Se si guardano i dati, mai come in questo periodo storico le persone hanno accesso a fonti d’informazione diverse e plurali, moltiplicate da editori che rispecchiano tutti gli schieramenti politici. Eppure, sempre secondo i dati, mai come oggi i cittadini sono delusi e arrabbiati con i giornalisti. Se, come recita il motto del Washington Post, “la democrazia muore nell’oscurità” – motto che oggi con la proprietà di Jeff Bezos suona quasi sarcastico – come si può continuare a far luce sugli angoli oscuri della nostra società se è la democrazia stessa a venire meno? Il podcast antologico della Duke University, che nelle scorse stagioni è sempre stato uno snodo fondamentale nel dibattito pubblico anticipando anche la cronaca con temi come la nascita dell’idea di supremazia bianca e la rivincita del machismo di sistema, stavolta sembra mancare il bersaglio. Gli autori hanno deciso di concentrarsi solo sul mondo del giornalismo tradizionale e sul conflitto tra progressisti e conservatori. E ha ignorato il caos di tutti i canali informali attraverso cui i cittadini oggi si formano e s’informano. Una scelta che rende questa stagione più un elegante e compiaciuto esercizio di stile che un podcast incisivo in grado di scuotere le fondamenta del dibattito pubblico sul ruolo dell’informazione nell’occidente contemporaneo.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati