Cosa si prova a essere colpiti da un fulmine? È difficile trovare un paragone. Un defibrillatore trasmette fino a mille volt al cuore di un paziente; i condannati a morte sulla sedia elettrica di solito ne ricevono circa duemila. Un fulmine invece trasmette cento milioni di volt o più, ma attraversa il corpo in pochi millisecondi, e per questo spesso non provoca danni irreparabili. Dopo la scarica alcuni perdono conoscenza all’istante. Altri ricordano il momento con estrema chiarezza, come se lo vedessero al rallentatore: il lampo di luce che abbaglia completamente la vista; il suono, che molti sopravvissuti definiscono come il più forte che abbiano mai sentito. Il dolore per alcuni è atroce, mentre altri non lo avvertono affatto. “Sembrava una scarica di adrenalina, ma più intensa”, ha raccontato uno di loro. “Sentivo pulsare dappertutto”, ha detto un altro, “con una sensazione di bruciore dalla testa ai piedi”.

La gravità delle lesioni dipende, tra innumerevoli variabili, da come e dove l’elettricità entra nel corpo, e dal percorso che compie al suo interno. I colpi diretti sono i più letali, ma quelli indiretti sono la maggioranza – una scarica laterale proveniente da un albero, una corrente che si propaga nel terreno, una scossa che risale dal suolo – e chi li subisce di solito sopravvive.

A volte i danni sono subito evidenti. Il fulmine, oltre a essere estremamente luminoso e rumoroso, è anche caldissimo: l’aria che lo circonda può raggiungere temperature cinque volte superiori a quelle della superficie del Sole, e può quindi ustionare o bruciare. L’onda d’urto può scagliare le persone a grande distanza, provocando fratture o commozioni cerebrali. In alcuni casi la corrente incide sulla pelle disegni misteriosi simili a cicatrici, chiamati figure di Lichtenberg, che ricordano i rami di un albero spoglio o la struttura ramificata del fulmine stesso. Altrettanto spesso, però, non lascia ustioni, lividi o sfregi. Perfino le figure di Lichtenberg di solito scompaiono dopo qualche giorno; nessuno sa esattamente perché. Esteriormente, i sopravvissuti sembrano normali. Ma non è così che si sentono.

Molti sistemi essenziali del corpo – il cuore, il cervello, il sistema nervoso – dipendono da segnali elettrici, e il fulmine può mandarli completamente fuori fase. Perdita di memoria, disturbi del sonno, disfunzioni sessuali e mal di testa che si manifestano come una forte pressione – “sembra che gli occhi mi stiano schizzando fuori”, mi ha detto una persona – sono frequenti. Alcuni diventano ipersensibili al rumore; altri perdono completamente l’udito. Certi, quasi miracolosamente, si liberano di un disturbo precedente: una gamba malconcia che guarisce; la vista compromessa che viene recuperata. Praticamente tutti, però, si sentono perennemente destabilizzati. Alcuni devono imparare di nuovo cose semplici che avevano fatto per tutta la vita: leggere, cantare, andare in bicicletta.

Le sensazioni fantasma sono diffuse. Una donna mi ha raccontato che spesso le sembra di sentire dell’acqua che le scorre lungo braccia e gambe. Un’altra, in un gruppo Facebook per sopravvissuti, ha scritto di provare “un prurito indescrivibile” che parte dall’interno della nuca. Si possono sentire odori inspiegabili; il cibo può avere il sapore del cartone o della colla. I sintomi possono durare per decenni. Eppure le comuni tecniche di imaging neurologico, come la risonanza magnetica, non rilevano quasi mai anomalie, e la maggior parte dei medici, che ha una comprensione solo rudimentale dell’origine di questi sintomi, non sa offrire molti consigli utili. La fiducia nei racconti dei sopravvissuti – tra amici, colleghi, e persino tra le persone care – può vacillare.

Spesso le conseguenze più profonde sono metafisiche, e non facili da comunicare. In che modo essere vittima di una delle disgrazie notoriamente più improbabili può ridefinire il senso del caso e del destino? Cosa si prova quando si cerca di descrivere l’esperienza che ha cambiato la propria vita, e si è sistematicamente accolti con incredulità?

“Continuo a pensare: domani mi sveglierò e sarà tutto normale”, ha raccontato Caroline

Brachiosauri e ananas

Nel maggio scorso ho partecipato a una conferenza della Lightning strike and electrical shock survivors international. Si teneva, come molte altre volte, a Pigeon Forge, nel Tennessee, una cittadina ai margini delle Great Smoky Mountains nota soprattutto per Dollywood, il parco divertimenti della cantante country Dolly Parton. La strada principale è una sorta di versione per famiglie della Strip di Las Vegas. Al posto dei casinò ci sono teatri che offrono spettacoli con cena, piste per go-kart e un megacomplesso Margaritaville, con una fontana popolata da giganteschi brachiosauri animati che di tanto in tanto emettono ruggiti.

La conferenza si svolgeva in un hotel appena fuori dalla strada principale. Erano presenti circa trenta persone, per lo più uomini sopra i sessant’anni, frequentatori abituali della conferenza, ma c’erano anche alcune donne e gente più giovane. Quasi tutti erano accompagnati dal coniuge e approfittavano dell’occasione per trascorrere un weekend fuori casa. Erano lì soprattutto per entrare in contatto con qualcuno che capiva cosa avevano passato.

Danny Devine (in primo piano) (Stacy Kranitz)

L’evento ha sempre un tema, e quest’anno erano le Hawaii. I sopravvissuti avevano ghirlande di fiori intorno al collo, e su tutti i tavoli della modesta sala riunioni c’erano ananas con gli occhiali da sole. Un tavolo pieghevole trasformato alla meglio in un tiki bar distribuiva cocktail analcolici. In questa cornice, alcuni specialisti parlavano di terapie per il trauma, mentre i partecipanti si confrontavano su quali trattamenti avevano funzionato per loro e quali no.

Uno di loro, un giovane dai capelli rossi che chiamerò Matt, ha raccontato che per un anno e mezzo dopo l’incidente era riuscito a malapena a percepire dolore, temperatura o altre sensazioni su gran parte della pelle. La terapia laser era riuscita a ripristinare la funzionalità dei suoi nervi, e anche i massaggi per stimolare il nervo vago lo avevano aiutato. Per qualche tempo aveva dormito in una gabbia di Faraday per proteggersi dall’elettricità statica durante i temporali. Oggi, per combattere i pensieri intrusivi sui fulmini, si mette in bocca una bustina di sale perché “quando lo fai non riesci a pensare a nient’altro”.

Una donna che chiamerò Caroline, colpita due anni prima mentre era al lavoro, ha detto di usare la stessa strategia, ma con delle caramelle acidissime al posto del sale. Il suo problema era che, per quanto avesse caldo o si sforzasse fisicamente, non riusciva più a sudare. Matt ha detto di aver avuto lo stesso problema per un certo periodo. Lo aveva superato passando molto tempo in sauna – fino a un’ora e mezzo tre volte al giorno.

Se la discussione aveva un certo carattere “fai da te”, è perché la letteratura medica sugli effetti del fulmine nel corpo umano è molto limitata. Sono stati condotti pochi studi sistematici, e la maggior parte dei medici non ha mai avuto a che fare con una vittima di fulminazione. Le esperienze di molti sopravvissuti sfidano ogni spiegazione medica, così i dottori hanno ben poco da dire.

Dato che la medicina ufficiale non è molto di aiuto, i sopravvissuti tendono a essere aperti alle terapie alternative, ma sono anche diffidenti verso chi cerca di approfittare di loro. Alla conferenza, in diversi hanno ricordato che un anno si erano presentati due “hippie” e avevano cominciato a pubblicizzare prodotti new age.

Buona parte della conversazione di gruppo si è concentrata su Caroline, la vittima più recente. Prima cucinava pasti elaborati per la sua famiglia, ma “dopo l’incidente”, ha detto, “ho lasciato il forno acceso tante di quelle volte che alla fine ho bruciato la resistenza”. Per qualche tempo si era rifiutata di comprarne uno nuovo, perché aveva paura di dare fuoco alla casa. Lascia post-it ovunque per ricordarsi cosa deve fare, ma non ha quasi mai l’energia per fare tutto. Deve chiedere continuamente aiuto, e teme che gli altri la considerino pigra.

Le esperienze di Gary Reynolds dopo essere stato colpito da un fulmine nell’estate del 2007 erano simili. Stava prendendo delle bibite dal frigorifero in garage, mi ha raccontato, quando un fulmine lo aveva colpito attraverso la porta aperta. Per mesi non era quasi riuscito ad alzarsi dal letto. Aveva dolori costanti in tutto il corpo. Faticava a concentrarsi e perfino i compiti più semplici che prima svolgeva automaticamente ora gli sembravano complessi. Nei pomeriggi caldi osservava il cielo con apprensione. Un terapeuta gli diagnosticò un disturbo da stress post-traumatico, che secondo alcune stime colpisce oltre il 25 per cento dei sopravvissuti a un fulmine. Nel 2009, a pochi mesi dal loro ventesimo anniversario, Reynolds e sua moglie divorziarono. All’inizio lei era stata comprensiva, ma con il tempo aveva perso la pazienza. “Non ti è ancora passata?”, gli diceva. “Non può essere così grave”.

Rodney Burkholder (a destra) (The Atlantic)

“Continuo a pensare: domani mi sveglierò e sarà tutto normale”, ha raccontato Caroline. Ma non erano passati neppure due anni da quando era stata colpita. Non era ancora arrivata alla conclusione che i sopravvissuti più anziani avevano raggiunto da tempo: che qualunque cosa tu faccia e per quante terapie tu possa tentare, devi accettare che non sarai mai più la persona di prima. “Sembri sempre uguale e tutto il resto, ma dentro è come se fossi un altro,” dice Reynolds. “Hai un’anima diversa”.

Staccare la spina

Secondo un’analisi realizzata nel 2019 dal National weather service, negli Stati Uniti la probabilità di essere colpiti da un fulmine in un anno è di circa una su 1,2 milioni – più o meno come lanciare una moneta venti volte e ottenere sempre testa. Ma è solo una stima generica. La probabilità di essere colpiti a San Francisco non è le stessa che a Orlando, la capitale statunitense dei fulmini nel 2025 secondo il servizio meteo Vaisala Xweather. E per un avvocato non è la stessa che per un operaio che lavora sui tetti.

La maggior parte delle persone uccise da un fulmine – circa venti all’anno negli Stati Uniti – viene colpita mentre svolge un’attività all’aperto, per lavoro o nel tempo libero. Ma in realtà può succedere quasi a chiunque e quasi in qualunque momento. Stando al National weather service, alcuni sono stati colpiti mentre parlavano al telefono fisso, mentre usavano il computer, perfino mentre erano seduti sul water, perché la corrente può viaggiare attraverso i cavi del telefono, i fili elettrici e le tubature metalliche. Quando i sopravvissuti ai fulmini insistono per staccare la spina degli elettrodomestici prima di un temporale, non è una mania strampalata. E il vecchio consiglio di non fare la doccia durante una tempesta? È una scelta saggia.

Steve Marshburn Sr., che ha fondato la Lightning strike and electrical shock survivors international nel 1989, mi ha raccontato di essere stato colpito a 25 anni, in una mattina apparentemente serena del novembre 1969. Lavorava come cassiere in una banca di Swansboro, e pensa che la scarica sia passata attraverso un altoparlante non collegato a terra. Per anni ha dovuto fare i conti non solo con mal di testa e mal di schiena debilitanti, ma anche con l’estrema improbabilità dell’evento che li aveva causati. Molti medici non credevano alla sua storia. Per molto tempo perfino i suoi genitori si chiesero se non si fosse inventato tutto.

E fino a un certo punto Marshburn li capiva. “È talmente incredibile che è difficile parlarne,” ha detto. Alla fine, un medico lo presentò a un altro paziente sopravvissuto a uno shock elettrico, e fu proprio quell’esperienza a spingerlo a creare il gruppo di sopravvissuti. Oggi ha circa duemila iscritti. Per anni le persone l’hanno conosciuto tramite una stazione meteorologica locale, oppure dopo averne sentito parlare nei notiziari o in tv. Ora lo scoprono soprattutto attraverso Facebook.

Le conseguenze più profonde sono metafisiche, e non facili da comunicare

È così che lo ha trovato Gary Reynolds. La sua seconda moglie, Lisa, era venuta a conoscenza del gruppo cercando su internet altre persone colpite da un fulmine, qualcuno che potesse capirlo. I medici non ci erano mai riusciti. Quando si presentò per la prima volta al pronto soccorso gli fecero una serie di esami, ma i risultati erano tutti nella norma. Alla fine un medico ammise: “Non so davvero cosa dirle”, e lo rimandò a casa. Più o meno la stessa cosa successe quando si rivolse al suo medico di base. Altri dottori gli dissero che si stava inventando tutto.

Solo alla sua prima conferenza incontrò persone capaci di provare empatia per lui. Non aveva mai parlato con un altro sopravvissuto, e mentre andava all’incontro si sentiva nervoso, ma quando arrivò ebbe l’impressione che fosse una rimpatriata. “Entri in quella stanza ed è come se fosse una famiglia”, dice. Finalmente si è sentito normale, come non gli succedeva da anni. “È stata una conferma”, spiega. “Come dire: ok, non sono pazzo”.

Ventiquattro zeri

Nel giugno 2008, mi ha raccontato Reynolds, fu colpito da un fulmine per la seconda volta. Erano passati undici mesi dal primo incidente, e si era svegliato alle due di notte con una terribile emicrania. Dopo la prima volta, quando percepiva l’arrivo di un temporale la testa gli pulsava sempre nello stesso punto. Era sdraiato accanto alla finestra aperta della camera da letto, quando sentì una scarica attraversargli la mano. “Non di nuovo”, pensò. Metà della mano diventò di un rosso acceso, ha detto, ma non aveva ancora finito di pagare le spese mediche dell’anno prima, e il colpo gli sembrò meno grave del precedente, così decise di non curarsi.

Nei mesi seguenti, però, i sintomi della prima fulminazione peggiorarono. Gli girava spesso la testa e aveva difficoltà ad afferrare gli oggetti. All’epoca gestiva una ditta di potatura, e questi erano problemi seri per uno che doveva usare la motosega per lavoro. Il divorzio arrivò circa sei mesi dopo. Negli anni successivi Reynolds riuscì a rimettersi in piedi: si risposò, si trasferì in North Carolina, trovò lavoro in una segheria e cominciò a partecipare alle conferenze dei sopravvissuti. Poi, in un pomeriggio di giugno del 2016, mentre era nella cucina della sua casa in montagna, fu colpito una terza volta. E sei anni dopo una quarta, mentre era seduto in poltrona a guardare la tv con i nipoti. Doveva essere una scarica ascendente, mi ha spiegato. Era arrivata dal pavimento e lo aveva preso in pieno alla schiena.

Se la probabilità di essere colpiti da un fulmine una volta nella vita è una su 15.300, come ha stimato il National weather service, allora statisticamente il numero di statunitensi colpiti più volte dovrebbe essere uno. Una sola persona. Eppure, tra le circa cinquanta testimonianze di sopravvissuti pubblicate sul sito del National weather service ci sono quelle di due persone che affermano di essere state colpite due volte e di una donna che afferma di essere arrivata a tre. Anche Andy Upshaw, un giardiniere della North Carolina, dice di essere stato colpito tre volte. Charles Winlake, colpito quattro volte prima dei trent’anni, ha aggiunto suole di gomma a tutte le sue scarpe e indossa solo occhiali con montatura di plastica. Linda Cooper, un’ex insegnante della South Carolina, sostiene di essere stata colpita sei volte, come Carl Mize, ex cowboy di rodeo dell’Oklahoma. Una donna iscritta al gruppo Face­book Lightning strike and electric shock survivors support dice di essere stata colpita nove volte, e un’altra afferma di aver smesso di contare dopo tredici. In totale, la mia ricerca tutt’altro che esaustiva ha individuato quasi trenta casi.

Tutto questo, ovviamente, è davvero molto improbabile. Estrapolando dalle stime del National weather service, la probabilità di essere colpiti sei volte è circa una su 13 quadrilioni – cioè un 13 seguito da 24 zeri. Se moltiplicassimo il numero di persone esistite sulla Terra per circa centomila miliardi, ci aspetteremmo che una sola di loro sia stata colpita sei volte.

Può sembrare crudele suggerire che alcuni sopravvissuti mentano, soprattutto quando lo scetticismo provoca tante difficoltà a chi non lo fa. Ma dal momento che relativamente pochi fulmini vengono documentati, il dubbio spesso rimane. Le persone mentono per motivi di ogni tipo, e possono avere incentivi economici per dichiarare di essere stati colpiti: risarcimenti per infortuni sul lavoro, pensioni di invalidità.

Mary Ann Cooper insegnava medicina d’urgenza all’università di Louis­ville quando pubblicò il primo studio sistematico sulle lesioni da fulmine nel 1980 – diventando subito la massima autorità in materia. Ha lavorato per anni come perita in cause di risarcimento danni, chiamata per valutare se il richiedente era stato davvero colpito. Mi ha detto di aver scoperto alcuni truffatori perché riferivano sintomi incoerenti o fisiologicamente impossibili.

Ma chi mente per ottenere benefici, dice Cooper, di regola non partecipa alle conferenze. È convinta che la stragrande maggioranza delle persone che ha incontrato in quelle occasioni dica la verità quando racconta di essere stata colpita e di tutti i problemi che ne sono seguiti. Ma questo non significa che ogni affermazione vada presa alla lettera.

Là fuori dubitano di quello che dici, qui ti crediamo. Là sei strano, qui sei normale

Come vari medici e scienziati con cui ho parlato, Cooper pensa che quasi tutte le persone che dicono di essere state colpite più volte ci credano davvero, anche se non è così. Molti sopravvissuti hanno flash­back dovuti al disturbo da stress post-traumatico, come i veterani di guerra o chi è scampato a un incendio. Ma quando queste persone riemergono da un flashback, l’ambiente circostante gli dimostra che non si trovano davvero in una zona di guerra o in un incendio. Al contrario, un flashback legato a un fulmine non dà rassicurazioni. Un lampo appare e scompare in un istante.

Inoltre, dato che il fulmine danneggia il sistema nervoso, può far avvertire fitte di dolore non collegate a uno stimolo fisico. La combinazione tra disturbo da stress post-traumatico e danni al sistema nervoso può spiegare molti resoconti di una seconda, terza o quarta folgorazione.

Fino a poco tempo fa, questa spiegazione poteva sembrare poco convincente. Ma l’idea che il trauma possa alterare il modo in cui le persone percepiscono il mondo è ormai ampiamente diffusa. E la comparsa del covid lungo, insieme a una crescente attenzione per altri disturbi cronici difficili da diagnosticare, ha portato più rispetto per le testimonianze dei pazienti e una nuova consapevolezza di quanto la medicina ancora ignori. La società sta finalmente cominciando a capire quello che i sopravvissuti ai fulmini e chi li studia sanno da tempo.

I sospetti più dolorosi con cui si scontrano molti di loro –se è proprio vero che sono stati colpiti – potrebbero essere superati nei prossimi anni. Di recente Cooper ha conosciuto un medico che sostiene di aver individuato un segnale biologico delle lesioni da fulmine che permetterebbe di stabilire, con un semplice esame delle urine, se una persona è stata effettivamente colpita.

Questo potrebbe avere effetti positivi. Eppure la comunità dei sopravvissuti si è sempre costruita intorno a una sorta di fiducia per contrasto: là fuori dubitano di quello che dici, qui ti crediamo. Là sei strano, qui sei normale. Quando ho chiesto a Reynolds cosa pensava della teoria sul trauma e sui danni al sistema nervoso, ho avuto la sensazione di commettere un sacrilegio, come se stessi violando quell’etica di fiducia reciproca. Temevo che si sarebbe indignato e non avrebbe più voluto parlarmi. Invece ha detto che gli sembrava una teoria molto sensata.

Allora potrebbe spiegare anche le sue molteplici fulminazioni?

Be’, ha risposto, non le sue.

Una cosa viva

Cosa si può pensare di una vita così profondamente trasformata da un evento tanto improbabile? Quando ho chiesto ai sopravvissuti se si sentivano più fortunati (per essere sopravvissuti) o sfortunati (per essere stati colpiti), ho avuto l’impressione che la domanda per loro non avesse senso. “Non credo che c’entri la fortuna”, mi ha detto Susan Deatrick. Non le piace la parola provvidenziale, “ma allo stesso tempo è Dio a disporre di tutto, fin nei minimi dettagli”.

Questa risposta e altre simili mi hanno sorpreso. Se il fulmine è una manifestazione del divino, come fanno a spiegare perché ha colpito proprio loro? Come si dà un senso a un miracolo che avviene a tue spese?

Per Jim Segneri, che ha moderato l’ultima discussione, la risposta riguarda più l’essere stato risparmiato che l’essere stato colpito. “Credo che il motivo per cui siamo ancora vivi è che così possiamo aiutare gli altri”, quelli che non vengono creduti, quelli in difficoltà.

Molti sopravvissuti pensano qualcosa di simile. Marshburn parla spesso degli oltre venti sopravvissuti che ha dissuaso dal suicidio. “Non so quante persone mi hanno detto: ‘Dovrei essere morto. Dev’esserci un motivo se Dio mi ha tenuto in vita’”, ricorda Mary Ann Cooper.

Eppure questa fede nel destino può essere un’arma a doppio taglio. Reynolds racconta che dopo la terza fulminazione si sentiva condannato. Aveva lasciato il lavoro, si era risposato, aveva trovato un nuovo impiego e si era trasferito a più di mille chilometri di distanza – eppure il fulmine lo aveva trovato lo stesso. “È come se mi stesse cercando”, aveva detto alla sua terapeuta. “È come se fosse una creatura viva”.

La terapeuta gli aveva assicurato che non era vero, e una parte di lui sapeva che aveva ragione, ma non riusciva a smettere di pensare che era destinato a essere colpito di nuovo. Lei gli aveva detto che non credeva nel destino. Che non esiste la provvidenza, solo circostanze. Che a volte capita di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un tempo anche lui la pensava così. Ma ora non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione che si sbagli. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati