Di recente l’Australia ha deciso di avviare un esperimento ambizioso: dalla fine del 2025 chi ha meno di sedici anni non può creare un profilo su piattaforme come TikTok, YouTube e Instagram. Dato che nessun paese ha mai tentato niente di simile, è impossibile prevedere gli effetti nell’immediato. E potrebbe essere difficili valutarli anche dopo anni.
Detto questo, la lunga esperienza dei governi con le misure per limitare l’accesso dei giovani alle tentazioni di altro tipo – droghe, alcol, sigarette, pornografia – giustifica un cauto ottimismo. Il divieto, infatti, potrebbe avere effetti positivi, permettendo agli errori di gioventù di restare localizzati e trascurabili invece di trasformarsi in marchi indelebili su una psiche ancora in fase di sviluppo. In questo modo sarà possibile concedere ai ragazzi più tempo per crescere e costruire le abilità sociali e i legami indispensabili per una vita appagante.
Prima di scendere nei dettagli è importante analizzare due visioni istintive e scettiche nei confronti dei divieti relativi ai social media. La prima consiste nella convinzione che, a prescindere da quanto possa essere ben congegnato o severo il divieto, molti ragazzi troveranno il modo di aggirarlo. Secondo questa logica, però, bisognerebbe rendere legale il furto e lo scarico di rifiuti tossici perché le leggi che li proibiscono non sono efficaci al 100 per cento. Naturalmente molti adolescenti australiani avranno già trovato il modo di aggirare il divieto, ma il perfezionismo non dev’essere mai nemico del progresso.
Il secondo errore è pensare che tutte le proibizioni siano come la tanto criticata guerra alla droga, che secondo molte analisi ha favorito la povertà e la violenza e ha mandato troppe persone in prigione. Tuttavia, il divieto di usare i social media non somiglia alla guerra alla droga. La verità è che la maggior parte dei divieti introdotti dai governi su alcuni beni e servizi destinati ai giovani, agli adulti o a entrambi non crea problemi sociali devastanti. Tra l’altro le violazioni del divieto australiano prevedono multe contro le aziende, non certo il carcere per i ragazzi. La lezione che possiamo imparare da altri divieti è che nella maggior parte dei casi hanno prodotto gli effetti sperati, riducendo l’attività che volevano ostacolare. Gli infortuni provocati dai fuochi d’artificio, per esempio, sono meno numerosi negli stati che hanno leggi più restrittive, mentre sono aumentati in quelli che hanno ammorbidito le norme tra la fine del novecento e l’inizio del duemila. Ma forse il paragone più calzante è quello con i limiti di età per l’acquisto e il consumo di tabacco, alcol e cannabis, molto comuni in tutto il mondo e studiati approfonditamente.
I social media considerano la legge australiana una grave minaccia
Genitori permissivi
Naturalmente il rispetto delle leggi non è mai totale. I dati dei Centers for disease control and prevention statunitensi indicano che a febbraio il 4 per cento degli studenti delle scuole superiori ha fumato una sigaretta, il 17 per cento ha fatto uso di cannabis, il 17 per cento ha usato le sigarette elettroniche e il 22 per cento ha consumato alcool, nonostante la legge lo vieti allo loro età. Grazie ad amici e fratelli più grandi, a genitori permissivi, a documenti falsi e a venditori senza scrupoli, alcuni ragazzi riescono a violare i divieti. Tattiche simili potrebbero essere adottate per aggirare anche la norma sull’uso dei social media. Eppure questi comportamenti sono molto più diffusi tra gli adulti e registrano un improvviso aumento al compimento dell’età prevista per il consumo, un chiaro indicatore del fatto che i divieti hanno un impatto reale.
Vari studi suggeriscono che pure quando i divieti sono solo parzialmente efficaci, possono comunque favorire una riduzione del consumo delle sostanze tra i minorenni. E possono produrre altri effetti positivi: esaminando la graduale imposizione di leggi che negli anni ottanta in diversi stati hanno alzato da 18 a 21 anni l’età minima per il consumo di alcolici, i ricercatori hanno scoperto che, malgrado in tanti tra i 18 e i 20 anni avessero continuato a ignorare il divieto, la misura aveva comunque ridotto il consumo in quella fascia d’età, favorendo anche un calo degli incidenti stradali.
L’analisi di una serie di altri studi ha dato risultati ancora più incontrovertibili, “chiudendo” di fatto il dibattito sull’efficacia dell’innalzamento dell’età per il consumo di alcolici. Leggi simili introdotte alla fine del decennio scorso per portare a 21 anni l’età minima per l’acquisto di tabacco hanno prodotto risultati analoghi.
L’adolescenza è una fase caratterizzata da un’alta neuroplasticità in cui si forma gran parte delle abitudini, buone o cattive, che ci porteremo dietro per tutta la vita. È per questo che le aziende pagano di più per pubblicizzare i loro prodotti durante i programmi televisivi che attirano i giovani, ed è per lo stesso motivo che i social media considerano la nuova legge australiana una grave minaccia a lungo termine. Le persone hanno generalmente una minore probabilità di diventare dipendenti da qualcosa se ci entrano in contatto quando il loro cervello è pienamente sviluppato (intorno ai 25 anni).
Ogni anno dell’adolescenza in cui un ragazzo evita di cominciare a consumare un prodotto che crea dipendenza comporta una riduzione del rischio di sviluppare un rapporto problematico con la sostanza in questione. Analizzando un gruppo di soggetti di varie età (fino a 53 anni), i ricercatori hanno dimostrato che gli individui cresciuti negli stati e nei periodi storici in cui era stata innalzata l’età minima per il consumo di alcolici presentavano un’incidenza ridotta di episodi di intossicazione da alcol.
Gli effetti positivi dell’innalzamento dell’età minima per il consumo di sostanze che creano dipendenza non garantiscono che il vincolo relativo ai social media avrà lo stesso successo. Poiché per consumare alcol, tabacco o cannabis bisogna possedere l’oggetto fisico, è possibile creare strumenti di controllo, per esempio verificare l’età attraverso con un documento. Questi strumenti, però, sono difficili da replicare online. Inoltre per i genitori, gli insegnanti e altri adulti che lavorano con i ragazzi è più facile notare il consumo di sostanze proibite (sentire l’odore del fumo, notare segni di ubriachezza) che rilevare un uso illecito di Instagram.
Tuttavia, sotto altri aspetti, vietare l’accesso ai social media potrebbe essere più facile. Molti adolescenti, per esempio, se ne vogliono staccare perché capiscono che danneggiano il loro benessere, ma hanno bisogno di mantenere una presenza online per non perdere contatto con gli altri. Un’interessante ricerca economica ha riscontrato che molti utenti dei social media sarebbero disposti a pagare pur di non doversi staccare dalle piattaforme mentre gli altri continuano a usarle, ma tanti di loro sarebbero anche disposti a pagare affinché le piattaforme siano disattivate per tutti.
Un divieto potrebbe risolvere questo dilemma legato all’azione collettiva, così come il bando degli steroidi nelle gare sportive evita agli atleti di sentirsi obbligati a danneggiare il proprio corpo pur di competere con avversari dopati. I ragazzi possono guardare pornografia da soli (e presumibilmente preferiscono farlo), ma i social media diventano molto meno attraenti se anche i tuoi conoscenti non possono usarli.
La sostenibilità politica
Un tema importante è la sostenibilità politica. Per molto tempo la proibizione della cannabis è stata praticamente universale negli Stati Uniti. Poi la situazione è cambiata all’improvviso grazie a una combinazione tra gli interessi aziendali e l’attivismo di sinistra contrario a punire i consumatori, soprattutto quelli appartenenti a minoranze svantaggiate. Il caso dei social media, come prevedibile, ha già incontrato la resistenza delle grandi aziende. Ma dato che non colpisce i consumatori che infrangono le regole, i nemici del bando potrebbero avere grosse difficoltà a ottenere un sostegno politico trasversale.
È raro che le iniziative politiche siano del tutto positive. Il divieto, in questo senso, richiederà dei compromessi. Magari tra qualche anno scopriremo che i ragazzi dell’Australia rurale si sentono più isolati, ma i punteggi nei test sulla capacità di lettura sono in crescita in tutto il paese. Oppure che il divieto favorirà sia la partecipazione alle attività sportive sia l’uso compulsivo dei videogiochi. Gli elettori australiani dovranno stabilire quali compromessi saranno disposti ad accettare. A prescindere dalla loro scelta, avranno fatto un favore agli altri paesi sperimentando una nuova soluzione, in un momento in cui il mondo affronta la sfida di convivere con tecnologie sempre più potenti. ◆ as
Gli autori
Keith Humphreys insegna psichiatria e scienze comportamentali all’università di Stanford, negli Stati Uniti. Jonathan Caulkins insegna ricerca operativa e politiche pubbliche alla Carnegie Mellon university, negli Stati Uniti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati