Chi guarda la Terra dallo spazio vede una sfera blu, il colore degli oceani. Ma si riconoscono anche i continenti, le grandi aree desertiche e alcune macchie verdi: le enormi foreste pluviali tropicali del bacino del Congo, del sudest asiatico e dell’Amazzonia, la più estesa di tutte. Formano una fascia verde intorno all’equatore, dove tutto l’anno si registrano temperature elevate e un clima umido.

La foresta amazzonica sta morendo.

Suona drammatico e lo è. Perché l’Amazzonia esercita un influsso sul clima mondiale che va oltre i suoi confini. Nei suoi alberi e nel suo suolo sono intrappolati circa 150 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, cioè quanta ne produce l’intera umanità in poco più di dieci anni. Ma l’aumento delle temperature, gli incendi e il disboscamento ne stanno compromettendo la capacità di assorbire tutta questa CO2.

Nel corso della nostra ricerca non sono state solo le immagini satellitari a farci percepire l’enorme importanza dell’Amazzonia. L’abbiamo colta anche durante una serata gelida in una concessionaria di Davos, in Svizzera; in un pomeriggio di primavera su una panchina a Ginevra; a Oxford in un ufficio pieno di spifferi, dove una ricercatrice ci ha parlato di un albero morto come se fosse un amico scomparso.

Come giornalisti ci confrontiamo continuamente con gli scienziati, per lo più in interviste rilasciate con tono obiettivo e professionale. Ma nelle parole di ricercatrici e ricercatori che si occupano di Amazzonia non si avverte nessuna freddezza. La perdita è così dolorosa che le conversazioni prendono una piega diversa. Le persone che abbiamo incontrato sono scoppiate a piangere o hanno deciso di entrare in politica. Sembrano spinte da una forza irrefrenabile.

Una vita per la scienza

Una sera di gennaio del 2026, a Davos, l’uomo che quasi quarant’anni fa è stato tra i primi a capire che l’Amazzonia sta morendo, è ai piedi di una scala mobile e sta per uscire nel buio gelido.

Carlos Nobre, 76 anni, è considerato un’autorità nel campo della ricerca sulle foreste pluviali, anche qui, al Forum economico mondiale, dove da tempo ripete ciò che molti preferirebbero non sentire. L’unica sala riunioni disponibile costava 1.600 franchi svizzeri all’ora, più di 1.700 euro. Così ci siamo incontrati nella concessionaria di un conoscente e ci siamo sistemati nel suo ufficio. C’è un che di paradossale nell’intervistare la persona che più di tutte ha denunciato il riscaldamento globale proprio nei locali di un rivenditore di auto. “Vendiamo anche modelli elettrici”, ci ha assicurato al telefono il titolare.

Nobre si siede, ha l’aria un po’ stanca, e chiede un caffè. Ma di colpo comincia a parlare, e lo fa per due ore senza interruzioni. È allo stesso tempo spossato e lucidissimo, come se fosse abituato al fatto di essere ascoltato nonostante poi nessuno faccia niente. Come se questa fosse una buona ragione per non smettere.

Ci eravamo preparati a lungo, avevamo letto testi, studi, libri, e pensavamo di sapere quello che serve sull’argomento. Conoscevamo il problema indicato da Nobre già nel 1990, cioè che la foresta sta morendo per la somma fatale di due cause di cui è responsabile l’essere umano.

La prima è la deforestazione, la seconda il riscaldamento globale, due fattori che si rafforzano a vicenda. Ogni superficie disboscata fa alzare la temperatura circostante, perché viene meno l’effetto ombreggiante e rinfrescante degli alberi. E più l’ambiente è secco e caldo, più facilmente brucia la foresta intorno. Meno foresta, più calore, ancora meno foresta: è un circolo vizioso che la scienza climatica definisce feedback autorinforzante. Prima o poi può portare a un punto di non ritorno, un tipping point oltre il quale la tendenza diventa irreversibile.

Negli anni Nobre ha cercato di stimare con sempre maggiore accuratezza il momento esatto in cui la foresta raggiungerà quel punto, e nel farlo ha continuamente rivisto le cifre al ribasso.

Se le prime stime indicavano il punto di non ritorno al 40 per cento del disboscamento, negli anni dieci del duemila, insieme all’ecologo statunitense Thomas Lovejoy, Nobre ha lanciato un allarme più preoccupante: già al 20 o al 25 per cento di disboscamento la foresta muta irreversibilmente in una savana. Per essere più chiari: se si taglia più del 20 per cento degli alberi e la temperatura aumenta di più di due gradi si raggiunge il punto di non ritorno. Tutto questo lo sapevamo.

Eppure nella concessionaria di Davos, a migliaia di chilometri dall’Amazzonia e senza averci mai messo piede, ci è successo qualcosa di incredibile: per un attimo ci è sembrato di poter percepire fisicamente questa perdita. È stato Nobre a suscitare questa emozione, parlandoci con una grande competenza e una disperazione altrettanto forte, come se stesse lasciando una testimonianza del suo sapere ai posteri.

Aveva 12 anni quando il padre lo portò per la prima volta con sé nella foresta pluviale atlantica vicino a São Paulo. “Carlos, dobbiamo preservare la biodiversità”, gli disse mentre passeggiavano nel fitto del verde.

Quattro dei sei figli della famiglia Nobre sono diventati scienziati ambientali.

Come giovane studente di ingegneria con un talento per la matematica Carlos Nobre andò per la prima volta in Amazzonia nel 1971. All’epoca la deforestazione era praticamente inesistente. Nel 1975 cominciarono i primi grandi abbattimenti di alberi, e fino ad allora era scomparso solo lo 0,5 per cento della foresta. Nobre vide un verde ancora intatto e apparentemente indistruttibile. E un entomologo che studiava le api lo convinse a dedicare la sua vita alla scienza.

In quegli anni il Brasile era sotto una dittatura militare. Spinto dalla paura che gli Stati Uniti potessero invadere la foresta per impossessarsi delle risorse del suo sottosuolo, il regime colonizzò l’area: inviò milioni di persone con l’ordine di disboscarla e costruirci case e strade, in modo da limitare la possibilità di un’invasione straniera. Il regime la chiamò “integrazione”; fu l’inizio della distruzione. E Nobre, che aveva conosciuto la foresta ancora vergine, decise di misurarne i danni.

Ma poiché alla fine degli anni ottanta il paese non disponeva della potenza di calcolo necessaria per elaborare modelli climatici complessi, si rivolse all’università del Maryland, negli Stati Uniti, dove poté chiedere ai computer centrali di elaborare uno scenario estremo: cosa sarebbe successo quando grandi porzioni di foresta pluviale fossero scomparse, ormai trasformate in pascoli?

Le macchine emisero un verdetto spaventoso: nell’area amazzonica le temperature sarebbero aumentate di 2,5 gradi, le precipitazioni sarebbero diminuite di un quarto e il deflusso delle acque superficiali di un quinto. Inoltre la stagione secca si sarebbe prolungata al punto che, dopo un disboscamento, la foresta non sarebbe più stata in grado di ricrescere.

I modelli al computer di Nobre hanno contribuito a individuare il fenomeno che oggi è noto con il nome di rios voadores, fiumi volanti o fiumi atmosferici.

Per capire questo fenomeno, bisogna sfatare la vecchia convinzione secondo cui le foreste tropicali crescono dove piove molto. È falso: la foresta amazzonica produce da sola la propria pioggia, è una gigantesca pompa idrica autosufficiente.

Un po’ di speranza

Funziona così: gli alisei trasportano aria umida dall’oceano Atlantico verso il continente sudamericano e sopra il margine orientale della foresta comincia a piovere. Ma invece di penetrare nel terreno e defluire in mare attraverso il rio delle Amazzoni, l’acqua viene subito catturata dalla foresta: in una giornata calda, un singolo gigante della foresta pluviale può assorbire dal suolo fino a mille litri d’acqua, rilasciandola poi nell’atmosfera attraverso la chioma e sotto forma di vapore. Il vapore sale, si condensa in nuvole, si sposta verso l’interno e precipita di nuovo sotto forma di pioggia centinaia di chilometri più a ovest, dove il ciclo ricomincia da capo. La stessa goccia d’acqua viene così riusata cinque o sei volte: gli alberi si passano l’acqua l’un l’altro come in un’enorme catena di secchi, facendola penetrare sempre più nell’entroterra.

Sopra le chiome degli alberi si forma così un’imponente corrente umida, fatta in parte di vapore e in parte di nuvole, un fiume nel cielo difficile da riconoscere come tale. Da qui ha origine l’espressione fiumi volanti: ogni giorno trasportano l’incredibile mole di venti miliardi di tonnellate d’acqua. Nel loro viaggio verso ovest, queste masse di nubi si scontrano contro la barriera alta fino a seimila metri delle Ande. Vengono così deviate, si dirigono verso sud e sudest portando acqua in grandi aree del continente. Senza i fiumi volanti, ampie porzioni del Sudamerica – tra cui l’area di São Paulo dove vivono venti milioni di persone – rimarrebbero a secco.

Un ipé, un albero dal legno duro e pregiato, in un tratto di foresta bruciato. Rondônia, Brasile, 2022 (Victor Moriyama)

I calcoli di Nobre dimostrano che se la deforestazione interrompe la catena, in quel punto la vegetazione dell’entroterra si secca, gli incendi diventano più frequenti e la foresta si trasforma in una savana.

Grazie a lui, da più di trent’anni sappiamo verso quale abisso sta finendo l’Amazzonia. Eppure le democrazie continuano a eleggere politici che accelerano la deforestazione. Nobre ha inventato un gioco di parole per descrivere il fenomeno: Trumping point, in riferimento al tipping point, il punto di non ritorno, e al presidente degli Stati Uniti. Secondo lo scienziato, i politici come Trump non sono solo dei negazionisti climatici; addirittura lui vuole il riscaldamento globale per trarne vantaggio: per esempio un oceano Artico liberato dai ghiacci aprirebbe nuove rotte marittime. Nel breve termine per lui il riscaldamento si traduce in un guadagno, mentre le conseguenze di lungo termine ricadranno su altri.

Secondo Nobre i populisti vincono perché minimizzano i pericoli.

“Non preoccupatevi, sono esagerazioni, abbiamo soluzioni semplici”: così si raccolgono voti. E intanto le persone più anziane muoiono nelle ondate di calore.

Ma Nobre rifiuta di arrendersi, anche per ragioni egoistiche: chi ha più di 65 anni ed è pessimista riguardo al futuro, sostiene, “mette concretamente a repentaglio la propria salute”. Secondo lui, il segreto della longevità sta in un po’ di speranza. Si è inventato una nuova attività, che chiama Amazzonia 4.0. Insieme al fratello sta costruendo una fabbrica biologica ad alto livello tecnologico nel cuore della foresta pluviale finanziata da donazioni straniere. Lì le comunità native produrranno presto 250 chili di cioccolato al giorno. Nobre vuole dimostrare che le persone possono creare benessere senza distruggere la foresta. E il suo ultimo grande sogno, prima di ritirarsi in pensione, è fondare un Amazonian institute of technology, una specie di Mit della giungla.

Dopo due ore, quando fuori c’è un taxi ad aspettarlo, notiamo qualcosa sul dorso delle sue mani: un piccolo timbro un po’ scolorito. È la foglia di un albero. Cosa significa? L’uomo che ha profetizzato la morte dell’Amazzonia sorride e dice: “Speranza”.

Cosa sperimentano le persone che si addentrano nell’Amazzonia? Si sente, senza vedere. Si vede, senza capire.

Un’area disboscata nella Terra indígena Munduruku, Pará, Brasile, 2023 (Victor Moriyama)

Come descrivere qualcosa che non abbiamo mai visto? Senza contare che chi ci è stato parla di un’esperienza indescrivibile. Quando abbiamo cominciato a fare ricerche per quest’articolo, immaginavamo che saremmo andati anche noi in Amazzonia. Poi abbiamo incontrato scienziate e scienziati che hanno trascorso lì anni della loro vita e ci siamo resi conto di un fatto: non avremmo mai potuto nemmeno paragonare le loro esperienze con la nostra. Così abbiamo deciso di limitarci ad ascoltare. Questo è quello che ci hanno raccontato.

In genere diciamo di amare la natura perché ci rilassa, rallenta il ritmo del nostro respiro, apre l’orizzonte al nostro sguardo. In Amazzonia succede esattamente l’opposto. È natura, certo, solo che è troppa: troppo rumorosa, troppo umida, troppo fitta. L’aria è immobile, odora di terra, marciume e decomposizione. Ci sono rumori ovunque, a volte un frastuono così assordante che viene voglia di tapparsi le orecchie. Raramente si capisce da dove provenga. Si sente senza vedere. Si vede senza capire.

La foresta pluviale non si può guardare da lontano, come una montagna. Tutto è vicino, immediato. Si suda, si procede a tentoni, si rischia sempre di perdere l’orientamento. La calma che infonde la natura lascia il posto all’inquietante sensazione di essere alla sua mercé. Chi entra in una foresta pluviale si sente più sopraffatto che davanti a qualcosa di sublime.

Particolarmente sconvolgenti sono la sproporzione e la mancanza di punti di riferimento. L’Amazzonia si estende per più di sette milioni di chilometri quadrati, all’incirca la superficie dell’Australia.

Probabilmente i numeri non aiutano a capire, ma vale la pena fare un tentativo: si stima che in Amazzonia ci siano quattrocento miliardi di alberi per un totale di 16mila specie. In un solo ettaro possono crescere più varietà arboree che in un intero paese europeo. Nella chioma di un singolo albero, in Perù, sono state contate 43 specie diverse di formiche, più o meno quante quelle nel Regno Unito.

L’antropologo canadese Wade Davis ha introdotto il concetto di “natura deanimata”, dato che in occidente la consideriamo uno sfondo, una risorsa da sfruttare. Saccheggiamo la foresta, ma allo stesso tempo ci preoccupiamo della sua capacità d’intrappolare l’anidride carbonica. Per le popolazioni native è molto diverso: la foresta non è un oggetto, ma un “interlocutore”. Tendiamo a dimenticarlo: nella foresta pluviale non vive solo una varietà vertiginosa di specie animali – circa il 10 per cento di tutte quelle conosciute – ma ci sono anche milioni di indigeni, appartenenti a più di trecento etnie distinte che parlano più o meno altrettante lingue.

Nel suo libro La caduta del cielo, lo sciamano yanomami Davi Kopenawa racconta cos’è la foresta per il suo popolo: un livello dell’universo. Una volta il cielo è già crollato: il suo lato posteriore, rivolto verso l’alto, è diventato il suolo su cui oggi cresce la foresta. Gli yanomami vivono su un cielo caduto. A sostenere quello nuovo, provvedono gli sciamani che invocano gli spiriti. Ma i bianchi disboscano la foresta, e con gli alberi muoiono anche gli esseri umani, compresi gli sciamani. Allora non ci sarà più nessuno a sorreggere il cielo.

Da bambina, sull’albero, scoprì una cosa che ancora oggi porta con sé: la sensazione di far parte di qualcosa di più grande

Una rivoluzionaria

Luciana Gatti ha 66 anni ed è una delle ricercatrici più brillanti dei nostri tempi. Anche lei è stanca. Da una settimana partecipa ogni giorno alle riunioni che si tengono nell’edificio della World meteorological organization di Ginevra, in Svizzera. Quando le facciamo notare che proprio lì davanti c’è il giardino botanico, cambia espressione; viene in città da anni e non si era mai accorta che il “paradiso” fosse così vicino. Con passi leggeri cammina per il parco, tocca la corteccia degli alberi e respira profondamente. Poi comincia a parlarci della sua infanzia. È cresciuta a Cafelândia, una piccola località nello stato di São Paulo. Da bambina stava sempre fuori casa, pescava nel fiume e si arrampicava sugli alberi, in particolare su quello di casa sua. Era una sibipiruna, un albero originario del Brasile con un’ampia chioma e dei fiori gialli. Quando la famiglia era arrivata in quella casa, la sibipiruna era ancora giovane. È cresciuta con lei. Gatti aveva costruito una capanna tra i suoi rami. Una volta tese una corda alta tra il suo albero e quello del vicino e si lanciò da una chioma all’altra.

Da bambina, sull’albero, scoprì una cosa che ancora oggi porta con sé: la sensazione di essere accolta, di far parte di qualcosa di più grande.

“Le persone oggi nascono perlopiù in città”, dice, “il legame con la natura è svanito”.

“Volevo essere una rivoluzionaria”, aggiunge con un sorriso, sapendo che molti giovani di vedute progressiste diventano conservatori con il passare del tempo.

Gatti sognava una società più equa e, durante gli studi di chimica, era entrata in un’organizzazione socialista. Poi ruppe con il capo del gruppo, che era il suo fidanzato, e per questo pagò un prezzo molto alto: “Mise in giro delle brutte bugie su di me. Un professore mi disse addirittura di non presentarmi agli esami”.

Si ammalò gravemente, “sono quasi morta”, racconta. Aveva 22 anni e i medici la rimandarono a casa dalla famiglia. S’iscrisse all’università di Ribeirão Preto e si laureò in chimica ambientale.

Nel 1998 è arrivata in Amazzonia come dipendente dell’istituto per l’energia e la ricerca atomica di São Paulo. In seguito ha studiato i classici inquinanti atmosferici: ozono, monossido di carbonio e ossidi di azoto. A renderla nota, però, è stato quello che è successo dopo, nell’ambito di un grande progetto di ricerca avviato da Nobre che riuniva settori disciplinari di solito distinti tra loro: la biologia, la meteorologia e la chimica.

La foresta pluviale non si può guardare da lontano, come una montagna. Tutto è vicino, immediato. Si suda e si procede a tentoni

Grazie a Nobre, da più di un decennio si sapeva che prima o poi l’Amazzonia avrebbe perso la capacità di riciclare la propria acqua, trasformandosi così in una savana. Ma si pensava che ci fosse più tempo: in base ai calcoli dell’epoca, negli anni novanta la foresta amazzonica contribuiva ancora a stabilizzare il clima globale assorbendo dall’atmosfera enormi quantità di CO2.

Campioni d’aria

Tuttavia quei calcoli avevano un problema metodologico. Per determinare la quantità di anidride carbonica assorbita o rilasciata dall’Amazzonia, i ricercatori prendevano le misure su singoli alberi in piccole aree campione e applicavano i dati della biomassa locale all’intero bacino. Ma come si può misurare la “respirazione” di una foresta grande come l’Australia basandosi solo su minuscoli campioni prelevati dal suolo?

Gatti aveva trovato una soluzione che si è rivelata, tra le altre cose, di una semplicità disarmante: invece di cercare la risposta negli alberi, si è rivolta al vento. Spinta dagli alisei, l’aria dell’Atlantico viaggia per migliaia di chilometri verso l’entroterra e porta con sé, in una sorta di archivio invisibile, tutto quello che avviene al di sotto: ogni albero sano assorbe CO2, ogni pianta che brucia o si decompone ne rilascia. Gatti voleva svolgere la sua indagine nell’aria alta sopra la foresta.

Ma per arrivarci avrebbe dovuto volare, oltretutto in un modo per niente piacevole. L’atmosfera non è una massa uniforme, ma è fatta a strati. In alto, a più di quattro chilometri di altezza, l’aria è in gran parte incontaminata: una fotografia fedele di quello che hanno trasportato i venti provenienti dall’Atlantico. Più in basso, sopra le cime degli alberi, si vede ciò che accade nella foresta: la fotosintesi, gli incendi e i processi di decomposizione. Gatti aveva bisogno di confrontare le due altezze, e doveva farlo esattamente sopra lo stesso punto geografico.

Istruì piloti esperti di bush flying (voli in zone impervie) che lavoravano con compagnie charter poco note. Per le misurazioni usava una valigetta argentata, donata da un ente di ricerca statunitense: al suo interno, in un rivestimento di gomma piuma, c’erano 17 flaconi di vetro progettati per catturare campioni d’aria a diverse altitudini, semplicemente premendo un pulsante.

Quei voli erano un incubo. I disagi cominciavano già sulla pista di decollo: Gatti doveva tenere il portellone della cabina aperto, contrastando la forza del vento, per impedire che l’interno, sotto il sole caldo dell’equatore, si trasformasse in un forno. L’aeroplano saliva rapidamente oltre i quattromila metri per poi scendere in spirali strette fino a trecento metri sopra la foresta. In mezzo alle nubi ballava così forte che spesso Gatti perdeva l’orientamento.

Ha continuato a volare per anni e con qualsiasi condizione atmosferica, in quattro diversi punti sparpagliati nell’intero bacino amazzonico. Finora sono stati fatti più di mille voli, non tutti con Gatti a bordo, ma tutti con il suo metodo e i suoi flaconi di vetro.

Una piantagione di açaí sull’isola di Combu, Pará, Brasile, 2019 (Victor Moriyama)

Quando furono disponibili i primi risultati del 2010, Gatti non voleva crederci. I campioni dimostravano che la foresta emetteva più CO2 di quanta ne catturasse. In alcuni punti non era più una spugna in grado di assorbire, ma una fonte di emissioni. Sarà stato un anno eccezionale, aveva pensato. Caldo e secco, dominato dal fenomeno climatico El Niño; la situazione si sarebbe normalizzata. E il 2011 sembrò darle ragione: la bilancia era tornata in equilibrio. Ma poi arrivò il 2012, e di nuovo la foresta emise più anidride carbonica di quanta ne aveva assorbita.

Per due anni Gatti ha cercato ogni possibile errore metodologico. Ma il risultato non cambiava. “Per un po’ mi sono rifiutata di credere ai miei dati”, racconta. “Era una responsabilità troppo grande annunciare al mondo che l’Amazzonia non è più un polmone verde”.

Nel 2014 ha pubblicato i risultati iniziali delle sue ricerche sulla rivista scientifica Nature e sette anni dopo, nel 2021, uno studio completo, sempre su Nature. La scoperta era spaventosa: soprattutto nell’area sudorientale, pesantemente disboscata, l’Amazzonia emetteva più gas serra di quanto ne assorbisse. La profezia di Nobre non era più solo un modello di calcolo, era diventata realtà. La ricerca di Gatti ha avuto un’eco sensazionale, ma è rimasta senza conseguenze. Per anni Gatti ha svolto ricerche e ha informato la comunità internazionale. Ha spiegato la posta in gioco a donne e uomini politici; ha rilasciato interviste, ha tenuto incontri e ha partecipato a molte conferenze sul clima. A un certo punto è stato troppo: “A cosa serve il nostro lavoro se quelli che prendono le decisioni non fanno mai la cosa giusta?”.

Così è stata lei a prendere una decisione e a 66 anni è entrata in politica. Si è candidata come deputata dello stato federale di São Paulo per il Partito socialismo e libertà (Psol, sinistra) alle elezioni dello scorso 4 ottobre. Non è stata eletta, ma non vuole arrendersi. Per lei, gli scienziati che si appellano all’obiettività e stanno zitti nei loro istituti mentre il pianeta brucia sono dei “vigliacchi”.

Gatti ha fatto anche qualcos’altro. Ha messo insieme i suoi risparmi e ha comprato un pezzo di terra: trentamila metri quadrati di pascoli brulli sui monti della Mantiqueira, a un’ora e mezza da casa sua. Ora coltiva piccole piantine partendo dai semi, per poi trapiantarle. “Lo faccio per me”, spiega. “Mi sento così frustrata. Semplicemente devo fare qualcosa di buono”.

Al termine della nostra conversazione ripete come un mantra il suo messaggio per tutti: piantate alberi.

È scesa la sera. Gatti ci accompagna alla stazione, il discorso si è spostato sulla quotidianità, e poi arriviamo a parlare di Jair Bolsonaro, l’ex presidente brasiliano di estrema destra che non ha visto nell’Amazzonia un ecosistema da proteggere ma una risorsa da sfruttare. Il suo governo (2019-2022) ha portato il disboscamento a livelli record e non ha protetto gli attivisti ambientali. Molti sono scomparsi in circostanze misteriose. Nel 2022 il giornalista britannico Dom Phillips e il suo accompagnatore, l’attivista brasiliano Bruno Pereira, sono stati uccisi in Amazzonia. Anche Gatti era stata avvisata: i servizi segreti la tenevano sotto osservazione, rischiava di fare una brutta fine.

Di colpo s’immobilizza. Nel viavai di una giornata lavorativa che sta per finire, mentre intorno a noi molte persone si affrettano verso i loro treni, Luciana Gatti ci guarda, senza dire una parola, e scoppia a piangere. Le lacrime scendono senza un motivo apparente, e il mondo per un attimo sembra fermarsi.

“Se voglio salvare la mia vita”, dice infine piangendo, “non posso salvare il pianeta”. Poi ci abbraccia e se ne va.

Entusiasmo contagioso

Erika Berenguer è in ritardo. A Oxford, nel Regno Unito, si tiene una delle più importanti regate di canottaggio dell’anno e la scienziata ambientale, dopo aver remato di prima mattina, si è fermata a guardare i professionisti. La remata mattutina è per lei una sorta di punto fermo tra due mondi: la teoria a Oxford e la pratica nella foresta pluviale. Berenguer è diversa da Nobre e da Gatti. Nobre parla con la gravità di chi ha saputo cogliere i segnali prima degli altri; Gatti ha condotto le sue ricerche con la passione di un’attivista che poi ha provato a entrare in politica. Berenguer è più giovane, ha 42 anni, ed è piena di energia. Mentre parliamo alterna due stati d’animo: un entusiasmo contagioso, a cui fa da contrappunto una tristezza sconfinata.

È cresciuta a Rio de Janeiro, molto lontano dalla foresta amazzonica, che all’inizio ha conosciuto solo attraverso i libri. A tre o quattro anni non stava ferma un attimo, tranne quando la madre le dava i suoi grandi volumi illustrati. “Avete presente quei libroni preziosi che si espongono in bella vista ma che nessuno sfoglia? Io ero l’unica ad aprirli”, dice.

Berenguer s’imbatté in alcuni libri sulla foresta amazzonica e chiese ai genitori dove si trovasse. In Brasile, le risposero. Non capiva: non viviamo anche noi in Brasile? Sì, ma è molto lontano, le spiegarono, bisogna prendere un aereo per arrivarci. “Per me i racconti sull’Amazzonia erano come favole di luoghi lontani”, ricorda, “solo che si svolgevano nel mio paese”.

Suo fratello è diventato agente di borsa, lei ecologa. Ancora oggi i genitori non capiscono davvero cosa faccia, dice. Il fratello neanche ci prova. Berenguer è la curatrice fallimentare dell’Amazzonia.

Da sedici anni viaggia in una zona lungo il corso inferiore del rio Tapajós e monitora la morte della foresta. Dato che è impossibile coprirla per intero, ha circoscritto delle aree di osservazione permanenti in cui registra e contrassegna ogni singolo albero. Ciascuno ha una targhetta numerata. Ogni tre mesi la squadra verifica se gli alberi sono ancora vivi, un compito tutt’altro che semplice.

“Un albero non ha il battito cardiaco”, spiega Berenguer. “Magari ha perso tutte le foglie, oppure la chioma si è spezzata, ma continua a vivere”.

Nell’Amazzonia il fuoco striscia radente al suolo, lasciando cicatrici profonde sui tronchi dei grandi alberi, che non crollano subito

Così con il machete si pratica una piccola incisione nel tronco e si osserva se ci sono ancora tessuti vivi. Berenguer fa un paragone con le piante in vaso del suo balcone, che a volte sembrano morte ma poi tornano a germogliare.

Se un albero muore, la sua targhetta finisce in una scatola di plastica, suddivisa per aree. I “cimiteri delle targhette”, come la sua squadra chiama questi contenitori.

Tra i circa 150mila alberi che Berenguer ha misurato nella sua carriera di ricercatrice, ce n’è uno a cui è particolarmente legata: l’albero numero 89, un imponente breu bianco, un parente dell’albero dell’incenso la cui resina viene da sempre bruciata come incenso dagli abitanti dell’Amazzonia.

Si trovava in una parcella di foresta molto amata dalla squadra, in una zona splendida. Tra due alberi cresceva una liana spessa quanto un’altalena. Durante le pause, gli scienziati si mettevano in posa lì. “Era prima di Instagram”, racconta Berenguer, “altrimenti le foto sarebbero diventate virali”. Una volta sulla liana c’era un enorme boa constrictor, un serpente strangolatore. “Anche ai serpenti piace l’altalena”, hanno scherzato gli scienziati.

Proprio lì in mezzo c’era l’albero numero 89. Era così grande che ogni tre mesi, per misurarlo, la squadra doveva usare una scala lunga sei metri. Richiedeva molto lavoro, ma era entrato nel cuore dei ricercatori.

L’impensabile

Il 2015 è stato un anno caldo e secco, e il fuoco si è propagato in quella parcella di foresta. Un fatto assolutamente strano, ci spiega Berenguer, dato che una foresta pluviale, in realtà, non potrebbe bruciare: è troppo umida. Inoltre lì non cadono “fulmini secchi” che potrebbero innescare incendi naturali. A differenza delle foreste di pini in Canada o delle sequoie in California, la vegetazione dell’Amazzonia non è mai entrata in contatto con il fuoco nel corso della sua evoluzione. Di conseguenza non ha sviluppato difese – né cortecce protettive né strategie per resistere al calore – semplicemente perché, in milioni di anni di esistenza, non ne ha mai avuto bisogno.

Un incendio boschivo è un episodio innaturale per una foresta pluviale. Questo significa – e Berenguer ci fissa con durezza – che se la foresta brucia, è stato un essere umano ad appiccare il fuoco. Sempre. Per molto tempo gli incendi provocati dall’essere umano si sono arrestati ai margini della foresta: l’umido intrico di vegetazione non prendeva fuoco. Ma a causa del cambiamento climatico e dell’indebolimento dei fiumi volanti, la foresta è diventata più secca. Ed ecco che succede anche l’impensabile: l’Amazzonia brucia.

L’albero numero 89 è sopravvissuto all’incendio, ma da quel momento ha avuto una cicatrice. Alcuni agenti patogeni sono penetrati nella ferita e, per anni, la squadra si è chiesta se ce l’avrebbe fatta. Ogni tre mesi qualcuno inviava un messaggio WhatsApp: “L’89 è ancora vivo”. Finché si sono convinti che il pericolo fosse stato scampato.

Ma anche il 2023 è stato un anno molto secco. Di nuovo sono scoppiati degli incendi, anche nella parcella dell’albero 89. Quando Berenguer, alcuni giorni dopo il rogo, è tornata nella foresta, alcuni tronchi giacevano ancora ardenti al suolo e la cenere era ovunque. La sua squadra lavora insieme da sedici anni – tutti uomini temprati, dice lei – e quando all’improvviso è calato il silenzio, ha capito che qualcosa non andava. Non riuscivano più a trovare il sentiero che percorrevano da anni. Gli alberi che avevano fatto da punti di riferimento erano spariti. Poi hanno visto il numero 89. Era caduto.

Berenguer si è avvicinata come se fosse un animale morto. Con premura ha carezzato la corteccia con una mano. Poi si è stesa sopra il tronco e l’ha stretto a lungo, come se si stesse separando da un amico. In portoghese, dice, gli alberi sono di genere femminile. L’albero 89 era una sopravvissuta, l’ultima abitante di un pezzo di foresta morente. E ora anche lei non c’era più.

A lungo si è pensato che l’Amazzonia morisse solo dove gli esseri umani tagliano gli alberi. Ma la deforestazione, visibile da qualsiasi immagine satellitare, è solo una faccia della medaglia. L’altra rimane nell’ombra: circa un quinto della foresta che ancora sopravvive è svuotato dall’interno, a causa del taglio selettivo degli alberi ma soprattutto degli incendi. La foresta resta in piedi. Vista dall’alto appare intatta ma è gravemente malata.

La ricerca di Berenguer si concentra sul modo in cui il fuoco uccide questi alberi. Nell’Amazzonia il fuoco striscia radente al suolo, lasciando cicatrici profonde sui tronchi dei grandi alberi, che non crollano subito. Restano in piedi, verdi e all’apparenza vivi. Tuttavia attraverso le ferite penetrano agenti patogeni e gli alberi muoiono internamente, a volte nel corso di mesi o anni.

Berenguer e la sua squadra li chiamano alberi-scheletro: morti in piedi che svettano sul tetto verde della foresta, come ossa che sporgono da una carcassa.

Un albero sano trattiene l’anidride carbonica, perché la preleva dall’aria e la imprigiona nel suo legno. È il processo che rende l’Amazzonia il polmone della Terra. Ma se un albero brucia, il processo si inverte: il fuoco sprigiona anidride carbonica, poi l’albero danneggiato va incontro a una morte lenta e non riesce più ad assorbire la CO2. E mentre per anni imputridisce, emette di nuovo nell’atmosfera l’anidride carbonica che aveva immagazzinato nel corso di una vita. Con un ritardo di anni, quello che prima era un filtro si trasforma in una fonte di CO2.

La ricerca di Berenguer spiega quindi perché gli aerei di Gatti misurassero anno dopo anno quantità sempre maggiori di anidride carbonica anche negli anni senza incendi: una parte era il conto da pagare per i roghi estinti da tempo.

L’enorme impatto di questo meccanismo si traduce in cifre: solo nella regione oggetto di studio di Berenguer, secondo le sue misurazioni, gli incendi del 2015 hanno sprigionato circa 450 teragrammi (ossia 450 milioni di tonnellate) di CO2: una quantità superiore a quella emessa dal Regno Unito nello stesso anno attraverso la combustione di fonti fossili. Un solo anno di incendi in una singola porzione di foresta ha prodotto più emissioni di anidride carbonica della quinta economia mondiale.

Cosa prova Berenguer nell’osservare e documentare quotidianamente questa distruzione?

Esiste una parola per definirlo, ci spiega Berenguer nel suo ufficio di Oxford: solastalgia. A differenza della nostalgia, cioè il rimpianto per un tempo passato, la solastalgia indica la sofferenza che proviamo quando vediamo la nostra terra trasformarsi davanti ai nostri occhi. A sperimentare la solastalgia sono soprattutto le persone che dipendono strettamente dall’ambiente in cui vivono, quelle per cui la scomparsa di un ecosistema equivale a una perdita di una parte di se stessi. Un senso di lutto costante, familiare anche agli abitanti delle montagne che assistono al ritiro dei ghiacciai.

A Berenguer succede lo stesso con gli alberi dell’Amazzonia. “Devo farmi forza”, afferma seria. Ogni volta che va sul campo deve dire addio agli alberi. Non importa quanto lavori o quante prove raccolga: quegli alberi muoiono comunque. Inesorabilmente.

“Non credo nella speranza”, dice. “Credo solo che ora dobbiamo fare qualcosa”.

Capacità di rigenerazione

Ascoltare a lungo Nobre, Gatti o Berenguer lascia due sensazioni opposte: l’ammirazione per come combattono e la rassegnazione per l’assenza di prospettive delle loro battaglie.

Il dado è tratto. L’Amazzonia sta morendo, noi restiamo a osservare, e cercare di fare qualcosa non ha più senso.

I numeri dell’Amazzonia

◆ Se si considera il bacino idrografico amazzonico in senso ampio, l’Amazzonia copre circa 7,3 milioni di chilometri quadrati. Se invece si tiene conto solo delle foreste di pianura, la superficie scende a circa 5,8 milioni, distribuiti tra otto paesi (Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Venezuela, Ecuador, Guyana e Suriname) e un territorio, la Guyana francese. In ogni caso rimane la foresta tropicale più vasta e più ricca di biodiversità del mondo. Più del 10 per cento di tutte le specie del pianeta vive nella regione. Si stima che ci siano fino a 50mila specie di piante, molte delle quali ancora sconosciute, tra cui circa 16mila specie di alberi. Gli alberi sono quasi 400 miliardi, il 13 per cento di tutti quelli della Terra. Si contano poi circa 425 specie di mammiferi, quasi un terzo di quelle di tutto il Sudamerica, con un endemismo molto alto: 144 specie, il 34 per cento, vivono solo in Amazzonia. Ma va ricordato che nella regione si scopre in media una nuova specie ogni due giorni: questi numeri sono quindi sicuramente sottostimati. Science panel for the Amazon


Paulo Brando, un giovane scienziato brasiliano, la pensa diversamente.

Ci parliamo in videochiamata una sera d’estate. Insegna ecologia all’università di Yale, negli Stati Uniti, è l’autore principale di uno dei più importanti articoli recenti di sintesi sullo stato dell’Amazzonia e svolge ricerche nella stessa area devastata che studia Berenguer, nel sudest. È stata lei a metterci in contatto: voleva che ascoltassimo qualcuno che racconta le cose in modo diverso da Nobre.

“Io e Carlos Nobre siamo d’accordo sulla diagnosi, cioè che la foresta sta morendo”, dice appena cominciamo a parlare. “Ma riguardo a come sta succedendo, la vediamo in modo diverso”.

Effetto martello

L’immagine del punto di non ritorno che abbiamo descritto finora è quella di un effetto domino: si supera una soglia, cade la prima tessera e poi la distruzione prosegue come una reazione a catena inarrestabile, indipendentemente da quello che fanno gli esseri umani.

I primi modelli computerizzati di Nobre hanno dato forma a quest’immagine che secondo Brando non è sbagliata, ma non dice tutta la verità.

“In quei modelli”, afferma Brando, “superata una certa soglia scatta un interruttore: la foresta diventa una non foresta. Ma nella realtà non succede così. Se la foresta non ricresce, quasi sempre è perché c’è un intervento attivo dell’essere umano. È un problema socioeconomico, non ecologico”.

L’effetto Lula
Tasso annuale di deforestazione dell’Amazzonia brasiliana, migliaia di chilometri quadrati (Prodes/TerraBrasilis)

◆ Secondo i dati dell’Istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale (Inpe), tra agosto 2025 e luglio 2026 la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è scesa del 41,8 per cento, con 3.335 chilometri quadrati di foresta andati perduti. È il valore più basso da quando sono cominciate le rilevazioni, quasi quarant’anni fa. Il precedente minimo storico era stato di 4.571 chilometri quadrati nel 2011-12, mentre le perdite annuali avevano raggiunto il picco di quasi 30mila chilometri quadrati a metà degli anni novanta. Durante la presidenza di Jair Bolsonaro, tra il 2019 e il 2022, l’Amazzonia ha perso quasi il 60 per cento di superficie forestale in più rispetto ai quattro anni precedenti. Bbc


Alla metafora del domino Brando contrappone quella del martello.

L’Amazzonia, ha scritto nel suo articolo uscito nel 2025 nella rivista Annual Review of Environment and Resources, non crolla da un giorno all’altro. Continua a essere maltrattata da una serie infinita di colpi di “martello” inflitti dall’essere umano: seghe elettriche, ruspe, incendi e lo sterminio degli animali di cui la foresta ha bisogno per rigenerarsi.

“L’Amazzonia”, dice Brando, “è il Rocky Balboa delle foreste. La colpiamo in continuazione. E prima o poi probabilmente stramazzerà. Ma appena smettiamo di sferzare colpi, dimostra un’incredibile capacità di risollevarsi”.

Brando ha fatto la prova personalmente. Nella zona più secca e compromessa dell’Amazzonia sudorientale, la sua squadra ha appiccato incendi controllati su una superficie di più di cento ettari, ripetendo l’operazione per alcuni anni. La combinazione di incendi, siccità e venti forti ha portato alla distruzione completa della foresta, rendendola quasi irriconoscibile come tale. Ai suoi margini sono morti fino a nove alberi su dieci.

Ma dieci anni dopo la foresta era rinata. Gli alberi più vecchi erano morti ma ne erano cresciuti di nuovi, e la fauna era tornata.

Quest’esperienza ha cambiato la prospettiva di Brando: anche le foreste in condizioni disperate, se hanno la possibilità di riprendersi dimostrano una capacità di rigenerazione straordinaria.

Un’analisi satellitare condotta dal World resources institute, una ong con sede a Washington, ha elencato le cause della perdita di foresta al livello globale negli ultimi venticinque anni.

In Sudamerica il risultato è stato particolarmente netto: il 72 per cento dipende dall’agricoltura. Quindi nella regione non è il cambiamento climatico generato dagli esseri umani a distruggere la gran parte delle foreste, ma è l’essere umano che disbosca e appicca il fuoco per trasformare le aree boschive in terreni per pascoli e campi.

È uno dei colpi di martello di cui parla Brando. A differenza del punto di non ritorno climatico, l’azione incendiaria e di deforestazione dell’essere umano si può fermare. Non serve nemmeno un accordo internazionale, basta la politica nazionale. Ma le cose non sono così facili. Nella visione di Brando le due metafore – il domino e il martello – non si escludono a vicenda: chi continua a martellare indebolisce la foresta a tal punto che prima o poi il temuto effetto domino si verificherà.

Pronti all’azione

Oggi la minaccia più grande è l’azione diretta dell’essere umano. Il punto di non ritorno climatico è un’ipotesi che potrebbe concretizzarsi solo tra decenni. Ma la deforestazione, gli incendi e l’uccisione degli animali avvengono oggi. E ce ne interessiamo poco perché stiamo tutti con lo sguardo fisso su quella tessera del domino che minaccia di cadere. Ogni volta che qualcuno ferma un bulldozer, salva una porzione di foresta.

È proprio questo, secondo Brando, il problema del concetto del punto di non ritorno: crea un senso di urgenza che può facilmente essere frainteso. Se la soglia critica è fissata al 26 per cento di deforestazione, si potrebbe pensare di avere ancora tempo. E se poi la soglia viene superata senza che il mondo vada in fiamme il giorno dopo, tutti diranno che la scienza è stata allarmista.

Fissarsi su un punto di non ritorno nel futuro ci paralizza invece di spingerci all’azione. Non concentratevi sulla tessera del domino, suggerisce lo scienziato, ma guardate il martello e fermatelo.

L’Amazzonia non è destinata inevitabilmente al collasso. Dipende da ciò che facciamo. Alla fine della nostra lunga ricerca ripensiamo ancora una volta a Luciana Gatti. Alla ricercatrice che è entrata in politica e che, in mezzo a una strada di Ginevra, è scoppiata in lacrime. Ha perso le elezioni del 4 ottobre, ma vuole continuare a lottare. Non importa se si perde una volta, bisogna fermare i colpi di martello. La cosa tragica della morte incombente dell’Amazzonia è che siamo noi a causarla. L’aspetto confortante è che possiamo impedirla.◆ nv

Christof Gertsch è un giornalista nato a Berna nel 1982. Scrive per il settimanale svizzero Das Magazin. Per i suoi reportage ambientali ha vinto vari premi giornalistici. Mikael Krogerus è un giornalista finlandese che scrive per Das Magazin. In Italia ha pubblicato, con Roman Tschäppeler, Piccolo manuale delle decisioni strategiche (Rizzoli 2009).

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati