Nel maggio del 2018 Luis Miguel Rojas-Berscia, un dottorando del Max Planck institute for psycholinguistics di Nijmegen, nei Paesi Bassi, va una settimana a Malta per imparare il maltese. Nello zaino ha un corposo libro di grammatica, che però non intende usare se non strettamente necessario. “Ci muoveremo come farei io in Amazzonia”, mi dice, riferendosi al suo lavoro di linguista. Il nostro piano è che io osserverò il modo in cui lui impara una nuova lingua, a cominciare da “ciao” e “grazie”.

Rojas-Berscia è un peruviano di 27 anni con la faccia da bambino e i capelli scuri a spazzola. Un amico gli ha regalato un paio di orecchini nuovi, che a Malta indossa con delle canottiere stravaganti e una catena al collo. Somiglia a un giovane turista spensierato come tanti, a parte l’intensa concentrazione – tutti i sensi allertati – con cui osserva un nuovo ambiente. La linguistica è una disciplina straordinariamente cerebrale. A una conferenza a Nijmegen prima del nostro viaggio a Malta erano stati presentati studi sulle “somiglianze anatomiche negli apparati fonatori di esseri umani e foche comuni” e la “memoria dichiarativa ippocampo-dipendente”, oltre a un’analisi neuropsicologica delle modalità di elaborazione del linguaggio e del suono nel cervello di chi pratica il beat­boxing, l’imitazione vocale delle percussioni. La tesi di dottorato di Rojas-Berscia, che ha per oggetto gli shawi, una popolazione della foresta pluviale peruviana, non comprende risonanze magnetiche funzionali né simulazioni computerizzate, ma resta comunque impenetrabile ai profani. “Sto sviluppando una teoria della variazione linguistica chiamata ‘approccio di flusso’”, mi ha spiegato una sera, prima di partire, in un una trattoria di campagna fuori Nijmegen, mangiando una deliziosa specialità locale, i _ pannenkoeken_ (frittelle). “Un flusso è una dinamica riguardante un fatto sociale che ha una ricaduta, funzionale o formale, sulle competenze linguistiche”.

Nocturne (Cecilia Paredes)

Le competenze linguistiche, guarda caso, sono proprio il motivo del mio interesse per Rojas-Berscia, un iperpoliglotta che parla ventidue lingue viventi (spagnolo, italiano, piemontese, inglese, mandarino, francese, esperanto, portoghese, romeno, quechua, shawi, aymara, tedesco, olandese, catalano, russo, hakka, giapponese, coreano, guarani, farsi e serbo), tredici delle quali correntemente. Conosce anche sei lingue classiche o a rischio di estinzione: latino, greco antico, ebraico biblico, shiwilu, muniche e selk’nam, una lingua indigena della Terra del Fuoco che è l’argomento della sua tesi di master. Siamo entrati in contatto tre anni fa, mentre stavo scrivendo un pezzo su un giovane cileno che si definiva l’ultima persona vivente a parlare il selk’nam. Come si fa a verificare un’affermazione del genere? A quanto pare, solo con Rojas-Berscia.

Le imprese straordinarie hanno sempre affascinato i comuni mortali, in parte perché rappresentano una vittoria per l’Homo sapiens: ridefiniscono ciò che è umanamente possibile. Se Dean Karnazes riesce a correre per 563 chilometri senza mai dormire, magari t’invoglia a fare una corsetta intorno all’isolato. Se Rojas-Brescia parla ventidue lingue, forse anche tu puoi migliorare il tuo spagnolo del liceo o l’ebraico del bar mitzvah, o imparare il coreano abbastanza da capire i racconti della nonna. È quello che promettono i programmi di apprendimento linguistico online come Pimsleur, Babbel, Rosetta Stone e Duolingo: nel cervello di ogni monolingue si nasconde un poliglotta, come uno spirito che con un’energica scrollata può essere risvegliato. Ho testato questa ipotesi all’inizio della mia ricerca, iscrivendomi a Duolingo per imparare il vietnamita. (l’app è gratuita, e m’incuriosivano le difficoltà di una lingua tonale.) A quanto pare me la cavo bene con ciao - chào - mentre grazie - cam on - è già più difficile.

Il termine “iperpoliglotta” (in inglese hyperpolyglot) fu coniato una ventina d’anni fa da un linguista britannico, Richard Hudson, facendo una ricerca su internet per trovare la persona che conosceva più lingue al mondo. Ma il fenomeno e la mistica che lo circonda sono antichi. Nel Nuovo testamento (Atti 2) i discepoli di Cristo ricevono lo spirito santo e riescono di colpo a “parlare in altre lingue” (in greco glōssais lalein), e quindi a predicare nell’idioma di “ogni nazione che è sotto il cielo”.

Corinthians Blue (Cecilia Paredes)

Stando a Plinio il Vecchio, il sovrano greco-persiano Mitridate VI, che nel primo secolo aC regnò su ventidue nazioni, “amministrava le loro leggi in altrettante lingue, e poteva arringare in ognuna di esse”. A detta di Plutarco, Cleopatra “raramente aveva bisogno di un interprete” e fu l’unica sovrana della sua dinastia greca a parlare correntemente la lingua egizia. Pare che anche Elisabetta I padroneggiasse le lingue del suo regno: gallese, cornico, scozzese e irlandese, più altre sei.

Con appena dieci lingue, la regina di Shakespeare non ha i requisiti per essere definita iperpoliglotta: la soglia stabilita è di undici. Più sbalorditiva e meglio documentata è la capacità linguistica del cardinale italiano Giuseppe Mezzofanti (1774-1849), che parlava correntemente almeno trenta lingue e ne studiò altre quarantadue, compreso, sosteneva lui, l’algonchino. Nei decenni in cui visse a Roma come custode della biblioteca apostolica vaticana, personalità illustri di tutto il mondo andavano in visita per interrogarlo nelle loro lingue madri, tra le quali lui svolazzava con l’agilità di un’ape in un roseto. Lord Byron, che si dice parlasse greco, francese, italiano, tedesco, latino e un po’ di armeno, oltre al suo immortale inglese, perse con il cardinale una gara di imprecazioni e in seguito lo definì, con ammirazione, “un mostro.” Altri testimoni, meno affascinati, lo paragonarono a un pappagallo. Ma il suo talento fu certificato da un accademico irlandese e da un filologo britannico, Charles William Russell e Thomas Watts, che fissarono un parametro di padronanza linguistica ancora oggi utile per valutare le affermazioni dei moderni Mezzofanti: sono in grado di esprimersi in modo così fluido e libero da trascendere l’imitazione meccanica?

Mezzofanti, figlio di un falegname, imparò a orecchio il latino bazzicando nei pressi di un seminario e ascoltando i ragazzi ripetere le coniugazioni verbali. Rojas-Berscia invece è cresciuto in una famiglia istruita e trilingue. Il padre è un uomo d’affari peruviano, e la sua famiglia conduce una vita agiata a Lima. La madre, di origine italiana, gestisce un negozio, e la nonna materna, che si occupava di lui da bambino, gli ha insegnato il piemontese. All’asilo ha imparato l’inglese, che parla in modo impeccabile con la stessa lieve inflessione latinoamericana che ha in tutte le altre lingue per cui posso garantire. Il maltese era nella sua lista dei desideri da un po’, insieme all’uiguro e al sanscrito. “La verità”, mi dice una sera a cena in un ristorante cinese di Nijmegen, dove chiacchiera in mandarino con il proprietario e in olandese con un cameriere, alternando il francese allo spagnolo con un altro studente dell’istituto, “è che sono un amoureux des langues. E quando m’innamoro di una lingua devo impararla. Non c’è una motivazione pratica, è una specie di gioco”. Un amoureux desidera l’amato anima e corpo.

In the heart of your wings (Cecilia Paredes)

Le mie modeste conoscenze in fatto di lingue straniere (ne parlo tre) non sarebbero motivo di vanto nella maggior parte del mondo, dove il multilinguismo è la norma. Le persone che vivono dove s’incontrano più culture – melanesiani, asiatici del sud, latinoamericani, centroeuropei, africani subsahariani e milioni di altri, compresi i maltesi e gli shaqi – imparano le lingue senza considerarla un’impresa straordinaria.

Mentre partivo da New York verso i Paesi Bassi, ho sentito un tassista ghanese parlare al telefono in una lingua tonale che non riconoscevo. “È hausa”, mi ha spiegato. “Lo parlo con mio padre, che è di origine nigeriana. Ma con mia madre parlo twi, con gli amici il ga e un po’ di ewe, mentre l’inglese è la nostra lingua franca. Se a Chelsea si parlasse una lingua e a Soho un’altra, anche i newyorchesi sarebbero poliglotti”.

Dal punto di vista linguistico, quel tassista è un abitante del pianeta più tipico dell’americano medio. Pensiamo ad Adul Sam-on, uno dei calciatori adolescenti che nel luglio del 2018 sono stati messi in salvo dalla grotta di Mae Sai, in Thailandia. Adul è cresciuto in condizioni di povertà estrema nel permeabile confine tailandese tra Myanmar e Laos, lungo il quale si intrecciano diverse popolazioni. La sua famiglia appartiene alla minoranza etnica degli wa, che parla una lingua austroasiatica diffusa anche in alcune zone della Cina. Oltre al wa Adul padroneggia anche il tailandese, il birmano, il mandarino e l’inglese, che gli ha permesso di fare da interprete con i due sommozzatori britannici che hanno individuato la squadra intrappolata.

Le persone che vivono nei luoghi dove s’incontrano più culture imparano le lingue senza considerarla un’impresa straordinaria

Le persone che studiano l’inglese come lingua straniera sono quasi due miliardi, quattro volte il numero dei madrelingua. E le app come Google Translate permettono di comunicare, quasi ovunque, digitando intere conversazioni sul telefono. Paradossalmente, però, mentre l’egemonia dell’inglese rende meno necessario parlare altre lingue per lavorare o viaggiare, l’importanza attribuita al fatto di conoscerle sembra crescere. In rete c’è una fiorente comunità di accesi glottofili che sono, o aspirano a diventare, poliglotti. Cercano ispirazione su gruppi Face­book, video su YouTube e chat, e in guru delle lingue come Richard Simcott, un carismatico iperpoliglotta britannico che organizza la Polyglot conference, un convegno che si tiene in vari continenti dal 2009 e che attira ogni anno centinaia di appassionati. Gli interventi si svolgono perlopiù in inglese, anche se i partecipanti indossano dei cartellini in cui sono elencate le lingue in cui sono in grado di conversare. Quello di Simcott, scherzosamente, dice “mettimi alla prova”.

Eruditi solitari

Non si diventa iperpoliglotti per osmosi o senza fatica: è un’impresa rara, erculea. Rojas-Berscia, che ha rinunciato a una promettente carriera di tennista per dedicarsi alle lingue, stima che “in Europa siamo una ventina, e ci conosciamo tutti, almeno di fama”. È lui a mettermi in contatto con alcuni suoi colleghi, come Corentin Bourdeau – un giovane linguista francese che conosce undici lingue, tra cui il wolof, il farsi e il finlandese – ed Emanuele Marini, un timido italiano sulla quarantina che dirige una ditta di import-export e parla quasi tutte le lingue slave e romanze, oltre all’arabo, al turco e al greco, per un totale di quasi trenta. Nessuno dei due usa volentieri l’inglese, perché ne detestano lo status di bullo linguistico globale, la prepotenza, come mi dice Marini in italiano. Ellen Jovin, una dinamica newyorchese che alcuni definiscono la “madrina” della comunità poliglotta, spiega che la sua avidità nello studio delle lingue – finora venticinque – “è quasi un modo di scusarsi per lo strapotere dell’inglese. Il poliglottisimo è l’antitesi dello sciovinismo linguistico”.

I dati sugli iperpoliglotti sono ancora lacunosi. Ma grazie a un ristretto campione preso in esame da alcuni neurolinguisti, è emerso un profilo parziale. Lo studioso di lingue estremo ha una probabilità superiore alla media di essere maschio, gay, mancino e nello spettro autistico, affetto da qualche malattia autoimmune come l’asma o le allergie. Alcuni studi endocrinologici hanno ipotizzato che questi tratti possano derivare da un picco di testosterone durante la gestazione. “È vero che le persone lgbt sono piuttosto rappresentate nella nostra comunità”, dice Simcott. “E molti dichiarano di essere nello spettro autistico. È un argomento di cui abbiamo parlato all’ultimo convegno”.

Simcott ha 41 anni ed è ambidestro, eterosessuale e particolarmente estroverso. Vive in Macedonia con la moglie e la figlia di 11 anni, una poliglotta in erba che a sedici mesi era già trilingue. È figlio di genitori monolingui, anche se da bambino lo affascinavano “i vari modi in cui l’inglese viene parlato”. Come Henry Higgins, Simcott è in grado di collocare un accento su uno specifico punto della mappa, non solo nelle Isole britanniche ma in tutta Europa. “Vengo scambiato per madrelingua in cinque o sei lingue”, mi dice, anche se ha cominciato lentamente, imparando il francese alle elementari e lo spagnolo da adolescente. All’università ha aggiunto italiano, portoghese, svedese e islandese antico. Grazie al suo tedesco impeccabile, appreso dopo l’università durante uno scambio studentesco, imparare l’olandese è stata una passeggiata.

Verso la fine della sua adolescenza internet cominciava a prendere piede, cosa che gli ha permesso di praticare le lingue nelle chat e di scoprire anche un senso di appartenenza mai sperimentato prima. C’era in particolare un misterioso poliglotta che bazzicava gli stessi canali. “Fu il primo a incoraggiarmi sul serio”, racconta Simcott. “Tutti gli altri dicevano che mi sarebbe scoppiato il cervello o mi trattavano come un fenomeno da baraccone”. Quello sconosciuto gli diede un riconoscimento che ancora oggi lo emoziona. Ha creato il convegno anche per sdebitarsi, stabilendo un punto di ritrovo per gli ex bambini _nerd _come lui che conoscevano tante lingue ma non si sentivano a casa da nessuna parte.

Molti poliglotti sono eruditi solitari che accumulano lingue invece di usarle per comunicare. I più estroversi lavorano come traduttori o interpreti. Helen Abadzi, un’insegnante greca che parla diciannove lingue “a un livello almeno intermedio”, ha lavorato per anni alla Banca mondiale. Kató Lomb, un’ungherese autodidatta morta nel 2003, aveva imparato diciassette lingue – l’ultima, l’ebraico, quando aveva quasi novant’anni – ed è stata una delle prime interpreti simultanee al mondo. Simcott è entrato nel corpo diplomatico britannico. Mentre lavorava in Yemen, in Bosnia e in Moldavia ha appreso un po’ di lingua locale. Ogni estate si dava l’obiettivo d’imparare una nuova lingua in modo più sistematico, o iscrivendosi a un corso universitario – come ha fatto per il mandarino, il giapponese, il ceco, l’arabo, il finlandese e il georgiano – oppure armandosi di manuale e insegnante privato.

Nonostante le loro differenze, tutti i poliglotti che ho incontrato accolgono con disagio la domanda “quante lingue parli?”. Come mi spiega Rojas-Berscia, in parte è una questione semantica: cosa significa “parlare”? Ed è anche politica. Gli accenti e le grammatiche comunemente accettati sono quelli delle classi dominanti. E la questione è resa ancor più nebulosa dallo “sciovinismo” a cui Ellen Jovin si sente in dovere di resistere. Nei thriller, il banco di prova di una spia è “sembrare uno del posto”, anche se quelli che parlano inglese a Glasgow, Trinidad, Delhi, New Orleans e Melbourne si percepiscono a vicenda come stranieri. “Nessuno padroneggia ogni sfumatura di una lingua”, dice Simcott. “È un criterio sbagliato, di cui paradossalmente si servono quasi solo i monoglotti, in particolare gli statunitensi. Mettiamola così: ne ho studiate più di cinquanta e ne uso circa la metà”.

Sbruffoni e millantatori

Richard Hudson non aveva avuto successo nella sua estemporanea caccia al poliglotta perfetto su internet, ma aveva trovato Michael Erard, un giornalista statunitense che aveva intrapreso la stessa ricerca in modo più metodico. Erard, che ha un dottorato in lingua inglese, ha studiato per sei anni la letteratura scientifica esistente e parlato con i suoi autori, visitando archivi (compreso quello di Mezzofanti a Bologna) e rintracciando ogni genio delle lingue vivente con cui era entrato in contatto o di cui aveva sentito parlare. Il sondaggio su internet che ha realizzato nel 2009 ha prodotto la prima analisi sistematica del virtuosismo linguistico. Circa quattrocento persone hanno risposto, fornendo informazioni sul loro sesso e orientamento sessuale, nonché sul quoziente intellettivo (sempre sopra la media). Quasi metà di loro parlava almeno sette lingue, e diciassette erano definibili come iperpoliglotti. Il distillato di questa ricerca, pubblicato nel 2012 con il titolo Babel no more, è un testo di riferimento fondamentale, una specie di etnografia di quella che Erard definisce una “tribù neurale”.

L’ammirazione suscitata dai membri di questa tribù ha sempre attirato gli opportunisti. Per esempio quelli che Erard definisce i “poliglotti affaristi” e i “poliglotti sbruffoni”. I primi spacciano tutorial con la dubbia garanzia che chiunque può diventare un prodigio, mentre i secondi si lanciano in gare di spacconate online. E poi ci sono i millantatori. Il mio preferito è George Psalmanazar (il cui vero nome è ignoto), un vagabondo di provenienza sconosciuta e disarmante sfrontatezza che verso la fine del seicento girò per l’Europa spacciandosi di volta in volta per irlandese, giapponese e infine formosano. Il letterato e lessicografo britannico Samuel Johnson lo conobbe a Londra, dove Psalmanazar pubblicò un diario di viaggio in cui raccontava della sua isola “nativa” con tanto di traduzioni dalla lingua locale: un ingegnoso pa­stiche di sua invenzione. Erard si è messo sulle tracce anche di un altro personaggio molto discusso, Ziad Fazah, che fino al 1997 detenne il primato sul Guinness e che sosteneva di parlare correntemente cinquantotto lingue. Durante una trasmissione televisiva cilena, Fazah fece una spettacolare figuraccia, rivelandosi incapace di rispondere a domande molto semplici formulate da persone madrelingua.

Sirena en el mar de rosas (Cecilia Paredes, Per gentile concessione di Salt Fine Arts, California)

Rojas-Berscia liquida queste sbruffonate come “stupidaggini” e guarda con disprezzo ai portenti che cercano di fare soldi con il proprio talento. “Dove trovano il tempo?”, si chiede. Nel suo sondaggio Erard chiedeva informazioni sui metodi di apprendimento degli intervistati, e se alcune risposte erano vaghe (“Accetto gli errori e l’incertezza; ascolto e leggo molto”), altri parlavano nel dettaglio delle “mappe mentali” e delle “ancore mnemoniche” che si costruivano, o di come per ciascuna nuova lingua creavano un modello architettonico da arredare progressivamente con i vocaboli. Chiedo a Simcott se ha qualche segreto particolare, e lui ci riflette un momento. “Oddio, non è che abbia una memoria prodigiosa”, dice infine. “In molte cose sono appena nella media. Loraine Obler, una neurolinguista della City university di New York, mi ha fatto alcuni esami, da cui è emersa una spiccata capacità di ricordare elenchi di parole senza senso. Ero anche bravissimo a riprodurre i suoni”, prosegue Simcott. “Ma più lingue impari, più diventa facile. È come se ciascuna appendesse altre grucce nell’armadio”.

Quaranta per cento

Alexander Argüelles, una figura leggendaria nella comunità, ha avvertito Erard che il ciarlatano si riconosce dall’immodestia. Quando Erard lo incontrò dieci anni fa, Argüelles, uno statunitense che vive a Singapore, cominciava le sue giornate alle tre del mattino con un esercizio da “amanuense”: “Scrivere due pagine in arabo, sanscrito e cinese, le lingue che lui definisce i ‘fiumi etimologici originari’”. Poi proseguiva con altre lingue, appartenenti ad altri ceppi, fino a riempire ventiquattro pagine di quaderno. All’alba andava a fare una lunga corsa, ascoltando audiolibri ed esercitandosi nell’imitazione: a mano a mano che i suoni stranieri fluivano nelle cuffie, lui li gridava più forte che poteva. Tornato a casa cominciava con gli esercizi di grammatica e fonetica, tenendo nota del tempo dedicato a ciascuna lingua su un foglio Excel.

Esaminando i registri degli ultimi sedici mesi, Erard ha calcolato che Argüelles aveva trascorso il 40 per cento della sua vita, sonno escluso, studiando cinquantadue lingue, ciascuna per un numero di ore che andava dalle 456 (per l’arabo) alle quattro (per il vietnamita). “Dal mio punto di vista esistono tre tipi di poliglotti”, ha spiegato a Erard. Ci sono “i geni assoluti, quelli che eccellono in tutto ciò che fanno”, i Mezzofanti, “che sono bravi solo con le lingue”, e “quelli come me.” Rifiutava di considerarsi un caso speciale: era semplicemente uno stacanovista.

Verso la fine del seicento George Psalmanazar girò per l’Europa spacciandosi di volta in volta per irlandese, giapponese e formosano

Erard è un signore pensoso di cinquant’anni, con un’aria da ragazzino e una capacità di ascoltare che apprezza molto negli altri. Lo incontro al Max Planck institute di Nijmegen, dove sta concludendo una residenza per scrittori di un anno in attesa di tornare nel Maine con la famiglia. “Solo quando ho terminato il libro mi sono accorto che molte delle storie avevano un filo comune”, mi dice. Passeggiamo per il bosco che circonda l’istituto, in mezzo al canto brioso degli uccelli di maggio, una babele di voci. I soggetti che ha preso in esame, riflette Erard, si sono ritrovati isolati dalla massa dei comuni mortali per via della loro struttura mentale o della loro ossessione. Hanno accettato e coltivato la loro diversità. Ma se è vero che la parola ci distingue come esseri umani, a queste persone mancava una dote strettamente correlata: la capacità di stabilire un contatto. Ogni nuova lingua era un potenziale canale, una via di fuga dalla solitudine. “Non mi ero reso conto che era anche la mia storia”, dice.

Un metodo improvvisato

Io e Rojas-Berscia prendiamo un volo economico da Bruxelles a Malta, dove arriviamo a mezzanotte. L’aria profuma d’estate. Il tassista dà per scontato che siamo madre e figlio. “Come si dice ‘madre’ in maltese?”, gli chiede Rojas-Berscia in inglese. Arrivati all’hotel conosce già l’intera famiglia maltese. Due novelli sposi del posto, ancora in abiti nuziali, stanno facendo il check-in. “Come si dice ‘congratulazioni’?”, chiede Rojas-Berscia. Nifrah, gli rispondono.

Siamo entrambi affamatissimi, per cui posate le valigie andiamo in un bar. È sabato sera, e le viuzze del quartiere sono piene di gente e di musica assordante. Mi ero immaginata una scena un po’ diversa: una pensione caratteristica in una piazzetta tranquilla, magari con un cavaliere di Malta in bronzo circondato dalle bougainvillee. Ma Rojas-Berscia non si distrae facilmente. Tirando fuori un quaderno, annota i termini di parentela che ha appena imparato. Poi controlla il telefono. “Ho mandato un messaggio alla nostra guida linguistica”, mi spiega. “È un personal trainer che ho trovato su internet, comincio ad allenarmi con lui domattina. La palestra è un buon posto per imparare gli avverbi”. Il trainer arriva e beve una birra con noi: abiti troppo eleganti, capelli laccati e un’aria losca. Rojas-Brescia gli ha pagato la lezione in anticipo, ma il giorno dopo l’uomo non si presenterà. Non è, come scopriremo, il suo unico lavoro.

Non mi aspettavo che Rojas-Berscia imparasse un perfetto maltese in una settimana, ma mi stupisce il carattere improvvisato del suo metodo. Per diversi giorni ascolta rapito le conversazioni della gente del posto, nei mercati, nei caffè e durante i lunghi spostamenti in autobus, immergendosi nel mare caldo delle loro voci. Se prendiamo un taxi per visitare qualche chiesa o rovina, lui si siede davanti e chiede al tassista d’insegnargli qualche espressione maltese comune, o di raccontargli una barzelletta. Non prende nota di questi incontri, ma al taxi o al negozio successivo usa le nuove espressioni per avviare una conversazione.

Gli iperpoliglotti mostrano un’immancabile “volontà plastica”, scrive Erard riferendosi alla plasticità del cervello. Ma quella che osservo è una plasticità di altro tipo, che io stessa una volta possedevo. A poco più di vent’anni imparai due lingue simultaneamente, la prima “dormendo con il dizionario”, come dicono i francesi, e l’altra bevendo molto vino e accettando le figuracce che facevo blaterando con gli sconosciuti. Invecchiando ho perso la capacità di lasciarmi andare. Il mio problema con il vietnamita è stato quello. Una lingua va vissuta, non semplicemente parlata, e per padroneggiarla bisogna essere un po’ istrioni. Avrei dovuto girare per Little Saigon invece di fissare uno schermo.

I maltesi sono lusingati dall’interesse di Rojas-Berscia per la loro lingua, ma li sconcerta che si prenda la briga d’impararla: a che gli serve? Una risposta viene dalla loro storia. L’arcipelago maltese è quasi letteralmente un trampolino dall’Africa all’Europa. I suoi primi abitanti conosciuti erano coltivatori del neolitico, seguiti da quelli che costruirono il complesso templare di Gozo. Intorno al 750 aC alcuni mercanti fenici stabilirono a Malta una colonia, poi conquistata dai romani e quindi dai bizantini, a loro volta scacciati dagli aghlabidi. Nell’undicesimo secolo approdò una comunità araba proveniente dall’emirato di Sicilia, che mise radici così profonde che nemmeno le ondate di conquista cristiane – normanne, sveve, aragonesi, spagnole, siciliane, francesi e britanniche – riuscirono a cancellarle. È dalla loro lingua che derivano la grammatica della lingua maltese e un terzo del suo vocabolario, cosa che fa del malti l’unica lingua semitica dell’Unione europea. L’ebraico di Rojas-Berscia lo aiuta con i plurali, le coniugazioni e alcune radici. Quanto al resto del lessico, circa metà viene dall’italiano, con prestiti dall’inglese e dal francese. “Dovevamo scegliere l’uiguro”, scherzo con lui. “Così per te è troppo facile.”

È la linguistica ad aver dato a Rojas-Berscia gli strumenti che mancano alla gente comune. Ma ad attirarlo verso la linguistica è stata in parte la sua tendenza alla sistematizzazione. “I nomi non me li ricordo”, mi dice, ma ha una straordinaria capacità di ricordare il parlato. “Mi serve un giorno per imparare i fondamentali”, ha stimato durante l’organizzazione del viaggio. I fondamentali comprendevano “formazione dei predicati, espressione delle quantità, negazione, pronomi, numeri, aggettivi come ‘bello’, ‘brutto’ e simili. Alcune congiunzioni: ‘ma’, ‘perché’, ‘quindi’. I verbi copulativi come ‘essere’ e ‘sembrare’. Qualche verbo di sopravvivenza come ‘aver bisogno’, ‘mangiare’, ‘vedere’, ‘bere’, ‘volere’, ‘andare’, ‘comprare’ e ‘ammalarsi’. Più un bel pacchetto di sostantivi. Poi mi faccio dare dalla nostra guida un paradigma – ‘Io mangio una mela, tu mangi una mela’ – ed è fatta”. È lo stesso percorso, mi rendo conto, che ho fatto io con il vietnamita – tôi ăn môt qua táo – solo che a me ci sono voluti sei mesi.

Bed of roses (Cecilia Paredes)

Ma trovare la guida giusta non è facile. Suggerisco di provare all’università. “Solo come ultimo ripiego”, dice Rojas-Berscia. “Preferisco evitare gli intellettuali. Mi serve il maltese di strada, non quello dei libri”. Come farebbe in Amazzonia? “Quando si tratta di lingue indigene, in assenza di una lingua franca come riferimento, le ricerche monolingui sul campo sono più difficili, ma anche molto belle”, risponde. “Cominci stringendo un legame con la gente, imparando a salutarla nel modo corretto e osservandone i gesti. Nella linguistica culturale, le regole di comportamento sono importanti almeno quanto quelle grammaticali. Non si tratta solo di scoprire l’algoritmo. L’obiettivo è diventare parte di una società”.

Dopo il fiasco con il personal trainer, ci mettiamo in cerca di volontari disposti a passare un’oretta con noi per un drink o un caffè. Proviamo con un tatuatore con i dreadlock biondi, con una studente di fisiologia della Valletta, con un cameriere di Gozo e con una minuscola vecchietta che vende i biglietti per le catacombe vicino a Mdina (uno dei set del Trono di spade). Come quasi tutti i maltesi parlano un buon inglese, anche se Rojas-Berscia presta attenzione ai loro errori. “Quando uno ti dice ‘arrabbiato per me’ capisci qualcosa della sua lingua, rappresenta una convenzione del maltese. L’ostacolo più grande, se vuoi sembrare un madrelingua, sono proprio le convenzioni linguistiche”.

Il terzo giorno Rojas-Berscia contatta un maltese che ha conosciuto su Face­book, che c’invita a cena a Birgu, una cittadina medievale fortificata dai cavalieri di Malta nel cinquecento. Oggi il suo porticciolo è un approdo turistico per mega-yacht, anche se un avvizzito barcarolo continua a traghettare la gente comune dal molo di Birgu a Senglea. Il lungomare è una fila di vecchi palazzi in calcare corallino, le cui facciate risaltano nel tramonto. Ordiniamo vino maltese e ammiriamo il panorama. Ma non appena Rojas-Berscia apre il quaderno, la sua attenzione s’inchioda al compito. “Per favore, non dirmi se un verbo è regolare o meno”, dice all’amico un po’ troppo solerte. “Voglio che sia il mio cervello a classificare”.

“La genetica del talento è un tema delicato. Ma non si può negare che il genoma crei certe predisposizioni”

L’età per imparare

Il cervello di Rojas-Berscia è molto interessante per Simon Fisher, un neurogenetista di fama internazionale che lavora anche lui al Max Planck institute di Nijmegen. Nel 2001 Fisher faceva parte del team di Oxford che ha scoperto il gene Foxp2 e ne ha identificato una mutazione ereditaria responsabile della disprassia verbale, un grave disturbo del linguaggio. La stampa ha erroneamente spacciato il Foxp2 come “gene del linguaggio”, nonché come la prova della teoria di Noam Chomsky secondo cui l’Homo sapiens avrebbe acquisito la capacità di sviluppare il linguaggio grazie a una mutazione spontanea e la sintassi sarebbe un elemento innato. Una qualche versione di questo gene, però, è presente anche in altri animali, e quasi tutti i ricercatori che ho incontrato ritengono che il linguaggio sia, per usare le parole di Fisher, “un ibrido bioculturale” dalla genesi più complessa di quanto pensi Chomsky. La questione è oggetto di aspre controversie.

Il laboratorio di Fisher a Nijmegen si occupa di patologie del linguaggio, ma lui ha cominciato a indagare sulle variazioni del dna legate al virtuosismo linguistico. Una di queste eccezioni è già stata scoperta dalla neuroscienziata Sophie Scott: una porzione di materia grigia presente dalla nascita nella corteccia uditiva di alcuni fonetisti. “La genetica del talento è un territorio inesplorato”, dice Fisher, “oltre a essere un concetto difficilmente inquadrabile in termini sperimentali. È anche un tema delicato. Ma non si può negare che il genoma crei certe predisposizioni”.

La genetica del talento può forse scoraggiare gli appassionati di lingue che aspirano a diventare dei Mezzofanti. La prossima frontiera della ricerca sono gli studi transgenerazionali, che cercheranno di stabilire in che misura la genialità linguistica sia ereditaria. Argüelles è figlio di un poliglotta, così come lo era Kató Lomb. La figlia di Simcott potrebbe dare un contributo a una scienza ancora agli albori. Nel frattempo, Fisher continua a reclutare eccezioni come Rojas-Berscia, raccogliendone la saliva: spera che quando avrà confrontato abbastanza campioni riuscirà ad arrivare a delle conclusioni. “È necessario stabilire una soglia”, dice. “Tendiamo a pensare che dovrebbe essere venti lingue, invece delle attuali undici. D’altra parte, con un numero di lingue più basso abbiamo un campione più ampio”.

Lo interrogo su un’altra soglia: il tempo che ci vuole per imparare una lingua senza accento. Si dice che dopo la pubertà si perde la capacità di diventare una spia. Fisher mi spiega perché questo vale per la maggior parte delle persone. Maturando, il cervello rinuncia alla sua duttilità in favore della stabilità. Una volta padroneggiata la lingua madre, la plasticità fonetica dell’infanzia diventa superflua, e un normale cervello destina quei circuiti ad altri usi. Simcott però ha imparato tre delle lingue in cui viene preso per un madrelingua dopo aver compiuto vent’anni. Corentin Bourdeau, che è cresciuto nel sud della Francia, viene scambiato per uno del posto a Lima come a Teheran. Gli esperimenti finalizzati ad ampliare o recuperare la plasticità per curare i disturbi della percezione possono anche migliorare la capacità di apprendimento. A Harvard Takao Hensch ha scoperto che il valproato, un farmaco usato per l’epilessia, le emicranie e il disturbo bipolare, può riaprire il periodo critico per lo sviluppo visivo nei topi. “Può funzionare anche per il linguaggio?”, si chiede Fisher. “Per il momento non lo sap­piamo”.

Io e Rojas-Berscia ci salutiamo sul treno da Bruxelles a Nijmegen, dove lui scende e io proseguo per l’aeroporto di Amsterdam. Deve finire la sua tesi sull’approccio di flusso, per poi andare a studiare le lingue aborigene in Australia. Gli chiedo di valutare il nostro piccolo esperimento. “La grammatica è stata facile”, dice. “L’ortografia un po’ più difficile, e i verbi mi sembrano un caos”.

La sua abilità ha sbalordito i nostri consulenti, ma lui aveva sperato di fare di meglio. È riuscito a leggere pezzi di quotidiano e a chiacchierare del più e del meno. Ha imparato qualcosa come mille parole. Quando un tassista gli ha chiesto se viveva a Malta da un anno, ha riso imbarazzato. “Ovviamente mi ha fatto piacere”, ha aggiunto. “E il suo entusiasmo sui miei progressi l’ha stimolato ad aiutarci”. “Il suo entusiasmo per i tuoi progressi”, lo correggo affettuosamente. Una rarissima svista.

Cecilia Paredes

Di lì a una settimana mi trovo su un altro treno, stavolta da New York a Boston. Fisher mi ha messo in contatto con la sua collaboratrice Evelina Fedorenko, una neuroscienziata cognitivista che al Massachussetts institute of technology (Mit) dirige quello che i suoi dottorandi chiamano EvLab. La prima email che le ho scritto è tornata indietro: era in congedo di maternità. Ma poi mi ha risposto che mi avrebbe incontrato con piacere. “Soffre di claustrofobia?”, mi ha chiesto. In caso contrario, diceva, potevo farmi un giro sulla sua apparecchiatura da risonanza magnetica funzionale, per vedere quello che fa con gli iperpoliglotti.

Fedorenko è minuta e bionda, con lineamenti delicati. È nata a Volgograd nel 1980. “Dopo il crollo dell’Unione Sovietica abbiamo sofferto la fame, e non è stato divertente”, dice. Il padre era alcolizzato, ma sia lui sia la madre volevano aiutarla a mettere a frutto il suo straordinario potenziale matematico e scientifico, e questo significava emigrare. A quindici anni Fedorenko ha ottenuto un posto in un programma di scambio e ha trascorso un anno in Alabama. Nel 1998 Harvard le ha concesso una borsa di studio completa che le ha permesso di accedere alla scuola di specializzazione dell’Mit, per studiare linguistica e psicologia. Lì ha conosciuto lo scienziato cognitivo Ted Gibson. Si sono sposati, e oggi hanno una figlia di un anno.

Nel paese delle meraviglie

Un pomeriggio la vado a trovare a casa, a Belmont. Passa più tempo possibile con la figlia, che gorgheggia come un uccellino. “La mia domanda fondamentale è questa”, dice. “Come faccio a trasmettere un pensiero dalla mia mente alla sua? Cominciamo chiedendoci dove si situa il linguaggio nell’architettura generale della mente. Dal punto di vista evolutivo è un’invenzione recente, che risale a un momento in cui i meccanismi cerebrali erano già formati”. Il linguaggio condivide qualcuno di questi meccanismi con altre funzioni cognitive? Oppure è autonomo? Per trovare una risposta, Fedorenko ha sviluppato una serie di “compiti di localizzazione” da svolgere in una macchina per la risonanza magnetica funzionale. Il suo primo obiettivo era individuare l’area della corteccia che reagisce al linguaggio. I compiti comprendevano la lettura o l’ascolto di una sequenza di frasi, alcune delle quali distorte o composte da parole senza senso.

Non usiamo le stesse parti del cervello per la musica e per la parola. E l’esperienza personale complica ulteriormente il quadro

L’area della corteccia in questione si è rivelata separata dalle regioni coinvolte in altre forme di pensiero complesso. Per fare un esempio, non usiamo le stesse parti del cervello per la musica e per la parola, anche se sembra un controsenso, specie nel caso delle lingue tonali. Ma l’intonazione occupa uno spazio neurale tutto suo, mi spiega Fedorenko. E l’esperienza personale complica ulteriormente il quadro. “Chi sa leggere usa una certa regione della corteccia per riconoscere le lettere”, dice. “Gli analfabeti non possiedono quella regione, ma possono svilupparla se imparano a leggere”.

Per trarre delle conclusioni di ordine generale, Fedorenko ha dovuto studiare le variazioni nelle competenze linguistiche tra individuo e individuo, scoprendo che possono essere rilevanti. L’intensità dell’attività di risposta ai test di localizzazione era idiosincratica: alcuni cervelli si attivavano più di altri. Ma questo sollevava un’altra questione: una maggiore attività corrispondeva anche a una più spiccata predisposizione per le lingue? O era vero il contrario, vale a dire che la corteccia di un genio linguistico mostrava meno attività perché era più efficiente?

Chiedo a Fedorenko se ha motivo di credere che il cervello dei maschi omosessuali, mancini e nello spettro autistico sia avvantaggiato nell’apprendimento delle lingue. “Queste affermazioni del genere hanno solo un valore aneddotico”, risponde. “Tanto per cominciare, i maschi sono più incoraggiati a porsi obiettivi intellettuali.”

Inizialmente gli studi di Fedorenko avevano per oggetto i monolingui inglesi, o i bilingui che parlavano anche spagnolo o mandarino. Ma nel 2013 per la prima volta ha preso in esame un genio. “Abbiamo saputo di un ragazzo della zona che parlava trenta lingue, e l’abbiamo coinvolto”, dice. Il ragazzo le ha presentato altre persone eccezionali, e ampliando le sue ricerche Fedorenko si è trovata ad aver bisogno di materiali in un’ampia gamma di lingue. All’inizio ha usato passaggi della Bibbia, ma poi Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie si è rivelato più adatto. Finora l’EvLab ha acquistato più di quaranta traduzioni del libro, e Fedorenko vuole aggiungere compiti nella lingua dei segni.

In dodici anni di lavoro, è convinta di aver fatto alcune scoperte. Tutti i soggetti che ha preso in esame mostrano una minor attività cerebrale quando lavorano nella loro madrelingua: non hanno bisogno di sforzarsi. A mano a mano che la lingua dei test si fa più impegnativa, sollecita una maggior attività neurale, ma quando diventa senza senso l’attività cala: il cervello sembra arrendersi quando un compito risulta inutile. Anche gli iperpoliglotti si sforzano di più con le lingue che conoscono meno. Ma il loro “di più” è comunque minore rispetto agli sforzi della gente comune. Sembra che il loro vantaggio non sia la capacità, ma l’efficienza. Indipendentemente dalla difficoltà del compito, per elaborare il linguaggio usano una porzione più piccola del cervello: meno tessuto e meno energia.

Tutte le cavie di Fedorenko, me compresa, si sono inoltre sottoposte a un impossibile test di memoria non verbale: ricordare la posizione di una serie di riquadri che si accendono e spengono freneticamente su una griglia. Questa prova sollecita una rete neurale separata dalla corteccia del linguaggio, il sistema delle funzioni esecutive. “Il suo compito è quello di alimentare l’intelligenza fluida generale”, spiega Fedorenko. Che tipo di supporto può dare a un prodigio linguistico? “Qualcuno sostiene che imparare le lingue rende più intelligenti”, risponde lei. “Purtroppo non ci sono prove. Ma facendo ascoltare una lingua sconosciuta alla gente ‘normale’, i loro sistemi delle funzioni esecutive non mostrano una particolare reattività. Quelli dei poliglotti invece sì. Potrebbe essere lo sforzo di afferrare un segnale linguistico”. O forse è proprio lì che risiede il loro genio.

Senza una grossa dose di valproato, la maggior parte di noi non imparerà mai ventotto lingue come Rojas-Berscia. Quanto al mio cervello, sospettavo che la risonanza avrebbe individuato una massa di spaghetti al sugo attraversata da flebili lucine di Natale. Dopo il test di memoria ne ero ormai convinta. “Non si preoccupi”, mi ha rassicurato Matt Siegelman, il tecnico di Fedorenko. “Falliscono tutti, o quasi”.

La diplomatica doccia fredda di Siegelman mi ha risvegliato dalle avventure nel paese delle lingue. Ma mentre me ne andavo ho notato una copia di Alice nel paese delle meraviglie in vietnamita, e sono orgogliosa di annunciare che sono riuscita a individuare “coniglio bianco” (tho trăng), “ora del tè” (tiêc trà), e ăn tôi, che significa “mangiami”. Tiè. ◆mc

Le foto di questo articolo fanno parte della serie di autoritratti Eternally camouflaged, dell’artista peruviana Cecilia Paredes.

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 146. Compra questo numero | Abbonati