Greg Pahules sistema a fatica il suo corpo possente su una sedia da scuola nell’appartamento spartano in cui vive, sopra un salone per la manicure nella Florida centrale. Ha 68 anni, è calvo, tranne che per una ciocca di capelli grigi raccolta in una coda, e non fa che muoversi nervosamente. Mi fissa con gli occhi azzurri velati e mi chiede se lo considero una persona “normale”. Un’ora prima, a pranzo, si è improvvisamente ricordato che forse aveva ucciso qualcuno in Colombia negli anni ottanta, quando era così coinvolto nel traffico di cocaina al punto da attirare l’attenzione di Pablo Escobar.

Mi ha raccontato di quando, una sera, la macchina su cui viaggiava si era imbattuta in un incidente su una tortuosa strada di montagna. Mentre rallentavano per prestare aiuto, un uomo era balzato fuori dall’auto e aveva cominciato a sparare, ferendo il conducente a una mano. Pahules gli aveva sparato due volte e si era allontanato a tutta velocità. Quel ricordo era rimasto sepolto in un angolo della sua mente, finché la nostra conversazione lo ha riportato alla luce.

Ripenso alle decine di ore che Pahules ha passato a raccontarmi la sua storia incredibile e alle centinaia di messaggi che mi ha mandato a tutte le ore del giorno e della notte nell’ultimo anno. Una persona normale? Non proprio.

La sua storia comincia in un letto d’ospedale nel 1978, quando aveva vent’anni e giocava a football americano per l’università del Kentucky. Uno scontro frontale durante un allenamento lo fece finire in barella, e i suoi allenatori temevano che non sarebbe più riuscito a giocare. Fino ad allora il football era stato la sua via di uscita da un’infanzia ai margini. Il padre se n’era andato quando lui aveva cinque anni e la madre si era risposata con un ex marine violento che lo mandava regolarmente a scuola pieno di lividi. “Mi picchiava, mi prendeva a schiaffi, mi insultava, mi diceva che ero un pezzo di merda”, ricorda Pahules. “Era brutale”.

Quando sua madre finalmente aveva lasciato quell’uomo, aveva portato Pahules e sua sorella a vivere in un misero appartamento in un quartiere malfamato di Miami. Lavorava giorno e notte per riuscire a mantenerli. Grazie alla sua intraprendenza, Pahules si era procurato una borsa di studio per lo sport in una scuola privata. Sognava di guidare le auto di lusso dei genitori dei suoi compagni. Alla fine era riuscito a farsi ammettere all’università del Kentucky.

Dal letto di ospedale, Pahules vide un servizio televisivo su Miami che stava diventando “la capitale mondiale della cocaina”. Il programma diceva che il cuore del boom della droga in città era un hotel dove tempo prima lui aveva lavorato come parcheggiatore. “Ero stufo marcio di essere povero. Maledettamente stufo. E in quel preciso momento mi dissi: ‘Torno a casa’”.

Riuscì a riavere il suo vecchio lavoro e tenne gli occhi aperti in attesa dell’occasione giusta. Nel giro di qualche mese, a forza di chiacchiere nel suo spagnolo claudicante, seppe conquistarsi la fiducia di quattro colombiani, clienti abituali dell’albergo. Gli lasciavano mance da cinquanta dollari e gli chiedevano di avere particolare cura delle loro chiavi.

Pablo Escobar (a sinistra) e Jorge Luis Ochoa, capi del cartello di Medellín (Tony Comiti, Sygma/Getty)

Una sera arrivarono alcuni poliziotti e chiesero le chiavi dell’auto dei colombiani. Li depistò e poi si precipitò nel night club dell’hotel. Trovò i quattro uomini, li fece uscire in fretta da una porta sul retro, li mise su un’auto presa in prestito e gli consegnò le chiavi. Più tardi, quando nessuno poteva vederlo, spostò la Cadillac dei colombiani davanti alla casa della nonna. Il giorno dopo i colombiani tornarono a riprendere la macchina, aprirono il bagagliaio e tirarono fuori una mazzetta di banconote. Erano cinquantamila dollari. Pahules si comprò un Rolex e una Porsche, un po’ di cocaina da rivendere e un condizionatore per la nonna.

Quel denaro fu il suo trampolino di lancio. Ben presto cominciò a lavorare per la famiglia León, legata ad alcuni dei personaggi più potenti del cartello colombiano di Medellín (quasi tutti i nomi dei colombiani citati in questo articolo sono pseudonimi). Erano uomini dell’alta borghesia, con tanto di laurea, ma parlavano poco l’inglese e si sentivano un po’ persi a Miami, dove vendevano cocaina di altissima qualità a intermediari cubani con margini di guadagno ridotti. Pahules, che conosceva i figli delle famiglie più ricche della città dai tempi del liceo, diventò presto indispensabile.

Si legò soprattutto a Gabriel León, il terzo di cinque fratelli. Lo accompagnava in giro per la città, gli insegnava l’inglese e in cambio imparava lo spagnolo. Gabriel gli chiese di andare a vivere con loro. Diventarono come una famiglia.

Verso la fine del 1979 Pahules era ormai socio dell’attività. A dicembre Gabriel lo portò in aereo a conoscere “il suo paese”, dove Pahules ricorda di essere stato trascinato per due settimane da una festa all’altra. Fece subito amicizia con Javier León, il fratello più giovane e scapestrato. Per via delle loro scorribande erano soprannominati los vaqueros borrachos, i cowboy ubriachi.

Un giorno i León andarono con Pahules in un ranch di proprietà degli Ochoa, che facevano parte del gruppo dei capi del cartello di Medellín. In mezzo a tutti quei narcotrafficanti, immersi nei loro soliti discorsi boriosi e spacconi, c’era un capannello insolitamente silenzioso. Là pendevano tutti dalle labbra di un uomo che stava parlando. Era basso e tarchiato, e a volte sottolineava una frase con un sorriso da lupo. “Dal modo in cui gli stavano intorno capii che era un tipo importante”, ricorda Pahules. “Quando occupava la scena, era come coprisse il sole”.

Un giorno i León portarono Pahules in un ranch di proprietà degli Ochoa, che facevano parte del gruppo dei capi del cartello di Medellín

L’uomo si avvicinò e Gabriel gli presentò il suo amico: “Questo è Gregorio, di Miami”.

“Lo so chi è”, rispose l’uomo tarchiato. Poi lo squadrò e disse: “Da oggi è Gringorio”. Qualcuno scoppiò a ridere. Era Pablo Escobar.

Palestra notturna

Sono le tre e mezza del mattino ed è buio pesto nella sonnolenta cittadina balneare dove oggi vive Pahules. Lo raggiungo a una stazione di servizio e lo trovo fuori che sorseggia un caffè appoggiandosi a un tavolo alto, la schiena così dritta che sembra appeso al cielo. È già pieno di energia. Pahules indica le due persone leggermente curve vicino a lui: un medico in pensione di settant’anni e un pilota in addestramento sulla trentina. “Sono i miei unici amici”, dice. Si incontrano lì, a quell’ora assurda, cinque giorni alla settimana.

Subito dopo ci ritroviamo in una sala senza finestre, grondanti di sudore. Mentre mi chiedo che diavolo ci faccia in quel posto, dagli altoparlanti esplode il caratteristico giro di basso dei Creedence Clear­water Revival. Prima che me ne renda conto, siamo a cavallo delle cyclette a cantare Have you ever seen the rain. Lasciamo gli amici di Pahules e andiamo verso un altro allenamento, talmente intenso che si può partecipare solo dopo aver seguito lezioni individuali. Io mi rifugio in macchina per dormire un po’, prima che lui continui a raccontarmi la sua storia.

All’inizio del 1980 Pahules fu richiamato in Colombia e mandato a una festa nel ranch di un uomo che aveva dei problemi in California. Gli dissero che doveva cercare di aiutarlo e gli affiancarono due “tipi poco raccomandabili” che dovevano occuparsi della faccenda. La mattina dopo la festa, in cui era stato l’ospite d’onore, Pahules era seduto sul sedile del passeggero mentre gli altri si salutavano. Quando il padrone di casa si sporse dal finestrino per stringergli la mano, partì un colpo di pistola. Sentì la mano dell’uomo afflosciarsi. Uno dei due tipi poco raccomandabili gli aveva sparato, uccidendolo.

Di ritorno a Medellín, dissero a Pahules che quell’uomo aveva rubato la ragazza a un loro amico. “Quella era una lezione”, racconta. “Volevano avvertirmi”.

I León avevano già dato segnali di preoccupazione per lo stile di vita edonistico di Pahules. Rientrava tardissimo quasi ogni notte, strafatto di cocaina, poi dormiva fino a smaltire la sbornia e si metteva al lavoro. Ma non potevano avere niente da ridire sui suoi risultati. Lui sostiene di avergli quadruplicato le vendite a Miami in due anni, portandole da 25 a 100 chili di cocaina al mese. Aveva 21 anni ed era diventato ricco. Il ricavato delle vendite della sola Miami gli fruttava circa un milione di dollari all’anno, quasi quattro milioni di oggi. E i León gli versavano altri milioni su un conto bancario a Panamá.

Il viaggio in Colombia del dicembre 1980 fu una cosa più seria. “Quella volta mi hanno mandato a scuola”, ricorda Pahules. Una schiera di narcotrafficanti andò da lui per insegnargli i vari aspetti del mestiere: come tenere la contabilità, chi contattare in caso di problemi, dove depositare il contante. E doveva assolutamente smettere di fare baldoria tutte le notti. Alla fine Gabriel gli disse: “Io non torno a Miami. Sarai tu a mandare avanti la baracca”.

Ma quando Pahules rientrò nel suo nuovo feudo, c’erano guai all’orizzonte. Aveva da poco comprato un appartamento e trasferito tutte le sue cose dall’abitazione in cui aveva vissuto con la famiglia León. La scelta si rivelò provvidenziale: poche settimane dopo gli agenti federali fecero irruzione nella casa ormai vuota.

Pedro, uno degli uomini dei León rimasti a Miami, chiese a Pahules se conosceva qualcuno disposto a fare qualche lavoretto a casa sua. Pahules lo mise in contatto con un suo ex compagno di football, un bravo ragazzo non particolarmente sveglio, raccomandando a Pedro di non coinvolgerlo in nessun caso negli affari della famiglia. Poco tempo dopo, un altro ex compagno di squadra si presentò a casa di Pahules chiedendogli un aiuto urgente. Pedro e il loro amico gli avevano chiesto di portare un pacco di cocaina in Illinois, ma lui non aveva la minima idea di cosa stesse facendo.

Ansioso di liberarsene e furibondo perché Pedro aveva ignorato le sue istruzioni, Pahules impacchettò rapidamente la droga nel cellophane, cosparse la confezione di pepe nero per confondere i cani antidroga e lo mandò via.

Un paio di giorni dopo, l’amico tornò. Era bagnato fradicio e nel panico più totale. Gli disse che doveva scappare: aveva appena attraversato a nuoto un canale dopo essere riuscito a sfuggire a un agente della Dea, la polizia antidroga, che stava arrestando Pedro. Pahules capì che il prossimo sarebbe stato lui. Prese due borsoni pieni di contanti e una borsa d’emergenza con un po’ di cocaina, altre decine di migliaia di dollari, un cambio di vestiti e una pistola. Si fermò a una cabina telefonica e fece due chiamate. La prima al porto turistico, chiedendo di tenere pronta la sua barca. La seconda a un numero in Colombia. “Pedro è malato e lo hanno portato in ospedale”, disse. Poi, con una pistola infilata nella cintura dei pantaloni, raggiunse la sua barca e navigò per circa cinquanta miglia fino a Bimini, un’isola delle Bahamas.

L’ultimo amico

Mi sveglio con Pahules che bussa al finestrino della mia auto. Dietro di lui, la luce sfocata dell’alba comincia a rischiarare il cielo. Seguo il suo sferragliante pick-up fino a una tavola calda, dove ci ritroviamo con il medico e ordiniamo una colazione che ci rimette al mondo.

Pahules mi chiede di quando facevo il corrispondente a Città del Messico e mi racconta che frequentava spesso Zona Rosa, un quartiere malfamato. Alzo le sopracciglia e il medico mi chiede perché. “Perché è lì che ci sono tutti i bordelli”, interviene Pahules allegramente. “Quella cosa ti sta registrando”, dice il medico indicando il mio telefono. Pahules alza le spalle e sorride maliziosamente. “Vogliono che io sia me stesso…”.

Hanno solo un paio d’anni di differenza, ma è difficile immaginare due uomini più diversi. Gene, un nonno dai capelli grigi con il volto gentile, è il figlio del medico della cittadina e ha seguito le orme del padre. “Io vivevo in un universo parallelo”, mi dice Gene. Si sono conosciuti nel 1991, quando Pahules era riemerso dalla giungla colombiana, pallido, emaciato e incapace di liberarsi di un’infezione da stafilococco. Gene, amico della sorella di Pahules, lo aveva aiutato a curarsi. I racconti di quelle avventure non sembrano interessargli granché, ma non si fa problemi a essere amico di un ex narcotrafficante.

“Io sto dalla sua parte , sempre e comunque”, dice. Poi se ne va per un appuntamento, lasciando Pahules a metà di una frase su come aveva aiutato qualcuno a sfuggire alla Dea, passando per il Messico. Più tardi, quando chiedo il conto, scopro che Gene ha già pagato.

Militari colombiani in una delle residenze di Escobar. Medellín, marzo 1989 (Eric Vandeville, Gamma-Rapho/Getty)

Dopo la colazione, Pahules torna a casa, fa una doccia, dà qualche boccata a una sigaretta elettronica alla cannabis e comincia il suo turno. Fa lo spazzino, con una pinza raccoglitrice raccatta mozziconi di sigaretta e altri rifiuti sparsi per strada. È stata sua sorella a procurargli questo lavoro dopo la pandemia, quando aveva smesso di distribuire volantini degli strip club di Las Vegas, finendo sull’orlo della miseria. Fatto il turno, schiaccia un sonnellino e poi va a fare surf o torna in palestra. La sera guarda film western e vecchi noir.

A Bimini c’era un aereo ad attenderlo. Sul sedile anteriore trovò un sicario noto come El Cuchillo, il coltello. I León avevano ricevuto il suo messaggio e lo stavano riportando a Medellín. Durante il volo si sentì sopraffatto dalla stanchezza. “All’improvviso sono un ricercato. Il mondo cambia completamente”, racconta. “Niente più serate negli strip club. Niente più uscite al bar. Niente più giri in barca. La mia vita sta cambiando proprio in quel momento, davanti ai miei occhi”.

Mentre l’aereo sorvolava la pista di Medellín, Pahules contò sette fuoristrada Toyota che lo aspettavano. “In Colombia se vedi una di quelle macchine è meglio stare in guardia. Se ne vedi due o tre, devi sparire immediatamente. Se ne vedi quattro o cinque, qualcuno sta per essere ucciso”, dice. “E lì ce n’erano sette”. Sulla pista lo accolse un uomo della famiglia León. “Mi fa: ‘Sali sull’ultima macchina e chiudi quella cazzo di bocca’”.

Il convoglio raggiunse un edificio anonimo e Pahules fu scortato fino a un ascensore che si apriva direttamente in un ufficio. Dietro la scrivania c’era Escobar, che allora stava diventando uno dei narcotrafficanti più potenti del mondo. Gli dissero di sedersi e tradurre dall’inglese un documento legale. Sembrava mettersi male. A casa di Pedro la Dea aveva trovato quasi sessanta chili di cocaina, per un valore di circa tre milioni di dollari. Pedro aveva fatto il nome di Jair, un parente degli Ochoa, che era stato subito arrestato. Sentendo nominare Jair, i narcotrafficanti tirarono un sospiro di sollievo. Era un gangster della vecchia scuola e non avrebbe mai parlato. “Tutti hanno cominciato a versarsi da bere”, ricorda.

Escobar indicò i borsoni di Pahules chiedendogli cosa contenessero. Pahules li aprì, mostrando due milioni di dollari appartenenti al cartello. L’entusiasmo nella stanza aumentò ulteriormente: aveva appena recuperato una parte importante delle perdite di Escobar. Il capo del cartello si avvicinò a Pahules e gli mise un braccio sulle spalle. “Mi dice, ‘Ehi Gregorio, sai una cosa? Non potrai più tornare negli Stati Uniti. Adesso fai parte della famiglia’”.

La nuova vita prevedeva che ogni mattina alle nove si presentasse in giacca e cravatta nell’ufficio dei León. Da una porta della reception si accedeva ai locali dove veniva gestita l’attività immobiliare della famiglia, perfettamente legale. L’altra conduceva alle stanze sul retro, con le pareti decorate da dipinti originali di Botero e fotografie dei cavalli di famiglia, dove si svolgeva il lavoro vero. I narcotrafficanti di tutta Medellín andavano a fare affari con i León e poi si fermavano a parlare con il loro gringo di fiducia. Non ci misero molto a rendersi conto che Pahules era una miniera di informazioni sulle rotte del traffico di droga verso gli Stati Uniti. Gli fecero chiaramente capire che doveva mantenere un profilo basso. Lui, però, continuava a uscire a far festa con Javier, a rincorrere le donne e a presentarsi in ufficio con i postumi della sbornia.

In cima alla lista

Anni dopo, mentre parliamo in Florida, Pahules interrompe il racconto per bere del succo di mirtillo rosso direttamente dalla bottiglia. A me serve dell’acqua nel suo unico bicchiere. Nella penombra filtrata dalle veneziane aleggia l’odore stantio della marijuana. I mobili li ha recuperati da vecchi appartamenti in affitto o glieli ha rimediati la sorella. Passo tre pomeriggi sul suo cigolante divano nero, osservandolo mentre mette in scena il suo romanzo pulp come un attore consumato. È un gran narratore. Salta da una parte all’altra della stanza con l’espressività e l’energia di una star del cinema muto. I suoi cattivi hanno occhi spiritati e volti contorti. I deboli si raggomitolano, con le mani strette in un gesto di disperata innocenza. Le pistole fanno: “Boom! Boom! Boom!”. Quando gli rivolgo una domanda, si immerge nella sua memoria straordinariamente vivida, recuperando minuscoli dettagli sui vestiti che indossava, il cibo, il clima e l’ora del giorno. E quando gli chiedo di ripetere le frasi di Escobar in spagnolo, spara raffiche di virile gergo di Medellín.

Scappano tutti

Nel 1982 Pahules fu arrestato al confine con il Canada mentre cercava di rientrare negli Stati Uniti a bordo di un pull­man turistico. Dopo sei mesi di custodia cautelare, il suo avvocato fece un accordo con l’accusa, secondo cui Pahules si sarebbe dichiarato colpevole solo di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Miracolosamente, il giudice lo rimise in libertà tenendo conto dei sei mesi già trascorsi in carcere e imponendogli altri quattro anni e mezzo di libertà vigilata. Gli vietò inoltre di tornare a Miami per tutta la durata della pena.

Nel 1986, quando Pahules poté finalmente rientrare a casa, trovò la sua attività nel caos. I fratelli León più anziani si erano ritirati, prosciugando il suo canale di forniture. Javier si era messo a lavorare direttamente per Escobar. Aveva una sua rete di spacciatori in città, ma girava a Pahules i chili di cocaina di cui poteva fare a meno. I suoi margini si erano sensibilmente ridotti. Comprava un chilo a trentamila dollari e lo rivendeva a 34mila. Racconta che guadagnava circa centomila dollari all’anno: una bella cifra, ma solo una piccola parte dei suoi incassi precedenti. Come se non bastasse, i 15 milioni di dollari che i León gli avevano messo da parte a Panamá erano stati nazionalizzati dalla dittatura di Noriega.

A metà del 1988 a Miami si faceva sentire la guerra alla droga lanciata dall’amministrazione Reagan, e alla fine il cartello di Medellín smise di mandare cocaina. Pahules fu costretto a vendere tutti i suoi beni e si trasferì nella casa abbandonata di un amico. Aveva un armadio pieno di abiti Versace, ma era troppo magro per indossarli. Non aveva la corrente elettrica e una sera per la fame arrivò a mangiare cibo per cani.

Nel 1989 racimolò i soldi per tornare a Medellín e cercare di far ripartire le spedizioni di cocaina. Ma la città non era più quella che aveva conosciuto sette anni prima: Escobar era in guerra con il cartello di Cali e terrorizzava il governo colombiano. I suoi uomini avevano appena assassinato un candidato presidenziale schierato contro i narcotrafficanti a un comizio elettorale. A novembre fecero esplodere un aereo di linea uccidendo più di cento persone, nell’erronea convinzione che a bordo viaggiasse un altro candidato. La polizia spesso torturava i presunti narcotrafficanti o li uccideva sul posto.

A metà del 1988 a Miami si faceva sentire la guerra alla droga lanciata da Reagan, e il cartello di Medellín smise di mandare cocaina

Pahules pensava di fermarsi una settimana per organizzare una nuova rotta di forniture. O anche solo far arrivare a Miami uno o due grossi carichi da poter vendere per mettere insieme abbastanza soldi e uscire dal giro. Ma stavano scappando tutti e perfino alcuni suoi amici temevano che ora lavorasse per la Dea. “Non riuscivo ad avere un appuntamento con nessuno. Tutti pensavano che fossi lì per fare la spia” racconta. “Così una settimana si è trasformata in un anno e mezzo”.

Agli uomini di Escobar era arrivata voce che Pahules poteva essere finito sulla lista di una squadra speciale della polizia autorizzata a uccidere i narcotrafficanti a vista. Poco dopo alla sua porta si presentò Leonardo, un ragazzo gentile che gli disse di essere la sua nuova guardia del corpo. Dovunque alloggiassero, Leonardo dormiva per terra, accanto al suo letto. Quando Pahules andava nei bordelli, Leonardo rimaneva fuori ad aspettarlo con un mitra. “Non ha mai sparato. Non ha mai fatto male a nessuno. Era un ragazzo povero e quello era semplicemente un lavoro per ragazzi poveri”, dice Pahules. Per ragioni di sicurezza, si tratteneva a Medellín non più di una settimana al mese, e il resto del tempo si spostava tra Cartagena e i ranch dei suoi amici.

Continuava a cercare Javier, ma il più giovane dei León era sfuggente, spariva per mesi e non lo incontrava mai da solo. Pahules riuscì a procurarsi 17 chili di cocaina – che all’epoca valevano circa mezzo milione di dollari – e li spedì a Miami, ma negli Stati Uniti i trafficanti furono scoperti e arrestati dalla polizia.

Un giorno nel ranch dei León il televisore smise di funzionare. Pahules mandò Leonardo a Medellín per farlo riparare. Il ragazzo non tornò più. “La polizia lo portò in centrale. Volevano informazioni, ma lui non disse niente. Così lo portarono in una discarica e gli spararono alla testa”, racconta Pahules. Al funerale la bara era chiusa. “Volevo bene a quel ragazzo”, dice. “Mi sentivo a terra. Volevo andarmene”, ma temeva che la polizia potesse arrestarlo all’aeroporto. E si rifiutava di tornare a Miami senza niente.

Cinque fuoristrada

Una sera Miguel, uno dei fratelli León, si presentò a casa di Pahules con il volto pallido. Prese il suo passaporto e gli disse che doveva portarlo in un posto. “Mi guarda e fa: ‘Amico, ti voglio bene. Spero che tu non abbia fatto quello che pensano loro’”, racconta Pahules. Miguel non gli disse altro e lui non aveva la minima idea di cosa stesse parlando. A Medellín alcuni narcos stavano cominciando ad agitare le acque contro Escobar, ma lui si era sempre tenuto alla larga da loro. Raggiunsero le verdi montagne dell’Antioquia, attraversando una cittadina sulle rive del fiume Cauca (“dove Escobar faceva a pezzi la gente dopo averla uccisa”, dice Pahules). Provò quasi un senso di sollievo. Finalmente sarà finita, posso andare in paradiso, pensava.

Arrivarono in una radura e videro cinque fuoristrada Toyota. C’era Escobar, racconta Pahules, con un gruppetto dei suoi luogotenenti. A terra giaceva un uomo, legato e torturato. Gli avevano bruciato mezza faccia con la fiamma ossidrica. Era completamente nudo, fatta eccezione per un elaborato medaglione d’oro. “Urla, piange e da un occhio non ci vede più perché è completamente andato”, racconta Pahules. “Mi guarda e mi riconosce: ‘È lui! È lui!’ Ed Escobar, secco: ‘Chiudi quella cazzo di bocca!’”.

La mattina dopo si mise un completo di Versace e andò all’aeroporto, sperando di non trovare né la polizia né gli uomini del cartello

L’uomo sosteneva che un paio di mesi prima, in California, aveva consegnato a Pahules cinque milioni di dollari appartenenti a Escobar. Ed Escobar voleva sapere che fine avessero fatto quei soldi. Pahules afferrò il suo passaporto e lo mise tra le mani di Escobar. “Gli faccio: ‘Guardalo, capo. Sono qui da sedici mesi! Come cazzo potevo essere in California a prendere cinque milioni di dollari? Questo è uno stramaledetto bugiardo!’”.

Escobar esaminò con attenzione i timbri sul passaporto. Poi guardò Pahules e Miguel e disse: “Lárgate”, vattene. “Mentre ce ne andiamo sentiamo i machete che mozzano gambe e braccia mentre l’uomo è ancora vivo”, racconta Pahules. “Quel tizio urla e loro lo fanno a pezzi e senti i machete che lo colpiscono, e io sto male e anche Miguel sta male. Saliamo in macchina, cominciamo ad allontanarci poi tutti e due ci fermiamo e vomitiamo. E piangiamo”.

Mentre rievoca la scena, Pahules mi dice che ha sempre desiderato una copia del medaglione di quell’uomo. Sono sbalordito. “Ne hai sempre voluta una da allora?”.

“’Fanculo quel tizio! Cercava di farmi ammazzare!”.

È in piedi, urla, gli occhi spiritati.

“Quello mi aveva condannato a morte! Vaffanculo! Mi metterei quella collana per festeggiare la sua maledettissima fine!”.

L’uomo che mi torreggia davanti sembra finalmente un vero narcotrafficante.

Un paese violento

Pahules non accetta l’idea che le violenze subite da bambino possano spiegare le sue scelte di vita. “Non userei mai questa cosa come alibi”, dice. “Negli anni sessanta tanti ragazzini venivano schiaffeggiati dai loro padri”. E poi aggiunge: “È importante che tu lo sappia: sono io il responsabile di tutto quello che ho fatto. Volevo i soldi”. Eppure non ha molti sensi di colpa.

La Colombia, ripete, sarebbe sprofondata nel caos con o senza di lui, con o senza Escobar. “È una società violenta. Lo è sempre stata”, dice, indicando come prova la lunga guerra civile del paese, il periodo chiamato la Violencia. Oggi il tasso di omicidi in Colombia è solo una minima parte di quello ai tempi di Escobar, ma lui sostiene che quei dati sono manipolati.

La sua cocaina “ha rovinato molte vite”, ammette, “ma la scelta di usarla è stata loro”. Quando gli chiedo della crisi da tossicodipendenza negli Stati Uniti, ricorda di aver incontrato una donna che conosceva dai tempi del liceo e che gli aveva offerto un rapporto orale in cambio di una dose. “Mi facevano una gran pena quelle ragazze”, dice. “Ma mi sentivo responsabile? No”. Pur avendo fatto uso di cocaina quasi ogni giorno per trent’anni, sostiene di non esserne mai stato dipendente.

Miami, Stati Uniti, marzo 1982 (Benoît Gysembergh, Paris Match/Getty)

Mentre parliamo, Pahules ripete meccanicamente di non essere “orgoglioso” di niente. Alla fine gli faccio notare che non essere orgogliosi non è la stessa cosa di vergognarsi. Mi guarda con attenzione. “Davvero?”.

“Sì”.

“Fammici pensare un momento. Vergognarsi..”.. Lo ripete lentamente, come se fosse un termine straniero.

“Mi vergogno di aver umiliato la mia famiglia in tribunale. Mi vergogno di essere stato così stupido da cacciarmi in tutta questa storia”, dice. “Ma visto che me l’hai chiesto un paio di volte, sto iniziando a rifletterci: dovrei sentirmi responsabile? Non lo so. Forse un giorno succederà, ma adesso no. E sai una cosa? Non riesco nemmeno a giustificare il fatto di non sentirmi in colpa. Sono troppo impegnato a cercare di sopravvivere per preoccuparmi di queste cose. La mia vita punta ad arrivare a domani”. È fermamente contrario alla legalizzazione degli stupefacenti. Dice che rendere legale la marijuana “è stata la cosa più stupida che hanno mai fatto” e che “sta mandando in malora i giovani di questo paese”.

Dopo aver evitato Pahules per mesi, nel 1990 Javier León andò finalmente a trovarlo. Ma non aveva buone notizie. Escobar, gli spiegò, voleva che rintracciassero un loro caro amico e lo facessero uccidere. Gli ci vollero sei mesi per trovarlo. Erano nell’ufficio di Javier, al centro di Medellín, quando il telefono squillò. Javier disse all’amico di lasciare il paese in fretta e di andare il più lontano possibile. L’amico lo ringraziò e riattaccò.

Javier e Pahules tirarono un lungo sospiro di sollievo. Poi, racconta Pahules, il telefono squillò di nuovo. Era Escobar. “Ammazzerò tutta la vostra cazzo di famiglia!”, urlò.

Pahules, che aveva sempre il passaporto in tasca, uscì di corsa dall’edificio e salì sul primo taxi. A Medellín la maggior parte dei tassisti faceva da informatore per Escobar, quindi poteva solo sperare che la notizia non si fosse già diffusa. Riuscì a raggiungere l’appartamento del suo più caro amico fuori dal giro. Temendo che Escobar avesse già mandato i suoi uomini all’aeroporto per catturarlo, passarono una notte nascosti in un ranch. Pahules telefonò alla madre e le chiese di comprargli un biglietto per tornare a casa.

La mattina dopo si mise un completo di Versace e andò all’aeroporto, sperando di non trovare né la polizia né gli uomini del cartello. Mentre si avviava verso il gate, racconta di aver incrociato uno dei suoi compagni di bevute preferiti: il principale chimico di Escobar, responsabile della produzione della cocaina. L’uomo gli fece un cenno con la mano per salutarlo. Era finita.

La fine del boss

Pahules andò a vivere con la sorella vicino al mare. Allenava la squadra di baseball del nipote e si faceva curare da Gene. Poi gli si presentò una nuova occasione. Un ragazzo che aveva lavorato per lui gli propose di diventare socio in un’attività di coltivazione di marijuana in serra. Lui accettò.

Mentre cercava di rimettere insieme i pezzi della sua vita, Miguel León lo contattò con una notizia terribile: Javier non era sopravvissuto all’ira di Escobar. Era stato attirato fuori dal suo nascondiglio e poi ucciso. I León si erano schierati apertamente contro Escobar, unendosi ad altri potenti narcotrafficanti che avevano perso i loro cari per mano del boss fuori controllo. Avevano formato un gruppo chiamato Los Pepes (persone perseguitate da Pablo Escobar) che collaborava con la Dea, con le forze dell’ordine colombiane e con il cartello di Cali per abbattere Escobar. Volevano l’aiuto di Pahules.

Lui sostiene – ma è una storia che non sono riuscito a verificare – che i León lo portarono a Washington per fare da interprete in un incontro riservato con la ministra della giustizia di Bill Clinton, Janet Reno. Ma una volta arrivati, scoprirono che Reno parlava abbastanza spagnolo da condurre personalmente la riunione. Pahules racconta di essere rimasto seduto in fondo alla sala mentre Reno prometteva ai narcos l’immunità negli Stati Uniti se avessero ucciso Escobar.

Dietro la spavalderia di Pahules si nasconde un dolore profondo. Non è mai andato da uno psicologo e non vuole farlo adesso: “Sono troppo vecchio”

Da quel momento, i León cominciarono a mandare a Miami i nemici di Escobar, in modo che Pahules li tenesse al sicuro. Uno di loro era José, il figlio di quindici anni di Javier. Era stato cresciuto dalle zie e dalle nonne, mentre il padre lavorava per Escobar e la madre sprofondava nella dipendenza da cocaina. José gli raccontò di aver visto i sicari di Escobar uccidere il padre. Visse per alcuni mesi con lui, che chiamava tío, finché un giorno il cercapersone di Pahules cominciò a suonare senza sosta. Quando richiamò uno dei numeri, l’uomo all’altro capo della linea disse soltanto: “Tutto a posto. È andato”. Poi riattaccò. Escobar era morto.

Pahules provò un certo sollievo, ma niente di più. Ora aveva un solo pensiero: fare soldi con le sue serre di marijuana. Rimandò a casa José e tagliò definitivamente i suoi legami con la Colombia. Il business della marijuana fruttò un milione di dollari già nel primo anno, e circa 200mila finirono nelle tasche di Pahules. Nel giro di pochi anni, racconta, guadagnava il doppio. Ma era una vita stressante. Dormiva nelle serre, sempre in allerta per evitare la polizia, e cercava di incanalare il suo disturbo da deficit di attenzione nel monotono lavoro di cura delle piante. Eppure sembrava che finalmente si fosse rimesso in piedi. Si innamorò di una dottoressa che viveva in un altro stato e, per la prima volta in vita sua, mise la felicità davanti ai soldi e accettò di guadagnare meno e non occuparsi più delle serre. Trascorreva le serate con la donna che amava e comprò una bella casa con piscina. Racconta di aver pagato la scuola privata alla figlia della compagna e di averle voluto bene come se fosse sua.

Negli anni duemila le bande messicane cominciarono a fare concorrenza alla sua attività e i profitti diminuirono. La sua autostima non resse il colpo. Si mise a bere e a sniffare ancora di più. La compagna gli diceva che la droga lo rendeva geloso e cattivo, ma lui non voleva ascoltarla. Se in un bar vedeva qualcuno che la guardava, lo aggrediva rabbiosamente. E poi la tradiva. Le liti peggiorarono, finché una sera del 2012, in un impeto di rabbia, la donna telefonò ai soci di Pahules dicendo che l’Fbi stava indagando su di lui. I soci lo tagliarono fuori dall’attività e la coppia si separò. Pahules trascorse i tre anni successivi immerso in una nebbia di alcol e droga. Nel 2015 aveva già finito tutti i risparmi e perso la casa. Si trasferì a Las Vegas, dove distribuiva volantini per gli strip club, guadagnando una commissione per ogni cliente che riusciva a far entrare. Poi arrivò la pandemia e si ritrovò a pulire le strade.

Nebbia rabbiosa

Dev’essere facile voler bene a Pahules. Riesce a entrare in sintonia con le persone in pochi secondi; è spiritoso, affascinante e racconta storie incredibili. Ed è sinceramente premuroso e compassionevole. Ma volergli bene dev’essere anche esasperante. Può essere paranoico, imprevedibile e impulsivo. E non pensa quasi mai prima di parlare. “Raramente, molto raramente so in anticipo quello che sto per dire”, ammette. “È come respirare: le parole escono e basta”.

Molti aspetti della storia di Pahules, compreso il suo rapporto con Escobar, sono quasi impossibili da verificare. Però sono riuscito a confermare le linee generali della sua vicenda con documenti pubblici e interviste a ex collaboratori, amici e familiari. Ho rintracciato un ex affiliato del cartello di Medellín, condannato per narcotraffico, che aveva lavorato con lui e ne ha confermato l’ingresso nella famiglia León e il successivo trasferimento in Colombia. Un ex trafficante statunitense, che acquistava da Pahules ingenti quantità di cocaina ed è ancora suo amico, mi ha detto che i León erano “una bella famiglia” con “un prodotto veramente ottimo”.

I documenti del tribunale mostrano che nel 1982 Pahules fu accusato di diversi reati legati al traffico di cocaina e si dichiarò colpevole per un solo capo di imputazione. Un documento desecretato della Dea descrive un uomo con lo stesso nome del capofamiglia dei León come un esponente di alto livello del cartello di Medellín e che negli anni novanta aiutò le autorità statunitensi a dare la caccia a Escobar. Inoltre Pahules conserva ancora un vecchio passaporto macchiato di sangue, con diversi timbri d’ingresso in Colombia risalenti agli anni ottanta.

A letto presto

Altre prove si sono perse con il passare del tempo. In risposta a una richiesta di accesso agli atti, la Dea ha dichiarato che i fascicoli relativi a Pahules erano stati distrutti nel 2009 mentre altri sembravano smarriti. Alla fine ha reso pubblico un documento del dicembre 1992, pesantemente censurato, dal quale risulta che aveva indagato su un’auto a noleggio di cui lui figurava tra i conducenti, segno che era nel mirino dell’agenzia anche dopo aver lasciato la Colombia. L’ex ministra della giustizia Janet Reno è morta nel 2016 e uno dei suoi principali collaboratori mi ha detto che nessun funzionario statunitense che avrebbe potuto confermare il racconto dell’incontro con lei è ancora in vita.

L’imperatore della cocaina

◆ Nato nel 1949 in una famiglia povera di Rionegro, in Colombia, negli anni ottanta Pablo Escobar costruì un impero globale della cocaina. Creò il cartello di Medellín che, insieme al cartello di Cali, arrivò a controllare fino all’80 per cento del mercato statunitense della cocaina. All’inizio degli anni novanta l’agenzia antidroga statunitense stimava che i cartelli colombiani producessero ed esportassero tra le 500 e le 800 tonnellate di cocaina all’anno. Quel traffico alimentò la diffusione della droga negli Stati Uniti e la violenza in Colombia, con attentati e omicidi di magistrati, politici e poliziotti. Nel 1982 Escobar riuscì anche a farsi eleggere in parlamento. Colombia e Stati Uniti reagirono con estradizioni e operazioni antidroga, alle quali Escobar rispose con una campagna di terrore. Nel 1991 Escobar si consegnò alle autorità colombiane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti, ma un anno dopo fuggì dal carcere privato in cui era rinchiuso. Fu ucciso dalla polizia colombiana a Medellín il 2 dicembre 1993. Con il successivo declino dei cartelli colombiani, il controllo del traffico di droga verso gli Stati Uniti passò nelle mani delle organizzazioni messicane.


Nella conversazione, Pahules oscilla tra la tendenza a mitizzare se stesso e una lucida autocritica. Amici e familiari lo descrivono come un narratore magistrale, dotato di una memoria straordinaria, e affermano di non averlo mai ritenuto uno che si inventasse storie.

Una sua parente confida di aver conosciuto i León e che, a un certo punto, ha accettato di nascondere a casa sua pacchi di denaro appartenenti a Pahules. “Noi non facevamo parte di quel mondo”, dice. “Eravamo persone rispettabili! Avevamo amici, eravamo membri di associazioni e organizzazioni benefiche”. Ma non hanno fatto grandi sforzi per convincere Pahules a cambiare vita. “Sono sicura che ne abbiamo parlato, ma lui non ci ascoltava”, dice. “Erano tutti convinti di essere invincibili”.

Ma dietro la spavalderia di Pahules si nasconde un dolore profondo. Non è mai andato da uno psicologo e non vuole cominciare adesso. “Sono troppo vecchio ormai”, dice. “Prima di stare meglio starei peggio. Non voglio rivivere tutta la brutalità del mio patrigno”. Raccontare gli anni trascorsi nel narcotraffico lo sfinisce. Alla fine del nostro secondo giorno era visibilmente esausto e convinto di essersi preso l’influenza. È andato a letto presto e ha dormito per quattordici ore.

Pahules aveva tenuto questa storia chiusa dentro di sé fino a una decina d’anni fa, quando a una festa un uomo si era vantato di aver conosciuto Escobar. Non aveva potuto fare a meno di intervenire. Da quel momento aveva cominciato a raccontare qualche episodio ad amici e parenti, e un paio di volte aveva riportato tutto a degli scrittori, sperando che trasformassero la sua storia in un film. Quei progetti non erano mai andati in porto. Ma io gli faccio notare che questi ultimi anni, da quando ha iniziato a parlarne, sembrano i più stabili della sua vita.

“Non ci avevo mai pensato”, dice con tono stupito. “Sì, è vero”.

“Forse”, riflette, “per tutti quegli anni mi sono tenuto dentro tanta di quella merda che sniffavo e bevevo. Raccontarti questa storia è una terapia. Riviverla, analizzarla, cercare di capirla”.

A differenza di molti altri narcotrafficanti, lui è riuscito a evitare sia una morte prematura sia il carcere a vita. Ma è finito lo stesso in una sorta di prigione. Ha smesso con la cocaina e con l’alcol. Il suo pick-up malandato regge a fatica i lunghi viaggi per andare a trovare amici e parenti. Sua sorella gli cucina qualcosa, ma raramente mangiano insieme: pur volendosi bene, non si sopportano. Gli altri pasti se li prepara da solo – tonno in scatola, sedano, mele e burro di arachidi in varie combinazioni – nell’unica ciotola che possiede. Dopo anni di vita sfrenata, il lusso che si concede sono le sue massacranti lezioni in palestra. “Ho 68 anni, non ho un soldo e per vivere raccolgo la spazzatura”, dice.

Alla sorella ha affidato anche tutti i suoi risparmi, che ammontano a circa 25mila dollari. Pahules si dice certo che finirà a vivere per strada, ma sostiene che questa idea non lo spaventa. “Quando capisci che è così che andrai a finire, non è poi una gran cosa. È solo colpa mia”, dice. “Non ho più proprietà, non ho più beni, niente aerei, barche, motociclette. E niente Rolex d’oro”. ◆ gc

Max de Haldevang è un giornalista britannico che segue le notizie internazionali al Financial Times. Ha lavorato per Quartz e Moscow Times.

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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati