Questa città tranquilla e dalle case bianche sembra stare in equilibrio tra la cresta rocciosa e il mare. Al Mukalla è un porto isolato nell’estremo sudest dello Yemen, ultima tappa prima di un vasto altopiano desertico e un lungo tratto di costa che si estendono a est fino al confine con l’Oman. Come i vicini villaggi di pescatori, la vita di Al Mukalla si concentra sul viale che costeggia il mare.

Prima di entrare nella città vecchia il viale forma una curva, dove la mattina del 5 settembre si è riunita una piccola folla di manifestanti per protestare contro la svalutazione della moneta yemenita. Da gennaio il rial ha perso un terzo del suo valore. Questa situazione ha fatto precipitare Al Mukalla, come tutto il paese, il più povero del mondo arabo, in una nuova crisi. Inoltre mette a rischio il sogno di autonomia di questa regione pacifica, lontana dalla guerra, e l’autorità degli Emirati Arabi Uniti, che nel corso del conflitto ne hanno preso il controllo, creando di fatto un protettorato.

In esilio a Riyadh, in Arabia Saudita, dal marzo del 2015, il governo yemenita di Abd Rabbo Mansur Hadi sembra incapace di affrontare la situazione. Non vota una legge di bilancio da tre anni e le sue scarse entrate, provenienti dallo sfruttamento del petrolio e dai dazi doganali, non bastano neanche a pagare gli stipendi dei funzionari. Per mantenere un’illusione di stabilità, dalla fine del 2016 il governo fa stampare rial in Russia. L’ultimo carico di banconote è arrivato nel porto di Aden nell’aprile del 2018, ma non le vuole più nessuno. Ad Al Mukalla i proprietari di casa vogliono che gli affitti siano pagati in rial sauditi.

È una crisi molto grave, in un paese dove il crollo dello stato e dell’economia ha fatto più morti dei combattimenti e amplifica i rischi di carestia e di epidemie. Del resto quanti sono i morti? Nessuno lo sa. L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti huthi, sostenuti dall’Iran, ha provocato solo tra marzo 2015 e agosto 2016 più di diecimila morti tra i civili, secondo una stima dell’Onu. Ma da molto tempo questa cifra non riflette più la realtà.

Il nord è lontano

Nel nord del paese i ribelli controllano la capitale Sanaa e le regioni più popolate e gestiscono quello che rimane dell’amministrazione centrale. La coalizione sa di non poter sconfiggere gli huthi con le armi e isola le zone ribelli con un blocco parziale, che ostacola il trasporto degli aiuti umanitari a otto milioni di persone minacciate dalla carestia. Riyadh bombarda il nord con gli aerei e preferisce non schierare truppe di terra. Gli Emirati Arabi Uniti, il suo braccio armato e la principale forza sul terreno, ritengono di aver già subìto troppo perdite: più di cento morti.

Finora non sono riusciti a convincere gli alleati yemeniti del sud ad andare a “liberare” il nord, per loro lontano ed estraneo. Pochi sono disposti a morire per le monarchie sunnite del golfo Persico, nemiche dell’Iran sciita, che sostiene gli huthi da lontano e senza grande impegno. Così Abu Dhabi amministra il sud tenendo la situazione sotto controllo e fa concorrenza al governo di Hadi, che considera incapace, corrotto e troppo vicino all’islam politico dei Fratelli musulmani, la sua bestia nera.

In questo caos Al Mukalla è fortunata, la regione è isolata e unita. In città i civili non possono portare armi, una rarità in un paese dove il fucile automatico è spesso visto come prova di virilità. Qui gli Emirati Arabi Uniti possono vantarsi con il loro grande alleato statunitense del successo della loro politica contro il terrorismo. Nella primavera del 2016 hanno cacciato da Al Mukalla i jihadisti di Al Qaeda nella penisola arabica (Aqpa), la fazione locale dell’organizzazione terroristica considerata da Washington una delle più pericolose al mondo. Approfittando della guerra, nel corso di un anno Aqpa aveva preso il controllo del porto e dei suoi dintorni, ma sotto la pressione di Abu Dhabi è stata costretta a ritirarsi.

Gli abitanti ringraziano calorosamente i loro “liberatori” e protettori. Ma sono passati più di due anni e ora cominciano a spazientirsi. “Sul lungo periodo gli Emirati vogliono rimanere e investire, ma non lo fanno come si deve”, si rammarica Badr Basalmah, ex ministro yemenita dei trasporti, originario di Al Mukalla. “La regione non ha ancora ricevuto fondi per lo sviluppo e Abu Dhabi non riesce a creare un governo stabile. La gente comincia a bruciare la bandiera degli Emirati per strada”.

Da sapere
Proteste contro la povertà

◆ All’inizio di settembre del 2018 in diverse città del sud dello Yemen, tra cui Aden, Al Mukalla e Seiyun, sono state organizzate delle manifestazioni per protestare contro il crollo del rial e l’aumento del costo della vita.

◆Il 4 e il 5 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza nella città di Taiz, nel sud del paese, gridando slogan contro la politica economica del governo e contro la guerra che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita porta avanti in suo sostegno.

◆Il 6 ottobre almeno 55 studenti, tra cui 18 donne, sono stati arrestati dai ribelli huthi a Sanaa durante una manifestazione.

Al Bawaba, Middle East Eye


Abu Dhabi ha finanziato parte della ricostruzione della prigione della città, ha fornito motovedette ai guardiacoste, che pattugliano il mare sotto la sua autorità, e ha versato l’equivalente di 15,7 milioni di euro per i servizi sanitari. Nel porto ha offerto l’unico rimorchiatore funzionante, uno strumento indispensabile per mandare avanti il commercio. Ma gli imprenditori di Al Mukalla non sono contenti.

Saracinesche abbassate

Così il 5 settembre decine di agenti delle forze di sicurezza della città, alcuni con il volto coperto, hanno allontanato a manganellate i manifestanti. Hanno portato sul viale mitragliatrici pesanti, montate sui pick-up, e hanno cacciato i curiosi dalle strade laterali. Ma un’ora dopo circa cento persone protestavano ancora a un incrocio davanti all’ospedale. “I prezzi sono troppo alti e gli stipendi troppo bassi. Non posso più comprare neanche lo zucchero. Non ce la facciamo più. Le autorità hanno detto che non possono farci niente, così siamo scesi in piazza”, sintetizza Anwar Ali, 40 anni, operaio in una fabbrica per la lavorazione del tonno nella città vecchia, ferito alla fronte e ricoverato in ospedale. La benzina è cara e difficile da trovare. Alle stazioni di servizio si sta in fila per ore.

Il giorno dopo alcuni commercianti tengono le saracinesche abbassate in segno di solidarietà. Come altrove nel sud del paese (ad Aden e nelle province di A­byan e di Lahij) le proteste sono ricominciate e a quel punto anche il governatore di Al Mukalla, Faraj Salmen al Bahsani, ha dato il suo sostengo ai manifestanti. Ai microfoni della radio locale Al Bahsani ha minacciato il governo che, se non sarà data una risposta seria alla crisi, bloccherà la prossima fornitura di petrolio della sua provincia, l’Hadramaut, prevista per l’inizio di ottobre (la regione assicura più della metà della produzione nazionale, con 30mila barili al giorno).

Nella vasta baia sono ormeggiate alcune imbarcazioni. Gli equipaggi aspettano anche settimane prima di attraccare nel porto, un grande spiazzo con due moli, immerso in un calore infernale e non abbastanza profondo per le navi di grandi dimensioni. Alcuni operai passano il tempo all’ombra di hangar e silos. Nel gennaio del 2018 la coalizione ha promesso di consegnare una gru mobile. La sua ambizione è sviluppare i porti di Al Mukalla e di Aden, per ridurre il traffico marittimo nella zona controllata dagli huthi a nord. Dopo il fallimento dei negoziati di pace dell’Onu, che dovevano svolgersi all’inizio di settembre a Ginevra, ha colpito con raid aerei Al Hodeida, il primo porto del paese, e minaccia di prendere d’assalto la città.

Diversi importatori di Al Mukalla criticano la coalizione per i ritardi imposti alle navi che entrano in porto. Preoccupata di impedire la vendita di armi ai ribelli, Ri­yadh impone a tutte le navi di aspettare la sua autorizzazione per l’attracco. Da poco gli Emirati Arabi Uniti fanno la stessa cosa via terra, dalla loro base militare all’aeroporto di Al Mukalla, che non è ancora riaperto ai voli civili. “Tutto questo ci costa un occhio della testa!”, protesta Abubaker Mohammad Bajersh, che importa prodotti alimentari. “Paghiamo delle penalità per questi ritardi, che finiranno per irritare anche l’unica compagnia internazionale che accetta ancora di consegnare in città”, la Mediterranean Shipping Company.

Gli Emirati Arabi Uniti rifiutano di riconoscere questi problemi. Nello Yemen meridionale “abbiamo la sfortuna di dover lavorare con un governatore incapace”, spiegava a fine agosto un alto ufficiale di Abu Dhabi a Parigi. “Abbiamo bisogno di una soluzione politica del conflitto con gli huthi. Non governeremo Aden e gli yemeniti, è impossibile. Non abbiamo i mezzi per riorganizzare il paese”.

Questo atteggiamento rinunciatario incoraggia la divisione del paese. Ad Aden gli Emirati permettono ai loro alleati, separatisti e salafiti armati, di sognare la rinascita di uno stato indipendente nel sud, scomparso nel 1990 alla fine della guerra fredda. Ad Al Mukalla puntano invece su un sentimento di unità regionale.

Le rimesse diminuiscono

Il governatore non ha fiducia né nel governo di Sanaa né in quello di Aden e sul suo governatorato non sventolano la bandiera del paese unificato o quella del vecchio sud. Al Bahsani è basso e magro, ha gli occhi incavati ed è curvo per la mancanza di sonno. È uno dei pochi ufficiali yemeniti su cui non pesano accuse di corruzione. Come militare diffida istintivamente della politica, che nel 1994 lo mandò per vent’anni in esilio in Arabia Saudita, alla fine di una guerra civile tra nord e sud. Tiene a galla la sua provincia “senza ricevere un centesimo dal governo”, ripete, e per questo trattiene il 20 per cento dei ricavi provenienti dal petrolio e dalle tasse nel porto di Al Mukalla.

Per il futuro Al Bahsani punta soprattutto sugli investimenti delle famiglie di origine yemenita che vivono nei paesi del Golfo e del sudest asiatico, tra cui le famiglie Bin Laden e Bugshan. Questi grandi cugini incoraggiano la regione, ma non ci investono perché non è abbastanza sicura. Per ora a tornare sono per lo più le persone in difficoltà. Da un anno migliaia di lavoratori emigrati sono respinti dalle autorità saudite. È il caso della famiglia di Faiz Bajaber, studente di 19 anni. “Mio padre è ancora a Jeddah, ha una carrozzeria. Ma il denaro che ci manda non basta più”, dice desolato.

I soldi che i lavoratori emigrati mandano alle famiglie sono fondamentali per gli abitanti dello Yemen, ma si stanno riducendo. Entro un anno 500mila persone potrebbero essere costrette a rientrare nel paese, secondo una stima di Al Bahsani, che prevede di doverne accogliere la maggior parte. Potrebbe crearsi una situazione davvero insostenibile. A Riyadh il governo di Hadi ha avvertito il suo grande padrino, ma senza successo. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati