Nel bel mezzo della crisi russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Stati Uniti, l’Unione europea sembra preoccupata per la Tunisia. La situazione nel paese è grave, e vari leader europei ne hanno parlato sui mezzi d’informazione, mettendo in campo strategie per fare pressione su Tunisi.

Tutto ruota intorno alla firma di un accordo tra il governo tunisino e il Fondo monetario internazionale (Fmi). Gli occidentali fanno pressioni sulle due parti affinché trovino un’intesa che aiuti la Tunisia a superare la crisi. Tuttavia, il presidente Kais Saied si oppone ad alcune clausole, che riguardano la privatizzazione delle aziende pubbliche e la progressiva eliminazione dei sussidi statali.

Gli europei scalpitano e dalle dichiarazioni di alcuni importanti leader è evidente che, ai loro occhi, la situazione è molto delicata, per non dire allarmante. Inizialmente era stata l’Italia a moltiplicare gli appelli per aiutare la Tunisia, poi è intervenuta anche la Francia.

Durante una visita a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato della situazione nel paese, definendola “molto preoccupante per le forti tensioni politiche e la crisi economica e sociale che ne è derivata, oltre che per il mancato accordo con l’Fmi”. Anche la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni aveva insistito sulla necessità di sostenere la Tunisia nel pieno della crisi finanziaria che stava vivendo e che potrebbe tradursi in una enorme ondata migratoria.

Gli italiani si ritengono le principali vittime della migrazione irregolare che parte dalle coste tunisine. La prossimità geografica, la rilevanza economica e soprattutto la necessità di una stabilità politica per contrastare l’immigrazione illegale rendono la Tunisia un partner importante per l’Unione. Il paese è infatti un luogo di transito per le persone che cercano di raggiungere l’Europa. Bruxelles lavora con Tunisi per rafforzare la cooperazione in materia di gestione delle frontiere e di lotta contro l’immigrazione irregolare. Purtroppo, negli ultimi tempi la relazione tra le due parti si è fatta molto tesa proprio a causa di questo fenomeno.

Coinvolgimento diretto

Ma, se da un lato gli europei si preoccupano, non va dimenticato il loro coinvolgimento diretto nei problemi economici della Tunisia. Non dimentichiamo che il paese ha subìto le conseguenze delle numerose crisi scoppiate alle frontiere europee. Per esempio, quella libica. Nel 2011, quando era indebolita per le proteste popolari del 14 gennaio, la Tunisia accolse centinaia di migliaia di profughi che scappavano dalla Libia, mentre l’Unione europea contribuiva ad alimentare la guerra nello stato vicino.

Politici, esperti e personalità della società civile in Tunisia e in Europa hanno rimproverato l’Unione europea di non aver saputo supportare la transizione democratica in Tunisia dopo la rivoluzione del 2011 e di aver trascurato le sfide economiche e sociali che hanno contribuito al deterioramento della situazione attuale. Secondo alcuni, anche se Bruxelles ha sbloccato fondi consistenti per il nostro paese, i modi in cui quel denaro è stato gestito erano assurdi e poco trasparenti, e questo ha contribuito a far crescere il debito tunisino. Vale la pena perciò d’interrogarsi sulle responsabilità dell’Unione europea in questa complessa situazione, senza però scordare le sfide interne ed esterne che Bruxelles ha dovuto affrontare e che hanno limitato la sua capacità di offrire aiuto.

Di fronte a questa polemica, la portavoce dell’Fmi Julie Kozack ha tentato di calmare le acque. Nel corso di una conferenza stampa ha fatto sapere che “il Fondo resta un partner solido per la Tunisia e continua a essere al suo fianco”.

Ricordando che il programma dell’Fmi per la Tunisia punta a ripristinare la stabilità macroeconomica e ad accelerare le riforme, Kozack ha sottolineato che il Fondo e le autorità tunisine hanno firmato il 15 ottobre 2022 un accordo per un programma quadriennale. Ha ribadito che il Fondo resta un partner solido e continuerà a sostenere le riforme nel paese nordafricano. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1505 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati