L’ultima volta che a Magonza si è fatta la storia del mondo è stata nel tardo medioevo, quando Johannes Gutenberg trafficava nel suo cortile con un torchio da stampa a caratteri mobili. Stavolta invece nel cuore della città tedesca un potenziale vaccino contro il covid-19 fermenta in un bioreattore, protetto da checkpoint e barriere di sterilità. Reca la sigla Bnt162b2 ed è un “Rna messaggero con nucleoside modificato che codifica per una glicoproteina spike intera ottimizzata del virus sars-cov-2”. In altre parole, potrebbe essere il primo vaccino autorizzato contro il covid-19. È stato sviluppato sotto la guida di Uğur Şahin e di sua moglie Özlem Türeci, entrambi figli di immigrati turchi. In tempi normali, la loro sarebbe solo una storia edificante, ma ora questo aspetto passa in secondo piano.

I giornalisti che vogliono parlare con Şahin devono indossare mascherine Ffp2 e non possono rivelare dove si trova esattamente il suo ufficio. Di fronte all’ingresso è stato sistemato un gabbiotto per le guardie private, mentre le agenzie per la sicurezza nazionale sono impegnate a proteggere il laboratorio da potenziali attacchi. Perché la posta in gioco è semplicemente troppo alta, soprattutto ora che si comincia a intravedere il traguardo.

“Almeno per la prima metà del 2021 non ci saranno dosi a sufficienza per tutti”

In tutto il mondo sono in fase di sperimentazione clinica 48 vaccini, undici dei quali sono già nella fase finale dei test. Gli esperti concordano: un vaccino ci sarà, anzi ce ne saranno molti, e non dovremo aspettare ancora molto. Ma l’interrogativo centrale è un altro: il vaccino sarà la salvezza in cui tutti speriamo e riporterà tutto alla normalità? Oppure la situazione migliorerà solo leggermente, con un calo dei decessi e dei contagi, e dovremo continuare a portare la mascherina e osservare il distanziamento per altri due anni?

Nessun farmaco aveva mai attirato tanta attenzione in tutto il modo. Non si erano mai investiti tanti soldi in così poco tempo in un vaccino. Mai prima d’ora scienziati, aziende farmaceutiche e politici erano stati sottoposti a una simile pressione per raggiungere un risultato. Tutto questo ha portato a una conquista che pochi ritenevano possibile: la messa a punto di un nuovo vaccino in appena un anno, anziché gli otto o dieci che ci vogliono normalmente. È un successo incredibile, ma anche un indizio di quello che ci aspetta. Perché il vaccino non sarà la bacchetta magica che farà svanire immediatamente la pandemia.

È più probabile che almeno all’inizio la sua efficacia sarà moderata, e che potrà proteggere dai sintomi più gravi del covid-19 ma non azzerare la probabilità di contagio. Non si sa neanche con certezza quanto durerà questa protezione: sei mesi, un anno? Quindi non torneremo subito alla normalità. I mesi dopo l’approvazione dei primi vaccini saranno probabilmente confusi e caotici, e molte domande resteranno senza risposta. Quanto sono sicuri i vaccini, e quanto sono efficaci? Quante dosi saranno disponibili e chi andrà vaccinato per primo? Come si fa a vaccinare interi paesi?

Magonza, Germania – New York, Stati Uniti L’azienda biotecnologica tedesca Bion­tech, in collaborazione con il gigante della farmaceutica Pfizer, sta sviluppando quello che probabilmente sarà il primo vaccino contro il covid-19 al mondo. L’azienda ha già prodotto milioni di dosi per guadagnare tempo, anche se non era sicura che il vaccino funzionasse davvero. Una scelta rischiosa per una grande casa farmaceutica, ma ancora di più per una piccola azienda come la Biontech, che ha comunque ricevuto dal governo tedesco finanziamenti che potrebbero raggiungere i 375 milioni di euro.

Uno dei fondatori della Biontech: Uğur Şahin (Marzena Skubatz, Laif/Contrasto)

Nella sede della Biontech ci sono solo laboratori bianchi e sterili, in cui sequenziatori di geni usano algoritmi intelligenti per analizzare enormi quantitativi di materiale genetico, ultrasuoni per iniettare fluidi in ampolle, e l’intelligenza artificiale per calcolare i risultati. In alcuni di questi laboratori, gli esseri umani sono quasi del tutto assenti: ci sono solo sistemi automatizzati che analizzano cellule T e campioni di sangue.

La Biontech si concentra sull’mRna, l’Rna messaggero. Questa molecola è importante nella biologia umana, perché porta le istruzioni di montaggio dal materiale genetico della cellula alle sue fabbriche di proteine. Se si riesce a sintetizzare l’mRna e a inserirlo nelle cellule, si ottiene un effetto immediato su quello che succede nel corpo. Dunque in teoria, quando i ricercatori avranno scoperto come si fa a programmare questi messaggeri, potranno trasmettere istruzioni di ogni genere: ordinare ai linfociti T di aggredire un determinato tumore, o comandare al sistema immunitario di sferrare un’offensiva contro un virus.

Di solito i vaccini sono fatti usando virus o parti di virus indeboliti, e per produrne anche piccoli quantitativi ci vogliono settimane. Alla Biontech invece è bastato avere la sequenza genetica del nuovo coronavirus, che ha permesso ai suoi ricercatori di produrre l’Rna giusto in soli due giorni e di passare alla fase di sperimentazione a gennaio, ben prima che il governo tedesco si rendesse conto che il paese era minacciato dalla pandemia. Prima del lockdown di marzo, la Biontech aveva già venti potenziali vaccini.

Questa rapidità aveva stupito molti esperti e alcuni degli scienziati della Biontech. Ma secondo Şahin la sorpresa era dovuta soprattutto ad abitudini e aspettative che si erano formate nell’arco di decenni. Di solito gli enti governativi impiegavano settimane a rispondere alle richieste di informazioni, e bisognava aspettare i finanziamenti per mesi.

Per accelerare le procedure, a febbraio alcuni ricercatori della Biontech sono andati al Paul Ehrlich Institut, responsabile dell’approvazione dei nuovi farmaci in Germania, e hanno presentato il loro piano: avviare uno studio clinico in primavera, con l’obiettivo di completare lo sviluppo di un vaccino entro la fine dell’anno. L’istituto ha approvato il piano, e il 19 aprile la Biontech ha chiesto l’autorizzazione a cominciare gli studi clinici. L’approvazione è arrivata il 22 aprile, e il giorno dopo la prima dose è stata somministrata a un volontario.

Uno dei fondatori della Biontech: Özlem Türeci (Marzena Skubatz, Laif/Contrasto)

Dei venti potenziali vaccini considerati all’inizio, ne sono rimasti due particolarmente promettenti. Entrambi prendono di mira le spike, cioè le proteine di superficie che conferiscono al coronavirus il suo aspetto caratteristico. Uno dei vaccini si rivolge solo a una parte della proteina spike, l’altro a tutta la lunghezza. Entrambi sono in grado di disattivare il virus, ma il primo provoca nel 70 per cento dei soggetti una lieve febbre che dura uno o due giorni, mentre l’altro provoca questi effetti solo nel 10-15 per cento dei volontari.

Şahin parla a voce bassa ma ferma mentre spiega con precisione queste complesse procedure. Insegna all’università di Magonza da quindici anni, attualmente come professore di oncologia. Da tempo è considerato una delle figure più importanti al mondo nella ricerca sul cancro, ma all’inizio si occupava di immunologia. Si potrebbe pensare che il covid-19 abbia poco a che fare con il cancro, ma Şahin non è d’accordo: “Ci consideriamo degli ingegneri dell’immunità, perché cerchiamo di portare il sistema immunitario a proteggerci da determinate malattie”.

Şahin e la Biontech hanno molta esperienza nella ricerca sulle nuove tecnologie, ma non avevano mai sviluppato un nuovo farmaco partendo da zero né organizzato una produzione globale. Per questo a primavera hanno proposto una collaborazione alla statunitense Pfizer: gli stabilimenti del gigante farmaceutico permetteranno di sfornare entro la fine del 2021 un miliardo e mezzo di dosi di Bnt162b2. Stati Uniti, Giappone e Canada ne hanno già comprato centinaia di milioni.

La Pfizer si accolla metà dei costi di sviluppo, e se il vaccino funziona verserà alla Biontech 748 milioni di dollari. Secondo gli analisti le due aziende si divideranno i ricavi, che dovrebbero ammontare a circa tre miliardi e mezzo di dollari nel 2021. Per qualcuno la Biontech non ha fatto un buon affare, perché il primo vaccino contro il covid-19 vale molto di più. Ma vale solo se viene approvato, e il percorso per arrivarci è estremamente costoso.

I test clinici costano centinaia di milioni, se non miliardi di dollari. Si articolano in tre fasi: nella prima i ricercatori studiano soprattutto la sicurezza e la tollerabilità del vaccino, nella seconda il dosaggio. Per queste prime due fasi bastano poche centinaia di volontari. È nella terza fase che si studia, oltre alla sicurezza, anche l’efficacia generale e specifica del vaccino, e per questo servono decine di migliaia di soggetti. Le varie fasi si possono anche svolgere contemporaneamente. All’inizio la Biontech ha combinato la prima e la seconda fase. Ha reclutato in Germania circa duecento volontari, a cui entrambi i potenziali vaccini sono stati somministrati in dosaggi diversi, compresi tra i 10 e i 100 microgrammi. Individuare il dosaggio giusto è cruciale: dev’essere abbastanza elevato da risultare efficace, ma non tanto da provocare effetti collaterali gravi. Questo studio è stato poi riprodotto dalla Pfizer negli Stati Uniti, sotto la guida dei ricercatori tedeschi.

I risultati dei test sono arrivati il 24 luglio, tre mesi dopo. Il vaccino “ha suscitato forti… risposte delle cellule T contro il dominio di legame al recettore del sars-cov-2”. In altre parole, i primi risultati erano incoraggianti. Lo stesso giorno sessanta ricercatori della Biontech e della Pfizer hanno partecipato a una videoconferenza per discutere del passo successivo: uno studio che univa seconda e terza fase su almeno trentamila volontari di età compresa tra i 18 e gli 85 anni, suddivisi tra 120 centri negli Stati Uniti, in Germania e in Argentina. A ciascun partecipante sarebbe stato somministrato o il vaccino o un placebo, ma né la Biontech né i medici coinvolti né i volontari dovevano sapere chi avesse ricevuto cosa.

Da quel momento in poi la Pfizer ha assunto la guida dei test, anche se formalmente la Biontech resta il committente e quando il vaccino sarà approvato ne manterrà il controllo: “Le tecnologie sono nostre”, chiosa Şahin. “Quella con la Pfizer è una collaborazione ideale, che ci consente di sviluppare e distribuire l’eventuale vaccino nel più breve tempo possibile”.

A metà settembre le due aziende hanno reso noti i protocolli dei loro test clinici, come molte altre case farmaceutiche che stanno lavorando a un vaccino. Di norma questi protocolli sono segreti, visto che forniscono la traccia per tutto lo studio: descrivono i gruppi di soggetti, gli standard di sicurezza e soprattutto come e quando si decide che il vaccino è efficace. Per stabilirlo occorre che almeno un certo numero di volontari, tornati alla vita di tutti i giorni, sia stato infettato dal coronavirus durante lo studio. Nel caso della Biontech la soglia è stata fissata a 164 casi. L’elenco dei casi positivi viene poi confrontato con quello dei soggetti che hanno ricevuto il vaccino e di quelli che hanno ricevuto un placebo. Se tutti e 164 i positivi appartengono al gruppo placebo e nessuno al gruppo che ha ricevuto il vaccino, l’efficacia è fissata al 100 per cento.

In ogni caso, ci vorranno mesi o anche anni per stabilire realmente quanto sia efficace un vaccino. Ma visti i risultati finora raggiunti dalla ricerca, Şahin si dice ottimista. “Idealmente un vaccino dovrebbe raggiungere due obiettivi: prevenire la malattia o almeno attenuarla, e impedire all’agente patogeno di passare da una persona all’altra”. Se un vaccino riuscisse a fare entrambe le cose, osserva, sarebbe un successo enorme, perché fermerebbe la pandemia.

Ma pochi scienziati sono altrettanto ottimisti. Finora gli studi indicano che i soggetti vaccinati, sebbene guariscano più rapidamente e quindi infettino meno persone, possono comunque trasmettere il virus. Insomma, i vaccini sarebbero senz’altro utili alla lotta contro la pandemia, ma non la fermerebbero del tutto.

Vaccinazione sperimentale contro il covid-19 a Mosca, in Russia (Sergey Ponom​arev, The New York Times/Contrasto)

Cambridge, Stati Uniti La Moderna è un’azienda molto americana. La sua sede è sempre stata a Cambridge, nel Massachusetts. Ha ottenuto da investitori statunitensi un capitale di rischio pari a un miliardo di dollari ed è diventata una star di Wall street. Inoltre ha messo a punto il farmaco più promettente di tutta l’operazione Warp speed, cioè il programma statunitense per lo sviluppo del vaccino. Eppure il suo capo è un francese magro, Stéphane Bancel, che parla un inglese fluente ma con un pesante accento.

Attualmente, la Moderna è la principale concorrente della Biontech: usa la stessa tecnologia dell’Rna messaggero, e come l’azienda tedesca considera i vaccini solo uno dei molti possibili risultati nello sviluppo di un tipo completamente nuovo di farmaci. “Se riusciamo a raggiungere direttamente l’interno della cellula, si aprono mondi completamente nuovi per curare molte malattie”, spiega Bancel. I ricercatori della Moderna sono convinti che l’Rna messaggero sia la chiave per riscrivere “il software della vita”. Forse è un’esagerazione, ma dopo nove anni alla guida dell’azienda Bancel è diventato il più convinto sostenitore di una tecnologia che all’inizio considerava “impossibile”. Era il 2010, quando alcuni studiosi di Harvard che si occupavano di cellule staminali stavano facendo i primi esperimenti sulla tecnologia dell’Rna messaggero e pensavano di fondare un’azienda. Da allora Bancel è riuscito a convincere molti altri. Nel 2018 la Moderna ha fatto la più cospicua offerta pubblica iniziale di sempre per un’azienda di biotecnologie e attualmente sta sviluppando trattamenti per il cancro, l’aids, le malattie cardiache e quelle infettive: negli ultimi due anni, insieme all’istituto statunitense per le allergie e le malattie infettive (Niaid), ha svolto ricerche sul virus della mers, un altro esponente della famiglia dei coronavirus, nel tentativo di sviluppare un’arma preventiva contro la prossima pandemia. Il capo del Niaid è Anthony Fauci, consulente del governo statunitense per il covid-19.

Come la Biontech, la Moderna ha ricevuto la sequenza del dna del nuovo coronavirus a gennaio, e ne ha realizzato un modello tridimensionale al computer. Bancel ha scritto immediatamente a Fauci: “Lo vede anche lei?”. Le proteine spike sul nuovo coronavirus apparivano quasi identiche a quelle del virus della mers. Sembrava che sarebbe stato facile sviluppare un antigene, l’elemento necessario per neutralizzare un virus.

Tre settimane dopo il vaccino era sviluppato, e il 16 marzo la Moderna è stata la prima azienda ad avviare la sperimentazione sui volontari. Dal 27 luglio è in corso la terza fase dello studio, condotta in collaborazione con il Niaid di Fauci. Ma il vantaggio potrebbe volatilizzarsi se questa tecnologia, mai applicata finora, non produrrà i risultati sperati.

Nello stabilimento della Sinovac a Pechino, in Cina (Thomas Peter, Reuters/Contrasto)

All’inizio del 2021 anche dei vaccini di tipo convenzionale cominceranno l’iter per l’approvazione. L’azienda statunitense Johnson & Johnson sta testando un vaccino vettoriale (che usa un altro virus innocuo come vettore per introdurre materiale virale in una cellula) su sessantamila partecipanti alla terza fase della sperimentazione, che però ha subìto una temporanea battuta d’arresto a metà ottobre perché un volontario si era ammalato.

Un progetto dell’università di Oxford e dell’azienda britannico-svedese AstraZeneca usa una versione innocua del virus del raffreddore come base per il vaccino. Anche i loro test erano stati sospesi temporaneamente perché un volontario si era ammalato, ma sono già ripresi. L’azienda farmaceutica Merck sta lavorando a un vaccino vettoriale, mentre la Sanofi usa una tecnologia basata sulle proteine. Entrambe queste aziende hanno anni di esperienza nello sviluppo dei vaccini, ma i loro farmaci non saranno pronti per l’approvazione prima di un anno.

Al governo statunitense non importa molto quale progetto procederà più velocemente: ha deciso di aiutarli tutti a raggiungere il traguardo. Ad aprile il presidente Donald Trump ha annunciato l’avvio dell’operazione Warp speed, con lo scopo dichiarato di rendere disponibili 300 milioni di dosi entro il gennaio del 2021. Il piano prevede finanziamenti a otto aziende per oltre dieci miliardi di dollari e il coordinamento centralizzato fra tutti i ministeri e gli enti che si occupano di vaccini: dalla Food and drug administration ai dipartimenti della salute e della difesa. Trump ha osservato che un’operazione del genere non si vedeva dal progetto Manhattan, varato durante la seconda guerra mondiale per costruire la bomba atomica.

Il confronto non è fuori luogo, visto il ruolo di primo piano assegnato ai militari. L’iniziativa è guidata da due persone. Moncef Slaoui, ex capo della divisione vaccini della GlaxoSmithKline, è il responsabile del versante vaccini e terapie. Gustave Perna, generale dell’esercito ed ex capo del Comando materiali, è responsabile degli aspetti logistici. Dei novanta membri principali dello staff, circa due terzi vengono dal dipartimento della difesa o dalle forze armate. Secondo il governo i militari dispongono dell’esperienza necessaria per affrontare compiti logistici complessi.

“L’operazione Warp speed si è dimostrata molto utile”, dice Bancel (la Moderna è una delle aziende che hanno ricevuto finanziamenti). “Non dobbiamo preoccuparci né della sicurezza né delle forniture: l’esercito telefona ogni giorno alle aziende finché non consegnano il materiale”. Quando la Moderna ha avuto bisogno di un nuovo sistema di ventilazione per un impianto di produzione, un convoglio militare ha scortato il camion per migliaia di chilometri “senza neanche fermarsi ai semafori rossi”, sottolinea Bancel. In cambio, l’azienda si è impegnata a consegnare al governo statunitense cento milioni di dosi di vaccino, per un valore totale di un miliardo e mezzo di dollari, nei prossimi mesi. Ma Washington ha un’opzione per altri 400 milioni di dosi. Bancel assicura che nonostante il coinvolgimento del governo le aziende non hanno subìto pressioni politiche: nei test clinici non si possono prendere scorciatoie.

La cosa importante è che i locali per la vaccinazione siano molto spaziosi

Da luglio Moderna sta producendo più dosi possibile di mRna-1273 e per farlo ha concluso accordi con stabilimenti in tutto il mondo. La speranza è che entro la fine del 2020 siano disponibili venti milioni di dosi e almeno altri 500 milioni nel 2021. “Produrre il vaccino sarà una sfida per tutti nei prossimi 18 mesi”, afferma Bancel. Assicurare forniture costanti di materiali regolamentati, come le colture cellulari, gli enzimi e i lipidi, è essenziale. Basta che uno degli innumerevoli fornitori sparsi per il mondo faccia mancare anche solo una componente per bloccare tutta la produzione.

E comunque, aggiunge Bancel, anche se non dovessero esserci intoppi nell’approvazione, nella produzione e nella distribuzione, nel futuro prossimo ci sarà comunque penuria di vaccini: “Almeno per la prima metà del 2021 e forse fino a settembre non ci saranno abbastanza dosi per tutti”.

Tubinga, Germania Il quartier generale della Curevac si trova su un’altura che sovrasta la città universitaria di Tubinga. Attraverso le grandi finestre si vedono i monti del Giura svevo, e all’interno tutto è nuovo di zecca. Alcuni tassisti ancora non sanno come arrivarci, anche se lì accanto è già in costruzione un nuovo stabilimento di produzione. Solo nel 2020 circa novemila ricercatori di tutto il mondo hanno fatto domanda per lavorare qui.

Curevac è stata fondata nel 2000 ed è una pioniera delle tecnologie dell’Rna messaggero. Alcuni dei primi studi e buona parte della ricerca di base in questo settore sono stati condotti a Tubinga, che ospita una delle università più prestigiose della Germania. “Il primo che apre un sentiero nella giungla verso una nuova tecnologia ci mette un po’ di tempo e si fa qualche graffio, mentre gli altri possono fare la strada di corsa”, osserva l’ad Werner Haas.

Se la Moderna valeva già miliardi di dollari, la Curevac è stata finanziata per anni da un unico mecenate: Dietmar Hopp, fondatore dell’azienda informatica Sap, che ha investito più di un miliardo di euro in alcune promettenti aziende tedesche di biotecnologie, in gran parte perché nessun altro sembrava disposto a farlo. Le banche stanno alla larga da qualsiasi cosa abbia a che fare con nuovi prodotti medici, mentre il governo tedesco preferisce investire nel settore dell’auto. È tipico della Germania, un paese dove la ricerca è di livello mondiale ma nessuno si occupa di tradurla in prodotti concreti, perché mancano i fondi e la fiducia. Negli Stati Uniti e in Cina negli ultimi vent’anni, sono emerse centinaia di nuove aziende farmaceutiche e biotecnologiche che stanno sviluppando nuovi farmaci destinati alla cura del cancro e nuove terapie geniche. In Germania, invece, Hopp è stato ridicolizzato per i suoi investimenti.

Le cose hanno cominciato a cambiare nel 2015, quando Bill Gates ha visitato Tubinga e ha investito cento milioni di dollari nella Curevac. “Con le vostre tecnologie potreste realizzare un vaccino che costa un dollaro?”, ha chiesto. “In teoria sì”, è stata la risposta. Da allora in poi, tutto avrebbe potuto procedere molto più speditamente, invece la Curevac ha combattuto per anni con i politici e le banche per costruire uno stabilimento per la produzione industriale di farmaci, che potrebbe produrre un miliardo di dosi di vaccino all’anno. L’impianto non sarà pronto prima del 2022.

L’azienda di Tubinga però è riuscita ad attirare l’attenzione altrove. A marzo Trump ha invitato i dirigenti dell’azienda a un incontro alla Casa Bianca con altri grandi produttori di vaccini. Poco dopo è uscita la notizia che Trump aveva fatto un’offerta moralmente discutibile per comprare l’azienda e assicurarsi la fornitura di vaccini agli Stati Uniti. La Curevac ha smentito la notizia, che si è poi rivelata falsa, ma a Tubinga la gente ha sputato addosso ai suoi dipendenti per strada chiamandoli traditori. “È stato un momento molto difficile”, commenta Haas.

Qualche tempo dopo l’azienda si è rivolta al governo tedesco dicendo di aver bisogno di fondi e di sostegno, e chiedendogli se avesse voluto acquistare una quota della società. A giugno il governo ha comprato per trecento milioni di euro il 23 per cento delle azioni. Secondo il ministro dell’economia Peter Altmaier era un modo per assicurarsi che non solo il vaccino, ma anche l’azienda e le sue tecnologie rimanessero in Germania.

Tuttavia la Curevac non sarà tra le prime aziende a ottenere l’approvazione: i test del suo vaccino sono ancora alle prime due fasi, quelle che studiano la sicurezza e il dosaggio, mentre la terza fase dovrebbe cominciare alla fine dell’anno. Se tutto andrà bene, il via libera arriverà a marzo o aprile del 2021.

La Curevac ha scelto di prendere più tempo delle altre: “Il settore si sta sviluppando rapidamente, e le prime sostanze individuate potrebbero non essere quelle definitive”, osserva Mariola Fotin-Mleczek, responsabile del settore tecnologie. L’azienda Curevac sta lavorando a un agente che promette di essere più efficace, più efficiente e più facile da trasportare, visto che si dovrebbe poter conservare alla temperatura di un normale frigorifero.

Alla Curevac pensavano già da tempo alla prossima crisi, e sono convinti di aver trovato la risposta, sotto forma di una scatola bianca grande quanto una credenza. Uno sportello di vetro lascia vedere l’interno. Circondato da un labirinto di tubi e di pompe c’è un uovo argentato inserito in un anello magnetico che va su e giù. Produce Rna. Il macchinario può essere messo in un container e trasportato in giro per il mondo e installato in ospedali e laboratori, e là cominciare a produrre la sostanza richiesta in base a istruzioni ricevute via internet. “Se avessimo una stampante di Rna”, spiega Fotin-Mleczek, “potremmo produrre direttamente sul posto piccoli quantitativi della sostanza necessaria e controllare i focolai a livello locale”. Il dispositivo è ancora un prototipo, ma nel giro di due anni dovrebbe essere prodotto in serie grazie all’aiuto di Elon Musk.

I ricercatori di Tubinga non si occupano di produzione industriale, per cui hanno stretto un accordo con la Grohmann, un’azienda di ingegneria meccanica che in seguito è stata rilevata dalla Tesla. Quest’estate Musk è andato in visita a Tubinga per saperne di più sul mini-bioreattore, che adesso sfoggia il logo della Tesla. Musk è rimasto entusiasta della tecnologia ma non della velocità di sviluppo: “Ragazzi, bisogna fare più in fretta”, ha detto al termine del sopralluogo, e ha promesso tutto il suo appoggio. “Musk ha ragione”, commenta Haas. “È il momento di far vedere cosa sappiamo fare”.

Langen, Germania Se cercate l’antitesi allo sfarzo delle sedi delle case farmaceutiche, e al gergo borsistico dei loro amministratori delegati, il posto che fa per voi è la sede del Pei, che sembra un edificio scolastico cadente situato in una zona industriale. Il Pei è uno dei due enti tedeschi di regolamentazione in ambito farmaceutico, e si occupa dei vaccini. Lo dirige da undici anni Klaus Cichutek, 64 anni, professore di biochimica e autorità mondiale in materia di terapia genica. “Se il rapporto tra rischi e benefici è favorevole, è possibile che il primo vaccino sia approvato all’inizio del 2021”, dice. Poi potrebbero arrivarne altri.

Negli ultimi mesi il Pei ha raccolto tutte le forze disponibili per lottare contro il virus. I test clinici sono stati approvati in media nel giro di dodici giorni, mentre di norma ce ne volevano 65. L’istituto ha aiutato molti sviluppatori di vaccini a progettare al meglio i loro studi. “Abbiamo fornito consulenze scientifiche ad alcune équi­pe che si trovano già in fase due e tre”, spiega Cichutek.

Anche l’approvazione definitiva dovrebbe procedere più rapidamente del solito. Non è escluso che alle aziende sia concessa un’autorizzazione provvisoria con la richiesta di presentare in un secondo momento dati aggiuntivi, per esempio sull’efficacia a lungo termine.

Da sapere
Un annuncio tira l’altro

◆ Il 18 novembre 2020 la Biontech e la Pfizer hanno annunciato che il loro vaccino ha un’efficacia del 95 per cento nel prevenire lo sviluppo del covid-19, la malattia provocata dal nuovo coronavirus. L’analisi si basa su 170 persone contagiate dal virus tra i 43.500 partecipanti alla sperimentazione. In tutto, lo studio ha rilevato 162 casi confermati di covid-19 sintomatico nel gruppo che aveva ricevuto il placebo contro otto casi tra chi aveva ricevuto le due dosi programmate del vaccino. L’efficacia del farmaco, che è stata misurata sette giorni dopo il richiamo, è risultata stabile tra tutti i volontari, e solo leggermente più bassa in quelli con più di 65 anni (94 per cento). Le due aziende si apprestano a chiedere l’autorizzazione all’uso di emergenza per il vaccino alla Food and drug administration statunitense “entro pochi giorni”. Lo studio non è ancora stato pubblicato su una rivista scientifica e rimangono aperte molte questioni. Per esempio ci si interroga sulla durata dell’immunità acquisita e sulla possibilità che chi è vaccinato possa comunque trasmettere il virus. L’11 novembre l’istituto russo Gamaleya ha annunciato che il suo vaccino Sputnik V (che ha già ottenuto l’autorizzazione d’emergenza) protegge dal covid-19, con un’efficacia del 92 per cento. Ma i dati si basano sull’analisi di appena venti casi. Il 16 novembre l’azienda statunitense Moderna ha rivelato che, stando alle valutazioni interinali sulla terza fase di test, il suo vaccino, basato sulla tecnologia mRna come quello della Pfizer, ha un’efficacia del 94,5 per cento. Il 17 novembre la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato i risultati degli studi di prima e seconda fase sul vaccino della cinese Sinovac, che ha ottenuto l’autorizzazione d’emergenza ed è stato somministrato ad alcuni operatori sanitari.


Quando una sostanza riceve l’approvazione viene autorizzata in tutta l’Unione europea. Le richieste vanno presentate all’Agenzia europea del farmaco (Ema). Per le procedure di sperimentazione sono selezionati esperti provenienti dagli enti di ciascun paese. Ma il Pei tedesco, essendo leader nel campo dei vaccini, fra tutti gli enti europei è quello che ha svolto l’attività di sperimentazione più cospicua negli ultimi vent’anni.

Delle dieci aziende farmaceutiche che sono vicine a sviluppare un vaccino, probabilmente non tutte presenteranno domanda di approvazione a livello europeo, e questo per motivi strategici. Cichutek crede che all’inizio le domande saranno tre o quattro, ma questo non significa che i medici avranno un’ampia scelta di vaccini da somministrare ai loro pazienti. Inoltre è possibile che a causa dell’andamento della pandemia un vaccino sia giudicato idoneo dalle autorità statunitensi ma non da quelle europee, o viceversa. Secondo Cichutek “le raccomandazioni su un vaccino autorizzato si concentreranno su come ottenere il massimo risultato nel contenimento della pandemia e su come proteggere i gruppi più vulnerabili, e anche questo può variare da un paese all’altro”.

Le autorità statunitensi hanno dichiarato di essere disposte ad approvare un vaccino con un tasso di efficacia di almeno il 50 per cento, mentre l’Unione europea non ha fissato una soglia specifica. Questo significa forse che si potrebbe approvare un vaccino efficace al 40 per cento se fosse particolarmente adatto a una determinata categoria? Teoricamente sì, dice Cichutek. “Vogliamo essere liberi di prendere le nostre decisioni in base alla situazione e a una valutazione di tutti i dati disponibili su un prodotto”, osserva. Cichutek parla in modo piuttosto astratto del “rapporto favorevole tra rischi e benefici”. Di solito per “benefici” le agenzie di regolamentazione intendono l’efficacia, cioè la capacità di prevenire le forme più severe di una malattia o di ridurne il tasso di letalità. Ma al momento ben pochi si aspettano che un vaccino produca quella che gli scienziati chiamano “immunità sterile”, cioè che sia capace di bloccare del tutto i contagi.

Quindi è probabile che la mascherina continuerà a far parte della nostra vita quotidiana ancora a lungo. “Dobbiamo essere consapevoli che anche dopo la vaccinazione la possibilità di venire contagiati resta, e in certi casi anche quella di trasmettere il virus”, fa presente Cichutek. “Tuttavia saremo protetti dal covid-19, o almeno dalle sue forme più gravi”.

Da sapere
La catena del freddo

◆ Una delle maggiori difficoltà della campagna di vaccinazione contro il covid-19 sarà mantenere milioni di dosi a temperature estremamente basse per il tempo necessario a raggiungere i pazienti, spiega Science. Le molecole di mRna su cui si basano i vaccini in fase di sviluppo più avanzata si degradano molto più facilmente rispetto a quelle contenute nei vaccini tradizionali. Il farmaco della Pfizer richiede una temperatura di 70 gradi sotto zero, mentre quello della Moderna può resistere sei mesi a 20 gradi sottozero (e un mese in un normale frigorifero). Alcune di queste condizioni possono essere difficili da soddisfare nei paesi in via di sviluppo, dove la corrente elettrica non è disponibile nelle aree rurali e può mancare spesso anche nelle città. Le soluzioni esistono: nella Repubblica Democratica del Congo quattrocentomila persone sono state vaccinate contro l’ebola grazie ai contenitori refrigerati portatili prodotti dall’azienda cinese Arktek, che però sono costosi e avranno comunque bisogno di centri di distribuzione con una fonte affidabile di elettricità.


La sicurezza di un vaccino invece è definita più chiaramente. Per Cichutek, un arrossamento temporaneo nel punto dov’è stato iniettato oppure un lieve mal di testa sono accettabili, mentre un danno all’organismo no. I vaccini contro il covid-19 potrebbero diventare i farmaci più studiati della storia dell’umanità, visto che potenzialmente le dosi somministrate saranno miliardi.

Monaco, Germania Nessuno sa ancora quante dosi di vaccino saranno disponibili di qui a qualche mese in Germania. Quel che è certo è che non saranno abbastanza: potranno bastare per due milioni di persone, forse per quattro. Come andranno distribuite in un paese con più di 83 milioni di abitanti?

“Nel modo più equo possibile, tenendo conto di ciò che il vaccino sarà in grado di fare”, spiega Alena Buyx, che dirige l’Istituto di storia ed etica della medicina all’università tecnica di Monaco e presiede il Consiglio tedesco di bioetica, che consiglia il governo tedesco su questioni come chi vaccinare e quando e se in una pandemia è più importante proteggere la società nel suo insieme o gli individui.

Secondo Buyx, “dal punto di vista etico, lo stato può stabilire le priorità se non ci sono abbastanza vaccini per tutti”. Ma bisogna rispettare dei criteri di base, come l’autodeterminazione (non si può costringere ogni singolo infermiere a vaccinarsi in nome del bene comune) e la parità di trattamento (se si vaccinano per primi gli insegnanti, non dovranno essere esclusi quelli degli istituti professionali). La faccenda si complica quando entrano in gioco i bambini e gli adolescenti: “I bambini non sono adulti in miniatura: hanno una fisiologia diversa e devono essere trattati in un altro modo”, dice Buyx. Per il momento, però, solo la Biontech e la Pfizer stanno testando i loro vaccini su ragazzi dai 12 ai 18 anni.

Buyx non è preoccupata dal fatto che lo sviluppo dei vaccini è stato portato avanti più rapidamente del solito: “Niente lascia pensare che siano stati ignorati gli standard di sicurezza”, osserva. Ma che succede se le due aziende in questione sembrano più vicine all’obiettivo? “Di per sé, le analisi e i rapporti interinali non pongono problemi etici”, risponde. Ma anche se i rapporti sono incoraggianti, gli studi vanno condotti fino a una conclusione definitiva.

Da sapere
Una speranza per pochi
Ordini confermati di vaccini contro il covid-19, dosi per abitante (fonti: Duke global health, Gavi, Banca mondiale)

Dal punto di vista del paziente, aggiunge Buyx, il fatto che ci siano già i primi risultati è senz’altro positivo. Ciò costringe tra l’altro gli studiosi a confrontare i loro vaccini non con dei placebo, ma con altri vaccini già disponibili. “Se tutto va bene un giorno saremo in grado di scegliere il migliore in assoluto”, conclude.

Berlino, Germania A Berlino è una giornata nuvolosa, e l’aria fredda entra nell’ufficio di Jens Spahn, il ministro della sanità tedesco. Spahn ha spalancato le finestre: un po’ di corrente non fa male. In Germania il numero delle infezioni aumenta di giorno in giorno, come anche le pressioni sui politici, e Spahn è in prima linea. Secondo le sue previsioni il vaccino sarà disponibile “all’inizio dell’anno prossimo”. Potrebbe essere gennaio, febbraio, marzo o anche più tardi, dice, sforzandosi di non suscitare troppe aspettative. “L’ideale sarebbe che il vaccino riuscisse a prevenire nuovi contagi, ma sarebbe utile anche se rendesse meno severo il decorso della malattia”.

Il ministero si aspetta una corsa alle vaccinazioni. Appena il vaccino sarà approvato, l’idea è quella di cominciare a somministrarlo nelle grandi città. Spahn teme che all’inizio i medici di base vadano in crisi. Gli stati federali e i dipartimenti di salute pubblica hanno già cominciato a cercare sedi idonee, come gli spazi normalmente adibiti a fiere ed esposizioni. Ma prima bisogna organizzare i trasporti e la logistica. È probabile che le aziende consegnino il vaccino in 60-100 magazzini centrali. Serviranno impianti di refrigerazione speciali e camion frigoriferi. Inoltre il vaccino sarà distribuito in grosse confezioni da decine di dosi e non in singole fiale. Quindi il contenuto di ogni confezione dovrà essere usato entro poche ore.

Per organizzare tutto non resta molto tempo. La cosa più importante è che i locali siano molto spaziosi, specie se le procedure di vaccinazione cominceranno d’inverno. Bisognerà prima spiegare i dettagli del procedimento a gruppi di 20-30 persone e poi vaccinare un gruppo per volta. In seguito i soggetti dovranno essere tenuti sotto osservazione per almeno mezz’ora. “Per fare tutte queste cose occorre spazio, non basta la palestra di un piccolo comune”, osserva Spahn. Le scarse provviste di vaccino dovranno essere sorvegliate da guardie. “All’inizio”, dice, “saremo costretti a respingere chi si presenta senza appuntamento”. In Germania il vaccino sarà pagato dal governo e non dalle assicurazioni sanitarie convenzionate: “Non possiamo certo obbligare la gente a presentarsi con i documenti: ci vorrebbe troppo tempo”, spiega Spahn.

Il governo tedesco sta supervisionando lo sviluppo di varie app che dovrebbero aiutare a gestire gli appuntamenti: “Un aspetto banale ma importantissimo”, dice. Inoltre bisognerà raccogliere dati statistici per le autorità sanitarie. Un’altra app dovrebbe aiutare a registrare gli effetti collaterali del vaccino. “In un mondo ideale”, dice il ministro, “tutte queste cose potrebbero stare dentro un unico strumento digitale. Ma l’esperienza degli ultimi mesi dimostra che, quando si ha fretta, l’insuccesso è dietro l’angolo”. Ecco perché si sta lavorando a “varie soluzioni separate, una per ogni funzione”.

In cambio, il governo ha chiesto agli stati federali di occuparsi delle questioni minori, come l’approvvigionamento di tutto l’occorrente per somministrare il vaccino: siringhe, aghi e cerotti. “Se sono furbi, si stanno già assicurando i rifornimenti”, dice Spahn: parole che suonano come un chiaro avvertimento. A primavera lui stesso non era riuscito a ottenere i dispositivi di protezione personale più banali. Il fatto che allo scoppio della pandemia in Germania mancassero completamente le mascherine è considerato il più grave fallimento dell’esecutivo in questa crisi.

Il governo tedesco si è impegnato a sostenere la cosiddetta Iniziativa europea per i vaccini, in base alla quale la Commissione europea tratta con i produttori a nome di tutta l’Unione. Le dosi sarebbero distribuite in proporzione alla popolazione degli stati membri: più abitanti ha un paese, più dosi di vaccino riceve. Ma alcuni negoziati, tra cui quelli con la Biontech e la Pfizer, si trascinano da mesi. Spahn sta perdendo la pazienza. Secondo gli accordi attuali la Germania ha diritto ad almeno 150 milioni di dosi, che si prevede siano consegnate in tranche mensili non appena disponibili. Altri milioni di dosi dovrebbero essere consegnate dalla Biontech e dalla Curevac indipendentemente dall’Unione europea, in cambio dei finanziamenti da centinaia di milioni di euro erogati dal governo tedesco alle due aziende.

“Vogliamo garantirci molte più dosi del necessario”, spiega Spahn. E se ne avanzano, aggiunge, la Germania può sempre rivenderle o donarle ai paesi poveri. “Ma lo sviluppo di un vaccino è di gran lunga troppo complesso per fare affidamento su un solo candidato. Dobbiamo avere alternative”. C’è una cosa che il governo tedesco vuole evitare a ogni costo: puntare tutto su un solo cavallo e vederlo crollare poco prima del traguardo. ◆ ma

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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati