Un simpatico disordine regna sulla tavola: cartine, pipe ad acqua, sigarette. E ovviamente dell’erba, regalo di un telespettatore. “Ecco il nostro piccolo mondo”, dice Myrtle Clarke aprendo le porte dello studio pieno di fumo. I presentatori hanno gli occhi arrossati per aver fumato cannabis, ma cinque minuti prima dell’inizio della loro trasmissione su YouTube, tutti sono ai loro posti. “Quando vogliono, sanno essere molto professionali”, osserva un loro amico. E come ogni settimana da quattro anni, l’Hotbox Show comincia puntuale.
Il programma è l’appuntamento settimanale del gruppo che chiede la legalizzazione totale della cannabis. Entrando nella fattoria alla periferia di Johannesburg che ospita il suo quartier generale, si respira un’atmosfera paragonabile a quella delle radio pirata degli anni settanta. Gli ispiratori del movimento sono Myrtle Clarke e Julian Stobbs, che una rivista spagnola nel 2020 ha definito “gli attivisti dell’erba più influenti e radicali del Sudafrica”.
Irruzione notturna
Prima di dedicare la loro vita alla difesa di una pianta, Clarke e Stobbs lavoravano nel settore audiovisivo. Il loro destino cambiò il 12 agosto 2010. In piena notte furono svegliati da violenti colpi alla porta. Sei poliziotti fecero irruzione.
“Avete sostanze illegali in casa?”, urlò un ufficiale.
“Sì, abbiamo della cannabis”, rispose Julian. Ma le forze dell’ordine avevano altro in testa: volevano sapere dov’era il laboratorio. La perquisizione durò fino all’alba.
Di laboratori non ce n’era traccia, ma la polizia trovò 1,8 chili di dagga, come viene chiamata la cannabis in Sudafrica. Portati in commissariato, furono accusati di possesso e traffico di droga, reati per cui rischiavano dai sette ai dieci anni di carcere.
“In quel momento”, ricorda Clarke, “avevamo tre scelte: pagare per uscire, perché in Sudafrica funziona anche così; scontare la pena o contestare quello che era successo”. Un avvocato li incoraggiò a battersi e loro decisero di passare al contrattacco.
◆ Nello stato di Ekiti, nel sudovest della Nigeria, le autorità locali hanno creato una riserva naturale su 3.300 ettari di foresta per contrastare il disboscamento. Ma hanno dovuto scontrarsi con i coltivatori che sfruttano parti della foresta per vendere i prodotti sul mercato locale. Negli ultimi mesi sono stati arrestati almeno sessanta coltivatori illegali, scrive Liza Fabbian su Le Monde. Tra questi, molti avevano delle piantagioni di canapa indiana. Il problema, spiega Rachel Ikemeh, dell’ong ecologista nigeriana South west-Niger delta forest project, è che nel confinante stato di Ondo le autorità sono state più permissive rispetto alla coltivazione nella foresta, e tre anni fa hanno rilasciato dei permessi agli agricoltori.
Ma, secondo una fonte interna al governo dello stato di Ondo, la maggior parte delle piantagioni di cannabis nella foresta, alcune di centinaia di ettari, sono controllate da un cartello della droga locale. Nel nordest di questo stato a febbraio sono stati sequestrati 581 chili di cannabis e 711 chili di sementi. Per riprendere il controllo della situazione il governatore dello stato di Ondo, Rotimi Akeredolu, ha portato avanti una campagna per rendere legale la cannabis per uso terapeutico in Nigeria. “Vogliamo incoraggiare gli agricoltori a uscire dalla foresta fornendogli le sementi, in modo che possano continuare a lavorare sotto il controllo dell’agenzia nazionale antidroga”, ha detto a Le Monde Akin Olotu, un consigliere del governatore. Nel 2019 Akeredolu è perfino andato in Thailandia per studiare le possibilità della cannabis terapeutica. L’assemblea federale di Abuja ha preso in esame un progetto di legalizzazione, ma le autorità del governo centrale sono contrarie, in particolare i vertici della potente agenzia antidroga. “Non possiamo permetterci di legalizzare quando in Nigeria ci sono già 10,6 milioni di consumatori di cannabis”, ha detto Femi Babafemi, il capo dell’agenzia.
Con un documento di settanta pagine, chiesero che le misure prese nei loro confronti fossero sospese per permettergli di contestare la legge che li aveva resi dei criminali. L’argomentazione si basava in particolare su due punti: il rispetto della vita privata e il diritto di ricevere delle cure. Sono due diritti garantiti dalla costituzione sudafricana, che è una delle più progressiste del mondo. Nel 2011 ottennero la sospensione della pena e citarono in giudizio sette ministri. I mezzi d’informazione li ribattezzarono la dagga couple.
L’avvocato li aveva avvertiti che la loro battaglia sarebbe stata lunga e si sarebbe giocata sul campo dell’opinione pubblica. Perciò dovevano ottenere il favore della gente e crearsi una base di sostenitori. “Abbiamo imparato strada facendo, armati dei nostri libri, dei nostri diritti e della legge”, racconta Clarke. Una pagina sui social network, un sito internet, un manifesto, molte interviste: la coppia diventò famosa. Nel 2016 ha lanciato il movimento #Jointhequeue (unisciti alla fila), con il quale invitava tutti quelli che, come loro, erano stati incriminati per possesso di cannabis a chiedere la sospensione delle procedure finché non fosse stata giudicata la questione di costituzionalità sollevata dalla coppia.
In fila
Quell’anno anche Riaan van der Merwe ha avuto dei problemi con la legge. Insieme a un amico si era trasferito in una fattoria dove coltivava cannabis. “Un pomeriggio ho sentito il rumore della portiera di una macchina. Ho capito subito”, ricorda. I poliziotti sono entrati nella proprietà e hanno trovato trecento piante di cannabis e dieci chili di erba. Sospettavano un’attività di spaccio ma non hanno trovato banconote, registri né liste di clienti.
“Eravamo semplici coltivatori, non avevamo denaro”, racconta Van der Merwe, che assicura di aver avviato una produzione solo per uso personale. Incriminato per possesso di cannabis, ha seguito il consiglio di Fields of green for all, l’associazione creata da Clarke e Stobbs, e ha ottenuto una sospensione dell’azione legale. “Senza di loro, sarei in prigione”, osserva. Come lui, un centinaio di altre persone si è “unito alla fila”.
Forti del successo della loro campagna, Clarke e Stobbs hanno affrontato nel 2017 il processo contro lo stato, diventato famoso come “il processo della pianta”. Hanno mobilitato i mezzi d’informazione e ottenuto il diritto di trasmettere i dibattiti in diretta, hanno fatto testimoniare gli esperti per sottolineare i benefici della cannabis e la sua innocuità.
Dopo due settimane il processo è stato aggiornato a data da destinarsi. Non è più ripreso. Lo stesso anno la dagga couple ha seguito un caso simile al suo a Città del Capo. Gareth Prince, un avvocato rastafariano che aveva già cercato di far legalizzare, senza successo, il consumo di erba appellandosi al principio della libertà religiosa, aveva denunciato lo stato dopo essere stato arrestato e condannato nel 2012 per possesso e traffico di droga. Il giudice gli ha dato ragione e il suo caso è finito davanti alla corte costituzionale.
Il 18 settembre 2018 la più alta corte del paese ha stabilito che criminalizzare la coltivazione e il consumo di cannabis in un luogo privato per uso personale è incostituzionale. L’eco di questo successo è risuonato oltre le frontiere del Sudafrica. Ma per la coppia, che ha speso più di 300mila euro nella battaglia, la strada è ancora lunga. “Finché un ragazzo delle township rischia il carcere per aver venduto dell’erba in una scatola di fiammiferi, la lotta non è finita”, ripete Clarke.
Guardare avanti
Nel frattempo la cannabis è diventata “il nuovo oro verde” e il Sudafrica si è unito al gruppo di paesi che hanno legalizzato la coltivazione per uso terapeutico. È nata un’industria. L’associazione Fields of
green for all guarda con grande sospetto queste aziende, che farebbero passare la coltivazione di cannabis per una “superscienza” inquadrata da norme “ridicole” destinate a escludere dal mercato i piccoli produttori. “Questi imprenditori hanno una sola cosa in mente: far crescere il valore della loro azienda per poi vendere tutto”, assicura Clarke.
Il 3 luglio 2020 una tragedia ha colpito la coppia. Nella notte due uomini armati sono entrati nella loro fattoria. Quando si sono introdotti nella camera da letto, Julian si è alzato all’improvviso. È stato colpito al cuore ed è morto sul colpo.
Da quella notte Clarke è stata tentata di lasciare tutto. Ma ufficialmente è ancora incriminata nel “processo della pianta”, che non è ancora finito. E poi ci sono tutti quelli che si sono “uniti alla fila” e che aspettano l’esito del giudizio. “Fermarsi ora significa abbandonare al loro destino cento persone”, dice Clarke. In realtà i piccoli produttori e venditori sono molti di più. Nel maggio 2021 la sua associazione ha ottenuto lo status di organizzazione consultiva del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati