Una mattina di dicembre a Monterrey, in Messico, un gruppo di ricercatori ha caricato siringhe, tamponi, provette e contenitori refrigerati su un grosso furgone. Hanno attraversato la campagna piatta, lasciandosi alle spalle le montagne della Sierra Madre orientale fino a raggiungere un enorme recinto di ingrasso con 24mila capi di bestiame. “Ovunque guardi ci sono mucche”, racconta Gregory Gray, epidemiologo dell’università del Texas.
Arrivati all’allevamento i ricercatori hanno sottoposto i bovini a tamponi nasali e prelievi di sangue. Gustavo Hernández‑Vidal, veterinario dell’università autonoma di Nuevo León, e Thang Nguyen‑Tien, virologo del laboratorio di Gray, hanno raggiunto a piedi un grande recinto dov’erano rinchiusi circa cento animali malati. Nguyen‑Tien ha appeso a una trave un campionatore di bioaerosol, un dispositivo che aspira l’aria e la centrifuga per separare le particelle e raccogliere materiale genetico virale. Il veterinario dell’allevamento, incuriosito, ha chiesto cosa stessero facendo.
“Vogliamo capire cosa stanno respirando le mucche”, ha detto Hernán-dez‑Vidal.
“Le mucche e anche noi”, ha ribattuto il veterinario.
Lo scopo della visita era studiare l’influenza D, un nuovo, inquietante membro della famiglia dei virus influenzali. I ricercatori volevano capire meglio dove e come si diffonde, e se può diventare una minaccia per gli esseri umani.
Dei quattro tipi di influenza conosciuti, il tipo A è il problema più grosso per l’umanità. Si diffonde facilmente per via aerea e causa epidemie che provocano decine di migliaia di morti all’anno. Infetta anche molte altre specie animali, e diversi ceppi di influenza A possono scambiarsi materiale genetico, generando varianti, o meglio riassortanti, sconosciute al nostro sistema immunitario, in grado di innescare pandemie. Negli ultimi trent’anni un sottotipo di influenza A noto come H5n1 ha decimato il pollame e gli uccelli selvatici ed è considerato un virus con un potenziale pandemico.
Il virus dell’influenza D (Idv) possiede diverse caratteristiche preoccupanti tipiche dell’influenza A: è diffuso in tutto il mondo, contagia più specie animali ed è incline al riassortimento genetico. “Ha tutti i tratti distintivi di un patogeno emergente, sia per gli animali sia per gli esseri umani”, osserva Suresh Kuchipudi, un virologo dell’università di Pittsburgh.
I bovini sono il principale serbatoio dell’Idv, che contribuisce alla sindrome respiratoria bovina (Brdc), una patologia comune e molto costosa per gli allevatori causata da una combinazione di virus e batteri. “L’Idv potrebbe essere una delle spiegazioni di questo problema”, osserva Gray. Un allevatore statunitense gli ha detto di aver perso in pochi mesi fino al 10 per cento dei suoi vitelli a causa della Brdc.
Anche gli umani, però, possono essere contagiati dall’influenza D. Diversi studi – tra cui uno che il gruppo di ricercatori statunitensi e messicani ha condotto nello stesso recinto di ingrasso – hanno rilevato la presenza di anticorpi contro il virus nei lavoratori agricoli, segno che sono stati esposti al contagio. Finora non sono emersi casi di malattia, ma il rischio è che l’Idv si evolva e sviluppi una maggiore capacità di infettare le persone, spiega Gray, che ha contribuito a scoprire diversi virus negli esseri umani e negli animali. “Dobbiamo essere pronti a reagire”, dice.
“Quello che oggi sembra un innocuo virus del bestiame potrebbe improvvisamente scatenare la prossima pandemia influenzale”, spiegano il veterinario della Ohio state university (Osu) Cody Warren e altri ricercatori in un preprint dell’8 febbraio, che mostra come l’influenza D riesca a infettare facilmente cellule presenti nelle vie aeree umane.
La ricerca, però, procede a rilento. Alcuni finanziatori non credono che l’influenza D sia una minaccia significativa, e molti allevatori temono che testare animali e lavoratori sia troppo costoso. Finora sono stati pubblicati solo duecento articoli sull’Idv, molti meno di quanti il virus meriterebbe, sostiene Andrew Bowman, veterinario della Osu e collaboratore di Warren. “Non voglio essere allarmista, ma ne sappiamo ancora molto poco”, dice. Gray è d’accordo, ed è proprio per questo che ha fatto visita alla fattoria: “Se non cerchiamo, non troveremo nulla”.
Parenti lontani
Ben Hause ha scoperto per caso l’influenza D nel 2011. All’epoca dirigeva il dipartimento diagnostico della Newport Laboratories, un’azienda specializzata in vaccini veterinari personalizzati (i cosiddetti “autogeni”), sempre più usati dagli allevatori statunitensi per proteggere bovini, suini e pollame. Hause, che in quel periodo era impegnato anche in un dottorato in virologia con lo scienziato veterinario Feng Li alla South Dakota state university, si era interessato al caso di un maiale di 15 mesi proveniente da un allevamento in Oklahoma, che aveva sintomi simili all’influenza. Aveva isolato dall’animale un virus che, come quelli influenzali, uccideva le cellule testicolari suine. Ma i test avevano escluso che si trattasse di influenza A.
All’epoca i ricercatori conoscevano altri due tipi di virus influenzali, entrambi associati prevalentemente agli umani. L’influenza B, scoperta nel 1940, circola ogni inverno proprio come l’influenza A, ma di solito è più lieve. L’influenza C, identificata nel 1947, è ancora più blanda. Il virus isolato dal maiale somigliava al tipo C, ma solo vagamente. “Ho pensato: ‘Questa sarà una cosa importante, abbiamo trovato un nuovo tipo di influenza’”, racconta Hause.
Il suo gruppo aveva scoperto che il virus si diffondeva tra i maiali attraverso il contatto diretto. Nessuno degli animali presentava sintomi di malattia, ma c’era il timore che la notizia potesse danneggiare gli allevamenti suini. Il settore doveva ancora riprendersi dalla crisi del 2009, quando un sottotipo di influenza A noto come H1n1 era passato dai maiali agli umani, provocando una pandemia inizialmente definita “influenza suina”. Così Hause e Li chiesero a Richard Webby, noto ricercatore sull’influenza del St. Jude children’s research hospital, di aiutarli a studiare il nuovo virus, pregandolo però di “mantenere un profilo basso, almeno all’inizio”, ricorda Hause.
Webby scoprì che il virus si diffondeva per contatto diretto tra i furetti, una specie usata per studiare l’influenza nei mammiferi, segno di un possibile rischio di trasmissione dai suini agli umani. Ma a differenza dei virus influenzali A e B il nuovo patogeno non si diffondeva tra i furetti per via aerea e non provocava sintomi.
Nel 2013 Hause, Li, Webby e i loro collaboratori pubblicarono il primo resoconto delle loro scoperte, descrivendo il virus come “imparentato alla lontana” con l’influenza C, con la quale condivideva circa metà del genoma. L’anno successivo Hause, Li e i loro colleghi hanno rilevato la presenza del virus nel 18 per cento dei bovini statunitensi affetti da malattie respiratorie. Otto mandrie in cinque stati presentavano anticorpi contro il patogeno. “È stata una sorpresa enorme”, racconta Li. C’era un altro particolare: i ricercatori non erano riusciti a ottenere riassortanti tra il nuovo virus e l’influenza C, segno che i due agenti non appartenevano allo stesso gruppo. Così nel 2014 hanno proposto di dargli un nuovo nome: influenza D. La loro ipotesi era che il principale serbatoio del virus non fossero i suini, ma i bovini.
Da quel momento i ricercatori hanno cominciato a trovare l’influenza D negli allevamenti bovini di tutto il Nordamerica, dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’Australia. Uno studio svedese ha rilevato la presenza di anticorpi contro l’Idv nel latte. Gray e i suoi collaboratori hanno trovato tracce del virus anche in campioni di aerosol prelevati da allevamenti avicoli in Malaysia. Anticorpi contro l’influenza D sono stati poi individuati nelle pecore, nelle capre, nei cammelli, nei cervi, nei cavalli, nei cinghiali selvatici, nei gatti e nei cani.
La capacità di circolare in così tante specie è preoccupante. Significa infatti che due varianti virali adattate a ospiti diversi potrebbero infettare lo stesso animale e incrociarsi, generando discendenti in grado di eludere più facilmente l’immunità presente nella popolazione umana. È un meccanismo ben noto: il ceppo H1n1 responsabile della pandemia del 2009, per esempio, combinava segmenti genetici provenienti da virus influenzali A di suini, uccelli e umani.
Lavoratori a rischio
L’influenza D potrebbe avere la stessa capacità. In un articolo del 2024 il gruppo di Kuchipudi ha analizzato le sequenze genetiche di Idv presenti in campioni bovini risalenti fino al 2005. I ricercatori hanno concluso che il virus si era evoluto rapidamente, segno di passaggi frequenti tra specie diverse e della capacità di generare un numero molto elevato di riassortanti, spiega Kuchipudi.
Maggiore è la diversità tra i ceppi che si scambiano segmenti genetici, più alta è la probabilità che emerga una variante del tutto nuova, potenzialmente capace di causare una pandemia. I virus dell’influenza B e C mostrano una variabilità limitata, e gli anticorpi contro una linea genetica spesso funzionano anche contro le altre. L’influenza A, invece, è molto più varia: finora ne sono stati identificati 130 sottotipi, una diversità che facilita la comparsa di riassortanti in grado di sorprendere il sistema immunitario. L’influenza D sembra collocarsi in mezzo, con cinque linee genetiche note, una delle quali potrebbe addirittura costituire un sottotipo a sé. E potrebbero essercene altre, osserva Kuchipudi: “In molte parti del mondo nessuno ha ancora cercato questo virus”.
L’influenza D può contagiare anche gli esseri umani, e i lavoratori degli allevamenti bovini sono particolarmente a rischio. In quattro studi realizzati dal gruppo di Gray, tra lo 0,8 per cento e il 97 per cento degli addetti che lavoravano a contatto con animali infetti presentava anticorpi contro il virus. La presenza di anticorpi contro un virus non basta a dimostrare che l’infezione sia effettivamente avvenuta. Poiché i genomi dell’influenza C e dell’influenza D sono simili per circa il 50 per cento, gli anticorpi indotti da uno dei due virus possono reagire in modo incrociato con l’altro. Finora nessuno è riuscito a isolare un virus Idv integro da un essere umano e a farlo crescere in una coltura cellulare – la prova definitiva di un’infezione. Nel 2023, tuttavia, il gruppo di Gray ha segnalato la presenza di frammenti virali in campioni nasali prelevati da lavoratori degli allevamenti. Inoltre i ricercatori dell’Istituto di virologia e immunologia svizzero hanno dimostrato che l’influenza D si replica più efficacemente nelle cellule delle vie aeree umane rispetto al virus dell’influenza C. Le prove di contagio umano sono “imperfette”, ma “piuttosto convincenti”, osserva Gray.
Nella popolazione generale l’esposizione al virus è molto più rara. Hause e i suoi colleghi hanno riscontrato che solo l’1,3 per cento di 316 campioni provenienti da persone che avevano partecipato a studi sui vaccini antinfluenzali mostrava la presenza di anticorpi.
Un dato in netto contrasto arriva però dalla Cina, dove un articolo pubblicato nell’ottobre 2025 indica un’esposizione molto più alta nella popolazione generale. Un gruppo di ricercatori guidato da Gao Yuwei del Changchun veterinary research institute ha rilevato che su 612 persone provenienti da aree urbane e rurali della Cina settentrionale, il 73 per cento risultava positivo agli anticorpi. Tra i soggetti con malattie respiratorie la percentuale saliva al 97 per cento.
Alcuni scienziati mettono in dubbio l’affidabilità di questi dati. Secondo Webby e altri colleghi il gruppo cinese ha usato una soglia di positività troppo bassa, con il rischio di ottenere molti falsi positivi. Se l’Idv avesse davvero circolato così tanto tra la popolazione della Cina settentrionale, aggiunge Webby, “probabilmente ce ne saremmo accorti”, considerando l’intensa attività di sequenziamento genomico dei patogeni svolta nel paese.
Secondo i ricercatori cinesi, inoltre, il virus sarebbe in grado di diffondersi tra le persone più facilmente del previsto. A differenza di Webby hanno riscontrato una trasmissione per via aerea tra i furetti, un fattore che “potrebbe aver facilitato la capacità del virus di compiere il salto di specie”. Webby ha dubbi anche sull’affidabilità di questi risultati, e sottolinea che il gruppo ha usato un ceppo virale isolato di recente in Cina. “Forse questa particolare variante dell’influenza D ha un potenziale zoonotico leggermente superiore alle altre”, osserva. “Stiamo pescando nel buio.” Gao e i suoi coautori non hanno risposto alle ripetute richieste di intervista.
Abbraccio meccanico
Durante la missione in Messico, Gray, Hernández‑Vidal e i loro colleghi hanno visitato anche due allevamenti avicoli. Prelevare campioni dai polli è stato facile. Nei capannoni, dove erano ammassati circa 15mila giovani esemplari, i veterinari hanno prelevato gli animali già morti o apparentemente malati e hanno eseguito dei tamponi orali e cloacali. Poi hanno ripetuto la stessa procedura in un altro allevamento con galline adulte, tenute in gabbia durante il periodo della deposizione. In meno di tre ore avevano già raccolto campioni da 67 animali. Infine hanno fatto prelievi sanguigni e tamponi nasali ai lavoratori dell’azienda.
Raccogliere campioni dalle mucche è stato più complicato. Nel recinto di ingrasso i bovari hanno fatto passare gli animali attraverso una serie di cancelli e li hanno fatti entrare in una gabbia con pareti laterali che si stringono abbastanza da immobilizzarli senza fargli male, con la testa che sporge da un’estremità. A quel punto i ricercatori sono riusciti a effettuare dei tamponi nasali e dei prelievi di sangue dalla coda o dalle orecchie. Per completare la raccolta dei campioni su quaranta capi di bestiame ci sono volute quattro ore.
Molti allevatori sono restii a sottoporre a tampone i loro animali e i loro dipendenti. Gray racconta che l’allevatore statunitense che ha visto i suoi vitelli decimati della Brdc ha deciso di non far testare i suoi animali per l’influenza D: “Temeva che potessi mettere a rischio i loro profitti”, spiega.
Hernández‑Vidal, che dirige la facoltà di veterinaria della sua università, racconta che diagnosticando e curando gli animali è riuscito a costruire rapporti solidi con molte aziende agricole della zona di Monterrey. “Ci stiamo guadagnando la loro fiducia”, dice. “Cerchiamo di convincerli che per aiutarli dobbiamo sapere cosa sta succedendo”.
I finanziamenti per studiare l’influenza D sono pochi. Mariette Ducatez, docente all’Istituto nazionale francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente, la studia da dieci anni: ha firmato 25 articoli scientifici sull’argomento e ha raccolto più di 1,5 milioni di dollari per sostenere un consorzio europeo e varie collaborazioni. Eppure al momento non può contare su nessun finanziamento specifico per lo studio del virus.
Nel 2024 la comparsa improvvisa di un altro virus influenzale, l’H5n1, nel bestiame da latte statunitense ha alzato il livello di allarme. Dopo quell’episodio, Kuchipudi ha ripresentato una proposta di ricerca sull’influenza D che il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti aveva respinto qualche anno prima, sottolineando l’urgenza di studiare l’Idv prima che sfuggisse di mano. “Ha funzionato”, dice.
Anche se il virus non dovesse mai minacciare gli umani, resta comunque un problema per gli allevatori, spiega Spencer Wolter, veterinario del Minton veterinary service che collabora con circa trecento allevamenti. La maggior parte dei bovini sopravvive alla Brdc, ma la malattia rallenta la loro crescita, causando perdite per almeno un miliardo di dollari all’anno. “Lo sviluppo dei bovini è legato alla loro capacità polmonare”, osserva Wolter. “Dopo due o tre infezioni i polmoni di un vitello non guariscono mai al 100 per cento”.
Alcuni allevatori vaccinano già il bestiame contro l’influenza D usando preparazioni autogene, ottenute isolando il virus dagli animali malati, facendolo crescere in laboratorio e poi inattivandolo in grandi quantità. Molti allevatori però non usano i vaccini, anche perché spesso non sanno nemmeno che il virus esiste, spiega Wolter, e pochi laboratori lo cercano davvero nei campioni. Il risultato è che sia il bestiame sia i lavoratori restano esposti al rischio.
Diversi test sugli animali hanno mostrato le potenzialità delle preparazioni contro l’influenza D. In uno studio pubblicato da Hause e altri, un vaccino inattivato per l’Idv ha ridotto i livelli del virus nei vitelli sottoposti a test. Un gruppo di lavoro coordinato da Li ha ottenuto un effetto simile nei porcellini d’India usando un vaccino a dna che esprime la proteina di superficie del virus. Più di recente, il gruppo di Gao in Cina ha rilevato che il suo vaccino a virus inattivato protegge i porcellini d’India dal contagio quando sono esposti a compagni di gabbia infetti.
Kuchipudi e i suoi collaboratori hanno sviluppato un vaccino che imita un’infezione naturale. Si tratta di una versione modificata del virus che infetta le cellule ma non è in grado di replicarsi. L’idea è di somministrarlo come spray nasale in modo da stimolare l’immunità delle mucose, il punto in cui parte il contagio. I primi test potrebbero partire entro la fine dell’anno.
A volo di rondine
Nel recinto in Messico, dove sono allevati bovini provenienti da molte fattorie diverse, è facile capire perché i virus respiratori possono diffondersi rapidamente. “Le mucche sono animali molto affettuosi e tendono a stare vicine tra loro”, spiega Jessica Rodriguez, cresciuta in un ranch del Texas e oggi dottoranda in epidemiologia nel gruppo di Gray.
In due giorni di lavoro nelle aziende agricole messicane sono stati raccolti 155 campioni, che sono stati poi spediti nel laboratorio di Gray in Texas. I ricercatori hanno trovato l’Idv nel 35 per cento degli animali da cui sono stati prelevati i campioni. Una mucca è risultata positiva anche all’influenza C. Ora i ricercatori vogliono esaminare i campioni alla ricerca di altri virus emergenti potenzialmente pericolosi per gli umani o per il bestiame, come un nuovo coronavirus che Gray e Hernández‑Vidal hanno individuato nel 2024 in alcuni bovini proprio in questa fattoria.
Alzando lo sguardo verso le rondini che volteggiano intorno ai recinti e si posano sulle travi e sui cancelli, Hernández‑Vidal si chiede se gli uccelli possano portare l’influenza D da un luogo all’altro, come accade continuamente con l’influenza A. “Sarebbe un grosso problema”, dice. “E nessuno sta facendo dei test”, aggiunge Gray. ◆ fas
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati