono offrire delle risposte politiche. Jospin e Chirac hanno dichiarato a turno che dovevamo essere ascoltati: ora ci piacerebbe che dessero delle risposte alle nostre domande. cp
Arnaud Zachari (Cadtm)
Presente a Genova, Arnaud Zachari è un ricercatore del Comitato per l’annullamento del debito del Terzo mondo (Cadtm), contrario alla violenza.
Le violenze hanno oscurato il vostro messaggio?
Sì, era già successo a Göteborg. Lì eravamo rimasti sorpresi dalla brutalità delle violenze, ma non immaginavamo che a Genova ci sarebbe stata un’escalation.
Questi fatti ostacolano il nostro messaggio, perché noi concepiamo le manifestazioni come un atto simbolico il cui obiettivo è far sapere all’opinione pubblica che esistono soluzioni alternative. Ma ogni volta che la violenza è ostentata, concentra su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica e la distoglie dai nostri discorsi. Non per questo la gente apprezza di meno il nostro modo di procedere.
La violenza vi obbliga a studiare nuove forme di contestazione?
Non dobbiamo abbandonare le grandi manifestazioni. Ma dovremo lavorare, riflettere su come gestire gli estremisti. Il che non ci deve impedire di denunciare quel che è accaduto a Genova: il governo Berlusconi ha fatto di tutto per criminalizzarci. Del resto, dopo la morte di Carlo Giuliani, Berlusconi ha detto chiaramente che non c’era alcuna differenza fra i manifestanti pacifici e gli altri.
In futuro bisognerà fare il possibile per ripetere le esperienze di Ginevra nel giugno 2000 e di Porto Alegre in gennaio. Dovremo farci una nostra agenda, organizzando dei forum alternativi. L’idea è di divulgare le idee che stanno a monte delle nostre soluzioni: è questa la parte più importante del nostro lavoro. Anche perché sappiamo per esperienza che i gruppi violenti non vengono a questi forum. cp
Dopo aver passato quattro settimane nei panni di un anarchico mi sono trovato in prima linea durante gli scontri di sabato 21 luglio. Con maschera antigas, casco da skateboard e occhialini da nuoto, avevo visto la polizia sparare una bordata di gas lacrimogeni per poi avanzare rapidamente con i blindati. Mentre indietreggiavo lungo un ampio viale ho visto un vecchio che usciva barcollando da casa, reggendosi la testa e chiedendo acqua per ripulirsi gli occhi dai gas lacrimogeni. Mi sono avvicinato, gli ho inclinato la testa e gli ho versato dell’acqua sul viso. Quando ho rialzato lo sguardo mi sono accorto con terrore che il viale era deserto: c’erano solo delle file di poliziotti che mi stavano rapidamente circondando su tre lati. Dal momento che sembravo proprio un manifestante e non avevo con me nessun pass da giornalista, sapevo che l’unica possibilità di sfuggire al pestaggio era correre. Tre poliziotti hanno accelerato verso di me per quella che sembrava una cattura quasi certa, ma quando erano a qualche metro uno di loro è inciampato ed è crollato a terra. Un secondo poliziotto si è avvicinato un po’ di più e mi ha dato una manganellata, colpendomi alla spalla sinistra. Il terzo era ancora dietro di me, ma sono riuscito a togliermelo di torno in mezzo a una nube di gas lacrimogeni e una folla di manifestanti.
Era cominciato tutto in un centro sociale di Islington, nel nord di Londra, a una riunione dei Womble, le tute bianche britanniche, pubblicizzata attraverso internet . È con loro che avevo deciso di affrontare il viaggio verso Genova. Mentre eravamo in coda all’aeroporto di Stansted nessuno di noi aveva l’aria di un anarchico: ci era stato detto di farci la barba e di vestirci eleganti per non attirare l’attenzione. In Italia le nostre guide ci hanno portato alla periferia di Bologna, in un vecchio stabilimento per la lavorazione del pesce, e abbiamo fatto una spedizione per fregarci un po’ di roba in un supermercato, compreso un casco da motociclista. Poi ci siamo messi al lavoro, imparando come costruire una corazza per il corpo. Si prende un grande pezzo di cartone e si ritaglia nel mezzo un buco per la testa. All’interno viene quindi incollata un’imbottitura di gommapiuma per proteggere spalle, schiena e torace dai manganelli dei poliziotti.
La mattina dopo siamo partiti in treno per Genova, dove siamo andati allo stadio di calcio che nei giorni delle proteste è stata una delle principali basi dei manifestanti. Anche se siamo arrivati a mezzanotte, è stato impossibile dormire, perché i discorsi politici sono andati avanti fino alle tre del mattino. Il posto aveva due grandi tendoni che ospitavano almeno duemila persone, mentre sulla pista di atletica si accalcava un mucchio di tende. Malgrado i cartelli con scritto “Compagni, tenete puliti i bagni”, i servizi igienici sono diventati inevitabilmente e rapidamente maleodoranti e inservibili. Il D-Day è arrivato alle 7 e 40 del venerdì, quando il campo è stato svegliato dalle note di travolgenti squilli di tromba trasmessi dagli altoparlanti.
La sera, allo stadio, il clima cupo di sconfitta è stato spazzato via per un attimo quando è arrivato l’annuncio – falso – che le prossime riunioni del G8 erano state cancellate. Si sono riversati tutti sulla pista di atletica e per un’ora hanno intonato canzoni e inni rivoluzionari. Per sabato è stata indetta una marcia pacifica. Lungo il cammino verso il centro della città sono scoppiati degli scontri quando il servizio d’ordine ha cercato invano di impedire agli attivisti dei black bloc di raggiungere la testa del corteo. La marcia si è interrotta sul lungomare quando i duri hanno cominciato a tirare pietre alla polizia, che ha inevitabilmente risposto con una bordata di gas lacrimogeni. Qualcuno ha detto: “Sembra Pearl Harbor”. Più tardi, allo stadio, ci hanno detto che un treno per Bologna sarebbe partito alle prime ore del giorno. Sono stato uno dei primi a salire a bordo. ◆ nm Thomas Harding, The Daily Telegraph, Regno Unito
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati