Il cliché che l’Australia sia the lucky country, il paese fortunato, ha creato qualche problema al suo inventore. Il libro The lucky country di Donald Horne fu pubblicato nel 1964 e diventò in poco tempo un fenomeno culturale. Un critico lo descrisse come “una secchiata d’acqua gelata sulla pancia di un villeggiante addormentato sotto il sole”.
“Papà era molto contento che la frase fosse diventata così popolare”, racconta la figlia di Horne, Julia, docente di storia sociale all’università di Sydney. “Ma se alla tv vedeva qualcuno che la usava senza ironia si tappava le orecchie. Un produttore di vini se ne appropriò per le sue etichette e lui non lo sopportava. Tanta di quella fortuna veniva dal boom minerario del dopoguerra. Ma la tesi di mio padre era che il boom si sarebbe esaurito. Pensava che gli australiani fossero capaci di guardare al futuro, ma che la classe politica e l’élite del paese fossero prive di creatività e immaginazione”.
Donald Horne è morto nel 2005. L’industria estrattiva ha avuto una nuova impennata e l’Australia è ancora un paese fortunato. La fortuna dello scommettitore. E, come dovrebbe sapere un paese di giocatori d’azzardo, non è qualcosa che può durare all’infinito.
Torno in Australia dopo un’assenza di otto anni, e una cosa mi colpisce subito: i condomini. Sydney quasi non ne aveva, fatta eccezione per alcuni antiquati complessi nelle “vecchiettopoli” costruite vicino alle spiagge. Il sogno australiano, anche nella sua città più grande, era sempre stato il bungalow con un giardino, abbastanza per far crescere un orto e la famiglia.
Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale molti britannici lasciarono il loro paese, piovoso e sofferente, per inseguire quel sogno grazie a un piano del governo australiano. Programmi simili furono estesi anche agli europei del sud, più disposti ad accettare lavori umili e abbastanza bianchi per soddisfare i criteri tradizionali, fino a quando l’Australia nel 1973 non abolì la politica che limitava l’immigrazione ai soli bianchi.
L’immigrazione recente è diversa. I nuovi arrivati hanno studiato, spesso proprio nelle scuole e nelle università australiane (generando entrate che fanno concorrenza ai ricavi dell’estrazione del carbone e dei minerali di ferro). Spesso sono single e vivono volentieri in appartamento. Più della metà viene dall’Asia, soprattutto dall’India e dalla Cina.
Mattone su mattone
Nell’immaginario tradizionale australiano non c’è mai stata minaccia peggiore del “pericolo giallo”. La paura che asiatici affamati di terreni si lanciassero alla conquista delle loro terre sterminate ha alimentato il mantra sull’immigrazione del dopoguerra: popola o muori. Ora i condomini – molti mal costruiti, o almeno così si dice – costeggiano le strade che vanno verso ovest e le linee ferroviarie fino a Penrith, un remoto sobborgo con temperature semidesertiche e vista sulle Blue mountains. Mi hanno detto che là vivono immigrati che non hanno mai visto l’oceano. Gli appartamenti sono essenziali, Sydney è circondata da ostacoli naturali.
Allora perché volete più immigrati, chiedo a David Marr, giornalista e scrittore che vive a Sydney. “Ci arricchiscono”, mi risponde. “Gli italiani, i greci, gli jugoslavi hanno costruito questo paese, mattone su mattone. Molti dei loro discendenti sono medici e ingegneri informatici. Se non fosse stato per l’immigrazione avremmo avuto molti anni di recessione. Non è un gesto di beneficenza, è un gesto che mira alla prosperità. Gli immigrati portano le loro competenze, la loro intelligenza e le loro energie per renderci più ricchi”.
L’Australia è già ricca: 27 anni senza mai entrare tecnicamente in recessione, battendo così il record di 26 anni degli olandesi (agli australiani piacciono molto i record, sarà per via delle loro tradizioni sportive). Il pil pro capite è un po’ meno sfavillante: la popolazione, che oggi è di 25 milioni di abitanti, è più che raddoppiata dai tempi del libro di Horne. Era di appena venti milioni quando è morto, quattordici anni fa. Ma il successo, in termini economici, è incontestabile.
Nonostante questo la strategia d’attacco della destra al governo, in vista delle elezioni federali del 18 maggio, è la politica sull’immigrazione. Non riguarda direttamente gli immigrati regolari (anche se è difficile non notare l’inquietudine crescente verso di loro che serpeggia tra gli australiani più anziani) ma immigrati che in realtà non si sono mai materializzati: i profughi e i richiedenti asilo che sarebbero dovuti sbarcare a milioni, in fuga da paesi in guerra.
La coalizione conservatrice, al potere dal 2013, ha fatto sua la retorica della tolleranza zero nei confronti dei migranti, mandando navi a pattugliare i mari e imponendo a queste persone la detenzione in strutture offshore di documentata brutalità. In linea di principio non è sbagliato cercare di scoraggiare i poveri della Terra dal rischiare la vita in mare. Nella pratica, le scandalose condizioni di detenzione hanno danneggiato la reputazione dell’Australia.
Il primo ministro in carica, lo scialbo ex dirigente del settore turistico Scott Morrison, ha cercato di sfruttare il presunto atteggiamento morbido dei laburisti nei confronti dei richiedenti asilo. Anche così non c’è certezza su chi sarà il settimo primo ministro dell’Australia in appena undici anni: Morrison o il relativamente meno scialbo leader laburista Bill Shorten.
L’immigrazione di questi anni è un fenomeno sorprendente. All’inizio del millennio le due principali città australiane, Sydney e Melbourne, erano bianche in modo schiacciante, ora hanno una notevole componente asiatica. Non è facile capire a chi appartengano queste nuove facce: studenti, immigrati o turisti; spesso tutte e tre queste cose insieme; studenti che ottengono il permesso di rimanere e ospitano i loro benestanti genitori in visita. Ed è un fenomeno localizzato: è molto meno evidente nelle altre città australiane. È quasi completamente assente nelle cittadine in declino dell’interno, per non parlare delle quasi disabitate zone settentrionali e centrali.
Chi ha una mentalità progressista è sempre tentato di vedere l’accoglienza come un atto di altruismo. Ma qui, come dice Marr, le cose stanno in maniera diversa. Si potrebbe vedere l’immigrazione quasi come una sorta di furto della proprietà intellettuale del paese ospite.
Gli australiani, si sa, vanno fieri del loro leggendario disprezzo per l’autorità
Nemici ovunque
Mi sono infatuato dell’idea dell’Australia quand’ero bambino. Poi a trent’anni sono venuto qui e mi sono innamorato davvero. Apprezzavo i modi estroversi degli australiani, la loro leggera asprezza e il loro inaspettato sentimentalismo. E il clima. Ero incantato dal fascino vittoriano delle città, dai quartieri immersi nel verde e, quando ho avuto la possibilità di vederla, dalla vastità sconfinata dell’entroterra. Amavo il modo in cui i venti caldi dell’interno riuscivano a infondere nell’aria della città l’odore dell’eucalipto. Ho perfino imparato a identificare un buon numero delle 750 diverse varietà di eucalipto del paese.
Ho imparato ad amare i tanti australianismi che non sono mai entrati a far parte dell’inglese parlato nel resto del mondo: rort (truffa), stoush (rissa), e il mio preferito: Sydney racing identity, che è un eufemismo giornalistico per definire un truffatore di alto profilo. Il mio affetto non si è mai spento ma il tempo l’ha reso più sfumato. E l’Australia oggi non è quella che un visitatore si aspetta. Una terra di ladri e mandriani? Crocodile Dundee che doma sterminate lande brune? Per niente. Questo è uno dei paesi più urbanizzati del mondo. O più precisamente, suburbanizzati. Quando mi sono abbonato all’edizione online del Sydney Morning Herald, il modulo da compilare pretendeva di sapere in quale quartiere abitassi, era un’informazione obbligatoria. E se abitassi a Kirwirkurra, a settecento chilometri di distanza da Alice Springs? Sarei bannato?
L’80 per cento della popolazione vive nell’angolo sudorientale del paese, occupando circa un decimo dell’intera superficie. Un piccolo avamposto sul continente, timorosamente abbarbicato lungo la costa come per tenersi aperta una via di fuga. I nemici sono ovunque: squali in mare, serpenti sulla terra. A volte l’istinto del gregge degli australiani assume proporzioni folli. Hyams Beach, nella parte meridionale del New South Wales, è diventata una destinazione così popolare che i residenti hanno allestito dei blocchi stradali. Si dice che in Australia ci siano 10.685 spiagge, una è lunga quasi 150 chilometri.
Gli australiani, si sa, vanno fieri del loro leggendario disprezzo per l’autorità (in una vecchia barzelletta risalente alla prima guerra mondiale, un ufficiale inglese chiede furioso: “Chi di voi ha detto che il cuoco è un bastardo?”. E una recluta impertinente risponde: “Chi di voi ha detto che il bastardo è un cuoco?”). Ma non è così. L’Australia è diventata uno dei paesi in cui le istituzioni interferiscono di più, in modo paternalistico, nella vita dei cittadini. Solo da poco ha superato il suo puritanesimo vecchia scuola: l’omosessualità è stata illegale in Tasmania – non solo tecnicamente – fino al 1997. Ora le forze di polizia sono prese da altro: signore mature che si ostinano a pedalare senza casco per strade poco trafficate, automobilisti che non indossano la cintura di sicurezza, pedoni che attraversano con il rosso alle due di notte, test del palloncino a caso. Nessuna infrazione è abbastanza trascurabile e nemmeno chi rispetta la legge può dirsi al sicuro. Non sorprende che tanti truffatori di alto profilo la facciano franca, gli sbirri sono troppo occupati.
“Doppia penalità nei giorni festivi”, recitava un cartello sulla principale autostrada in uscita da Sydney alla vigilia dell’Australia day (la festa nazionale che commemora l’arrivo della prima flotta britannica nel 1788), ammonendo che la somma da pagare in caso di multa per eccesso di velocità sarebbe raddoppiata per l’occasione. A volte l’intero paese viene trattato come un bambino. Fuori del Red Cow Hotel a Penrith, dove un tempo i pub pubblicizzavano birre e specialità culinarie, ora ci sono cartelli che indicano le venti regole di condotta da osservare nel locale, compreso un dress code degno dell’aristocrazia britannica.
La polizia lancia periodicamente campagne come “denuncia anche tu un drogato”. L’Australia, in parte a causa dell’intramontabile influenza dei tabloid di Rupert Murdoch, ancora non riesce a promuovere un dibattito sensato su come regolare l’uso delle droghe. “Siamo un paese disciplinato. Facciamo quello che ci viene detto. Rispettiamo profondamente la polizia”, dice David Marr.
Questioni irrisolte
Per quanto ricco, questo è anche, sorprendentemente, il paese dove tutto è impossibile. Una ferrovia veloce per collegare Sydney, Canberra e Melbourne al posto dei lentissimi treni attuali permetterebbe di tagliare centinaia di voli ogni anno. Con i grandi spazi aperti a disposizione, non ci sono ostacoli concreti, tranne la mancanza di lungimiranza. Se ne parla da trent’anni, non diventa mai realtà. Nemmeno le principali autostrade sono un granché. L’Australia non riesce a trovare un’alternativa per la sua assurda bandiera, al cui interno compare ancora quella del Regno Unito; non sa risolvere il dilemma tra monarchia e repubblica; e soprattutto insiste nel celebrare la festa nazionale il giorno che gli aborigeni associano all’invasione e alla distruzione. Nemmeno ora riesce a trattare con decenza e buon senso la persone derubate della loro terra.
E non si può dire che sia una grande amante dell’eterodossia. “In Australia c’è una cultura molto ristretta, soprattutto in campo economico”, dice Stephen Garton, docente di storia sociale e vicerettore dell’università di Sydney. “C’è una piccola fascia di ricchissimi, e un sottoproletariato impoverito. Ma sono gli estremi molto ridotti dello spettro. C’è un enorme e prospero ceto medio, e questo porta a un certo conformismo. C’è sempre meno diversità d’opinione”.
Ma le cose sono cambiate. In passato qui era molto difficile crescere se eri gay, o poco mascolino e non portato per gli sport, o una donna che non rispettava le convenzioni. Ora queste norme sociali si sono capovolte. Il vecchio culto della mascolinità rude resiste ancora, e questo spiega il regolamento d’accesso al Red cow hotel, ma è stato messo da parte e spinto verso l’interno del paese. “È un grande cambiamento culturale, che forse per l’Australia è più grande che per qualsiasi altro posto”, dice Garton. “Le pubblicità con gli omaccioni che tracannano birra nel bush ci sono ancora, ma sono percepite come problematiche. Per piacere devono avere un risvolto ironico”.
È giusto interpretare tutto questo come un progresso. Ma in un certo senso, più essenziale ancora dei rapporti tra i sessi, le vecchie certezze sono entrate in collisione con la realtà.
Il ceto medio conformista senza dubbio crede al cambiamento climatico. E senza dubbio tutti (a parte me, che vengo dal freddo Regno Unito) hanno inveito per tutto il mese di gennaio, il più caldo nella storia dell’Australia. Le medie giornaliere erano di un grado superiori al record del mese precedente; nel New South Wales anche di due gradi. Adelaide ha raggiunto la temperatura di 46 gradi – la più alta mai registrata in una città australiana. Anche le minime notturne sono state senza precedenti.
I bollettini meteo di Sydney non sapevano a cosa dare la precedenza: le alluvioni nel Queensland o gli incendi in Tasmania, anche se a Sydney di solito non importa molto di questi luoghi lontani. Nella fragile rete dei fiumi australiani, milioni di pesci sono stati trovati morti e gli ambientalisti hanno dato la colpa ai consumi idrici dei coltivatori di cotone. Gli esperti hanno consigliato alle persone di mettere la protezione solare non solo per passare la giornata all’aperto, ma anche per andare alla fermata dell’autobus. La grande barriera corallina, una delle meraviglie del mondo, è già malata e forse morirà.
In nessun altro paese del mondo, preso nel suo insieme, la vita umana è messa così ai margini dalla geografia e dal clima. In nessun altro c’è un rischio così alto di una catastrofe ambientale. E nonostante questo i suoi leader fanno a gara con Donald Trump per il loro negazionismo viscerale. Il caso degli Stati Uniti lo conosciamo. Quello dell’Australia è più difficile da spiegare; si può dire che è più americano di quanto sembri a prima vista. L’Australia ha un debole per il materialismo (adora veramente i suoi gadget di lusso), per la corruzione politica (soprattutto a livello statale), per gli specialisti dell’offesa stipendiati da Murdoch e per i ciarlatani d’ogni specie (un negazionista britannico di nome Viscount Monckton qui è diventato una sorta di rock star dell’estrema destra).
“L’Australia è un paese fortunato, governato da persone di second’ordine”
Siccità e gelate
Ho parlato del cambiamento climatico con molti agricoltori australiani; nessuno ha dubbi sul fatto che sia in atto. Tra loro c’è Tim Fischer, che ora si è ritirato dalla politica ma negli anni novanta fu viceprimo ministro e presidente del National party, un partito radicato nel mondo rurale che è sempre stato partner dei liberal (i conservatori) nei governi di destra. “Siamo a un punto morto. Ogni agricoltore della mia regione può vedere che il clima è cambiato”, dice Fischer. “I periodi improvvisi di siccità in primavera e le gelate tardive che danneggiano il grano sono più frequenti. Le piogge torrenziali in estate portano dubbi benefici. A Sydney e a Melbourne le ferrovie devono interrompere il servizio a causa del caldo, perché la rete non è abbastanza robusta. Ci sono persone ragionevoli nel mio partito e altrove, ma ci stanno mettendo del tempo ad attivarsi e non ce lo possiamo permettere”.
Alcuni di loro stanno facendo molto più che metterci del tempo. L’ex primo ministro Tony Abbott (del Liberal party) ha cambiato più volte posizione in merito, con l’atteggiamento petulante tipico degli antiscientisti ben finanziati: la scienza è “una cazzata”; anzi no, in effetti il cambiamento sta avvenendo ma è “vantaggioso”, e via così. Nel 2017, durante un incontro privato a Londra tra persone che la pensavano come lui, Abbott ha dichiarato che era “poco più che inutile” che l’Australia facesse qualcosa per ridurre le sue emissioni dato che erano inferiori all’incremento annuo della Cina. Di tutte le argomentazioni a favore del non fare niente, penso che questa sia la più infame: fottiti mondo, noi ce la caviamo bene.
L’altro oro nero
Il motore di queste politiche è da ricercare nei tanti legami tra la destra australiana e la sua industria del carbone. “Circa una decina di deputati si batte per Cristo, il carbone e la corona”, sostiene Marr. La quota australiana nel mercato globale del carbone è più grande di quella dell’Arabia Saudita nel settore del petrolio, quindi c’è una preoccupazione diffusa, alimentata dal consueto connubio di lobby, donazioni politiche e scambi di favori. Ma è evidente che nell’industria del carbone non c’è futuro.
“Molti conservatori australiani credono che quello che fa bene all’industria del carbone fa bene ai lavoratori”, dice Richard Denniss, economista dell’Australia institute. “Ma il 99,6 per cento degli australiani non lavora nell’industria del carbone. E in ogni caso il settore sta investendo una fortuna nell’acquisto di camion robotizzati per sbarazzarsi della manodopera”.
E l’industria stessa sta abbandonando anche il governo. Quando la multinazionale Glencore ha annunciato dei tagli alla produzione del carbone a febbraio, i ministri si sono innervositi. Come ha scritto Donald Horne anni fa, l’Australia è “un paese fortunato, governato da persone di second’ordine”. Un mio amico neozelandese l’ha messa in modo ancora più essenziale: “Grande paese. Menti piccole”.
La caduta di Abbott non è direttamente connessa al cambiamento climatico. Abbot è stato fatto cadere dal suo stesso partito, in parte perché è un cretino, e in particolare un cretino che si è svegliato una mattina e ha nominato il principe Filippo di Edimburgo cavaliere dell’ordine d’Australia. Ma il cambiamento climatico è diventato la Brexit australiana, distrugge chiunque lo tocchi, compresi i non negazionisti come Kevin Rudd e Malcolm Turnbull, l’usurpatore di Abbott, proveniente dal suo stesso partito. Entrambi hanno faticato a trovare il coraggio politico – questa risorsa così rara – necessario ad andare avanti.
L’Australia è stata sbeffeggiata per questo susseguirsi di premier. Rod Tiffen, professore emerito di scienze politiche all’università di Sydney, ha pubblicato un libro nel 2017, Disposable leaders _(Leader usa e getta),_ in cui racconta un fenomeno chiamato the spill: la tendenza dei parlamentari di secondo piano a far fuori il loro leader. Tiffen dice che è successo 73 volte dal 1970, a livello federale e statale, e non la ritiene necessariamente una cosa negativa: “Siamo abituati a considerare l’instabilità un problema. Ma anche la stabilità può essere problematica, vuol dire che hai smesso di reagire. Per undici anni abbiamo avuto come primo ministro John Howard e l’abbiamo visto diventare sempre più rigido”. Immaginiamo le conseguenze dei parlamentari britannici incapaci di liberarsi di Thatcher, Blair, Brown, May e Corbyn.
Ma questo è l’ultimo dei problemi politici dell’Australia. Nel 2010 ho passato una settimana a seguire i lavori del parlamento a Canberra e sono rimasto disgustato. In confronto Westminster sembrava un bastione di democrazia intelligente. Ho visto stupide partigianerie, comportamenti riprovevoli e interrogazioni parlamentari così coreografate, manovrate dall’alto e noiose che i deputati non avrebbero mai potuto dare un contributo utile al paese. Lo spill è l’unica distrazione non sessuale di questi poveretti. E la costituzione australiana pone grandi ostacoli alla possibilità di legiferare in modo efficace: legislature che durano tre anni, sistema federale, e una seconda camera molto potente che spesso interviene per tirare il freno.
Si dà per scontato che il partito laburista vincerà le prossime elezioni. In effetti il governo è aspramente criticato. Il più grande successo di Scott Morrison nella vita è stato ideare una campagna per promuovere il turismo nazionale con lo slogan “Dove diavolo sei?”, che è stata un fiasco. Ma il vantaggio dei laburisti nei sondaggi non è solido. Morrison sta riproponendo il solito mantra della destra durante i tempi buoni: “Non lasciate che i laburisti rovinino tutto”, e ha superato Shorten come candidato favorito. Tira la stessa aria che si respirava nel 1992 nel Regno Unito con Neil Kinnock a capo dei laburisti. “Shorten non fa presa sull’elettorato. È un affarista sempre al limite di ciò che è considerato legale o corretto. Però sa come funziona il partito”, spiega Tiffen.
Antipasto elettorale
Il 23 marzo c’è stato un piccolo antipasto elettorale con il voto per rinnovare il parlamento del New South Wales, lo stato più popoloso del continente: la premier uscente, la conservatrice Gladys Berejiklian, sotto attacco per aver favorito la costruzione di nuovi stadi invece di scuole, ospedali e infrastrutture per i trasporti, è stata riconfermata. “Il New South Wales può avere tutto, e avrà tutto”, aveva detto Berejiklian prima del voto. Questa convinzione di poter avere tutto è la cosa più ripugnante dell’Australia di oggi. Perché ha avuto un costo terribile. Nelle parole della poeta Laurie Duggan: “Mi piace come siamo stati in grado di incasinare tutto al pari degli altri e impiegandoci la metà del tempo”.
Se vogliamo essere precisi, considerando che l’Homo sapiens è in giro da 300mila anni e i bianchi in Australia solo da 231, ci hanno impiegato lo 0,001 per cento del tempo. Il pappagallo del paradiso, il bandicoot del deserto, il bilby minore, il ratto canguro del deserto, il potoroo dalla faccia larga e la tigre della Tasmania – per citare solo alcune specie estinte dal 1788 – avrebbero qualcosa da dire in proposito. Nessun paese più dell’Australia è nella posizione di poter dare il buon esempio. Cresci, paese fortunato. Fammi innamorare di nuovo di te. ◆_fgas _
Matthew Engel è un giornalista e scrittore britannico. Il suo ultimo libro è That’s the way it crumbles: the american conquest of the english language (Profile Books 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati