Il 17 luglio 2025, intorno alle sei del pomeriggio, i più importanti funzionari dell’amministrazione Trump sono entrati nella situation room, l’area nei sotterranei della Casa Bianca dove si discutono e si decidono le questioni di sicurezza nazionale più delicate e riservate. In quella stanza nel 2011 il presidente Barack Obama aveva seguito in diretta – insieme al vicepresidente Joe Biden, alla segretaria di stato Hillary Clinton e ai responsabili della sicurezza nazionale – il raid che portò all’uccisione di Osama bin Laden. Ma in questo caso i consiglieri si riunivano senza il presidente, per capire come riprendere un minimo di controllo in una crisi molto diversa, che minacciava di travolgere la presidenza: gli Epstein files.
Dieci giorni prima il dipartimento di giustizia e l’Fbi avevano diffuso una nota ufficiale in cui affermavano in modo perentorio di non aver trovato nessuna “lista di clienti” composta da uomini di potere ai quali Jeffrey Epstein, finanziere condannato per reati legati a pedofilia e traffico di minori, aveva procurato ragazze minorenni e giovani donne. La nota, diffusa per mettere a tacere anni di speculazioni e frenare le pressioni di chi chiedeva la pubblicazione del materiale raccolto dal dipartimento, aveva avuto l’effetto opposto, scatenando una protesta particolarmente forte tra i sostenitori del movimento trumpiano Make America great again.
Ma il peggio doveva ancora venire: il Wall Street Journal stava per uscire con un articolo compromettente sul rapporto fra Trump ed Epstein. I tentativi disperati del presidente di bloccarne la pubblicazione erano falliti. Ora i suoi collaboratori dovevano preparare una linea comune per contrastare l’ondata di attenzione mediatica che stava montando. Serviva un gesto trasparente per placare una base sempre più irritata, ma anche far passare il messaggio che il presidente condivideva le preoccupazioni dei suoi elettori. Il problema era che Trump non la pensava affatto così.
“Abbiamo un problema enorme”, ha esordito il vicepresidente JD Vance, seduto a capotavola nella sala conferenze John F. Kennedy, la stanza principale della situation room. Intorno a lui c’erano Susie Wiles, che guida lo staff della Casa Bianca; David Warrington, consigliere legale dell’amministrazione; Karoline Leavitt, portavoce del presidente; Taylor Budowich e James Blair, entrambi vicecapi dello staff, Steven Cheung, direttore della comunicazione; Todd Blanche, viceministro della giustizia, e Stanley Woodward Jr, sottosegretario alla giustizia. La ministra della giustizia Pam Bondi e il direttore dell’Fbi Kash Patel erano in collegamento telefonico. Vance sembrava in preda al panico: il caso Epstein stava già creando delle fratture nella coalizione Maga. Diversi funzionari presenti alla riunione avevano l’impressione che Vance si fosse convinto delle teorie più oscure su Epstein e su una presunta cricca di predatori sessuali nascosta all’interno della classe dirigente del paese. Secondo Wiles, il vicepresidente si comportava come un vero e proprio complottista. Vance, ha confermato in seguito un esponente di primo piano dell’amministrazione, aveva continuano a insistere sulla vicenda Epstein dopo l’uscita della nota ufficiale: in privato spingeva perché fossero pubblicati tutti i fascicoli in possesso del dipartimento di giustizia, ed era arrivato perfino a incoraggiare un’indagine del congresso.
Aveva anche proposto una strategia estrema di pubbliche relazioni: chiedere a Tucker Carlson, un commentatore molto influente nel mondo dell’estrema destra, di intervistare in carcere Ghislaine Maxwell, la storica compagna e complice di Epstein. Se Maxwell avesse dichiarato che Trump non aveva avuto nessun ruolo nelle attività illecite di Epstein, sosteneva Vance, questo avrebbe potuto aiutare il presidente.
Vance chiedeva che tutti i dossier fossero divulgati subito. Era convinto che prima o poi il congresso lo avrebbe imposto, anche perché parlamentari di entrambi i partiti spingevan0 in quella direzione. Meglio anticipare la mossa e rendere tutto pubblico di propria iniziativa – anche il materiale che riguardava il presidente – e dare prova di trasparenza. L’alternativa sarebbe stata trascinare la storia per mesi, con nuove informazioni che sarebbero trapelate a poco a poco, riaprendo ogni volta il ciclo di sospetti e indignazione. La cosa migliore era strappare il cerotto e voltare pagina.
Secondo Vance, anche le accuse non verificate su Trump dovevano essere rese pubbliche. Prima o poi sarebbero emerse comunque, e se fosse stata l’amministrazione a diffonderle per prima avrebbe dimostrato la propria buona fede e tolto ossigeno alle teorie del complotto. Molti dei presenti erano scettici sulla proposta, ma concordavano sul fatto che il dipartimento di giustizia dovesse almeno organizzare una conferenza stampa per chiarire la sua posizione sul caso Epstein.
Un interrogatorio pericoloso
A quel punto ha preso la parola Blair. “Con tutto il rispetto”, ha osservato, “non credo che la strategia di comunicazione che ci ha messo in questa situazione possa tirarcene fuori. E se volete veramente presentarvi davanti alla stampa, c’è parecchio da fare”. Per far capire quanto sarebbe stato complicato il confronto, ha iniziato a fare una serie di domande insidiose, come un giornalista ostile.
Essendo stato avvocato di Trump, Blanche aveva un punto di vista privilegiato nella discussione: più di chiunque altro poteva valutare ogni proposta alla luce degli interessi personali e politici del presidente. E così ha esposto quelle che, secondo lui, erano le opzioni migliori. La prima era chiedere ai tribunali federali della Florida e di New York di desecretare le testimonianze del grand jury, cioè le trascrizioni riservate delle deposizioni e delle prove presentate dai procuratori nei vecchi casi legati a Epstein. Dato che quei documenti quasi certamente non contenevano nulla di nuovo, tutti concordavano che valesse la pena di procedere, e non solo perché la loro pubblicazione non avrebbe danneggiato il presidente.
Secondo le norme federali, infatti, la segretezza di materiali del grand jury è considerata quasi inviolabile: le condizioni per la loro divulgazione sono estremamente rigide. Blanche lo sapeva, e proprio per questo era sicuro che, se i tribunali avessero respinto la richiesta (come lui prevedeva), la responsabilità della mancata diffusione sarebbe ricaduta sui giudici e non sull’amministrazione Trump. Tanto meglio se quei giudici erano stati nominati da presidenti democratici: avrebbe rafforzato l’idea che la Casa Bianca voleva davvero pubblicare tutto, anche se che quasi certamente non sarebbe successo.
La seconda opzione prevedeva che gli avvocati del dipartimento di giustizia interrogassero Maxwell e poi rendessero pubblico il verbale: una variante della proposta di Vance. In quel caso, poteva occuparsi lui dell’interrogatorio.
“E se la facessimo parlare davanti al congresso?”, ha proposto il vicepresidente. Blanche a quel punto ha spiegato che l’avvocato di Maxwell si sarebbe aspettato qualcosa in cambio della sua collaborazione. Warrington, il consulente legale della Casa Bianca, ha elencato le scelte disponibili, senza prendere posizione. Ha spiegato che si poteva concedere a Maxwell una grazia, oppure ridurle la pena. A quel punto diversi presenti hanno espresso la loro forte contrarietà. “Concedere la grazia a Maxwell, condannata per traffico di minorenni, sarebbe un disastro dal punto di vista della comunicazione”, ha avvertito Cheung. Dopo una decisione del genere, donne che accusavano Epstein si sarebbero precipitate in televisione, raccontando le loro storie e facendo a pezzi l’amministrazione.
Anche Blair era contrario a qualsiasi ipotesi di grazia: “Non possiamo concedere niente a Maxwell. Primo: non vedo perché dovremmo. Secondo: se le facciamo anche il minimo favore e poi lei dice qualcosa di positivo su di noi – o, peggio, se dice qualcosa di positivo e poi le facciamo un favore – perderebbe ogni credibilità. Alimenteremmo solo le teorie del complotto. Se le sue parole non possono danneggiarci, non dobbiamo offrirle niente in cambio”.
Per tutti la strada migliore era chiedere la pubblicazione dei fascicoli del grand jury. Wiles ne avrebbe parlato con Trump e gli avrebbe chiesto di fare un post su Truth Social per sollecitare la divulgazione dei documenti.
Proprio in quel momento è uscito online l’articolo del Wall Street Journal che l’amministrazione stava cercando di bloccare. Nella situation room i cellulari sono vietati, quindi un funzionario dello staff ha portato delle copie stampate del pezzo: era un’indagine secondo cui Trump e altri nel 2003 avevano dato a Maxwell biglietti e lettere da inserire in un album di auguri per il compleanno di Epstein. Sul biglietto attribuito al presidente c’era il disegno di una donna nuda, accompagnato da un dialogo immaginario tra i due uomini su un “meraviglioso segreto”. Al posto dei peli pubici della donna c’era la caratteristica firma appuntita di Trump tracciata con un pennarello.
Nei giorni precedenti alla pubblicazione, Trump aveva chiamato Robert Thomson, l’amministratore delegato della News Corp (che controlla il Wall Street Journal), Rupert Murdoch, proprietario del gruppo, ed Emma Tucker, direttrice del giornale. Urlando, aveva detto a Tucker (cittadina britannica) che evidentemente “odiava l’America” e che lui avrebbe fatto causa al giornale. Le intimidazioni non avevano funzionato e ora, mentre il gruppo leggeva in silenzio l’articolo nella situation room, Wiles preparava una smentita pubblica che il presidente avrebbe poi condiviso sui social.
Poco dopo Trump ha pubblicato un nuovo post. Il contenuto era in linea con il piano studiato dai suoi consiglieri, ma dal tono era chiaro che non era d’accordo: “Vista l’assurda pubblicità che è stata data a Jeffrey Epstein, ho chiesto alla ministra della giustizia Pam Bondi di rendere disponibili tutte le testimonianze pertinenti del grand jury, previa approvazione del tribunale. Questa TRUFFA, portata avanti dai democratici, deve finire, subito!”.
Di fronte alla richiesta di un commento, Abigail Jackson, una delle responsabili della comunicazione della Casa Bianca, ha ribadito l’innocenza di Trump in tutta la vicenda Epstein, e ha sottolineato che, “rendendo accessibili migliaia di documenti, collaborando con la richiesta di produzione di atti fatta dalla commissione di vigilanza della camera, firmando l’Epstein files transparency act e chiedendo ulteriori indagini sugli amici democratici di Epstein, il presidente Trump ha fatto più per le vittime di Epstein di tutti quelli che sono venuti prima di lui”.
Risposta evasiva
All’inizio dell’estate 2025 Trump sembrava al culmine del suo potere. Aveva appena bombardato i siti nucleari dell’Iran, aveva firmato una raffica di ordini esecutivi per riformare il sistema che regola l’immigrazione e aveva fatto approvare dal congresso la sua “grande bellissima legge” sul fisco e sui tagli ai programmi sociali. Stava muovendo le leve del governo per colpire i suoi nemici e, tra la paura e la disperazione, i colossi dell’economia statunitense si erano messi in fila per inginocchiarsi di fronte al presidente.
Ma dietro le quinte la vicenda Epstein stava paralizzando l’amministrazione Trump molto più di quanto l’opinione pubblica potesse immaginare. Nelle dichiarazioni ufficiali, i consiglieri del presidente liquidavano la questione ostentando sicurezza. In realtà il caso stava consumando i livelli più alti della Casa Bianca come nessun’altra crisi dai tempi dell’inchiesta sulle ingerenze russe durante il primo mandato di Trump. I suoi collaboratori erano decisi a tenere nascosto il panico che cresceva.
Fin dall’inizio del secondo mandato del presidente, il dipartimento di giustizia aveva faticato a capire come gestire la vicenda Epstein. In parte il problema era nato in casa: nel cuore del movimento Maga, i documenti su Epstein erano diventati un carburante potentissimo. Elon Musk aveva usato ripetutamente la sua piattaforma social per chiedere di pubblicare la presunta lista dei clienti. Vance e Donald Trump Jr., uno dei figli del presidente, avevano cavalcato gli Epstein files come un’arma di propaganda, sostenendo che “i potenti” stavano nascondendo la verità agli americani. Tucker Carlson e il giovane attivista conservatore Charlie Kirk insistevano affinché il governo rendesse accessibili i documenti, avanzando l’ipotesi che fosse in corso una vasta operazione di insabbiamento.
Trump invece era stato evasivo. Quando gli avevano chiesto se fosse favorevole alla pubblicazione della lista dei clienti, durante il podcast di Lex Fridman, nel settembre 2024, aveva risposto: “Ci darei senz’altro un’occhiata… non avrei alcun problema”. La lista “probabilmente verrà resa pubblica”, aveva aggiunto, anche se sembrava tutt’altro che entusiasta all’idea. Qualche tempo dopo, in privato, aveva confidato alla deputata Marjorie Taylor Greene che la diffusione del materiale su Epstein avrebbe potuto danneggiare alcuni suoi amici. Però ribadiva di non aver fatto nulla di male e che l’intera vicenda era una “fake news” creata ad arte per danneggiarlo politicamente.
Ma queste rassicurazioni erano state travolte dalla frenesia crescente dei suoi sostenitori. Per tutto il 2024 Greene aveva cercato ostinatamente di ottenere la pubblicazione dei fascicoli. E con lei molti altri: l’influencer di estrema destra Laura Loomer, l’attivista conservatore Scott Presler, Chaya Raichik di Libs of TikTok. Ma i più attivi nel cavalcare gli Epstein files erano due podcaster: Kash Patel e Dan Bongino.
Patel – che era stato direttore dell’antiterrorismo al consiglio per la sicurezza nazionale e capo di gabinetto al dipartimento della difesa nella prima amministrazione Trump – aveva ripetuto varie volte, nelle interviste durante i podcast, che il governo teneva nascosto il “libro nero” dei clienti di Epstein e che l’Fbi stava omettendo i nomi di alcuni personaggi di primo piano per proteggerli. La seconda amministrazione Trump, prometteva, avrebbe reso noto “tutto” per riconquistare la fiducia dell’opinione pubblica.
Dan Bongino usava il suo passato nel secret service, l’agenzia che si occupa della sicurezza del presidente, per dare un alone di credibilità alle accuse di insabbiamento. Nel suo programma aveva detto: “Che diavolo stanno nascondendo su Jeffrey Epstein?”. La pubblicazione della lista dei clienti, sosteneva Bongino, avrebbe scosso il mondo della politica: “La palude di Washington non vi sta dicendo la verità”.
La vicenda Epstein stava paralizzando il governo molto più di quanto l’opinione pubblica potesse immaginare
Così, una volta tornati alla Casa Bianca, nel 2025, i collaboratori di Trump si erano trovati sotto forti pressioni, che in buona parte arrivavano dal loro schieramento politico. E la ministra della giustizia Pam Bondi, in pochissimo tempo, era riuscita a peggiorare ulteriormente la situazione.
Il 21 febbraio, durante un’intervista a Fox News, Bondi aveva lasciato intendere che esistesse effettivamente una lista dei clienti di Epstein e che la sua pubblicazione fosse imminente. Quando le avevano chiesto se il dipartimento di giustizia avrebbe pubblicato i nomi, aveva risposto: “È sulla mia scrivania, la sto rivedendo”.
Sei giorni dopo c’era stato un passo falso ancora più grave. Il 27 febbraio l’ufficio per la comunicazione della Casa Bianca aveva organizzato un incontro nella Roosevelt room (la sala proprio di fronte allo studio ovale) tra alcuni esponenti del governo e noti influencer di destra. L’evento era cominciato con il vicepresidente Vance, seguito dal segretario di stato Marco Rubio, che avevano illustrato agli ospiti le priorità dell’amministrazione. In sala c’erano i principali influencer del mondo Maga: Mike Cernovich, Liz Wheeler, Collin Rugg, DC Draino. Il presidente in persona li aveva poi accompagnati nello studio ovale e aveva consegnato a ognuno di loro una moneta commemorativa personalizzata in segno di riconoscenza. Prima che la situazione precipitasse, uno di loro aveva commentato: “È stato il giorno più bello della mia vita”.
A un certo punto Bondi e il suo staff erano entrati nella stanza con delle scatole. La ministra aveva preparato dei faldoni da distribuire agli influencer (i suoi collaboratori avrebbero poi raccontato ai colleghi che li aveva forniti l’Fbi, assicurando che contenevano dettagli rivelatori). “Guardate qua. È fichissimo. Sarà una cosa epica”, aveva detto uno dello staff.
Quando Bondi e i suoi avevano consegnato i faldoni, gli altri funzionari dell’amministrazione avevano cominciato a sudare freddo. Non avevano la minima idea di cosa contenessero le carte: la ministra stava divulgando dei materiali che lei definiva “gli Epstein files”, senza che nessuno alla Casa Bianca li avesse esaminati prima. Un funzionario, aprendo il fascicolo, aveva cominciato a sfogliare freneticamente le pagine per capire se il nome di Trump compariva da qualche parte. Dopo un po’, eccolo lì, proprio al centro della pagina.
Informazioni non verificate
Quel giorno alla Casa Bianca c’era il primo ministro britannico Keir Starmer. Se fosse trapelata la notizia che i presunti Epstein files erano stati resi pubblici prima che Trump incontrasse la stampa con il premier, i giornalisti si sarebbero concentrati solo su quello. E Trump si sarebbe trovato completamente spiazzato. Uno dei suoi assistenti aveva fatto uscire in fretta gli influencer dalla Casa Bianca, spiegando che il contenuto dei faldoni era sotto embargo fino alla conferenza stampa del presidente con Starmer, ma che l’ufficio della comunicazione sarebbe stato felice di parlarne con loro subito dopo. All’uscita gli influencer si erano scattati selfie davanti alla Casa Bianca con i faldoni in mano, pubblicando le foto sui social e alimentando nuove aspettative sul loro contenuto.
Come altri alla Casa Bianca, Bondi aveva sottovalutato la voracità della base Maga su qualsiasi informazione che riguardasse Epstein. I faldoni contenevano materiale sul finanziere e sulle sue attività – registri di volo, elenchi di contatti, sintesi degli oggetti sequestrati nelle sue residenze dopo l’arresto – ma quasi tutto era già stato pubblicato in passato. Bondi era riuscita a enfatizzare e allo stesso tempo banalizzare gli Epstein files. E ora gli influencer si sentivano presi in giro.
Nella Roosevelt room la ministra aveva detto agli influencer che quella era solo la prima parte di documenti e che ne sarebbero arrivati altri. Anche questa affermazione, però, sarebbe stata smentita.
I funzionari del dipartimento di giustizia avevano cominciato a esaminare il materiale su Epstein, ma ci sarebbero voluti ancora mesi per capire l’entità della documentazione: in archivio c’erano più di tre milioni di pagine di fascicoli legati al finanziere, potenzialmente fino a sei milioni. Nelle prime settimane l’attenzione si era concentrata su un enorme lotto di moduli 302, i verbali degli interrogatori fatti dagli agenti dell’Fbi a dei testimoni, tra cui alcune vittime di Epstein. Erano poco più che brogliacci, spesso con informazioni non verificate. Il nome di Trump compariva più volte, così come quello di altri uomini influenti.
A giugno, quattro mesi dopo il pasticcio con gli influencer, Bondi e Blanche avevano aggiornato il presidente sullo stato della revisione dei documenti su Epstein. “Abbiamo passato in rassegna i file”, aveva detto Blanche a Trump. “Non c’è molto. Tanta pornografia minorile, di cui ovviamente non pubblicheremo nulla. Ci sono alcuni riferimenti a lei, ma niente di sostanziale”. Quasi tutti i collaboratori di Trump avevano scartato senza esitazioni l’idea di rendere pubblici i verbali delle interviste dell’Fbi. E, soprattutto, volevano evitare di diffondere qualsiasi cosa che potesse danneggiare il presidente.
Visto che la trasparenza totale era fuori discussione, un piccolo gruppo di funzionari della Casa Bianca e del dipartimento di giustizia aveva deciso di preparare una nota che spiegasse perché l’amministrazione non avrebbe diffuso altro materiale su Epstein. Anche la stesura del comunicato, però, era stata complicata: un po’ perché nessuno voleva firmarlo, un po’ per le forti perplessità che serpeggiavano ai livelli più alti dell’Fbi.
Da settimane Patel e Bongino, rispettivamente direttore e vicedirettore dell’Fbi, erano esasperati perché si rendevano conto delle proporzioni del disastro di cui ora venivano accusati. Avevano ripetutamente lanciato allarmi sul fatto che la vicenda Epstein stava montando tra i sostenitori di Trump. Bongino voleva offrire qualcosa di definitivo alla base Maga, e sia lui sia Patel spingevano per la diffusione immediata delle immagini prese dalle videocamere di sorveglianza del penitenziario federale dove Epstein era stato trovato morto nella sua cella.
Il presidente non voleva pubblicare niente. E alcuni dei suoi principali collaboratori erano convinti che la crisi non fosse grave
Bongino era in totale disaccordo con il contenuto della nota del dipartimento di giustizia. Il comunicato, aveva detto a Patel, sconfessava completamente le loro promesse di trasparenza fatte prima di arrivare ai vertici dell’Fbi, e per questo bisognava evitare di mettere la sigla dell’agenzia sulla carta intestata. Patel in privato condivideva molte delle sue preoccupazioni. Ma alla fine, in un’email interna del 2 luglio, aveva dato il suo consenso alla pubblicazione del comunicato. “Grazie per le modifiche, e continuo a credere che questo sia il modo giusto per andare avanti”, aveva scritto Patel, con qualche refuso sparso, a un piccolo gruppo di colleghi, tra cui Blanche. “Sono felice di aggiungere eventuali altre frasi per competare le parti mancandi. Ma penso che abbiamo spiegato nello specifico il perché non si può pubblicare altro dato che riguarda temi specifici come ordinanze del tribunale, materiale relativo ad abusi sessuali su minori, tutela delle vittime ecc”. Bondi usava raramente l’email del dipartimento di giustizia e non era nella catena di messaggi del gruppo che si occupava della stesura del comunicato. Pur essendo a conoscenza sia del comunicato sia del video del carcere, non aveva partecipato alla revisione del testo.
Intanto alla Casa Bianca Trump non voleva pubblicare niente. E alcuni dei suoi principali collaboratori, tra cui Wiles e Blair, erano convinti che la crisi non fosse particolarmente grave. Agli elettori repubblicani non importava, spiegavano ai colleghi, e avevano già in mano i primi dati del sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, a dimostrarlo. Tutto il polverone su Epstein, dicevano, era alimentato da frange marginali di complottisti e amplificato su internet da influencer che facevano molto rumore ma che non rappresentavano un vero blocco elettorale. Se la Casa Bianca fosse intervenuta avrebbe solo ingigantito la vicenda, dandole un timbro ufficiale. Wiles e Blair avevano visto Trump superare qualsiasi tempesta immaginabile. E secondo loro questa non era nemmeno una tempesta; al massimo, era una nuvola passeggera. Bongino continuava a ripetere che era un grave errore di valutazione. “Non è una semplice polemica online”, aveva detto ai consiglieri della Casa Bianca. “Non capite”.
Il minuto mancante
Il 7 luglio 2025 è uscito il comunicato del dipartimento di giustizia e dell’Fbi: una dichiarazione di una pagina e mezza, non firmata, in cui si spiegava che, dopo una ricerca approfondita “nei database, negli hard disk e nelle unità di rete, dopo varie perquisizioni negli uffici delle squadre investigative, negli armadi, nelle scrivanie, nei ripostigli e in altri luoghi dove avrebbe potuto essere conservato materiale rilevante” e dopo aver esaminato oltre trecento gigabyte di prove, il dipartimento aveva concluso che non esistevano prove che Epstein tenesse una lista dei clienti.
Il comunicato confermava anche la versione ufficiale secondo cui Epstein si era suicidato in carcere nel 2019. Alla nota erano allegati i filmati della prigione federale di Manhattan in cui era morto. Pertanto, concludeva la nota, l’amministrazione Trump non avrebbe diffuso ulteriori informazioni sul caso Epstein e non c’erano motivi per aprire altre indagini su terze parti non incriminate.
Se l’amministrazione s’illudeva che il comunicato avrebbe chiuso il caso Epstein, e che i sostenitori più fanatici del presidente avrebbero accettato le conclusioni del dipartimento di giustizia solo perché ora il ministero e le sue agenzie investigative erano sotto il controllo di Donald Trump, si sbagliava di grosso. Il testo ha scatenato un terremoto. Per una parte della base Maga era un tradimento: una brusca smentita delle oscure teorie del complotto che alcuni dei più stretti confidenti di Trump avevano alimentato durante la presidenza Biden e che avevano promesso di portare alla luce quando Trump fosse tornato al potere.
La pubblicazione del video di sorveglianza, che Bongino e Patel consideravano un gesto di trasparenza, gettava ulteriore benzina sul fuoco. Il dipartimento di giustizia ha divulgato circa undici ore di filmati della prigione di Manhattan, per mostrare che non era successo niente di losco. Ma nel video mancava un minuto: c’era un salto evidente nella cronologia, dalle 23:58:58 a mezzanotte. Bondi si è giustificata attribuendo il disguido a un reset notturno del sistema (i filmati sono stati poi recuperati e ripubblicati), ma per molti era l’ennesimo indizio di un insabbiamento. Diversi funzionari della Casa Bianca, in privato, si lamentavano di non essere stati informati del “buco” prima della pubblicazione. Sui social sono esplose le polemiche, e le accuse non colpivano solo Bondi, ma anche Patel e Bongino.
Nessuno dei tre si era mai confrontato con una simile ondata di rabbia proveniente dai sostenitori di Trump. Era una novità sconcertante soprattutto per Patel e Bongino, che avevano costruito il loro potere e la loro influenza online. Il movimento che li aveva trattati da eroi gli si stava improvvisamente rivoltando contro. I due ex paladini erano direttamente collegati a un comunicato che affermava, nero su bianco, che le prove contro Epstein erano abbondanti ma che non c’era nessun indizio di una cospirazione.
Il giorno in cui è stato diramato il comunicato, Bongino si è presentato alla riunione quotidiana del dipartimento di giustizia con lo staff dell’Fbi e la ministra della giustizia. Era furibondo. Appena entrato nella sala si è scagliato contro Bondi, urlandole contro. “Hai mandato tutto a puttane fin dall’inizio. Hai detto un sacco di stronzate; tutta la farsa assurda degli Epstein files, la cazzata che ‘sono sulla mia scrivania’, tutte le promesse che hai fatto alla gente”.
Quindi Patel e Bongino hanno detto a un funzionario della Casa Bianca che Bondi doveva dimettersi. Due giorni dopo, il 9 luglio, i due uomini sono stati convocati a una riunione con Wiles e Bondi nel complesso della situation room. Sono stati gli ultimi a entrare nella piccola sala rivestita in legno. Al tavolo c’erano Bondi, Wiles, Blanche e Taylor Budowich, uno dei vice di Wiles. Appena Bongino si è messo a sedere, Wiles gli ha detto che le era stato riferito che aveva passato ad Abc News un’informazione delicata che riguardava Epstein e Trump.
“Facciamo una cosa”, ha risposto Bongino. “Ti do centomila dollari in contanti, adesso. Non sto scherzando. Esci da qui, chiama quel giornalista in vivavoce e fagli ammettere che sono stato io a passargliela. Centomila dollari”. Wiles ha ribattuto secca: “Guarda, in questa storia ci siamo cacciati tutti…”. Bongino l’ha zittita subito. “No, no, no, no, no. Noi non ci siamo cacciati in niente. Io vi avevo avvertito fin dall’inizio e voi mi avete ignorato. Ed è successo esattamente quello che avevo detto che sarebbe successo. Adesso vi state inventando che in questa storia c’entro anch’io. Ma io non c’entro per niente”.
La reazione aggressiva di Bongino ha lasciato tutti sbigottiti: Wiles era a capo dello staff della Casa Bianca, in pratica faceva le veci del presidente. “Da questo momento in poi ci siamo dentro tutti”, lo ha incalzato Wiles. “Decidiamo insieme come andare avanti. Ci stai oppure no?”.
Interrogata da Blanche, Ghislaine Maxwell ha riferito di non aver mai visto Trump comportarsi in modo sconveniente
“No, non ci sto”, ha replicato Bongino. “Il mio piano non è questo. D’ora in poi io mi tiro fuori. Non esiste. Me ne vado”. È uscito furibondo dalla situation room, è salito sul suv blindato di Patel e ha ordinato all’autista di portarlo alla sede dell’Fbi.
Alcuni amici di Bongino speravano che si dimettesse per protesta, un gesto che lo avrebbe trasformato in un martire del movimento Maga e ne avrebbe fatto crescere la popolarità. Ma a quel punto sono intervenuti i consiglieri della Casa Bianca, chiedendogli di restare. Se il vicedirettore dell’Fbi si fosse dimesso per il caso Epstein e avesse parlato pubblicamente, il presidente avrebbe rischiato di essere seriamente danneggiato. Bongino ha detto ai suoi collaboratori che rimaneva per il bene di Trump e che avrebbe continuato a insistere per la pubblicazione di altre informazioni su Epstein. In privato, però, ribolliva dalla rabbia.
Da quel momento i rapporti ai vertici del dipartimento di giustizia sono diventati ingestibili. In un’altra riunione a luglio, nell’ufficio di Wiles, Bongino e Patel le hanno detto che sospettavano che Bondi avesse fatto trapelare delle informazioni per screditarli.
“Blondie ha mandato tutto a puttane”, avrebbe detto in seguito Bongino a un confidente, riprendendo il soprannome con cui Loomer (l’influencer) chiamava la ministra della giustizia. “È stata lei ad andare in tv a ripetere che avevano un sacco di roba. Non c’è mai stato niente. Lo abbiamo sempre detto chiaramente. Ora però tutti credono che i colpevoli siamo noi. E pensare che io ho lasciato tutto”. Bongino si lamentava di aver rinunciato al suo programma di grande successo e a milioni di dollari, “e adesso è tutto in fumo, perché la gente pensa che ci siamo compromessi con la storia di Epstein”. Poi, dopo una pausa: “Questo sarà l’Iran-contra del presidente Trump”, riferendosi allo scandalo esploso negli anni ottanta durante l’amministrazione Reagan.
Post esasperato
Il 12 luglio il presidente è intervenuto su Truth Social per difendere Bondi e per chiedere ai suoi sostenitori di smetterla di sprecare “tempo ed energie per Jeffrey Epstein, uno di cui non importa niente a nessuno”. Trump era molto irritato con alcuni dei commentatori più influenti, tra cui Charlie Kirk, Tucker Carlson e Megyn Kelly, che chiedevano pubblicamente all’amministrazione di fare chiarezza. Il giorno prima Kirk aveva organizzato un evento che si era trasformato in un vero e proprio sfogo collettivo sul caso Epstein, con un intervento dopo l’altro che attaccava Bondi per come aveva gestito la situazione. Trump aveva telefonato a Kirk e lo aveva rimproverato duramente.
Nessuno, nell’orbita di Trump, conosceva i giovani della base Maga più di Kirk, che si era accorto che l’insabbiamento del caso Epstein stava interessando a livelli allarmanti. Anche Donald Trump Jr. e Vance – entrambi molto attivi su X e anche loro vicini agli ambienti più giovani della base – erano preoccupati e spingevano la Casa Bianca a cambiare rotta e a costringere il dipartimento di giustizia a pubblicare altro materiale.
Vance temeva di perdere il consenso dei cosiddetti low-propensity voter, i giovani maschi che, pur non appartenendo tradizionalmente al Partito repubblicano, avevano votato per Trump nel 2024. Era un pubblico che seguiva da vicino i podcast della “manosfera” come quello di Joe Rogan, e il fatto che ora anche quei conduttori iniziavano a ribellarsi era molto preoccupante. Ma qualsiasi soluzione si scontrava con un ostacolo enorme: il presidente non voleva sentir parlare di trasparenza. Voleva mettere una pietra tombale su tutta la faccenda Epstein e prendeva a male parole chiunque la nominasse. I componenti del suo staff evitavano per quanto possibile l’argomento nelle conversazioni con lui e ne parlavano preoccupati soltanto tra di loro.
Il 16 luglio, in un post esasperato su Truth Social, Trump ha definito in modo abbastanza assurdo il caso Epstein una “bufala” montata dai democratici, per poi passare ad attaccare parte del suo partito e dei suoi elettori, rinnegando il loro sostegno e chiamandoli “EX sostenitori” e “deboli” che avevano “abboccato a questa ‘stronzata’ come pesci all’amo”. Mentre il presidente cercava di distogliere l’attenzione da Epstein sui social, politici di entrambi i partiti hanno cominciato a spingere nella direzione opposta.
Molti democratici hanno cavalcato lo scandalo Epstein facendone uno dei temi centrali della loro comunicazione e trasformandolo in un’arma contro Trump. A loro si sono uniti anche alcuni repubblicani ribelli, con il risultato di mettere ancora più sotto pressione lo staff del presidente. I deputati Thomas Massie, repubblicano, e Ro Khanna, democratico, hanno presentato alla camera un disegno di legge chiamato l’Epstein files transparency act (“legge sulla trasparenza degli Epstein files”). Pur non avendo ancora i voti necessari per passare, la proposta era diventata un nuovo terreno di scontro, mentre il presidente si irrigidiva nel rifiuto di rendere pubbliche ulteriori informazioni.
A fine luglio è arrivata alla Casa Bianca la notizia che la commissione di vigilanza della camera, presieduta dal repubblicano James Comer, avrebbe recapitato un ordine che chiedeva all’amministrazione di mettere a disposizione i documenti su Epstein in suo possesso. La richiesta era stata presentata dai democratici della commissione, con l’appoggio di alcuni repubblicani.
Il giorno in cui i collaboratori di Trump sono venuti a sapere della richiesta, è stata convocata un’altra riunione d’emergenza su Epstein nella situation room per capire come gestire le pressioni che arrivavano dal congresso. Al tavolo c’erano più o meno gli stessi della riunione precedente: Wiles e Vance, Blanche, Warrington, Patel, Bondi, Blair, Cheung, Budowich e Leavitt.
Blair ha detto ai colleghi che bisognava cercare di garantire piena collaborazione con la richiesta della camera, ma che la priorità era diffondere informazioni che dimostrassero che Trump non era coinvolto nelle attività criminali di Epstein.
Cos’altro non era stato ancora pubblicato? La domanda diventava più pressante man mano che si analizzavano i materiali oscurati
Quindi Blanche ha fatto il punto sul materiale relativo a Epstein che aveva esaminato personalmente o su cui era stato aggiornato, compreso un volume di pornografia minorile. A quel punto si è parlato di come rendere pubblici i file. L’idea, già in cantiere, era di mettere tutto il materiale legato a Epstein su un sito. In questo modo la galassia Maga sarebbe stata inondata da una quantità enorme di informazioni autentiche raccolte in un gigantesco database. Il sito era stato messo in piedi facilmente e si stava pensando di mandarlo online nel giro di una settimana. Era stata già accumulata una montagna di materiale: Blanche stava passando in rassegna pile di documenti provenienti sia dai procedimenti civili sia da quelli penali. L’intenzione era pubblicare tutto, senza filtri. Blanche sarebbe poi andato al podcast di Rogan per rivendicare la trasparenza della Casa Bianca.
Ma alla fine il sito non sarebbe andato online nei tempi inizialmente previsti. E la versione che era stata immaginata all’inizio non sarebbe mai stata resa pubblica.
A estate inoltrata i principali collaboratori del presidente avevano ormai capito che la vicenda Epstein non somigliava per niente alle tante crisi che avevano dovuto gestire in precedenza. Con loro grande sorpresa, i vecchi trucchi del presidente – sviare l’attenzione e negare – questa volta non funzionavano.
A fine luglio Blanche ha interrogato Ghislaine Maxwell. La donna ha riferito di non aver mai visto Trump comportarsi in modo sconveniente e di non ricordare il biglietto di compleanno con la donna nuda. Poco dopo è stata spostata in una prigione federale di minima sicurezza in Texas: un trasferimento inizialmente senza spiegazioni, che ha fatto esplodere l’indignazione pubblica. Quasi cinque mesi dopo Blanche avrebbe spiegato che Maxwell aveva ricevuto “numerose minacce di morte”.
Mentre le richieste di trasparenza si facevano più insistenti, i vertici dell’amministrazione Trump passavano sempre più tempo chiusi nella situation room. Quell’area della Casa Bianca era ormai diventata sinonimo della crisi: uno spazio blindato in cui le persone di fiducia del presidente cercavano di tenerlo lontano da uno scandalo destinato a macchiare o travolgere carriere ai massimi livelli del mondo degli affari, della scienza e della politica.
Il pomeriggio del 13 agosto la squadra si è riunita di nuovo per delineare la strategia difensiva sul caso Epstein. Il gruppo era sempre lo stesso: Wiles, Bondi, Blanche, Patel, Blair, Budowich, Cheung e
Leavitt. Vance si è collegato al telefono dal Regno Unito.
La questione centrale era come gestire la crisi e i rischi di immagine per l’amministrazione. La vera difficoltà sarebbero state eventuali accuse imbarazzanti o dannose per il presidente, anche se prive di fondamento. Se l’intera documentazione su Epstein fosse stata resa pubblica, avrebbe potuto includere ogni tipo di materiale potenzialmente compromettente.
La questione dei capezzoli
A un certo punto uno dei presenti ha sollevato la questione di un’accusa grave ma non verificata contro Trump, emersa nei documenti desecretati di una causa per diffamazione del 2015 intentata da Virginia Giuffre contro Maxwell, poi chiusa due anni dopo. L’accusa – riportata indirettamente e relativa a una specifica forma di abuso sessuale – era l’esempio perfetto del materiale che sarebbe potuto finire online e accendere i riflettori su Trump, a prescindere dalla sua veridicità.
Giuffre, che aveva conosciuto Epstein da adolescente quando lavorava nella spa di Mar-a-Lago, il club di Trump a Palm Beach, era tra le donne che avevano denunciato con forza gli abusi del finanziere. Alla fine del 2016 aveva dichiarato che, per quanto ne sapesse, Trump non aveva mai avuto comportamenti sconvenienti. Era morta suicida nell’aprile 2025, tre mesi dopo il ritorno al potere di Trump. Ma il vecchio fascicolo del caso Giuffre conteneva anche alcune email inviate a un giornalista da un’altra vittima di Epstein, Sarah Ransome, che poi aveva fatto causa a Epstein e Maxwell. Anche quel procedimento era stato chiuso con un accordo extragiudiziale.
Nelle email Ransome sosteneva di conoscere una ragazza coinvolta nel giro dei traffici sessuali di Epstein, chiamata Jen, che le aveva riferito di aver avuto rapporti con Trump. Jen le aveva detto che Trump aveva la fissazione per i capezzoli, e che glieli aveva pizzicati e succhiati in modo particolarmente violento. Ransome scriveva di averne avuto conferma una volta che erano andate al bagno insieme: “I capezzoli dovevano farle malissimo; erano rossi e gonfi”.
La credibilità di Ransome non era inattaccabile: in passato aveva detto anche di essere in possesso di alcuni video di uomini influenti impegnati in rapporti sessuali con ragazze dell’entourage di Epstein; poi aveva ritrattato, spiegando di temere per sé e per la propria famiglia. Fatto sta che nel 2023, dopo che un giudice federale aveva ordinato la desecretazione di parte dei fascicoli del caso Giuffre, nel materiale c’era anche il documento che collegava Trump alla storia dei capezzoli. Era un’accusa non confermata e mai resa pubblica: la notizia era stata riportata in alcuni articoli che poi si erano persi nel vortice dell’informazione prima delle elezioni.
Diversi consiglieri di Trump nella situation room non avevano mai sentito parlare della storia dei capezzoli; altri ne avevano solo una conoscenza superficiale. Quasi tutti erano dell’idea che fosse solo una sciocchezza senza fondamento. Ma il problema restava: se le email di Ransome fossero finite in un archivio ufficiale del dipartimento di giustizia, pubblico e liberamente consultabile online, sarebbero tornate sotto i riflettori. Tutte le questioni di credibilità sarebbero passate in secondo piano: la sola presenza del documento avrebbe messo un timbro di legittimità alla versione di Ransome. “La storia è già di dominio pubblico”, ha detto uno dei presenti. “Ci monteranno sopra un caso, anche se non c’è niente di vero e lo sanno tutti”.
Secondo Blanche, la dichiarazione di Ransome e la sua successiva, parziale smentita chiarivano perché le accuse a Trump non erano mai state portate avanti sul piano penale. Tra l’altro, il materiale era già disponibile online grazie alla desecretazione dei documenti: non c’era motivo per non pubblicarlo sul sito del dipartimento di giustizia.
2005 La polizia di Palm Beach, in Florida, comincia a indagare dopo che alcune minorenni hanno raccontato di essere state pagate per fare “massaggi” nella villa del finanziere Jeffrey Epstein e di aver subìto abusi sessuali.
2006 Epstein viene incriminato per induzione alla prostituzione. Gli investigatori raccolgono decine di testimonianze che delineano un meccanismo di sfruttamento delle ragazze.
2008 Epstein patteggia con la procura della Florida. Si dichiara colpevole di reati minori e viene condannato a tredici mesi di detenzione, con la possibilità di uscire dal carcere sei giorni a settimana per lavorare.
2009-2018 Continuano le cause civili e sono raccolte le deposizioni delle vittime, che descrivono un sistema strutturato di abusi e reclutamento, in cui compare spesso il nome di Ghislaine Maxwell, compagna di Epstein. In questi anni emergono anche dettagli sui rapporti di Epstein con figure potenti, tra cui Donald Trump, che lo frequentò tra gli anni novanta e i primi anni duemila a New York e in Florida.
2019 A luglio Epstein viene arrestato a New York con nuove accuse federali per traffico sessuale di minorenni, relative a fatti successivi al patteggiamento del 2008. Ad agosto si suicida nel carcere federale di Manhattan. Le gravi falle nella sorveglianza alimentano supposizioni e teorie del complotto, poi rilanciate anche da Trump per attaccare i democratici.
2022 Maxwell è condannata a vent’anni di detenzione per aver organizzato con Epstein lo sfruttamento sessuale.
2024-2026 Nella campagna per le presidenziali, Trump promette di rendere pubblici tutti i documenti sul caso e di fare chiarezza sulla morte del finanziere. Una volta alla Casa Bianca cerca invece di bloccare l’uscita di altri fascicoli. Messo sotto pressione dalla sua base e dal congresso, cambia idea. Le successive pubblicazioni aggiungono dettagli sui rapporti tra Epstein e decine di personaggi del mondo politico, economico e culturale, non solo negli Stati Uniti. Ma finora non hanno portato prove di nuovi reati. Npr
Frequenza allarmante
Vance pensava che Trump non avrebbe avuto problemi a rendere pubblici i documenti legati alla storia dei capezzoli, visto che era stato accusato di ben peggio. “Secondo me dovremmo pubblicarli”, ha detto. “In questo modo avremmo fatto anche più del nostro dovere”. Wiles era dell’opinione opposta: secondo lei il presidente non sarebbe stato affatto d’accordo. A quel punto, però, nessuno aveva più voglia di continuare la discussione. Uno dei presenti avrebbe poi descritto l’esperienza “surreale” di ritrovarsi a discutere di capezzoli nella situation room. Questa storia riassumeva l’intero problema della Casa Bianca con gli Epstein files: una montagna di accuse impossibili da smentire e altrettanto impossibili da far sparire.
A metà novembre il gruppo del congresso che spingeva per la pubblicazione dei documenti aveva ormai i voti necessari per forzare la mano all’amministrazione. L’Epstein files transparency act è stato approvato alla camera e al senato in rapida successione e il 19 novembre 2025 Trump, cedendo all’inevitabile, lo ha firmato trasformandolo in legge.
Il provvedimento andava ben oltre l’ordine di divulgazione della commissione della camera. Richiedeva una tranche di documenti molto più ampia, e avvertiva l’amministrazione che “nessun documento potrà essere trattenuto, consegnato in ritardo o oscurato per motivi di imbarazzo, danno alla reputazione o sensibilità politica, neppure se riguarda esponenti del governo, personaggi pubblici o dignitari stranieri”. In sostanza, cercava tutto quello che per quasi un anno Trump aveva provato a tenere nascosto.
Il dipartimento di giustizia ribadiva che non esisteva nessuna lista di clienti di Epstein. Ma l’intera vicenda era l’ennesimo campanello d’allarme in un periodo in cui la fiducia nel sistema giudiziario era ormai completamente crollata. Le testimonianze e le prove incomplete raccolte nei procedimenti penali non erano mai state pensate per essere rese pubbliche. Esistevano dei meccanismi per proteggere sia gli accusati sia gli accusatori.
Gli Epstein files erano un’enorme discarica pubblica dove erano stati buttati tutti i documenti del dipartimento di giustizia in cui compariva il nome del finanziere, indipendentemente dal fatto che le informazioni fossero confermate o meno. Le pagine pubblicate citavano effettivamente molti uomini potenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. In una mail di gennaio 2020, un procuratore federale aveva scritto a un collega che Trump aveva volato sul jet privato di Epstein molto più di quanto si sapesse. Dai registri di volo contenuti nei fascicoli risultavano almeno otto viaggi tra il 1993 e il 1996, a volte con la sua seconda moglie, Marla Maples, altre volte con i figli. Nel gennaio 2024 Trump aveva dichiarato di non essere mai salito su quell’aereo.
Cos’altro non era stato ancora pubblicato? La domanda diventava più pressante man mano che si analizzavano nel dettaglio i materiali oscurati o mancanti. Per il dipartimento di giustizia, dopo la pubblicazione di più di 3,5 milioni di documenti, non c’era altro da vedere. Trump, come al solito, si è costruito una realtà tutta sua. Aveva sempre detto che tutti gli altri erano corrotti, soprattutto i suoi nemici. E quei documenti, nonostante la quantità enorme di citazioni che lo riguardavano, ne erano la prova. “Ci sono molte domande in sospeso”, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca a febbraio. “Ma niente che riguardi me”.
L’estate precedente Trump aveva liquidato la questione Epstein come un caso chiuso, ma all’inizio del secondo anno della sua presidenza anche i suoi collaboratori si sono resi conto che le preoccupazioni degli elettori su Epstein continuavano a emergere con una frequenza allarmante.
In una nota interna circolata tra una decina di consiglieri di Trump alla fine di marzo 2026, il sondaggista del presidente, Fabrizio, ha riassunto i risultati di due focus group organizzati quel mese. Nel documento gli “Epstein files” figuravano come il sesto argomento in ordine di importanza, dopo inflazione, economia, politica estera, immigrazione e sanità, ma prima di data center, questioni militari, criminalità e sicurezza, e dello stare “dalla parte dei lavoratori”. Nella sezione dedicata ai “punti chiave” individuati nei focus group, la nota sottolineava: “C’è anche un riferimento costante agli Epstein files, che sono emersi in ogni gruppo e rappresentano un vero elemento negativo per alcuni di questi elettori”.
Lo scandalo Epstein ha messo in luce un elemento che i consiglieri più vicini a Trump per mesi si sono rifiutati di vedere. Il presidente può distruggere le istituzioni, usare il governo federale contro i suoi nemici e ricevere gli uomini più ricchi del mondo nello studio ovale per farsi rendere omaggio. Ma, evidentemente, non può far sparire Jeffrey Epstein. ◆ fas
Maggie Haberman e Jonathan Swan sono i due giornalisti del New York Times che seguono la Casa Bianca. Questo articolo è tratto dal libro Regime change: inside the imperial presidency of Donald Trump (Simon & Schuster 2026).
Copyright © 2026 by Maggie Haberman and Jonathan Swan. From the book REGIME CHANGE: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump by Maggie Haberman and Jonathan Swan published by Simon & Schuster, LLC. Printed by permission.
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati