Nell’incipit preistorico di 2001: Odissea nello spazio il primo utensile è una clava, un lungo osso che si rivela utile per uccidere prede, assassinare il capo di un gruppo rivale di ominini e, infine, essere lanciato in aria prima di un drammatico stacco di montaggio. Secondo questa lettura, il primo utensile fu un’arma.
È un’interpretazione che si adatta bene ai primi strumenti di pietra. Le pietre tonde erano usate per colpire, quelle affilate per tagliare e trafiggere: immaginiamo che servissero ad aprire, spaccare, cacciare o uccidere.
Ma le popolazioni preistoriche probabilmente usavano anche tipi diversi di utensili, fatti con altri materiali. Materiali vegetali come il legno dovevano essere impiegati di continuo, è solo che hanno meno probabilità di conservarsi. L’età della pietra fu anche l’età botanica. È un’ipotesi che apre molte altre possibilità, e una delle più stimolanti è quella dei contenitori. E se il primo strumento fosse stato un oggetto capace di contenere qualcosa di prezioso, così da poterlo trasportare o conservare?
A pensarci, un contenitore è una delle cose più utili da avere. “Risolve un sacco di problemi”, dice il paleoantropologo Marc Kissel, dell’Appalachian state university, in Carolina del Nord. “Apre una nuova nicchia ecologica”. Insieme ad altri colleghi Kissel ha compilato un database dei contenitori preistorici. Gli esempi sono centinaia e coprono un arco di più di centomila anni, ma loro sostengono – credo a ragione – che si tratti solo di una minuscola frazione di quelli realmente esistiti. Il contenitore, oltretutto, è stato uno degli utensili più importanti. “È una delle cose che hanno permesso agli esseri umani di avere tanto successo”, dice Kissel.
Difficile da definire
Creare un database dei contenitori preistorici non è semplice. Kissel e i suoi colleghi hanno passato più di un anno a setacciare la letteratura scientifica in cerca di esempi. Non potevano contare sulla presenza del termine “contenitore” o di un suo sinonimo, perciò hanno dovuto individuare tanti altri vocaboli che rimandavano a specifiche tipologie di contenitore. Nel 2025 hanno deciso di fermarsi, perché , racconta Kissel, “dovevamo smetterla di aggiungere materiale” e l’8 aprile hanno pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology un articolo con i dati raccolti.
Un’ulteriore difficoltà consisteva nel decidere cosa può essere considerato un contenitore. Hanno scelto una definizione volutamente ampia: “Un oggetto che soddisfa il principio base del contenitore (quello di tenere qualcosa al proprio interno e di costituire una barriera, separando quel qualcosa dal mondo esterno) e che può essere trasportato sul corpo o per mezzo del corpo umano”. È una definizione in cui rientrano molti oggetti che, a prima vista, forse non sarebbero considerati contenitori. Un esempio sono i cucchiai, che tendiamo a vedere come utensili, ma che in realtà contengono qualcosa e ne permettono il trasporto. Ci sono anche molti oggetti che gli archeologi interpretano come lampade. Piccole lastre di roccia in cui veniva praticato un incavo dove si potevano collocare grassi animali da bruciare. L’esempio più celebre proviene dalla grotta di Lascaux, in Francia: è scavato nell’arenaria rossa e ha un manico.
I cacciatori-raccoglitori che si stabilirono in Amazzonia diecimila anni fa ci hanno lasciato frammenti di ceramica
Altri contenitori sono ottenuti da ossa cave. Per esempio, tubi ricavati dalle ossa alari dei cigni potrebbero essere stati usati per metterci gli aghi. I gusci delle uova di struzzo, grandi e resistenti, erano impiegati come contenitori in Africa, forse per trasportare acqua durante lunghi spostamenti. Esistono anche alcuni esempi di arte rupestre che raffigurano contenitori, come un’incisione scoperta a Gönnersdorf, in Germania, in cui appare quella che sembra essere una rete.
Alla fine gli studiosi hanno individuato 739 contenitori trasportabili. Anche se hanno cercato quelli riferibili all’intero pleistocene, il periodo compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, tutti gli esempi individuati sembrano risalire agli ultimi 500mila anni. Si tratta comunque di un notevole passo avanti nella nostra conoscenza del passato. Tradizionalmente, gli archeologi ritenevano che i contenitori fossero apparsi solo negli ultimi diecimila anni circa e li collegavano alla nascita dell’agricoltura e della vita sedentaria – la cosiddetta rivoluzione neolitica – e all’invenzione della ceramica. Le società agricole producevano eccedenze alimentari che dovevano essere conservate e immagazzinate, mentre i cacciatori-raccoglitori probabilmente non ne avevano e in una società altamente mobile i vasi probabilmente si sarebbero rotti comunque.
Ma secondo Kissel questa idea in larga parte era già stata abbandonata, perché presenta il neolitico come una cesura netta rispetto al passato, quando in realtà il cambiamento fu molto più graduale e frammentario. In linea con questa lettura, alcuni popoli indigeni dell’Australia producevano ceramica più di duemila anni fa (anche se questo ci porta a una questione complicata, e cioè se erano cacciatori-raccoglitori, agricoltori o – più probabilmente – qualcosa di intermedio e complesso). Allo stesso modo, i cacciatori-raccoglitori che si stabilirono in Amazzonia diecimila anni fa ci hanno lasciato frammenti di ceramica, e in Cina esistono prove della presenza di ceramica già 18mila anni fa.
Tutto questo suggerisce che le popolazioni abbiano sviluppato i contenitori gradualmente, creando nuove tipologie nel corso del tempo. “Credo sia più utile pensare a una loro evoluzione progressiva”, dice Kissel.
Le origini dei contenitori affondano in un passato molto lontano. Forse non troppo, però, perché i primati non umani, come le grandi scimmie antropomorfe, non li usano. “Qualche volta prendono una foglia, la immergono nell’acqua e la usano come una spugna per portarsi l’acqua alla bocca”, dice Kissel. “Ma non hanno contenitori, e questa mi sembra una differenza di fondo”. Il contenitore più antico del database è un vassoio o piatto di corteccia. È stato trovato vicino alle cascate Kalambo, in Zambia, e ha tra i 400mila e i 500mila anni. Presso le cascate Kalambo sono stati rinvenuti alcuni straordinari oggetti in legno ben conservati: nel 2023 gli archeologi hanno descritto quelle che sembrano essere grandi strutture lignee, forse abitazioni, risalenti a 476mila anni fa. Tuttavia, la datazione del vassoio/piatto è meno chiara.
Vassoio di corteccia
Questo mostra un altro problema che il gruppo di Kissel ha dovuto affrontare: tanti di questi oggetti sono stati portati alla luce molto tempo fa, perciò le informazioni che li riguardano sono sepolte nella vecchia letteratura scientifica, spesso non disponibile online, e i metodi di datazione usati all’epoca oggi non sarebbero considerati adeguati.
Il vassoio delle cascate Kalambo fu rinvenuto negli anni cinquanta da un gruppo guidato dall’archeologo John Desmond Clark. La fonte principale su questo reperto è il Kalambo falls prehistoric site (1969), un’opera in due volumi di Clark, che contiene un capitolo di tre pagine del botanico Timothy Charles Whitmore dedicato a “corteccia e altri campioni”. Esiste anche un articolo del 1958 che Clark scrisse per la rivista Scientific American. C’è ben poco materiale su cui lavorare.
Di conseguenza, anche se dai dati emergono alcune tendenze, Kissel avverte che rispecchiano soprattutto i limiti della documentazione archeologica piuttosto che la realtà della preistoria. L’87,8 per cento dei contenitori presenti nel database, per esempio, è stato rinvenuto in Europa. “Questo secondo me non significa che l’Europa è il luogo dove sono apparsi i primi contenitori”, dice Kissel. È solo la conseguenza dell’enorme quantità di ricerche archeologiche condotte in Europa rispetto ad altre zone del mondo.
E abbiamo appena visto che il contenitore più antico del database proviene dall’Africa. Analogamente, solo due di quelli per cui esiste una datazione hanno più di centomila anni. Ma Kissel sostiene che gli ominini probabilmente li usavano molto prima di allora: questi oggetti non si sono conservati oppure non sono stati individuati (anche altri ricercatori hanno avanzato la stessa tesi).
Quello che comincia a emergere, dice Kissel, è quanto fossero diffusi i contenitori. In Europa, che è una regione ben studiata, gli esempi sono numerosi malgrado i problemi di conservazione, e questo ci fa capire che erano cruciali per la sopravvivenza umana.
Preistoria e femminismo
Uno degli usi più antichi dei contenitori, continua Kissel, era il trasporto dei bambini più piccoli, forse in fasce. Soprattutto le antropologhe lo sostengono da decenni. Tra le grandi scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i piccoli si tengono stretti alle madri, opportunamente ricoperte da una folta pelliccia che permette loro di aggrapparsi. Noi invece abbiamo perso quasi tutti i peli del corpo, e i nostri neonati sono così inermi da non riuscire ad aggrapparsi a nulla.
Partendo da questa osservazione, Kissel suggerisce che i portabebè sarebbero stati utili quando gli ominini cominciarono a camminare su due gambe e persero gran parte della peluria corporea, diversi milioni di anni fa. “Gli australopitechi probabilmente usavano delle fasce”, dice. Se è così, allora Lucy, la celebre Australopithecus afarensis, da neonata, 3,2 milioni di anni fa, probabilmente veniva trasportata in una fascia.
Kissel ha insistito su un punto: nessuna di queste idee è nuova. Da decenni c’è chi sostiene ipotesi di questo tipo, ma stanno conquistando spazio lentamente, forse perché furono formulate per la prima volta nelle riletture femministe della preistoria, ingiustamente considerate stravaganti o poco realistiche.
Nel 1976 le antropologhe Nancy Tanner e Adrienne Zihlman suggerirono che tra i primi utensili forse ci furono i cesti, usati dalle donne per trasportare cibo e altri oggetti. Si opponevano così a una visione della preistoria dominata dalla prospettiva maschile, che enfatizzava attività come la caccia ai grandi animali – erroneamente attribuita soprattutto agli uomini – e prestava poca o nessuna attenzione alle donne. La giornalista femminista Elizabeth Fisher suggerì qualcosa di molto simile nel suo libro del 1979 Woman’s creation: sexual evolution and the shaping of society, dove scriveva che “molti teorici ritengono che tra le prime invenzioni culturali dev’esserci stato un contenitore per conservare quanto veniva raccolto e un qualche tipo di fascia o rete per trasportarlo”.
La scrittrice Ursula Le Guin nel 1986 citò direttamente Fisher nel suo saggio The carrier bag theory of fiction. “Se non avete un posto dove metterlo, il cibo vi sfugge di mano – anche una cosetta pacifica e arrendevole come l’avena selvatica”, scriveva. Un contenitore anche molto semplice consente di conservare un’eccedenza, il che significa potersene restare al riparo il giorno dopo se il tempo è brutto. Le Guin spinse questa idea molto oltre. Sosteneva che le nostre opinioni sulla storia e la preistoria sono dominate dall’azione e dalla violenza, come il primo strumento in 2001 e tutte le storie eroiche sulla lotta contro i draghi e i cattivi. Ma, diceva, esistono storie altrettanto legittime da narrare, storie incentrate su raccolta, cura dei figli, costruzione.
Molte delle nostre storie parlano di “come Caino è caduto su Abele, la bomba su Nagasaki, e il napalm sui villaggi, e di quando i missili cadranno sull’Impero del Male e di tutti gli altri gradini nell’ascesa dell’Uomo”, scriveva Le Guin. “Per timore che non ci siano più storie da raccontare, alcuni di noi, quaggiù tra l’avena selvatica e il grano alieno, pensano che sia meglio cominciare a raccontarne un’altra, che possa tramandarsi tra la gente quando quella vecchia sarà finita”.
Reti di cooperazione
Mentre scrivo, riesco quasi a sentire certe lettere che alcuni stanno già preparando: diranno che la violenza ha sempre fatto parte della storia umana e che per capire la preistoria dovremmo attenerci ai dati.
Il punto è che, per quanto mi è possibile, io mi sto attenendo ai dati. Sono sempre più numerose le prove che a rendere insolita la nostra specie non sono l’intelligenza, la creatività o l’aggressività – anche se indubbiamente possiamo avere tutte queste caratteristiche – ma la socievolezza, il bisogno di legami emotivi e la dipendenza reciproca. Ogni volta che una popolazione umana si è trovata isolata dalle altre, per esempio, è stata esposta a un rischio di estinzione molto maggiore: non aveva nessuno a cui chiedere aiuto.
La nostra sopravvivenza dipende dalle reti di relazione e dalla cooperazione. Come, per esempio, condividere con un amico in difficoltà una parte del cibo che hai messo da parte usando quel pratico contenitore che ti sei costruito. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati