Il 26 novembre, allo scadere dell’ultimatum lanciato 72 ore prima, il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato la “fase finale dell’operazione di ripristino dell’ordine pubblico” nella regione del Tigrai. L’esercito di Addis Abeba ha lanciato un’offensiva su Mekelle, la capitale della regione, una delle dieci che formano la federazione etiope (il 28 novembre Abiy ha annunciato che l’operazione è stata completata e che la città tigrina di mezzo milione di abitanti è sotto il controllo dei suoi soldati).
Debretsion Gebremichael, presidente del Tigrai e del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf, il partito costretto a ritirarsi nella sua regione dopo essere stato il braccio e la mente della coalizione alla guida dell’Etiopia per quasi trent’anni), aveva avvertito che i suoi uomini erano “pronti a morire” per difendere il territorio. Ma non aveva precisato se avrebbero affrontato il nemico a Mekelle. Le sue parole hanno fatto capire che la guerra, in cui le forze federali hanno preso il controllo delle principali città tigrine in tre settimane, potrebbe cambiare natura e terreno, trasformandosi in guerriglia.
Il momento non sembra favorevole ai compromessi. Dopo aver imposto delle condizioni durissime per la resa (consegna di tutte le armi, arresti in massa dei dirigenti del Tplf), il potere centrale ha fatto sapere che non avrà “nessuna pietà”. Sono stati emessi mandati d’arresto contro 76 esponenti del Tplf, molti dei quali sono militari che fino a poco tempo fa ricoprivano ruoli di responsabilità nell’esercito federale. Abiy ha ritenuto necessario escluderli frettolosamente dai loro incarichi prima di lanciare il 4 novembre l’offensiva contro il Tigrai, sostenuta da alcune milizie locali.
Nelle settimane precedenti all’inizio delle operazioni, man mano che salivano le tensioni, alcuni piloti tigrini dell’aeronautica militare etiope avevano disertato e sabotato i loro aerei. Da allora nei ranghi delle forze armate federali ci sono stati numerosi arresti o sono state annunciate delle sostituzioni, anche per quanto riguarda il personale impegnato nelle operazioni di mantenimento della pace in Somalia e in Sud Sudan, missioni a cui l’Etiopia contribuisce generosamente.
Un pericolo reale
Nel lanciare l’operazione all’inizio di novembre, Abiy Ahmed aveva precisato che la guerra civile – anche se il governo di Addis Abeba si rifiuta di chiamarla così – era una risposta alla minaccia di “disintegrazione” dell’Etiopia. Questo termine oggi si è perso nel chiasso della propaganda dei due schieramenti e passa per retorica bellica. L’ingresso nel Tigrai, una regione chiusa tra l’Eritrea, il Sudan e il vicino stato dell’Amhara, è vietato ai giornalisti (fatta eccezione per le visite ufficiali), e le linee telefoniche ed elettriche sono state interrotte, cosa che rende praticamente impossibile ottenere informazioni sulla situazione reale.
In realtà il termine “disintegrazione” ha un significato più profondo, che fa capire anche la gravità del conflitto in corso in Etiopia. Al centro dello scontro c’è la sopravvivenza di questa nazione di 109 milioni di abitanti. Fin dall’arrivo al potere di Abiy Ahmed nel 2018 si è creata una rivalità tra il potere centrale e il Tplf e i suoi dirigenti. La vecchia ribellione tigrina, un movimento di stampo marxista-leninista (di tendenza albanese) che insieme ad altri tre gruppi armati formava il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), aveva sconfitto nel 1991 il regime filosovietico del Derg, “comitato” in amarico, come veniva chiamata la giunta militare del dittatore Menghistu Haile Mariam. Il Tplf aveva poi guidato per molti anni l’Etiopia, un paese dove la coalizione al potere rappresentava le varie “nazionalità” del paese. Anche se era l’espressione di uno dei quattro partiti dell’Eprdf, Abiy, d’origine oromo, ha deciso da subito di limitare il potere del Tplf. Questo è stato possibile anche grazie al sostegno di gran parte dell’opinione pubblica etiope, convinta che i tigrini avessero il controllo delle risorse del paese, cosa che in parte era vera. Con Abiy al potere numerosi esponenti del Tplf sono finiti nel mirino della magistratura. Molte inchieste riguardano l’uso improprio di fondi o altre irregolarità commesse nella gestione del gruppo Metec, il più grande conglomerato militare e industriale del paese. Queste persone si sono ritirate nella capitale tigrina Mekelle.
Il punto di non ritorno nei rapporti tra potere centrale e autorità tigrine sono state le elezioni amministrative organizzate lo scorso settembre nel Tigrai. Lo scrutinio non è stato riconosciuto da Addis Abeba. Le elezioni legislative avrebbero dovuto svolgersi a maggio, ma sono state rimandate prima ad agosto e poi all’anno prossimo, ufficialmente a causa dell’epidemia di covid-19. In realtà la pandemia potrebbe essere solo un pretesto. Le tensioni locali si stanno moltiplicando e il paese rischia di essere travolto dalle violenze. Oggi in Etiopia vivono 1,8 milioni di sfollati, il 68 per cento dei quali, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ha dovuto lasciare la propria casa per colpa di conflitti interni alle dieci regioni.
Secondo molti osservatori era impossibile organizzare le elezioni, che rischiavano di causare gravi scontri nelle aree più popolose (come l’Oromia, da dove viene il primo ministro), che sfuggono sempre di più al controllo di Addis Abeba. In questo contesto la decisione dei responsabili del Tplf di dichiarare illegittimo il potere centrale, perché il suo mandato è scaduto, e di organizzare unilateralmente il voto sul loro territorio ha portato a uno scontro che, al di là delle questioni elettorali, servirà da esempio.
Dalla contestazione al potere
Il timore della “disintegrazione” espresso da Abiy attraversa la storia dell’Etiopia contemporanea. È una questione che agita il paese da quando ha assunto la sua forma attuale (alla fine dell’ottocento) e che tradisce la tensione tra due diverse concezioni dello stato: da un lato, quella di uno stato centrale forte, garante dell’identità nazionale; dall’altro, quella di una struttura politica che mette insieme identità molto diverse tra loro. Ha prevalso la prima concezione, ma oggi questo modello è in crisi.
Il “federalismo etnico” fu adottato dopo la caduta del regime comunista nel 1991, ma era stato teorizzato e discusso a lungo dai dirigenti del Tplf quando il movimento era ancora clandestino. Creato da un gruppetto di studenti universitari, contadini e sottufficiali il 18 febbraio 1975 a Dedebit, nel Tigrai, il Fronte popolare di liberazione sarebbe diventato uno dei più importanti movimenti armati in lotta contro il potere centrale, all’epoca saldamente nelle mani del colonnello Menghistu Haile Mariam, fedele all’Unione Sovietica. In quegli anni il gruppo dei ribelli tigrini non era l’unico né il più importante a combattere contro il regime. Nel 1976 i suoi militanti scrissero un manifesto in cui affermavano che il primo obiettivo della lotta armata era la creazione di una Repubblica democratica indipendente del Tigrai. Questo obiettivo veniva prima della liberazione del territorio nazionale e tradiva un ripiegamento su rivendicazioni che risalivano, secondo gli autori, alla morte dell’imperatore Giovanni IV nel 1889, che coincise con la perdita di autonomia della regione. Giovanni IV era stato uno degli ultimi imperatori a impegnarsi per l’unità del paese, e l’ultimo tigrino.
Merere Gudina, un politico che è stato a lungo all’opposizione e che da ricercatore universitario aveva approfondito questi temi, sintetizza con queste parole il clima febbrile che regnava tra i ribelli negli anni settanta: “Tra il 1974 e il 1978 la questione nazionale era uno dei principali argomenti di dibattito tra i diversi gruppi di estrema sinistra impegnati nella lotta armata contro il potere, che ne discutevano come se fossero delle sette religiose in conflitto”.
Quando il regime del Derg crollò e una coalizione di forze ribelli entrò ad Addis Abeba alla fine di maggio del 1991, si temette un bagno di sangue. Ci si chiedeva se le cose sarebbero andate come nella vicina Somalia, dove pochi mesi prima i ribelli avevano fatto cadere la dittatura di Mohamed Siad Barre (1969-1991) per poi combattere tra loro, in base all’appartenenza a vari clan.
In Etiopia le cose andarono diversamente. Fu creata una coalizione per gestire il sistema di governo. “La fondazione di una federazione su base etnica impedì la divisione del paese”, osserva Sonia Le Gouriellec, esperta di Corno d’Africa dell’università cattolica di Lille, in Francia.
Il federalismo avrebbe dovuto sanare le divisioni e i traumi. Ma l’Etiopia, guidata in teoria dall’Eprdf, la coalizione di quattro partiti che rappresentavano diverse “nazioni”, visse nell’illusione che il potere fosse diviso in modo equilibrato. In realtà era concentrato nelle mani del Tplf. “Non c’è da stupirsi se i diplomatici e gli esperti s’interessano tanto ai leader del Tplf”, osserva una fonte bene informata. “Per trent’anni sono stati gli unici loro referenti”.
La contestazione, scoppiata negli anni duemila mentre il paese si sviluppava economicamente sotto il pugno di ferro del primo ministro Meles Zenawi, è cresciuta dopo la sua morte, nel 2012. Per sei anni l’Etiopia ha vissuto sull’orlo del baratro. Le milizie regionali si sviluppavano, per sfidare il potere centrale o per intervenire nei conflitti locali. Nel 2018 l’arrivo al potere di Abiy era stato accompagnato dalla speranza che finisse la repressione violenta dell’opposizione da parte del governo centrale e che l’economia, fino a quel momento controllata dai politici, venisse liberalizzata.
Jean-Nicolas Bach, esperto del Corno d’Africa e direttore del Centro di studi e documentazione economica, giuridica e sociale di Khartoum, è convinto che la crisi attuale sia la conseguenza di un deterioramento della situazione che va avanti da almeno dieci anni: “Il modello adottato nel 1991 era in grande difficoltà. Lo abbiamo visto già in occasione delle elezioni del 2005. La situazione si è aggravata dopo la morte di Meles Zenawi. Da un lato, il paese era diventato incontrollabile e non si era trovato il modo di gestire la sua grande eterogeneità. Dall’altro, la crisi è una conseguenza dei metodi autoritari di un potere che non ha mai pensato di democratizzarsi, neanche dopo il 1991. Abiy ha ereditato questo sistema. Il problema non sono le appartenenze etniche, ma l’autoritarismo”.
Due visioni della storia
Meles fu l’architetto dell’industrializzazione dell’Etiopia, proiettata verso una crescita che avrebbe dovuto sollevarla dalla povertà, dal sottosviluppo e dalla minaccia di disordini causati dalle numerose “nazionalità” (o etnie). In un articolo del 2012 pubblicato sulla rivista African Affairs, Alex de Waal, politologo e capo della sezione Africa del centro studi Chatham house, sottolineava l’importanza di una riflessione di Meles: “Sono convinto che smetteremo di esistere come nazione se non riusciremo a dare vita a una crescita economica forte e alla condivisione della ricchezza”.
Abiy Ahmed sa bene che oggi il paese traballa dalle fondamenta, anche se per ragioni diverse. Questi motivi profondi tormentano da secoli la nazione etiope. Jean-Nicolas Bach pensa che le cause del conflitto in corso vadano cercate nella storia del paese e nella contraddizione tra le sue diverse interpretazioni, come testimoniano i frequenti riferimenti nei discorsi pubblici all’imperatore Menelik II (1844-1913), fondatore dell’Etiopia moderna.
“Se consideriamo il periodo di Menelik”, spiega Bach, “è affascinante constatare fino a che punto quell’epoca influenzi i discorsi politici di oggi. Menelik portò avanti una logica imperiale di conquista. E la questione se sia stato un eroe o un tiranno sanguinario è sempre stata al centro della vita politica etiope degli ultimi trent’anni. Oggi la stessa questione divide i sostenitori del nazionalismo etiope (multinazionale) e quelli del nazionalismo su base etnica (etnonazionalismo). Tra queste due letture c’è ormai una distanza incolmabile, che rende impossibile il compromesso”.
Nella regione dell’Oromia una parte dell’opinione pubblica è convinta che aderire alla dottrina della centralizzazione significhi favorire un nuovo dominio degli amhara, come succedeva ai tempi degli imperatori che conquistarono la loro regione. A riprova di questa teoria, come una profezia che si autoavvera, molti fanno notare che inizialmente Abiy Ahmed era sostenuto dai movimenti giovanili oromo, come Qeerroo, quando il potere era nelle mani del Tplf. Oggi invece ha l’appoggio degli amhara, le cui milizie partecipano ai combattimenti nel Tigrai al fianco delle truppe federali.
◆ Dal 4 novembre 2020, data d’inizio dell’offensiva del governo etiope in Tigrai, le forze federali hanno attaccato, anche con raid aerei, varie città tigrine. I combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) hanno a loro volta condotto rappresaglie sui civili e lanciato razzi contro basi militari e aeroporti, anche ad Asmara, in Eritrea. Si calcolano centinaia di vittime in entrambi gli schieramenti. Uno degli episodi più gravi è avvenuto a Mai Kadra, una località rurale del Tigrai, il 9 novembre. L’Economist scrive che “poliziotti e miliziani tigrini hanno bloccato le strade. Poi sono andati di porta in porta, controllando le carte d’identità e individuando i non tigrini. Hanno distrutto le schede sim dei telefoni per impedire alle persone di chiedere aiuto. Poi hanno ucciso barbaramente centinaia di amhara. Secondo la Commissione etiope per i diritti umani (i cui metodi d’indagine sono stati in passato contestati da Amnesty international) quando le truppe federali sono entrate in città la mattina dopo, hanno trovato seicento morti”. Anche se è impossibile confermare il bilancio “non c’è dubbio che sia avvenuto un massacro. Amnesty international ha dei video che mostrano dei corpi sparsi per la città. È fuori dubbio che anche le forze alleate al governo federale abbiano commesso atrocità nell’area, come risulta dai resoconti dei tigrini fuggiti in Sudan”.
◆Il Sudan, che ha accolto migliaia di profughi etiopi, è sempre più coinvolto nel conflitto, spiega il sito Eritrea Hub, secondo cui “il destino del Tigrai potrebbe decidersi a Khartoum e a Juba, la capitale del Sud Sudan”. L’Etiopia ha espulso i diplomatici sudsudanesi dopo le notizie secondo cui Debretsion Gebremichael, il capo del Tplf, è stato a Juba il 28 novembre per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Tra Egitto ed Etiopia i rapporti non sono buoni a causa della costruzione della diga Grand ethiopian renaissance (Gerd) sul Nilo Azzurro. “Nelle guerre combattute in questa regione dagli anni settanta, il Sudan è sempre stato un’importante via di rifornimenti per i movimenti ribelli del Tigrai, sia che combattessero contro il governo centrale sia nella lotta contro l’Eritrea. Oggi è difficile dire con chi si schiererà Khartoum, che sta subendo forti pressioni da entrambe le parti”.
Alcune milizie amhara rivendicano il Wolkait, un territorio che le regioni dell’Amhara e del Tigrai si erano contese alla caduta del regime del Derg, e che poi è finito sotto l’autorità tigrina. La partecipazione degli amhara alla guerra di Abiy Ahmed amplifica la minaccia che nel Tigrai siano commessi dei massacri. La confusione tra interessi nazionali, accompagnati dai timori che caratterizzano la nazione da secoli e da dispute molto locali, sono forse il sintomo della crisi profonda che vive oggi l’Etiopia. Difficilmente la presa di Mekelle servirà a riportare la stabilità nel paese. “Per ora gli oromo si limitano a osservare la situazione, ma se dovessero vedere che il potere centrale è debole e in difficoltà nel Tigrai, potrebbero entrare a loro volta nel conflitto, come altre regioni. La minaccia è la disintegrazione dell’Etiopia. Questo spiega, almeno in parte, una reazione così forte da parte del potere centrale”, osserva una fonte.
Abiy Ahmed è consapevole della minaccia di disintegrazione, ed è convinto di avere il compito di salvare l’Etiopia, a costo di soffocare la rivolta nel Tigrai, una regione che difficilmente accetterà di piegarsi. Terra di storia, di sangue, di fuoco e di resistenza, il Tigrai non è facile da conquistare. L’esercito del Derg, nonostante il sostegno dell’Unione Sovietica, non riuscì mai a sconfiggere il Tplf. Nella città di Adua fu fermata nel 1896 l’avanzata delle truppe coloniali italiane. La regione, una delle culle dell’Etiopia, è anche un manuale di storia e di geografia di un paese tormentato dall’eventualità di una divisione. La lettura del passato è onnipresente e alimenta i conflitti.
Nei dibattiti di oggi si evoca, come se l’elemento potesse influenzare davvero il presente, il periodo chiamato zamana masafent (“l’era dei principi”, dal 1769 al 1855), quando i grandi signori si contendevano il potere. Si cerca di stabilire se gli imperatori che costruirono l’Etiopia moderna – in primo luogo Menelik II – fossero degli unificatori o dei colonizzatori. Dal punto di vista delle regioni conquistate in questo periodo e poi unite all’Etiopia – fra cui una gran parte dell’Oromia – l’invasione ha coinciso con l’emarginazione. Una situazione da cui oggi è necessario uscire.
Spinte centrifughe
Ma in questo momento cosa succederà nel Tigrai? Alcuni esperti sostengono che i dirigenti tigrini abbiano avuto il tempo di capire che non potranno mai vincere una guerra tradizionale, e che quindi devono darsi alla macchia, come all’inizio della rivolta contro il Derg. Già verso la metà degli anni settanta il Fronte popolare di liberazione del Tigrai raccomandava di evitare gli scontri in campo aperto contro le forze meccanizzate, preferendo una guerra di usura.
Secondo lo storico francese Gérard Prunier, ex direttore del Centro francese di studi etiopici ad Addis Abeba, che ha vissuto una parte della guerra civile contro il Derg nella boscaglia, torneranno i metodi del passato: “I combattenti del Tplf hanno nascosto armi e munizioni in molti posti. Le truppe federali, o quello che ne rimane, con le milizie alleate tra cui quelle amhara, possono conquistare le città, ma è molto probabile che dovranno fare i conti con una guerriglia molto difficile da sconfiggere”.
La lotta però non riguarda solo le montagne del Tigrai. Il suo obiettivo è politico e riguarda la definizione dello stato. “Abiy ha promosso una visione unitaria, che ha portato allo scioglimento dei vecchi partiti con una base etnica e della coalizione al potere, e alla creazione del Partito della prosperità. Le élite del Tigrai hanno respinto l’idea di entrare nel partito. La visione unitaria di Abiy ha creato frustrazione nella maggior parte delle altre regioni, compresa l’Oromia”, osserva Sonia Le Gouriellec.
Nel frattempo le rivendicazioni autonomistiche si sono moltiplicate, anche secondo le forme contemplate dalla costituzione. Nel novembre del 2019 si è svolto un referendum nel sud dell’Etiopia, nella Regione delle nazioni, nazionalità e popoli del sud, che ha permesso ai sidama di ottenere la loro autonomia, diventando la decima “regione” del paese. Quindi da altre dieci aree del paese è arrivata la richiesta di organizzare un referendum per l’autonomia. “L’intervento militare lanciato il 4 novembre permette al potere centrale di consolidarsi e al tempo stesso di scoraggiare altre regioni intenzionate a reclamare il diritto all’autodeterminazione”, conclude Le Gouriellec.
In Etiopia una questione che tormenta il paese è tornata in primo piano: il primo ministro Abiy Ahmed è il salvatore della nazione o il responsabile della sua disintegrazione? È difficile rispondere. Abiy aveva tenuto un discorso ispirato durante la cerimonia di accettazione del premio Nobel per la pace nel dicembre 2019. E meno di un anno dopo si è lanciato in un’operazione militare. A Oslo Abiy aveva dichiarato il suo orrore per la guerra, che aveva vissuto nel Tigrai durante il conflitto tra l’Etiopia e l’Eritrea (1998-2000). Aveva anche affermato la sua intenzione di lavorare per l’unità del paese: “Esiste un solo ‘noi’, perché siamo tutti legati da un destino comune di amore, di perdono e di riconciliazione”. Sono parole che, tolte dal loro contesto, sembrano evocare con emozione l’unità di una nazione, ma che in Etiopia traducono la volontà d’imporre un progetto politico.
Chi vi si oppone rischia di subire le ire del nuovo Menelik. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati