A gennaio Zhang Yiran, 21 anni, ha ricevuto un ultimatum dalla madre: se non tornava a Shanghai a firmare dei documenti non le avrebbe più rivolto la parola. Zhang studiava all’università a Nanchang, nella Cina orientale, e non sapeva che quello era solo un pretesto. La madre, che disapprovava la sua relazione sentimentale con un ragazzo, aveva già contattato un istituto privato di “correzione comportamentale” dove mandarla. Pochi giorni dopo alcuni sconosciuti hanno fatto irruzione nell’appartamento di Zhang, l’hanno trascinata fuori e l’hanno portata in auto a circa mille chilometri di distanza, in una struttura nella Cina nordoccidentale.

Ha trascorso quasi un mese in un centro privato chiamato Qinyuanbo dove, secondo alcuni ex allievi, la disciplina si trasmette con un allenamento fisico obbligatorio, percosse e pressione psicologica. Alla fine Zhang è riuscita a scappare grazie all’aiuto del fidanzato.

Il suo caso offre uno spaccato di un settore poco regolamentato in Cina, quello dei programmi privati di “educazione” e “correzione”, che si presentano come soluzioni per genitori di ragazzi e ragazze con problemi – dalla salute mentale alla dipendenza da internet, dalle pressioni scolastiche ai conflitti familiari. Alcune di queste strutture ricorrono a metodi coercitivi che lasciano traumi duraturi.

La questione ha attirato l’attenzione in Cina perché interseca diverse tensioni sociali: la competizione sfrenata, la crescente preoccupazione per la salute mentale dei giovani e la richiesta da parte dei genitori di rimedi rapidi, quando le scuole tradizionali e il sistema sanitario non sembrano servire.

Sui social media il Qinyuanbo si promuoveva come un istituto professionale che aiuta gli adolescenti a superare la dipendenza da internet, i problemi di disciplina e i conflitti familiari e lo faceva attraverso video che mostravano ragazzi in mimetica marciare in formazione perfetta al ritmo di una musica travolgente.

Gli ex allievi intervistati da Caixin hanno descritto una realtà diversa. Zhang ha raccontato che gli studenti erano sottoposti a estenuanti prove fisiche, tra cui il trasporto di pesanti pneumatici e squat ripetuti. Chi disobbediva poteva essere percosso con canne di gomma, righelli di legno e altri oggetti. L’“obbedienza assoluta” era l’unica regola. Alcuni hanno riferito di una punizione chiamata “terapia dell’acqua”, usata contro chi non voleva fare l’addestramento o mostrava segni di autolesionismo: gli istruttori gli spingevano ripetutamente la testa dentro una vasca piena d’acqua finché non sembrava sul punto di perdere i sensi.

Agli studenti spesso era impedito di comunicare liberamente con le famiglie. Le lettere e i video erano controllati e le visite sorvegliate. Ai genitori si diceva che i figli e le figlie erano “ragazzi problematici”, una categoria ampia che include adolescenti con depressione, ansia, problemi a scuola, conflitti o semplicemente che sono in disaccordo con i genitori su questioni come le relazioni sentimentali. I genitori venivano convinti che la scuola o i trattamenti convenzionali per la salute mentale non fossero più efficaci e che fosse necessario un intervento coercitivo. Il Qinyuanbo, che non ha risposto alle nostre richieste di un commento, aveva legami con una rete più ampia di programmi di “educazione” promossi dall’influencer Zhang Lihong, che si presenta come esperta del campo e coach per la crescita personale.

Crescita estrema

Questa influencer ha costruito un sistema commerciale basato su corsi, campi di addestramento e comunità a cui si accede con un’iscrizione. Alcuni programmi prevedono il pagamento di centinaia di migliaia di yuan per esperienze di “crescita” prolungate.

Fang Yutong, studente universitaria, racconta di essere stata mandata lì dopo aver sofferto di depressione e autolesionismo. Poi è stata trasferita al “Love growth camp”, un programma di questa rete che faceva pagare quasi 500mila yuan (64mila euro) per un corso di cinque mesi. L’organizzazione, racconta Fang, porta le persone in località lontane, come alcune zone desertiche in Cina o anche all’estero, e là le sottopone ad attività intensive definite di “crescita estrema”. Fang è finita insieme ad altri in Guinea-Bissau, nell’Africa occidentale, per attività legate al leader spirituale indiano Nithyananda. Ad aprile l’ambasciata cinese nel paese africano ha diramato un avviso in merito a un gruppo che usava programmi di addestramento per diffondere insegnamenti di tipo settario e raccogliere denaro.

Prospettiva allettante

Questa industria è cresciuta anche a causa del divario tra le preoccupazioni dei genitori e i sistemi di supporto disponibili. In Cina oggi c’è molta più consapevolezza dei problemi di salute mentale dei giovani, ma l’accesso a servizi di sostegno psicologico continua a essere poco omogeneo, soprattutto fuori dalle grandi città. Per alcune famiglie i programmi privati offrono una prospettiva allettante: una soluzione rapida a problemi che sembrano impossibili da risolvere. Ex dipendenti e partecipanti hanno descritto un modello di business costruito su un coinvolgimento sempre più stretto: inizialmente i genitori possono partecipare a seminari a basso costo, poi sono indotti ad acquistare corsi più costosi.

Il corso base di quattro giorni costa 1.980 yuan (256 euro), quelli avanzati circa 10mila yuan ciascuno (1.294 euro), con pacchetti di quattro corsi al prezzo di circa 30mila yuan (3.880 euro). Un programma di tutoraggio costa circa 150mila yuan (19.412 euro), mentre alcune offerte premium hanno cifre ancora più alte. I corsi di Zhang Lihong facevano spesso leva sulla paura, avvertendo i genitori che, senza un intervento, i loro figli sarebbero potuti diventare ingestibili o andare incontro a gravi conseguenze in futuro.

La fuga di Zhang Yiran è stata un caso isolato. In genere chi prova a lasciare istituti simili è riportato indietro. Lei ci è riuscita dopo che il fidanzato ha pagato l’equivalente di più di cinquemila euro. I suoi genitori sono ancora convinti che quel programma l’avrebbe aiutata. Gli ho raccontato tutto quello che succedeva là dentro”, dice. “Ma continuano a pensare che sia io quella che ha torto”. ◆ _gim _

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati