Una tazza azzurra a pallini gialli, i colori della bandiera ucraina. È piccola, ma per Elena ha un grande significato. Le ricorda trent’anni di fatica. E il giorno in cui sono terminati, nell’estate del 2014, quando una granata è caduta sul panificio dove aveva lavorato per tutta la vita a Marinka, nell’Ucraina orientale.
Ora la tazza è su un tavolino, accanto a un’icona ortodossa, nella nuova panetteria dove Elena lavora, sopravvissuta alla guerra. “Dopo i bombardamenti siamo tornati al panificio”, mi dice Elena, “e ho visto la mia tazza. Mi è venuto da piangere. C’era anche il mio sgabello. E l’icona, la nostra icona. Avevamo un tavolo nel laboratorio, come adesso, ed era lì sopra”.
La nuova panetteria è in un ex supermercato nel centro di Marinka, una delle “zone grigie” di un conflitto che dal 2014 ha fatto più di diecimila morti. Il forno, senza scopo di lucro, è stato aperto a marzo del 2016 dalla chiesa evangelica Dobraja vest (Buone notizie). Usa i macchinari del panificio distrutto e impiega i vecchi dipendenti. È la prima impresa nata lungo la linea del fronte ad aver creato posti di lavoro: un rifugio dalla politica, dalla propaganda e dalla violenza che hanno dilaniato la città.
È una tarda serata di primavera del 2017. Le pareti color arancio acceso della panetteria non hanno finestre, ed è difficile capire che ore sono o sentire i colpi di artiglieria e di mitragliatrice che cominciano intorno alle cinque di pomeriggio, puntuali come la sirena del coprifuoco che svuota le strade. A causa degli scontri, il personale rimane nella panetteria tutta la notte: tornare a casa prima del mattino è troppo pericoloso.
L’impasto per i biscotti sta riposando, la prima infornata di pagnotte sta già cuocendo. Elena e la sua collega Olja lavorano insieme con la velocità e la naturalezza che derivano da una lunga pratica. Preparano pizze e panini dolci che vengono venduti a un prezzo leggermente più basso di quello praticato a Marinka e nelle città vicine o distribuiti gratuitamente ai cittadini che la guerra ha lasciato senza lavoro, senz’acqua, senza una casa e una famiglia. “Cerchiamo di preparare qualcosa di buono per la gente. Lo vede come viviamo qui”, mi dice Elena. “Quando finirà – perché se Dio vuole tutte le guerre prima o poi finiscono – dovremo pur continuare a vivere”.
A più di tre anni dalla battaglia del luglio 2014 per liberare Marinka dall’occupazione dei separatisti, la guerra tra le forze governative ucraine e i ribelli secessionisti appoggiati dalla Russia continua ancora. E la linea del fronte passa proprio da qui.
Oggi quasi tutta la città è sotto il controllo del governo di Kiev. Donetsk – il grande centro urbano a una decina di chilometri di distanza dove la gente di Marinka andava a lavorare, a studiare, a fare spese e a divertirsi – è invece la capitale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (Rpd). La linea del fronte passa a nordest del centro di Marinka, tagliando le strade che portano a Donetsk. In quell’area ci sono ancora molte case abitate da persone che non possono o non vogliono andare via. Le finestre, regolarmente distrutte dai colpi di artiglieria e dalle esplosioni, sono rattoppate alla bell’e meglio. Elena vive in una di quelle case con Viktoria, la figlia di 29 anni, che è incinta, e la nipote Veronika.
I combattenti dei due schieramenti, che distano tra loro appena 150 metri, si sparano ancora, ogni notte e a volte anche di giorno. E le vittime civili sono frequenti: a luglio un bambino di tre anni e due ragazzi di 14 e 19 sono stati feriti da una granata.
La guerra è nata da una rivolta istigata dalla Russia contro il governo che era entrato in carica a Kiev nel febbraio del 2014, dopo le proteste filoeuropee del movimento Euromaidan e la destituzione del presidente Viktor Janukovič. Spesso è rappresentata come un conflitto tra l’Ucraina orientale filorussa e quella occidentale filoeuropea, tra due nazioni, due lingue e due storie. Ma nella panetteria di Marinka Elena parla in russo a Olja, che le risponde tranquillamente in ucraino. Fanno così dai tempi dell’asilo, e hanno continuato negli anni della scuola e del lavoro in fabbrica. Sono amiche da una vita e sono le madrine dei rispettivi figli. Olja ha le guance rosse, è dolce e scherza su tutto. Elena ha degli occhi bellissimi, azzurri e tristi, e a volte modi un po’ bruschi: è il muro di difesa che alza per proteggersi quando si comincia a parlare degli ultimi tre anni di guerra e distruzione. “Abbiamo sempre vissuto vicino a Donetsk”, dice in un momento in cui sembra abbassare la guardia. “Metà degli abitanti di Marinka lavorava lì, e metà della gente impiegata al panificio veniva da Donetsk. E ora dovrei trattarli da nemici?”.
I dipendenti della panetteria non vogliono rivelare il loro cognome. Anche se la città è piena di soldati ucraini e agenti della sicurezza, quasi tutti a Marinka hanno parenti che vivono o lavorano nella zona occupata dai separatisti. La figlia di Antonina, una dipendente del forno, abita a Donetsk. Oleg Tkačenko, il pastore che formalmente è proprietario della panetteria, è stato costretto a lasciare la vicina Slovjansk nel 2014, quando i separatisti hanno occupato la chiesa e ucciso un altro pastore protestante. È tornato a casa qualche mese dopo, quando la città è stata ripresa dalle forze governative. Uno dei vicini di Elena ha tre figli che combattono per la Rpd. “Molte famiglie sono state spaccate dalla guerra: alcuni appoggiavano la Russia, altri l’Ucraina”, racconta Antonina. “Conosco almeno dieci famiglie che si sono divise per questo motivo”.
“Noi siamo gente comune, non siamo separatisti”, aggiunge Elena. “E tutti i nostri uomini vogliono tornare a casa. Sia quelli da questo lato del fronte, sia gli altri: tutto vogliono solo tornare a casa”.
Prima del 2014 Marinka aveva poco meno di diecimila abitanti, e poi negozi, banche, un caseificio, aziende che producevano alimenti surgelati e mangime per animali, un orfanotrofio per i bambini abbandonati e il panificio, che sfornava duemila filoni al giorno. Ma la battaglia del 2014 ha danneggiato tutte le attività commerciali e le infrastrutture, e da allora le persone non possono più andare a lavorare a Donetsk. La forniture di gas per il riscaldamento sono ancora interrotte in tutta la città e l’impianto per il filtraggio dell’acqua non funziona. Le fabbriche e le istituzioni locali sono chiuse o in macerie. L’orfanotrofio e l’adiacente panificio sono inavvicinabili: li ha occupati l’esercito ucraino.
Pace, lavoro e salute
La panetteria di Elena oggi sforna circa 1.500 pagnotte alla settimana e dà lavoro a otto persone: sei panettieri, un amministratore e un autista. Due scuole, che in totale ospitano 300 alunni, un asilo per l’infanzia, una clinica e l’amministrazione militare-civile garantiscono qualche altro posto di lavoro. Ma la stragrande maggioranza delle settemila persone rimaste a Marinka sopravvive grazie agli aiuti umanitari. Gli edifici pubblici rimasti in piedi sono tutti diventati punti per la distribuzione di acqua potabile, carburante per il riscaldamento, materiale per riparare i tetti e le finestre, sussidi, pacchi alimentari, pannolini, medicine e abiti di seconda mano.
Il pastore Tkačenko, un ex imprenditore, dice che lo scopo del forno è offrire lavoro e pane a prezzi accessibili a tutti per combattere quella che chiama la “sindrome del pasto di beneficenza”: “Dal punto di vista psicologico vivere di aiuti umanitari è un trauma e un’offesa alla dignità umana”. “Quando si abitua a questa situazione, la gente fa fatica a tornare alla vita normale. Come una persona che resta a letto per mesi senza alzarsi e poi si ritrova con i muscoli atrofizzati”.
In effetti, per molti abitanti di Marinka, cresciuti con l’orgoglio della fatica che spezza la schiena tipico delle regioni industriali come il Donbass, il lavoro è fondamentale sia dal punto di vista psicologico sia da quello economico. Nel museo della cittadina, bombardato e saccheggiato nel 2014 e oggi in ricostruzione, sono esposte le medaglie di 36 eroi del lavoro sovietici.
“Tutto quello di cui abbiamo bisogno è pace, lavoro e salute”, dice Olja. “La nostra gente non chiede altro”.
Ma la panetteria ha già dovuto ridurre i dipendenti, che all’inizio erano tredici. Oltre agli stipendi, c’è da pagare l’affitto, per non parlare delle spese per riparare il tetto. Tkačenko accenna al progetto di aprire altre cinque panetterie e un allevamento di pollame in altre città lungo la linea del fronte, e di organizzare corsi per insegnare a gestire un’attività commerciale. Ma è difficile immaginare che qualcuno voglia investire in posti in cui nessuno ha un reddito fisso, costantemente bombardati e dove è ancora in vigore la legge marziale.
La Dobraja vest, con la sua rete di chiese affiliate, si è occupata degli aiuti umanitari alle zone colpite dalla guerra fin dall’estate del 2014, prima ancora dell’arrivo delle ong internazionali, i cui manifesti oggi si vedono ovunque a Marinka. Prima dell’apertura del forno, i parrocchiani portavano il pane da Slovjansk. Poi la chiesa ha contattato Elena e le ha chiesto di occuparsi di una nuova panetteria, che sarebbe servita anche a risparmiare sui costi del trasporto.
Elena si era trasferita in Russia per stare con il figlio Maksim e la nuora, che avevano lasciato Marinka nel 2014. “Che altro potevo fare? Qui non avevo niente di cui vivere”, dice. “Per un anno sono rimasta a casa senza nulla, neanche un centesimo”. Cercando sul suo tablet un video della fabbrica bombardata, Elena trova un filmato del matrimonio del figlio, celebrato nell’estate del 2013. Si vede una limousine bianca davanti alla casa della sposa, ed Elena sembra molto più giovane e felice. “Questa sono io prima della guerra. Sì, ero bella allora”, dice in modo distaccato. Nel video si vede anche Olja, nel ruolo tradizionale di sensale di matrimoni, che punzecchia lo sposo in un ucraino gioioso e un po’ sguaiato.
Il filmato sembra arrivare da un altro pianeta. Nessuno abita più in quel palazzo, vicino all’orfanotrofio e alla vecchia fabbrica di pane. Anche la casa che il figlio di Elena aveva comprato e arredato nel 2014 è da quelle parti. I due sposi non sono mai riusciti ad andarci a vivere. “I soldati hanno rubato tutto”, dice sua sorella Viktoria. Ripresi dalle telecamere di sorveglianza mentre erano al volante della macchina di Maksim, oggi sono sotto processo.
Il korovai di Elena
Nell’autunno del 2015, quando la chiesa ha ottenuto il permesso dall’esercito ucraino, Elena è tornata nel panificio bombardato per recuperare i macchinari ancora funzionanti. E ha scoperto che tutti i motori erano stati rimossi e portati via. “Da chi? Ovviamente da quelli che avevano occupato la fabbrica”, spiega. “Avevano smantellato tutto. Avevano preso quello che volevano e lasciato solo quello che non gli interessava. C’era rimasto ben poco”.
La panetteria ha comunque aperto nel 2016, grazie a un finanziamento dell’Eurasia foundation e all’impegno dei volontari cechi, che hanno trovato una ditta pronta a donare 22 tonnellate di farina e un’azienda di trasporti disposta a portarla in Ucraina dalla Repubblica Ceca. Per organizzare tutto ci sono voluti quattro mesi, compreso uno di ritardo perché le autorità di Kiev hanno richiesto della documentazione in più: volevano essere sicure che si trattasse di aiuti umanitari. Sarebbe stato più conveniente raccogliere i soldi e comprare la farina in Ucraina, ammette il volontario Michal Kislicki. Ma i dipendenti del forno dicono che la farina ceca era di qualità migliore di quella che si trova ora.
Gli ingredienti sono semplici e poco costosi, anche perché c’è poco da scegliere. Il lievito fresco, per esempio, è introvabile. I biscotti e i panini dolci sono conditi con uvetta, ricotta, marmellata e semi di papavero; le pizze con maionese, salsiccia e ketchup. Per le feste e i matrimoni si prepara un dolce a strati ripieno di crema chiamato Napoleon, e la specialità di Elena sono i korovai: delle pagnotte rituali rotonde, decorate con un intrico di foglie e fiori di pasta. Sul tablet di Elena le foto di famiglia si alternano alle immagini dei suoi korovai.
Tra le reliquie recuperate dalla fabbrica distrutta c’è il suo libro di ricette scritto a mano. “L’ho trovato per terra. Era ridotto a brandelli, ma mi sono fatta coraggio e l’ho raccolto”, dice mostrandomi una ricetta per la quale servono 18 chili di zucchero e 78 uova. “Non per usarlo, le ricette le conosco a memoria. Ma per ricordo”.
Fino all’alba
Oggi Elena prepara una torta Napoleon per una festa e dei biscotti a cui ha dato il suo nome. “Sono una mia creazione”, dice. “Dobbiamo inventare cose che costano poco ma che siano buone”.
La scarsità di ingredienti non le impedisce di essere creativa. Mentre fuori cadono le bombe, oscurando le stelle che gli abitanti della città non riescono più a vedere, nel forno Elena prepara panini a forma di stelle, fiori, cuori e colombe. Invita me e il fotografo a provare l’arte della pasticceria con un po’ di pasta avanzata. Poi ci dedichiamo ai festeggiamenti. La vecchia tazza di Elena fa la sua comparsa, mentre le donne preparano la tavola con stufato di manzo, sottaceti, una generosa fetta di torta Napoleon e una bottiglia di plastica piena di samogon, il distillato fatto in casa diffuso in gran parte dell’ex Unione Sovietica.
l dolce è delizioso. Il primo brindisi è za mir, alla pace, una formula tradizionale che si è sempre usata senza pensare particolarmente al suo significato. Tre anni fa nessuno a Marinka avrebbe mai immaginato che quell’augurio sarebbe diventato di nuovo così urgente e reale. “Oggi continuiamo a brindare alla pace, ma per qualche motivo la pace sembra non arrivare mai”, dice scherzando Olja mentre facciamo tintinnare i bicchieri. Le chiedo con cosa è fatto il liquore. “Con le caramelle che abbiamo raccolto al cimitero dopo il giorno dei morti”, risponde lei. Immagino che sia una battuta. In Russia e Ucraina è tradizione mettere caramelle e biscotti sulle tombe di famiglia il giorno dei morti, che qui cade in primavera. Ma non è così. “La gente porta i dolci in memoria dei morti, e noi li prendiamo per farci il liquore e ricordarli bevendo”.
Il cimitero di Marinka, all’ombra delle betulle, è all’estremità orientale della città, non lontano dalle case di Elena e Olja e dal fronte. Le tombe portano le cicatrici delle bombe e delle pallottole. Anche seppellire e ricordare i morti è diventata un’impresa pericolosa. Non potrebbe esserci bevanda migliore del samogon di Olja per celebrare la straordinaria capacità di resistenza della città. “Ricordate e raccontate al mondo che siamo solo gente comune”, ci chiede Elena. “E speriamo che la prossima volta che verrete a trovarci potremo rimanere a bere in strada fino all’alba. Vorrebbe dire che hanno smesso di sparare”. ◆ bt
Nell’aprile del 2014, dopo la deposizione del presidente Viktor Janukovič in seguito alle proteste del movimento filoeuropeo Euromaidan, è cominciata la guerra del Donbass tra l’Ucraina e i separatisti sostenuti dalla Russia, che hanno fondato le repubbliche non riconosciute di Luhansk e Donetsk. Due accordi siglati a Minsk nel 2014 e nel 2015 hanno stabilito la fine delle ostilità, ma il cessate il fuoco è stato ripetutamente violato. In totale negli scontri sono morte più di diecimila persone.
In questi tre anni la cittadina di Marinka è stata al centro di scontri e combattimenti. Occupata dai filorussi nell’aprile del 2014, è tornata sotto il controllo di Kiev all’inizio di agosto. Il 3 giugno del 2015, dopo la firma del primo accordo di Minsk, Marinka è stata nuovamente teatro di una violentissima battaglia. Subito dopo l’attacco dei separatisti, la città è stata riconquistata dalle forze ucraine. Nove civili sono morti e 30 sono rimasti feriti. Oggi Marinka è ancora attraversata dalla linea del fronte.
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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 65. Compra questo numero | Abbonati