Grazie a dio nella stanza non c’è nessuno con me. In linea di principio non avrei alcun problema a farmi vedere dalla mia famiglia mentre piango, ma trovarmi qui ad asciugarmi lacrime calde e salate mentre guardo Ozzy Osbourne mi sembra un po’ assurdo. In fondo stiamo parlando del sedicente “principe delle tenebre”, una specie d’imbonitore, un po’ demonio un po’ buffone un po’ caricatura di se stesso.

Credevo di conoscere Ozzy. Tutti credevamo di conoscerlo, che ci piacesse o no. Era il front­man giovane e carismatico dei Black Sabbath. Era l’artista eccessivo, fuori di testa e imbottito di droghe che ha staccato a morsi la testa di un pipistrello morto e che ha cercato di strangolare la moglie. Poi è diventato il pater familias tenero e spaesato del reality The Osbournes. Per molti è anche l’autore di un repertorio su cui ancora oggi si fonda gran parte dell’heavy metal. L’Ozzy che mi sta facendo piangere non è nessuna di queste cose.

Eccomi qui, sulla poltrona del soggiorno, con il portatile appoggiato sulle gambe e la caviglia, fresca di frattura, bloccata dal tutore e sollevata sul cuscino. Sto piangendo. In questa giornata di luglio del 2025, mentre il caldo mi tormenta il piede e il polpaccio, non riesco a staccare gli occhi da Ozzy. Si sta esibendo nell’ultimo concerto della sua straordinaria carriera al Villa park di Birmingham, davanti a un pubblico in delirio e a tutti quelli che, come me, hanno pagato per seguire la diretta in streaming. Non ci sono le solite mattane né quel sorriso demoniaco dagli occhi sgranati né il suo solito incessante andirivieni sul palco. È seduto su un trono a forma di pipistrello e canta con un’intensità straziante, interrompendosi di tanto in tanto solo per chiedere alla folla di battere le mani a tempo.

Per tutta la giornata ho seguito le esibizioni dei grandi nomi del metal, riuniti per rendere omaggio all’uomo che ha ispirato tanti di loro. Vecchie super­star come i Metallica, leggende in ascesa come i Gojira, talenti più giovani come Yungblud e Lzzy Hale: per una volta sono stati tutti relegati al ruolo di spalla, impegnati in brevi scalette dominate da cover di Ozzy e dei Black Sabbath. Adesso, finalmente, è il turno di Ozzy. Da anni aspettava l’occasione di congedarsi un’ultima volta dal suo pubblico. I problemi fisici e la pandemia l’avevano costretto a cancellare gran parte del tour d’addio. Ora, a tre anni dalla sua ultima fugace apparizione dal vivo durante una partita di football americano, è costretto a esibirsi seduto per via di un elenco impressionante di problemi di salute: il morbo di Parkinson, dolori acuti alla schiena e al collo e molto altro. Si vede che cantare gli costa uno sforzo immenso. Vorrebbe alzarsi in piedi, correre, trasformarsi ancora una volta nell’incarnazione del rock. È straziante.

Ozzy ripete quanto ci vuole bene e noi lo ricambiamo, io per primo. Anche attraverso lo schermo di un portatile, seduto in poltrona, mi sento travolgere da un’ondata di emozioni: amore, dolore, fragilità e senso della perdita.

Quando ho scoperto Ozzy e il metal ero alle soglie dell’adolescenza e i corpi dei musicisti mi sembravano l’incarnazione stessa della forza e della virilità. Le chiome ribelli, le pose falliche con la chitarra, la distorsione, le urla, il vibrato impossibile: quelli erano uomini! I loro corpi mi affascinavano, anche perché io, ebreo mingherlino e impacciato, sapevo che erano irraggiungibili.

Sono cresciuto in una famiglia ebraica del nord di Londra: una vita stabile, borghese, scandita dalle regole. Il metal non era così, e nemmeno Ozzy. Il metal era provocatorio, sfacciatamente incurante dell’ostilità e del dileggio che gli riservava il mondo della musica main­stream. Ozzy aveva costruito la sua esistenza inseguendo deliberatamente lo shock. La sua musica, e l’heavy metal in generale, esploravano i territori più oscuri: la violenza, la morte, il suicidio, l’occulto e tutti i piaceri della trasgressione.

Eppure, se avessi guardato un po’ più a fondo, avrei scoperto un altro Ozzy, che conviveva con quello che credevo di conoscere. Un Ozzy con cui forse avrei trovato più di un punto in comune. Anche fisicamente, del resto, non è mai stato un dio del metal. È sempre stato diverso dagli altri: paffuto, vulnerabile, un groviglio di emozioni e confusione, lontanissimo dall’immagine di una mascolinità dominante. Come me, sentiva disperatamente il bisogno d’incarnare il metal. Come me, spesso provava vergogna per la debolezza del suo corpo. A differenza di me, però, è riuscito in qualche modo a diventare il non plus ultra della mascolinità metal.

Ozzy ripete quanto ci vuole bene e noi lo ricambiamo. Anche attraverso uno schermo, mi sento travolgere da un’ondata di emozioni: amore, dolore, fragilità e senso della perdita

Passo la settimana che precede il concerto in preda ai dolori, dopo essere ruzzolato dalle scale nel cuore della notte. A farmi cadere è stato il biglietto per la festa del papà che mi ha regalato mia figlia (preferisco non soffermarmi troppo sulla metafora). Dopo un paio di giorni passati a zoppicare per casa, mi arrendo all’evidenza e vado a fare una radiografia. Mentre aspetto il risultato, mi chiama mio figlio per dirmi che si è laureato con il massimo dei voti. Mi lascio sfuggire un grido di gioia. Poi scopro che la caviglia è rotta.

Così passo il giorno prima dell’ultimo concerto di Ozzy in sedia a rotelle, facendomi spingere da una parte all’altra di una città universitaria per la cerimonia di laurea di mio figlio. È una giornata radiosa, quasi irreale. Ripenso alla diagnosi tardiva della sua disles­sia e a tutti i problemi scolastici che ha dovuto affrontare durante la pandemia.

Dopo una giornata così piena di emozioni, mentre guardo Ozzy dichiarare il suo amore alla folla, non riesco a scacciare del tutto quel senso di colpa strisciante che mi accompagna sempre e che nasce da un altro legame affettivo: per colpa dell’incidente alla gamba non sono potuto andare a trovare mio padre nella casa di cura dove vive ormai da quasi un anno. Come Ozzy, anche mio padre convive con il morbo di Parkinson e con una lunga serie di altri problemi di salute; per lui alzarsi in piedi è sempre un’impresa dall’esito incerto. Questa settimana non avrà nemmeno il conforto fugace di una mia visita. Ora sono io l’adulto, toccherebbe a me raccogliere il testimone dall’uomo che mi ha preso in braccio da bambino. Invece c’è solo la mia debolezza.

Un padre fragile, un figlio fragile. Immobile, guardo un uomo fragile che in qualche modo riesce a trascendere la sua condizione disperata. E allora piango, mentre l’eroica esibizione di Ozzy fa traboccare un vaso di emozioni già colmo.

Da anni studio il metal come accademico e ne scrivo ovunque mi pubblichino. So bene che oggi il metal è un mondo molto più variegato. Il miglior pub metal di Londra ha un menù vegano e il miglior negozio di dischi metal serve drink analcolici; ai festival ci sono piattaforme riservate alle persone con difficoltà motorie. Il metal viene perfino utilizzato come risorsa nei gruppi di autoaiuto. Eppure, l’esibizione di Ozzy mi porta a una consapevolezza diversa. Chi avrebbe mai pensato che il metal potesse diventare il luogo in cui una delle sue icone più trasgressive si sarebbe mostrata in tutta la sua fragilità, con una malinconia tanto struggente?

Confinato sul suo trono, che è anche un po’ una prigione, Ozzy sembra spaesato. Si capisce che alla frustrazione per la disabilità si accompagna anche un senso di vergogna. È felice dell’affetto che riceve, ma non può più interpretare il ruolo trasgressivo che l’ha reso famoso. È difficile assistere a un dolore così scoperto, al lutto per la perdita dell’uomo che è stato.

Ozzy ha contribuito a creare l’heavy metal, ma questo non significa che ne abbia capito fino in fondo la natura, le possibilità e le potenzialità. Del resto, per gran parte della storia del metal, non ci è riuscito nessuno. Tutti noi ci siamo lasciati sedurre dal mito della virilità del metal, al punto da dimenticare talvolta che si trattava, appunto, di un mito.

Ho la stessa età del metal, e mentre io invecchiavo è invecchiato anche il genere. Da adulto, come professore e scrittore, ho capito che l’apparente durezza del metal non è altro che una scorza dietro cui si nasconde qualcos’altro: la terribile consapevolezza che siamo tutti destinati a ritornare alla polvere e che nessuno può sfuggire ai limiti del corpo. Per quanto il metal possa talvolta sembrare un parco giochi per chi coltiva fantasie mitologiche di potenza, nel profondo parla anche di paura, disperazione e fragilità.

È sempre stato lì, davanti ai nostri occhi, nella discografia di Ozzy. Brani come Suicide solution (1980), So tired (1983) e Mama, I’m coming home (1991) hanno contribuito a fare del metal il linguaggio della sofferenza, perfino della debolezza. Lo stesso vale per artisti che da fuori sembrano incarnare l’ideale del guerriero metal. Molti musicisti saliti sul palco per l’addio a Ozzy hanno esplorato lo stesso territorio: Welcome home (Sanitarium) dei Metallica o I’m broken dei Pantera bruciano di dolore e rabbia.

Da studioso imparo in fretta. Da persona con un corpo e una certa tendenza alla vergogna e all’ansia, imparo con una lentezza esasperante. Vorrei aver interiorizzato prima ciò che avevo già capito da tempo sulla natura nascosta del metal. Come Ozzy, anch’io ho un corpo che ogni tanto mi tradisce (convivo con la sindrome da fatica cronica da più di trent’anni). E anche prima che la malattia si manifestasse, non mi è mai piaciuto il mio fisico dinoccolato e impacciato. Amavo il metal, ma sentivo di non poter essere metal. Ho scritto della tenerezza del metal molto prima di riuscire ad accettare la tenerezza e la vulnerabilità del mio corpo. Eppure, come Ozzy, ero molto più metal di quanto potessi immaginare. Qualcosa aveva cominciato a cambiare già negli ultimi anni. Per me, ebreo maschio e mingherlino, metal e vergogna erano sempre andati a braccetto. I miei figli, invece, sono cresciuti senza quel peso addosso: i loro gusti musicali e le loro fragilità erano semplicemente fatti della vita. Tutti e due hanno trovato da soli la strada per il metal, senza che io facessi quasi nulla.

Mia figlia, in particolare, si è completamente innamorata dell’arte metallara. Da persona con autismo, conosce bene il concetto del limite e dell’eccesso, pane quotidiano per la cultura metal. Da anni la porto ai concerti. Da un po’ di tempo, da quando le sue energie hanno cominciato a diminuire, la accompagno in sedia a rotelle nelle aree riservate alle persone con disabilità in vari locali e festival. A differenza di Ozzy – e di me – non si è mai sentita a disagio per il fatto di stare seduta. Sapeva che il metal è un’ode cantata da corpi fallibili per corpi fallibili, che parla di corpi fallibili. Sapeva di essere metal.

Se solo lo avesse saputo anche Ozzy. L’unica cosa che vedeva era il contrasto tra ciò che aveva provato a essere un tempo e ciò che era diventato adesso: il crollo di un mito e di un monumento. E io, stretto tra la generazione di mia figlia e quella di Ozzy, piangevo lacrime di tristezza per ciò che lui non avrebbe mai potuto capire e lacrime di felicità per la mancanza di vergogna dei miei figli (oltre a lacrime di dolore per la caviglia che mi faceva male). Ho sempre pensato che crescendo mi sarei allontanato dal metal. È successo l’esatto contrario: ho seguito l’esempio di mia figlia, ed è diventato l’unico luogo in cui posso permettermi di essere debole, dove posso accettare la mia fragilità. E guardandomi intorno tra il pubblico ai concerti, mi rendo conto di non essere il solo.

Ozzy è morto appena 17 giorni dopo il suo ultimo concerto, il 22 luglio 2025. Stavolta non ho pianto. Quando ho saputo la notizia, ho pensato: “È perfetto!”. Finire in questo modo, dopo una grande esibizione all’insegna dell’amore dato e ricevuto, era una cosa meravigliosa. Solo per una notte, Ozzy è diventato l’uomo capace di mettere a nudo le mie difese e di farmi emozionare. E che immensa fortuna essere immobilizzato in quel momento, per ricongiungermi a mio padre, a mia figlia e a Ozzy in quel luogo dove non ci si può nascondere davanti alla debolezza della carne. ◆ fas

Keith Kahn-Harris Sociologo, affianca l’attività di scrittore freelance a quella d’insegnante e ricercatore al Birkbeck college di Londra e all’Institute for jewish policy research. Il suo ultimo libro è Il glorioso lascito di Ozzy Osbourne, in uscita in italiano a dicembre per Silvery Quail. Questo articolo è uscito sulla rivista britannica Psyche con il titolo “The softness of metal”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati