In cucina sono tutti al lavoro. Pochi minuti prima di una riunione importante del Chagos refugees group (Crg), le bevande vengono tirate fuori dal frigo e le pietanze messe sui fornelli. Si apparecchia la tavola nella sede di questa associazione della comunità chagossiana di Port-Louis, la capitale di Mauritius. Una quarantina di persone prende posto.

Una settimana prima, l’11 aprile, il Regno Unito aveva annunciato pubblicamente la sospensione dell’accordo per la restituzione delle isole Chagos a Mauritius, che avrebbe aperto la strada al ritorno nel remoto arcipelago, da cui circa 1.500 persone furono trasferite con la forza tra il 1968 e il 1973. Ripensandoci Janine Sadrien, 69 anni, stringe tra le dita nodose il copricapo a fiori. “Devo essere sincera”, dice in creolo, “ho pianto”.

Dopo decenni di battaglie, la vittoria sembrava a portata di mano. Londra e Port-Louis avevano firmato il 22 maggio 2025 un accordo frutto di un duro negoziato. Il Crg, con i suoi seimila aderenti, lo aveva sostenuto con fermezza. In base al patto, Mauritius avrebbe ottenuto la sovranità sull’intero arcipelago e in cambio avrebbe permesso al Regno Unito di mantenere la base militare statunitense-britannica a Diego Garcia, l’atollo più grande, grazie a un contratto d’affitto di 99 anni rinnovabile. Sull’altra sessantina di isolotti, il ritorno dei chagossiani era, in teoria, possibile. Bastava la ratifica del parlamento britannico. Ma in poche settimane un compromesso presentato come storico è stato messo in discussione.

Sabbia e palme

La marcia indietro non riguarda solo il confronto tra l’isola e l’ex potenza coloniale, ma soprattutto l’importanza strategica della base di Diego Garcia, punto chiave dell’accordo e caposaldo della presenza statunitense nell’oceano Indiano.

Alla fine di marzo l’Iran ha lanciato alcuni missili in direzione di quest’isola a più di quattromila chilometri dalle coste iraniane. I missili sono stati intercettati o sono caduti in mare, ma l’attacco ha dimostrato che Teheran è in grado di colpire anche infrastrutture statunitensi lontane.

Diego Garcia affiora per pochi metri dalle acque dell’oceano. Vista dall’alto, è una mezzaluna di sabbia e vegetazione tropicale in una laguna turchese. In realtà è una base d’appoggio per l’esercito statunitense, con la lunga pista per gli aerei, il porto in acque profonde, depositi di carburante e le apparecchiature per le comunicazioni. Al crocevia tra Medio Oriente, Africa e Asia, è stata il trampolino di lancio per le operazioni militari statunitensi della guerra del Golfo nel 1991, contro i taliban in Afghanistan all’inizio degli anni duemila, durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 e più di recente nei bombardamenti contro i ribelli huthi nello Yemen.

La base può ospitare fino a 3.500 militari e civili statunitensi e una cinquantina di britannici, come si legge in un articolo sul sito del Centro nazionale di studi spaziali francese (Cnes) che esamina alcune immagini satellitari del 2019. Ospita anche strutture di sorveglianza e intercettazione che la rendono, secondo il Cnes, un “elemento essenziale delle capacità di spionaggio” statunitensi nell’oceano Indiano. L’avvocato mauriziano Robin Mardemootoo, che segue questa storia dal 1997, descrive la base come “dieci volte più segreta di Guantanamo”.

La lavorazione delle noci di cocco a Diego Garcia in una foto del 1963 (Miora Rajaonary Per Le Monde)

Per Washington Diego Garcia è quindi una questione di sicurezza nazionale. Per Londra, invece, è un fardello politico: è fondamentale per il rapporto strategico con gli Stati Uniti, suo principale alleato militare, ma le impedisce di voltare pagina sul contenzioso coloniale con Mauritius.

È stato il voltafaccia di Donald Trump a far deragliare l’accordo. Inizialmente Washington non era ostile al trattato: lo considerava un compromesso che permetteva giuridicamente di mettere al sicuro la base, pur lasciando la sovranità formale delle isole a Mauritius. Ma a gennaio il presidente statunitense ha cambiato tono, definendo l’accordo un “atto di grande stupidità” e accusando Londra di debolezza.

Il peccato originale del Regno Unito risale agli anni sessanta, quando, al tramonto del suo impero coloniale, organizzò il trasferimento forzato di tutta la popolazione dell’arcipelago per installarvi la base militare. L’isola di Diego Garcia fu svuotata, così come Peros Banhos e Salomon, altri due atolli abitati, distanti più di 300 chilometri.

I due volti di Mauritius

Seduta all’ombra della sua veranda a Roche-Bois, un quartiere ricoperto di case basse e buganville che è la roccaforte dei chagossiani di Port-Louis, Lucille Sagai, 88 anni, ricorda la vita prima del trauma. Quando parlano delle Chagos, gli anziani cominciano sempre evocando un passato semplice, dove non mancava nulla: con le noci di cocco si produceva la copra (la polpa essiccata), e il pesce era abbondante. Il resto dei viveri arrivava da Mauritius, all’epoca centro amministrativo delle colonie britanniche dell’oceano Indiano. Il baratto era ancora molto usato. “Non c’era nulla da comprare, tutto quello che avevamo era fresco”, ricorda Sagai.

La vita quotidiana era dolce, nonostante il sistema coloniale. “A Diego ci si divertiva”, racconta in creolo. “Feste su feste, la fisarmonica, il tamburo”. Sagai era un’adolescente quando fu costretta a partire: “Dopo che avevano chiuso tutto e che eravamo arrivati a Mauritius, ci rendemmo conto che lì era tutto diverso”.

Per i turisti Mauritius è un paesaggio da cartolina, per i chagossiani invece è un incubo, che lo scrittore francobritannico Philippe Sands ha raccontato nel libro L’ultima colonia (Guanda 2023). A metà degli anni sessanta Londra e Washington nascosero alle Nazioni Unite il loro progetto di svuotare l’arcipelago dei suoi abitanti. Nel 1965 Londra creò una nuova colonia, il Territorio britannico dell’oceano Indiano (British Indian Ocean Territory, Biot), che comprendeva solo le Chagos, e promosse una narrazione ufficiale secondo cui quelle isole erano abitate unicamente da “gabbiani”.

“La finzione scatenò l’immaginario coloniale britannico”, scrive Sands, citando un dispaccio diplomatico che diceva: “Oltre agli uccelli vi si trova solo qualche Tarzan e Venerdì, le cui origini restano oscure”. Gli archivi coloniali dimostrano però che l’arcipelago era popolato fin dal settecento, quando i francesi vi portarono degli schiavi provenienti dal Mozambico e dal Madagascar.

In cinque anni tutti i chagossiani – tra 1.500 e duemila persone, secondo le stime – furono imbarcati su varie navi dirette a Port-Louis (circa il 10 per cento di loro si è fermato alle Seychelles, dove vive ancora un’importante comunità). Gli erano stati garantiti dei terreni, un lavoro e perfino nuovi cani, visto che i loro erano stati uccisi. “Non abbiamo avuto niente di quanto promesso”, riassume Liseby Elysé, arrivata a vent’anni sull’ultima nave, la Nord­vaer. “A Mauritius abbiamo vissuto in grande povertà”. I chagossiani furono relegati alla periferia della capitale, a Roche-Bois, Pointe-aux-Sables o Baie-du-Tombeau, e furono chiamati con condiscendenza îlois, isolani. Il creolo che parlano è quello dei mauriziani, ma l’accento tradisce le loro origini.

All’epoca Mauritius era da poco indipendente, ed era poverissima. La popolazione, molto mista, era attraversata da profonde divisioni interne, ed ereditò anche i chagossiani, ma non le loro terre. Fu una delle condizioni imposte dal Regno Unito per concedergli l’indipendenza nel 1968. Resi invisibili, gli esuli delle Chagos scoprirono il denaro, la disoccupazione, l’alcol. “Tre quarti dei padri di famiglia chagossiani sono caduti nella disperazione; bevevano troppo e parecchi sono morti”, s’indigna una donna mauriziana sostenitrice di lungo corso della causa chagossiana. Le donne invece erano colpite da una strana malattia, chiamata sagren (tristezza).

Furono le donne a cominciare la lotta per rivendicare il diritto al ritorno. Dagli anni settanta organizzarono manifestazioni e scioperi della fame. Riconoscendo in parte i propri torti, Londra concesse prima delle compensazioni finanziarie, poi passaporti britannici, ma erano rilasciati secondo criteri rigidi.

“Quelle donne volevano dare una possibilità ai loro figli: cominciò tutto da lì”, spiega Olivier Bancoult, presidente del Crg, lui stesso figlio di una militante. Bancoult, 62 anni, è il volto della comunità su giornali e tv. Nei tribunali britannici ha vinto due importanti cause. Nel 2000 il verdetto del caso “Bancoult 1” stabilì che l’ordinanza del 1971 – servita da fondamento giuridico al trasferimento forzato dei chagossiani – era illegale, aprendo la strada al ritorno sulle isole. Ma nel 2004 la regina Elisabetta II pubblicò un decreto che riaffermava il divieto di accedere all’arcipelago.

Nel 2006 il caso “Bancoult 2” sancì l’annullamento di quel decreto. La decisione fu confermata in appello, ma poi ribaltata nel 2008 dalla camera dei lord. Davide aveva perso contro Golia. Ma questi casi crearono dei precedenti e portarono la questione delle isole al centro del contenzioso post­coloniale britannico.

Successi in tribunale

Mauritius seguiva da vicino questi sviluppi. Dal 1980 rivendicava la sovranità sulle Chagos presso l’assemblea generale delle Nazioni Unite, l’Unione africana e il Movimento dei paesi non allineati, sostenendo che la decisione del 1965 di dividere l’arcipelago era stata una violazione del processo di decolonizzazione.

“Dai tempi dell’indipendenza i governi e l’opposizione hanno continuato a sostenere questa linea”, nota una fonte interna al governo mauriziano. Per Port-Louis è una questione di unità nazionale e, allo stesso tempo, di interessi economici. Intorno alle Chagos infatti c’è una grande zona economica esclusiva, ricca di risorse ittiche e con un forte potenziale turistico.

Mauritius ha ottenuto importanti successi sul piano giuridico. Nel febbraio 2019 la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aja stabilì che la separazione delle Chagos da Mauritius era contraria al diritto all’autodeterminazione e che il processo di decolonizzazione non era stato completato. Il parere della Cig non è giuridicamente vincolante, ma il suo peso politico è considerevole. Pochi mesi dopo, nel maggio 2019, l’assemblea generale dell’Onu riprese la conclusione della Cig votando una risoluzione che intimava al Regno Unito di lasciare l’arcipelago entro sei mesi. Da quel momento Londra ha subìto crescenti pressioni internazionali a negoziare con Mauritius.

“Non fare nulla non è un’opzione”, ha affermato nel 2025 David Lammy, ministro degli esteri del governo di Keir Starmer. Invece l’estrema destra di Reform UK e una parte dei conservatori criticano quella che definiscono una “resa”, denunciando il costo dell’accordo e agitando lo spettro di una maggiore influenza della Cina nell’oceano Indiano.

Ma a Port-Louis la fonte governativa contesta questa posizione: innanzitutto l’accordo non rimette in discussione la base militare. Inoltre Mauritius non è mai stata particolarmente vicina a Pechino: è uno dei pochi paesi africani a non partecipare ai progetti cinesi della nuova via della seta. L’isola, ammette la fonte, ha rapporti più stretti con l’India, peso massimo regionale che rivendica chiaramente la sua influenza in questa parte del mondo e che sostiene la causa di Mauritius all’Onu.

Una prima versione del trattato è stata redatta nell’ottobre 2024 e, secondo una fonte vicina ai negoziati, tutte le agenzie statunitensi erano favorevoli. Starmer, aggiunge la fonte, spingeva per una conclusione rapida, prima del ritorno dell’imprevedibile Donald Trump alla Casa Bianca. Ma Mauritius aveva appena cambiato governo, e quello nuovo voleva rinegoziare alcuni punti, in particolare quelli finanziari. Così, nel 2025 Port-Louis è riuscita a ottenere un nuovo accordo, in cui Londra s’impegna a versare delle somme, tra cui un canone annuale medio di 101 milioni di sterline (circa 115 milioni di euro), per la base di Diego Garcia. Ma, dopo le critiche pubbliche di Trump e la mancata ratifica a Londra, il trattato è in una sorta di limbo. Port-Louis, che contava sui primi versamenti, lamenta un buco di bilancio pari all’1,3 per cento del suo pil. Nella capitale la sensazione è che una finestra si sia chiusa. “È una catastrofe”, riassume la fonte mauriziana. “Bisognava firmare prima dell’arrivo di Trump”.

In tutto questo tempo le Chagos sono state accessibili solo a una manciata di persone: ai militari, ai lavoratori della base – autorizzati dall’amministrazione del Biot e reclutati per lo più nel sudest asiatico – e a qualche “miliardario sul proprio yacht, disposto a pagare il permesso di navigazione più caro del mondo”, s’indigna l’avvocato Mardemootoo.

Dal 2010 le acque turchesi intorno alle Chagos appartengono a una “zona marina protetta”, creata da Londra ma osteggiata da Mauritius e dai rappresentanti chagossiani, che vedono una manovra per bloccare l’uso dell’arcipelago ai civili. È possibile accedervi solo pagando un’autorizzazione che è rilasciata, ancora una volta, dal Biot. A sorvegliare questa riserva di 640mila chilometri quadrati c’è una sola pattuglia navale. Si raccontano storie di ogni tipo riguardo ai visitatori della riserva protetta. Pare che anche l’attore statunitense Leonardo DiCaprio ci sia andato per godersi la serenità del posto.

I chagossiani, invece, non ne hanno il diritto, se non in occasionali “viaggi del patrimonio” ufficiali: strane escursioni alla scoperta di isole pittoresche e disabitate proprio perché loro dovettero abbandonarle. Quando racconta di questi “ritorni”, la maggior parte dei chagossiani intervistati prova grande tristezza. Cita le tombe trascurate, la chiesa senza il tetto, la scuola in rovina.

Solo Lucille Sangai dice di aver “provato gioia”, circondata da alcuni dei suoi figli: “Vedendo questo mare, abbiamo gridato: ‘Il paradiso!’”. Suo figlio Richard mostra le foto fatte in quell’occasione: una stele inondata di sole, qualche asino che pascola su un sentiero, le sfumature di blu e verde.

La tenda di Mandarin

Ma, al di là di questi viaggi effimeri, i chagossiani desiderano vivere nell’arcipelago e lavorare. Ad alcuni non interessa la mancanza dei comfort moderni, altri ritengono che qualche infrastruttura debba essere costruita. Diversi fanno notare che “con Starlink e strumenti simili” vivere alle Chagos è possibile. Quanto alla minaccia dell’innalzamento delle acque, replicano: “Gli statunitensi non sembrano averne paura”.

Per i “nativi”, chiamati così in contrapposizione ai “discendenti”, l’idea fissa è finire i propri giorni nell’arcipelago. “È importante per tutti noi. Ma molti hanno i giorni contati”, riassume Bancoult. I nativi sono sempre meno: a Mauritius, il più anziano compierà presto cent’anni, il più giovane ne ha 53. I ritratti dei defunti, sormontati dalla scritta “Rip” e dalla bandiera chagossiana arancione, nera e blu, si accumulano sulle pareti della sede del Crg. “Anche mia madre un giorno morirà e allora sarà finita!”, si dispera Richard, parlando di Lucille. Si preoccupa della memoria che va persa: “In futuro chi potrà raccontare la storia dei chagossiani?”.

Una sera di aprile le sedie di plastica sono allineate fino in strada per la veglia funebre di Cyril Furcy, a Pointe-aux-Sables. I mobili del salotto sono stati spostati per formare una piccola cappella, dove la foto del defunto troneggia davanti alle decorazioni funebri fatte con fiori e foglie intrecciate. Cyril era mauriziano, ma chagossiano nel cuore e appassionato di musica. Sua moglie e sua suocera, native rispettivamente di Peros Banhos e di Diego Garcia, sono morte qualche anno fa.

Ultime notizie

◆ “La Casa Bianca sta valutando di comprare le isole Chagos da Mauritius”, ha rivelato il 7 giugno The Telegraph. “I funzionari statunitensi avrebbero elaborato una proposta per aggirare il Regno Unito e concludere un accordo che gli darebbe il controllo di Diego Garcia, l’isola con la base militare anglostatunitense. È una delle opzioni elaborate dall’amministrazione Trump come alternative al piano del premier britannico Keir Starmer, che prevede il trasferimento delle isole a Mauritius. Anche se l’acquisto dell’arcipelago non è la soluzione preferita dalla Casa Bianca, l’idea è stata presentata direttamente a Scott Bessent, il segretario del tesoro, che ha portato la questione all’attenzione di Trump”. L’8 giugno Mauritius ha dichiarato di non aver ricevuto nessuna proposta.


“Ora sono rimasto solo in questa casa”, dice in inglese il figlio Ivano, 36 anni. Rientrato dal Regno Unito, dove era rimasto per dieci anni e dove vive ancora la maggior parte dei suoi fratelli e sorelle, non pensa di andare alle Chagos. “Il diritto al ritorno è per i nativi, non per chi ha un passaporto britannico”, aggiunge.

Nel 2022 il rilascio del passaporto britannico è stato esteso a tutti i discendenti dei nativi delle Chagos, e un buon numero di persone si è stabilito nel Regno Unito, attirato dalla promessa di un futuro migliore. Alcuni restano, altri ci stanno solo qualche anno, per lo più a Crawley, vicino all’aeroporto di Gat­wick, ma anche a Manchester e a Derby, vicino a Nottingham.

Con il tempo si sono ampliate le divergenze tra i chagossiani di Mauritius e quelli nel Regno Unito. L’associazione britannica Chagossian voices, per esempio, rifiuta la sovranità di Mauritius, distante dalle Chagos circa duemila chilometri e prevalentemente indù e musulmana, mentre i chagossiani sono soprattutto cattolici.

“Mauritius non si preoccupa dei chagossiani, nell’isola c’è molta corruzione e abusi a sfondo etnico; l’obiettivo del governo è guadagnare, e molti chagossiani non si fidano”, denuncia Jean-François Nellan, raggiunto al telefono. Ragioniere di 41 anni, residente a Derby, lui sostiene che il ritorno è più probabile restando con il Regno Unito che con Mauritius.

Nel febbraio 2026 alcuni oppositori dell’accordo hanno fatto notizia. Misley Mandarin, chagossiano britannico di 47 anni, suo padre e un gruppetto di amici hanno sfidato le regole d’accesso e sono approdati senza autorizzazione all’île du Coin, a Peros Banhos, dopo essere salpati con uno yacht dallo Sri Lanka. Su Face­book Mandarin, autista di autobus, racconta la vita nel bivacco sotto la tenda, filmando le maree che scoprono lingue di sabbia e coralli taglienti o il vecchio padre che cucina un seraz poisson al cocco su un fuoco di legna.

“La vita sull’isola? Meravigliosa!”, assicura Mandarin, raggiunto online. In realtà ci sono ragni velenosi e per prendere l’acqua potabile bisogna fare lunghe camminate in un palmeto infestato di zanzare. Ma a rattristarlo è soprattutto il fatto che i viveri comprendono “solo alimenti di base. Uno sponsor aveva mandato delle conserve di confit de canard, ma sono state rifiutate perché giudicate troppo lussuose”.

Di fatto questi sponsor non sono persone qualunque. L’impresa di Mandarin è stata finanziata da donatori del Reform UK, e il leader del partito Nigel Farage ha detto di aver tentato di raggiungerlo. Mandarin, che si è autoproclamato “primo ministro ad interim delle Chagos”, giura di non volersi fare strumentalizzare e di voler difendere prima di tutto gli interessi dell’arcipelago. “Il governo britannico ha cacciato la mia famiglia da quest’isola, adesso ci deve permettere di tornare. Ha i soldi, è pronto a dare miliardi a Mauritius”, nota Mandarin.

Questo personaggio divide la comunità chagossiana sia nel Regno Unito sia a Mauritius. Port-Louis non nasconde l’irritazione: con la sua iniziativa di accamparsi alle Chagos, senza esserne espulso, ha effettivamente cambiato la situazione, anche se i tribunali devono dire ancora l’ultima parola.

Che fare ora? L’avvocato Mardemootoo vuole cambiare strategia: “Mauritius deve trattare direttamente con gli Stati Uniti. Siamo i proprietari delle Chagos e abbiamo a che fare con un inquilino potente, per il quale la base di Diego Garcia è cruciale. Il governo britannico è solo un agente immobiliare, e non ne abbiamo più bisogno”. Ufficialmente, Port-Louis accetta di “dare tempo” ai britannici, secondo il ministro della giustizia mauriziano Gavin Glover. Il governo ribadisce di avere dalla sua parte il diritto e la giustizia internazionali. Ma qualcuno si chiede sottovoce a chi interessi ancora il diritto internazionale. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati