Se Anthony Frith avesse saputo quant’era facile entrare nel mondo del cinema, probabilmente avrebbe cominciato prima. Frith conosceva la Asylum – la casa di produzione di Los Angeles che sforna film a basso costo ed è diventata famosa con Sharknado – da quando aveva comprato un cofanetto da tre dvd in un negozio di Adelaide, in Australia, e li aveva guardati uno dietro l’altro con gli amici. “Mi sono innamorato del genere”, dice a proposito del trittico composto da Triassic world, 30,000 leagues under the sea e I am Omega.
Facciamo un salto in avanti di circa dieci anni e arriviamo al 2023, quando Frith ha deciso finalmente di tentare la sorte e ha inviato un’email a David Latt, uno dei fondatori della Asylum. In quell’occasione si è limitato a scrivere che aveva un’idea e avrebbe voluto discuterla con lui, ma in realtà il suo piano era molto più ambizioso: voleva dirigere un b-movie (un film con mezzi di produzione limitati e attori poco noti, di solito molto violento). A dire il vero quella sfacciataggine combaciava alla perfezione con i metodi della Asylum. “Sono bastati tre minuti su Zoom e mi hanno fatto un contratto”, racconta Frith ridendo.
Affidare un lungometraggio a un regista australiano alle prime armi non era esattamente una scelta ovvia, a prescindere da quanto il contratto fosse sbilanciato a favore della casa di produzione. Frith aveva seguito un paio di corsi di regia, ma a parte alcuni tentativi rudimentali insieme agli amici il suo curriculum si limitava a qualche pubblicità, compresa una per l’impresa di pulizie gestita dai suoi genitori. Se Frith era il nuovo Martin Scorsese, fino a quel momento l’aveva nascosto davvero bene.
In ogni caso, non si è presentato a mani vuote. La sua proposta per dirigere un film comprendeva anche un documentario che ne seguiva la lavorazione. “Ne abbiamo parlato nella stessa conversazione”, spiega. “Ho chiesto di girare il film e mi avrebbero permesso di farlo in ogni caso. Poi è arrivato il documentario. Per quanto ne sappia, sono il primo regista ad aver ottenuto un contratto semplicemente contattando una casa di produzione”.
Considerando che la Asylum ha prodotto circa 350 film, è sorprendente che fino a quel momento nessuno avesse mai pensato di realizzare un “dietro le quinte”. Come ha reagito Latt a quella proposta? “Ha pensato che fosse molto divertente. Mi ha detto: ‘Il film lo facciamo a prescindere, ma se vuoi puoi girare anche il documentario’”, risponde Frith.
A quel punto il regista – che oggi ha 36 anni ed è un tipo dai modi gentili con una moglie, un figlio di un anno e una casa di mattoni ad Adelaide – si è imbarcato in un’avventura folle che l’ha portato a dirigere non uno, ma addirittura due film: il lungometraggio di fantascienza The land that time forgot (basato sul romanzo del 1914 dell’autore di Tarzan Edgar Rice Burroughs, di pubblico dominio dunque perfetto per le produzioni a basso costo della Asylum, visto che non andavano pagati i diritti d’autore) e Mockbuster, il documentario sulla realizzazione del film.
Andata e ritorno
Dietro i suoi modi pacati, Frith nasconde una grande tenacia. Per finire il documentario ci ha messo due anni: ha dovuto seguire un lungo processo per girarlo e montarlo, dato che tra i finanziatori del progetto c’era un ente pubblico, Screen Australia.
Senza il documentario a complicare le cose, i finanziatori di Hollywood “avrebbero semplicemente inviato la sceneggiatura e io avrei cominciato subito”, racconta Frith. “Ma hanno temporeggiato per darmi il tempo di poter fare anche Mockbuster”.
◆ 1990 Nasce ad Adelaide, in Australia.
◆ 2006 Si appassiona ai documentari dopo aver visto Grizzly man di Werner Herzog.
◆ 2023 Anche se non ha mai diretto un film, propone alla casa di produzione statunitense Asylum di girarne uno, e di realizzare anche un documentario sulla lavorazione.
◆ 2025 Il documentario esce nelle sale australiane con il titolo Mockbuster, dopo essere stato presentato al festival di Cannes.
In realtà in questo caso il termine “finanziatori” è piuttosto lusinghiero. Come scopriamo in Mockbuster (che da questo momento chiameremo “il documentario”) il budget totale per The land that time forgot (che da questo momento chiameremo generosamente “il film”) ammontava a circa 73mila dollari. Il compenso di Frith? Il prezzo di un biglietto di andata e ritorno per Los Angeles.
Nel documentario, costato circa dieci volte di più rispetto al film, vediamo Frith volare a Los Angeles in due occasioni, la prima per incontrare la squadra della Asylum (la riunione in cui ha proposto la sua idea per il documentario è stata ricreata a beneficio di telecamera, perché Frith aveva dimenticato di registrarla) e la seconda per girare altre scene del film.
In entrambi i casi il regista ha pagato di tasca sua (per essere più precisi, le spese del viaggio per lui e per la sua piccola troupe sono state inserite nel budget del documentario). Gran parte delle riprese sono state fatte nei dintorni di Adelaide. Non che dal film si capisca: all’inizio di The land that time forgot la telecamera sorvola un’isola tropicale montuosa e lussureggiante (si direbbero le Hawaii), un panorama molto diverso dalla costa pianeggiante della capitale dell’Australia meridionale. È incredibile cosa si può fare con i filmati d’archivio.
Dopo che Frith ha preparato il documentario, la Asylum gli ha fatto sapere cosa avrebbe dovuto girare. La produzione sarebbe partita in tre settimane e ne sarebbero passate due prima di ricevere il copione. Nessuno aveva organizzato la selezione del cast o dei luoghi per le riprese, Frith avrebbe dovuto pianificare tutto in base al programma di una pagina che si era portato dietro dagli Stati Uniti.
“È stato completamente folle”, racconta riferendosi alla tempistica del lavoro. “Quello non era un caso particolare, tra l’altro. Loro lavorano sempre così”.
Frith aveva bisogno di un produttore esperto per completare il progetto, ma non riusciva a convincere nessuno perché le persone a cui lo proponeva pensavano che non fosse fattibile, soprattutto dopo aver visto il budget. “Nessuno voleva prendersi un impegno perché temeva le ripercussioni sulla sua carriera”, racconta Frith. “Molti di loro non conoscevano la Asylum, avevano paura di essere finiti in una specie di scherzo”.
Fare un film in queste condizioni sarebbe difficile per chiunque. Ma Frith ne doveva girare due contemporaneamente. Ha cercato di mantenere le due attività separate, ma non è stato facile. “Ero collegato a un microfono e la troupe del documentario aveva gli auricolari, quindi io potevo parlare con loro ma loro non potevano parlare con me. Dovevo sussurrare al vento nella speranza che qualcuno mi sentisse”.
La troupe del film, naturalmente, sapeva che si stava girando anche un documentario. “Ma non volevo che recitassero pensando di essere ripresi. Preferivo un taglio da osservazione, volevo immortalare la realtà di quell’esperienza”.
A conti fatti, Frith non ha avuto bisogno di forzare la mano per strappare una risata. Fare un film con la Asylum e già di per sé una cosa folle. Dal giorno in cui ha ricevuto il programma al momento in cui ha visto il film finito sul grande schermo sono passate sei settimane. Le riprese, durate sei giorni, sono state intense. “Meno male che è stato breve. Un giorno in più e mi sarebbe scoppiato il cervello”.
Se dovesse tornare indietro, lo rifarebbe? Frith riflette prima di rispondere. “Ho avuto attacchi di panico. Avevo ulcere da stress e in fase di preproduzione c’è stato un momento in cui abbiamo pensato che sarebbe saltato tutto. Ma forse tra un po’ mi tornerà la voglia e implorerò la Asylum di darmi un altro lavoro. Se me lo offrissero, girerei volentieri un film sugli squali. L’Australia è il posto ideale”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati