A sette anni Francisco Estrada-Belli aveva paura che tutta la storia sarebbe stata scoperta prima che lui fosse abbastanza grande da dare il suo contributo. Era il 1970 e con i suoi genitori era partito da Roma per andare a trovare dei parenti in Guatemala. Visitarono anche le antiche rovine maya di Tikal. “Ero estasiato”, racconta Estrada-Belli. “C’era giungla dappertutto, animali e poi questi templi enormi e maestosi. Facevo domande, ma avevo la sensazione che le risposte non bastassero. In quel momento decisi che volevo essere io a darle”.
Oggi Estrada-Belli è uno degli archeologi che stanno contribuendo a riscrivere la storia dei popoli maya che costruirono Tikal. Analisi del dna più avanzate, progressi nelle scienze delle piante e del clima, nella chimica del suolo e degli isotopi, nella linguistica e nella tecnologia stanno mettendo in discussione convinzioni consolidate. In nessun campo questo è così evidente come nell’archeologia maya.
L’anno scorso la squadra di Estrada-Belli, di cui fa parte anche il collega della Tulane university (a New Orleans) Marcello A. Canuto, ha pubblicato uno studio con una conclusione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata azzardata. Quando Estrada-Belli visitò Tikal nel 1970, si stimava che la popolazione delle pianure maya circostanti – un’area che oggi comprende il Messico meridionale, il Belize e il Guatemala settentrionale – durante l’epoca classica (600-900 dC) fosse di circa due milioni di persone. Lo studio del team ipotizza che la regione ospitasse fino a 16 milioni di abitanti: più di cinque volte la popolazione attuale. Significherebbe che nelle pianure maya dell’epoca classica vivevano più persone che nella penisola italiana al culmine dell’impero romano, in un territorio grande un terzo.
Radici antiche
Il confronto tra i maya dell’epoca classica e l’antica Roma è istruttivo anche per altri aspetti. Alcune città maya erano nate centinaia di anni prima di Roma e ospitavano architetture più imponenti. Entrambe le civiltà svilupparono l’astronomia, la matematica, la scrittura e sistemi agricoli sofisticati, oltre a reti commerciali che attraversavano territori vasti e cosmopoliti. Le rovine di Roma oggi sono avvolte da una città brulicante in cui alcune famiglie importanti rivendicano una discendenza diretta da quelle antiche. Le rovine maya sono sommerse da una foresta tropicale millenaria, mentre i discendenti dei popoli che le costruirono sono tra i più poveri del pianeta. Le varie comunità maya e i gruppi nativi più piccoli, come gli xinka e i garifuna, oggi contano più di undici milioni di persone sparse tra Messico, Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras e Stati Uniti. La maggior parte – quasi otto milioni – vive in Guatemala, dove costituisce il 44 per cento della popolazione.
La storia, antica e recente, è una questione politica centrale per i maya. In Guatemala fanno due richieste fondamentali: l’accertamento delle responsabilità nella guerra civile e nel genocidio tra il 1960 e il 1996, che causarono circa 200mila morti, per lo più maya; il riconoscimento dello status di abitanti originari e legittimi proprietari di queste terre. Secondo loro, mezzo millennio di pregiudizi e discriminazioni ha creato una situazione in cui due terzi delle terre coltivabili del paese sono nelle mani del 2,5 per cento degli agricoltori, pochi dei quali maya, mentre il 60 per cento dei bambini nativi soffre di malnutrizione.
Nel 2023 i popoli maya hanno avuto un ruolo decisivo nella vittoria alle presidenziali dell’ex diplomatico Bernardo Arévalo. La campagna per proteggere il voto da una magistratura corrotta è stata guidata da gruppi indigeni, con più di cento giorni di proteste in tutto il paese. Arévalo non è maya, ma è sensibile alle loro rivendicazioni. Tra le persone che ha chiamato nel governo c’è Liwy Grazioso, un’archeologa di origine italiana, oggi ministra della cultura e dello sport. Grazioso ha pubblicato studi sulle tombe di Río Azul e sulla metropoli di Tikal, e ha supervisionato ricerche su Kaminaljuyu, l’antica città maya sotto l’attuale capitale.
Vuole costruire un paese in cui passato e presente possano convivere e gli abitanti originari siano pienamente riconosciuti nella storia nazionale. “Non perché siano migliori o perché la loro società antica fosse superiore alla nostra, ma perché siamo tutti esseri umani allo stesso modo”, dice.
Il potere nel presente
Ci troviamo in un grande ufficio rivestito di legno, al terzo piano del Guacamolón, un imponente palazzo nel centro di Città del Guatemala. Dal 1943 queste sale sontuose hanno visto colpi di stato militari e i piani per sterminare le vite, le culture, le lingue e la storia dei maya.
Era una regione cosmopolita, con intensi scambi commerciali
Questa oppressione ha radici ancora più antiche: Grazioso mi spiega che le élite maya – intellettuali, sovrani, astronomi, sacerdoti, scrittori e storici – furono sistematicamente uccise dai colonizzatori spagnoli e i loro testi bruciati come opere del demonio.
Il potere degli stranieri sulla storia dei maya è scritto anche nel loro nome. Gli spagnoli chiamarono le popolazioni locali “maya” per la città in rovina di Mayapán, nell’attuale Messico. Eppure i maya non si sono mai percepiti come un unico popolo e non furono mai uniti in un solo impero. Parlavano, e parlano, molte lingue, e appartengono a un intreccio complesso di culture e identità. Quando nell’ottocento nacque l’archeologia maya, gran parte delle conoscenze custodite dalle élite locali era già andata persa. Alcuni osservatori diffusero teorie pseudoscientifiche secondo cui i templi maya sarebbero stati costruiti dagli alieni, dai vichinghi, dai nefiti descritti nel Libro di Mormon e da altre misteriose civiltà scomparse. Secondo Grazioso queste teorie hanno uno scopo politico: “Se priviamo i veri maya del loro passato glorioso, non dobbiamo dargli potere nel presente”, afferma. “Parlare di collasso e di alieni distrae da quello che abbiamo davanti agli occhi”.
È qui che interviene il lavoro degli archeologi contemporanei. Fino a poco tempo fa il dibattito dominante sui maya si concentrava su una domanda: perché la loro civiltà è crollata? Oggi molti archeologi ne fanno un’altra: come hanno fatto i maya a sopravvivere? Questo interrogativo riguarda sia il passato sia il presente e la loro capacità di trasformare circostanze difficili in una lunga resistenza.
Regine e rivoluzioni
Per molto tempo si è creduto che nelle pianure maya non potessero esistere insediamenti umani complessi. La teoria, basata su ricerche condotte negli anni cinquanta nella foresta amazzonica, era nota come legge del limite ambientale. Le foreste pluviali di pianura, con i loro strati sottili di terra fertile, non sembravano adatte a società numerose e avanzate, perché potevano produrre solo quantità limitate di cibo. Per molti anni questa idea fu considerata l’equivalente di una legge naturale in antropologia. Quando fu formulata, in Amazzonia non erano ancora stati scoperti grandi insediamenti. Ma nelle pianure maya c’erano migliaia di piramidi di pietra, templi, strade rialzate, monumenti scolpiti e tombe in cui i sovrani sepolti indossavano gioielli di giada. Invece di ipotizzare l’esistenza di culture molto popolose e sofisticate, vari ricercatori facevano coincidere ciò che trovavano sul terreno con quella presunta legge dei limiti ambientali. Per cui la conclusione era che i re maya governavano simbolicamente su poche comunità scollegate tra loro, che vivevano in piccoli insediamenti separati dalla foresta. La legge del limite ambientale fu in gran parte smentita negli anni ottanta, quando furono decifrati i geroglifici maya e i ricercatori riuscirono a leggere i testi scritti sui grandi monumenti di pietra dei centri urbani, le cosiddette stele. Le incisioni, a lungo interpretate come rappresentazioni astronomiche o cerimoniali, raccontavano storie di re e conquistatori, di regine e rivoluzioni, non di abitanti primitivi della foresta.
Negli ultimi anni è emersa una nuova narrazione, in parte grazie al sistema lidar (light detection and ranging), una tecnologia che usa impulsi laser per misurare distanze precise e creare mappe 3d ad alta risoluzione in tempo reale. Si tratta di ingombranti macchine laser montate su aerei bimotore che sorvolano foreste e campi a circa mezzo chilometro di altezza. L’attrezzatura produce scansioni del terreno, permettendo di identificare forme dritte, rotonde o quadrate, come rovine antiche, campi, strade, templi, dighe e fortificazioni. Il lidar non è una scoperta recente, ma il suo uso nell’archeologia risale agli anni duemila, nella città maya classica di Caracol, in Belize, dopo che alcuni ricercatori avevano visto dei biologi impiegarlo per misurare la crescita della foresta. Con qualche modifica, pensarono, avrebbero potuto mappare anche il terreno coperto dalla foresta pluviale.
Nel 2016, quando Estrada-Belli ha visto le scansioni lidar di Holmul, nel nordest del Guatemala, ha capito che “l’archeologia era cambiata per sempre”. Aveva lavorato sedici anni per mappare questa grande città, con il metro e l’aiuto di molti assistenti. Avevano attraversato la giungla fitta per ricostruirne l’aspetto nei suoi 1.700 anni di storia. Le squadre avevano individuato circa mille strutture. Ora poteva confrontare quel lavoro con i risultati dei sistemi laser. In tre giorni di scansioni, il lidar aveva mappato più di settemila strutture: edifici residenziali, canali, terrazze, recinti agricoli, strade rialzate e mura difensive. Aveva prodotto una scansione continua di un’area dieci volte più estesa di quella che le squadre di archeologi erano riuscite a coprire a piedi. Con le successive mappature su larga scala Estrada-Belli ha stimato che nelle pianure maya vivessero tra 9,5 e 16 milioni di persone. Era una regione cosmopolita, con intensi scambi commerciali e insediamenti collegati da una fitta rete di strade rialzate e arterie di comunicazione.
Gli antichi maya non usavano animali da soma né ruote per i carri. Tutto doveva essere trasportato con la sola forza umana. Queste pianure non erano terre selvagge, mi ha detto Estrada-Belli, ma un mosaico a bassa densità di persone, attività e campi coltivati, con zone umide e foreste gestite in modo sostenibile ovunque. Gli edifici più grandi erano probabilmente destinati all’élite.
Questo paesaggio pone nuove domande. La più importante, secondo Estrada-Belli, riguarda l’agricoltura. “Quando guardiamo le foreste dell’America Centrale dobbiamo fare i conti con il fatto che le persone del passato hanno influenzato ogni cosa”, dice. “Quelle specie di alberi sono lì perché i maya le hanno scelte, quei fiori ci sono perché erano usati, le zone umide avevano una funzione. E tutti questi metodi sono rimasti sostenibili per migliaia di anni. Oggi gli esseri umani usano la terra “per l’allevamento di bovini e per le monocolture di mais che distruggono il suolo. Abbiamo molto da imparare”, aggiunge.
Tikal è il sito maya più visitato del Guatemala. Le foreste circostanti fanno parte della riserva della biosfera maya. È facile lasciarsi sedurre dall’atmosfera mistica che si respira qui. All’alba i visitatori siedono in cima a un tempio alto settanta metri, ascoltando le scimmie urlatrici e il frinire dei grilli. Il sole che sorge illumina poco a poco una distesa sconfinata di chiome tropicali, interrotta ogni tanto dalle cime di antiche piramidi. Solo una piccola parte di Tikal è stata liberata dalla vegetazione e restaurata. Il resto rimane sepolto sotto spessi strati di terra e alberi. L’ultima stele datata risale all’869 dC. Negli ultimi decenni, l’interpretazione degli studiosi su quello che successe dopo è cambiata: da un “collasso improvviso e catastrofico” ora si parla di “periodo classico terminale”, circa duecento anni durante i quali i centri urbani furono abbandonati e i contadini si spostarono verso nord e verso sud. Mentre Tikal e decine di altre città si svuotavano, posti come Chichén Itzá, Uxmal e Mayapán, più a nord nella penisola dello Yucatán, crescevano, così come gli insediamenti negli altopiani a sud. Molte persone, nel periodo classico maya, preferirono migrare invece di restare a guardare mentre il mondo intorno a loro si disgregava.
“Parliamo di declino, trasformazione e riorganizzazione della società, e di continuità culturale”, dice Kenneth E. Seligson, che insegna archeologia alla California state university. Insieme ad altri ricercatori, Seligson cerca di spostare l’attenzione dal presunto collasso dei maya alla loro sopravvivenza sul lungo periodo. Quando fu incisa l’ultima stele, Tikal aveva già più di 1.500 anni di storia. Al culmine del suo potere, nell’ottavo secolo, ospitava tra i 40mila e gli 80mila abitanti, ed era una delle più estese aree urbane del mondo. Non somigliava alle metropoli moderne: non c’era una griglia di strade e i campi coltivati arrivavano fino al centro.
Il fattore climatico
Gran parte delle ricerche di Seligson si è concentrata sul calcare, la roccia di base delle pianure maya, coperta da uno strato di suolo sottile. Il calcare fornisce pochi nutrienti alle coltivazioni e fa filtrare rapidamente la pioggia nelle fessure profonde del sottosuolo. A questo si aggiunge la scarsità di piogge per metà dell’anno. Eppure Tikal e molte altre città prosperarono. Gli abitanti coltivavano cacao, vaniglia, avocado, pomodori, manioca, patate dolci e centinaia di altre piante. Il calcare era impiegato per conservare il cibo e purificare l’acqua, per produrre sapone e a scopi medicinali. Le case erano costruite con cemento di calce rinforzato con sabbia ed erba, e la calce veniva bruciata e mescolata al mais per favorire l’assorbimento dei nutrienti da parte dell’organismo. “I maya dovrebbero essere ricordati come un popolo con un’immensa resilienza: hanno lavorato con le risorse disponibili per sviluppare soluzioni estremamente flessibili e durature”, dice Seligson.
“Sono donna, sono indigena e faccio parte della sinistra democratica”
Il declino finale delle città delle pianure maya resta molto discusso. Estrada-Belli lo attribuisce a cambiamenti nelle rotte commerciali. Altri, tra cui il geografo Jared Diamond nel suo noto ma controverso libro Collasso, collegano la caduta all’avidità delle élite maya, che avrebbe provocato un disastro ecologico. Un’altra teoria molto dibattuta, basata sull’analisi dei sedimenti di laghi e grotte, attribuisce il declino dei maya del periodo classico a un cambiamento climatico. Alcuni parlano di una “mega siccità” durata secoli. Seligson, che ha da poco pubblicato un libro sui maya e il cambiamento climatico, è più prudente: “Il clima è stato un fattore importante, ma solo uno tra molti”.
Secondo Grazioso la causa principale è stata la perdita di fiducia nella leadership. In un recente articolo sull’ascesa e il declino di Tikal, lei e i suoi colleghi elencano fattori come la competizione economica, l’aumento dei conflitti, la scarsità di terre coltivabili, l’esaurimento delle entrate, il deterioramento dei suoli e la siccità. Quando la incontro nel palazzo nazionale, Grazioso paragona l’edificio alle piramidi di Tikal. “È un palazzo pubblico ed è molto bello. Ma per mantenerlo servono i soldi dello stato. Quando arriva una crisi o una guerra, chi se ne preoccuperà? Se il palazzo crolla, a chi importerà? La priorità di tutti sarà procurare da mangiare alla propria famiglia. È quello che può succedere oggi, se non stiamo attenti. I governi devono guadagnarsi la fiducia di chi paga le tasse”.
Lungo il fiume
Sonia Gutiérrez è un’avvocata del popolo maya poqomam, originario degli altopiani a sudovest della capitale. È l’unica nativa nel parlamento guatemalteco. “Il nostro sistema politico non ha mai rappresentato la realtà della nazione”, dice nel suo ufficio. Gutiérrez è la leader del partito Winaq, fondato da Rigoberta Menchú, premio Nobel nel 1992 per il suo impegno nel mettere fine alla guerra civile in Guatemala e promuovere la riconciliazione dopo il conflitto. “Il nostro modo di raccontare la storia deve cambiare e deve cambiare anche la società”, aggiunge. “Dobbiamo essere visti come persone che vivono nel paese dei loro antenati”.
“Io combatto tre battaglie”, continua. “Sono donna, sono indigena e faccio parte della sinistra democratica. Lavoro contro il peso di tutta la storia per rivendicare la nostra causa”. Parla della necessità di uno stato plurinazionale che riconosca il diritto all’autogoverno dei gruppi etnici, simile a quello introdotto, con difficoltà e reazioni contrarie, nelle costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador. Poi cita il concetto maya di utzilaj k’aslemal, la buona vita. Vorrebbe che fosse inserito nella costituzione, perché significherebbe un approccio alla salute in cui la medicina moderna è integrata con le conoscenze ancestrali, un sistema educativo che insegni le lingue native e un rapporto diverso con la natura. “Per noi le risorse naturali non sono solo qualcosa da sfruttare, ma sono parte della nostra esistenza: dobbiamo prenderci cura dei nostri fiumi, delle nostre montagne e delle nostre foreste”.
Come si può realizzare? “Ci vorrà molto tempo”, ammette. Però aggiunge: “Il presidente e la sua amministrazione ci offrono una finestra di opportunità. Le vecchie strutture di potere hanno penetrato lo stato così in profondità che il governo sta facendo una fatica enorme. Ma se non sfruttiamo quest’occasione, rischia di non essercene un’altra”. La sua conclusione è drastica: “Potrebbe scoppiare un’altra guerra civile”.
A pochi chilometri a nord degli uffici governativi, le tracce della guerra civile sono ancora esaminate nei laboratori della Fondazione di antropologia forense del Guatemala (Fafg). Molte persone che ci lavorano hanno studiato nelle stesse istituzioni di Liwy Grazioso e le tecniche che hanno rivoluzionato l’archeologia antica qui si applicano per ricostruire la storia recente dei maya: la Fafg esuma e identifica le vittime dei massacri commessi durante il conflitto.
Prima si raccolgono testimonianze e documenti per trovare i luoghi. A volte si usa il lidar montato su droni per individuare zone di foresta insolitamente rigogliose, perché i corpi in decomposizione fanno crescere gli alberi più in fretta. Infine per identificare i morti ci si concentra sul dna e sulle analisi chimiche del suolo, dei vestiti, dei denti, dei capelli e delle ossa. L’antropologa forense Alma Vásquez mi mostra il laboratorio. Otto scheletri umani sono disposti su dei tavoli blu. Sotto ogni tavolo c’è una scatola di cartone con indicati il luogo, la data del ritrovamento e un numero identificativo. Tre scheletri sono piccolissimi: bambini recuperati insieme a due adulti in una grotta fuori dal villaggio di La Estancia de la Virgen, a un paio d’ore di auto a nordovest della capitale. Vásquez pensa che le ossa appartengano a una famiglia che cercò di fuggire lungo il fiume Pixcayá nel 1982. Il cranio dello scheletro più piccolo poggiava su un’imbottitura a righe rosse e rosa. Secondo Vásquez, aveva al massimo tre anni ed era una bambina. La parte anteriore del cranio era stata spazzata via da una granata. Se l’ipotesi è corretta, la bambina e la sua famiglia facevano parte di una grande comunità che all’inizio del 1982 fuggì dai propri villaggi. Nei mesi precedenti, l’Esercito guerrigliero dei poveri, attivo soprattutto nei villaggi indigeni della zona, aveva “liberato” un piccolo territorio. Poiché la risposta armata del governo prese di mira i civili, considerati sostenitori dei guerriglieri, le famiglie cercarono rifugio nelle zone boscose e collinari lungo l’alto corso del Pixcayá. Il 18 marzo alcune unità dell’esercito avanzarono da tre direzioni verso il gruppo radunato vicino al fiume e spararono contro uomini, donne e bambini. Il massacro durò ore. Ci furono fra i trecento e i quattrocento morti. Furono scavate fosse comuni improvvisate sulla riva del fiume. Nei villaggi vicini si raccontava di cani che rosicchiavano ossa umane. Gli scheletri della bambina e della sua famiglia, oggi nel laboratorio di Alma Vásquez, sono stati ritrovati solo nel 2008. Il loro dna non è ancora stato collegato a nessun sopravvissuto.
Fu uno dei massacri peggiori della fase più sanguinosa della guerra, all’inizio degli anni ottanta. Più avanti la Commissione per il chiarimento storico, una delle iniziative ufficiali per far luce sul conflitto, ha identificato 626 massacri compiuti dalle forze governative, considerate responsabili di più del 93 per cento delle violazioni dei diritti umani. Il rapporto ha anche documentato 32 massacri condotti dai gruppi guerriglieri. La guerra provocò oltre duecentomila morti, e l’83 per cento di quelli identificati era maya. Più di 40mila persone sono ancora disperse. Questo significa, tra le altre cose, che i parenti non possono rivendicare l’eredità, che i coniugi non possono risposarsi e che molte famiglie non trovano pace.
La Fafg conserva 12.611 campioni scheletrici. Alcuni vengono da fosse comuni, altri sono stati trovati durante lavori stradali o mentre i proprietari di case ampliavano le cantine. Sono stati identificati quasi quattromila corpi, soprattutto grazie al dna. Il lavoro della Fafg è spesso usato nei tribunali. Il caso più famoso è quello dell’ex presidente del Guatemala Efraín Ríos Montt, che il 10 maggio 2013 è stato condannato a ottant’anni di carcere per i crimini commessi contro il popolo maya ixil. Le prove forensi della Fafg, insieme alle testimonianze dei sopravvissuti e a documenti militari trapelati, sono state decisive. “Il verdetto è stato fondamentale per il senso di appartenenza delle persone al paese”, spiega Claudia Paz y Paz, che all’epoca era procuratrice generale.
Ma alla fine è stata comunque una vittoria parziale. Dieci giorni dopo, la sentenza è stata sospesa per un vizio procedurale e Ríos Montt è stato considerato troppo anziano per un nuovo processo. La sentenza ha comunque scatenato la reazione delle reti legate ai militari e all’élite economica, che hanno ripreso il controllo della giustizia con nomine strategiche, procedimenti disciplinari costruiti ad arte e modifiche di alcune leggi. Molti avvocati coinvolti nei processi successivi al conflitto, così come gli attivisti per i diritti umani e alcuni giornalisti di primo piano, oggi sono in carcere o in esilio, mentre gli omicidi politici aumentano. Luis Pacheco ed Héctor Chaclán, leader del movimento indigeno che ha difeso l’elezione del presidente Arévalo, sono detenuti da più di dieci mesi con accuse apparentemente infondate di terrorismo e ostruzione alla giustizia.
“Con una magistratura corrotta, il governo democratico ha poteri molto limitati”, dice Claudia Paz y Paz, che oggi vive nella Costa Rica.
Futuro condiviso
Non lontano dal luogo del massacro del Pixcayá c’è la città di San Juan Sacatepéquez. A pochi isolati dal mercato, Blanca Subuyui e il suo gruppo lavorano su problemi più urgenti delle origini remote del loro popolo o perfino della storia sanguinosa della guerra civile. L’organizzazione di Subuyui, l’Asociación grupo integral de mujeres sanjuaneras (Agims), offre rifugio e assistenza a donne che hanno subìto stupri, violenze domestiche e hanno avuto gravidanze precoci, garantendo il supporto di infermiere, ostetriche e avvocate. Agims si occupa anche di mediazione dei conflitti e di formazione professionale in tessitura e artigianato e gestisce una banca dei semi per l’agricoltura. Alcune donne che partecipano alla rete devono nascondere il loro impegno ai mariti.
“Crediamo di avere qualcosa da offrire per il futuro del paese”, dice Subuyui. Come leader dell’Agims ha contribuito a elaborare un piano complessivo per Ixumulew, la terra del mais, come è chiamato il Guatemala in lingua kaqchikel. Il documento, intitolato Ri qab’e rech jun utzilaj k’aslemal, può essere tradotto approssimativamente con “Il nostro cammino verso la buona vita”. È il risultato di sette anni di lavoro con il contributo di 164 organizzazioni native. Le prime richieste sono il pieno riconoscimento delle nazioni indigene come precedenti allo stato del Guatemala, il recupero dell’autodeterminazione e della sovranità sui territori e l’avvio di un censimento senza “l’obiettivo di farci sparire”. Il documento chiede inoltre di ricostruire l’esercito allontanandolo dalle strutture coinvolte nel genocidio e sostiene che le grandi aziende devono “versare le tasse al paese”.
“Non vogliamo togliere il potere a nessuno, ma siamo la maggioranza della popolazione ed è giusto avere un posto al tavolo”, afferma Subuyui.
“Come ci riuscirete?”, le chiedo. “In parlamento c’è solo una donna indigena su 160 deputati”.
Subuyui mi parla della crescita della loro organizzazione, di come l’Agims e altri gruppi stanno trasformando le comunità, le persone conoscono meglio i propri diritti e cominciano a sostenersi economicamente, e stanno mostrando orgoglio per la propria storia e fiducia in un futuro condiviso. Allora le racconto della paura che Sonia Gutiérrez ha espresso su possibili rappresaglie, visto che importanti leader per i diritti umani, giudici e giornalisti oggi sono in carcere, in esilio o sono morti. Subuyui risponde con calma: “Noi non andiamo da nessuna parte. Le trasformazioni sono ormai così profonde che non possono essere fermate. Continueremo a lavorare, perché dobbiamo farlo. Per il cambiamento ci vuole tempo, ma arriverà”. ◆ svb
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati