Ahmed Abdul Jalil ha trascorso gran parte della sua vita prendendosi cura di un luogo di culto di Aden, città portuale nel sud dello Yemen. Tuttavia l’edificio di cui si è occupato in questi anni non è una delle moschee che i musulmani come lui frequentano regolarmente in tutto il paese, ma un tempio indù.
Incastonato all’interno di una grotta ai piedi di una montagna nel Crater, storico distretto di Aden, l’edificio fu costruito oltre centosessant’anni fa, diventando il più grande tra gli undici templi indù e gurdwara (luoghi di culto del sikhismo) della città. Pare che il nome di questo tempio rupestre, chiamato Shree Hinglaj Mataji mandir, derivi da quello di un altro tempio indù situato in una caverna di montagna lungo il fiume Hingol, in Pakistan. Ma tra gli abitanti del luogo quello di Crater è noto come il tempio dei baniani, i commercianti indù del Gujarat.
La maggior parte dei templi indù e dei gurdwara di Aden fu costruita nella seconda metà dell’ottocento. All’epoca i luoghi di culto indù contribuirono a dare forma a un eterogeneo panorama religioso di Aden, città portuale cosmopolita in cui convivevano in pace musulmani, baniani indù, parsi zoroastriani, cristiani ed ebrei. Anche se sono stati classificati come siti storici, con il tempo alcuni templi indù e gurdwara sono caduti in rovina. Fino a poco tempo fa quello di Crater era rimasto l’unico superstite. All’inizio del 2015 era ancora accessibile alla comunità indiana di Aden e dello Yemen. Poi non solo ha chiuso i battenti, ma ha cominciato a deteriorarsi.
Oggi, all’età di 70 anni e dopo quasi trenta da custode del luogo, Abdul Jalil lotta per difendere quel che ne rimane. “Devo stare qui per proteggerlo”, dice mentre chiacchieriamo seduti sulla terrazza del tempio. “Se me ne vado ora porteranno via ogni singolo mattone”. Tuttavia, il suo impegno potrebbe non bastare a salvaguardare questo patrimonio della storia di Aden e dell’India.
Crater è il quartiere più antico di Aden, un distretto plasmato dal commercio marittimo in cui la presenza indiana risale a prima della colonizzazione britannica. Più di duemila anni fa, all’epoca dell’impero romano, era un florido centro commerciale che collegava l’oriente con l’occidente attraverso il subcontinente indiano.
Dopo il crollo di Roma questo snodo commerciale continuò ad aumentare d’importanza fino all’epoca dei mamelucchi in Egitto, per poi perdere rilevanza con la scoperta della rotta del Capo di Buona speranza verso l’India da parte dei portoghesi, alla fine del quattrocento. Ma anche dopo aver perso questo ruolo, la presenza degli indiani e dei loro luoghi di culto ad Aden rimase evidente.
La “Little India”
Quasi due secoli dopo, però, la connessione tra Aden e l’India assunse una nuova forma quando gli europei presero le redini del commercio mondiale. Nel 1839 i britannici occuparono il porto di Aden e lo inglobarono nell’India britannica. Per i successivi 107 anni Aden fu amministrata da Bombay. Mentre la città si trasformava in una colonia, la comunità mercantile indiana aumentò, diventando la più grande diaspora della città.
Punto di scalo per i viaggiatori, Aden era spesso considerata una “Little India” e “una città indiana nella Penisola arabica”. Anche se l’India aveva conquistato la sua indipendenza nel 1947, Aden rimase una città coloniale sotto la dominazione diretta della corona britannica, ma la comunità indiana continuò a rappresentare la più importante diaspora in uno dei porti più trafficati al mondo.
◆ 1956 Nasce nello Yemen.
◆ 1967 Si trasferisce nella città portuale di Aden.
◆ 2001 Diventa il custode del tempio indù di Crater.
◆ 2015 Dopo essere sfuggito a un attacco dei ribelli huthi, torna ad Aden e comincia a vivere nel cortile del tempio.
Abdul Jalil è arrivato ad Aden verso la fine degli anni sessanta. All’epoca era un adolescente che sognava una vita migliore di quella avuta nella sua città, nella provincia di Taiz.
Poco dopo fu testimone di una serie di eventi storici. I britannici lasciarono la città nel 1967 durante la lotta per l’indipendenza degli yemeniti. Un mese dopo Aden diventò la capitale di uno stato arabo, lo Yemen del Sud, guidato da un governo marxista. La città continuava a ospitare una vasta diaspora indiana. Degli undici templi indù e gurdwara di Aden, tuttavia, solo pochi rimasero aperti fino al 1990, quando lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud si riunificarono. Dopo la guerra civile, scoppiata nel 1994 tra le due parti dello Yemen, lo Shree Hinglaj Mataji mandir rimase l’unico tempio superstite.
All’inizio degli anni duemila Abdul Jalil ha cominciato a fare il custode del tempio di Crater. Non era il lavoro dei suoi sogni, ma dopo gli anni passati a fare il venditore ambulante era una svolta.
Negli anni Abdul Jalil ha continuato a tenere il tempio aperto alla diaspora indiana di Aden e del resto dello Yemen. Ha creato un legame con la comunità e a un certo punto è riuscito anche a trovare una casa nel quartiere di Khussaf per mettere su famiglia. Nei primi mesi del 2011, con lo scoppio della rivoluzione, poi degenerata in guerra civile, le cose sono cominciate a cambiare. Durante i disordini legati alla primavera araba yemenita, alla comunità indiana fu raccomandato di lasciare il paese. Mentre molti se ne andarono, il tempio di Crater rimase aperto, anche se per poco. All’inizio del 2015 i ribelli sciiti huthi irruppero nel luogo sacro, distruggendo le raffigurazioni delle divinità. Nel marzo di quell’anno, pochi mesi dopo aver preso il potere a Sanaa, gli huthi avanzarono su Aden, dove si era ritirato il presidente deposto del paese, Abed Rabbu Mansour Hadi. I successivi quattro mesi di combattimenti trasformarono Aden in una città fantasma.
Quando gli huthi arrivarono a Khussaf Abdul Jalil non c’era, era scappato insieme alla famiglia. In seguito ha saputo che i ribelli erano arrivati al tempio a bordo di tre mezzi militari e avevano chiesto di lui, poi erano entrati e avevano distrutto tutto. Un rappresentante della comunità indiana aveva chiamato Jalil: “Quando gli ho detto cosa era successo, mi ha detto che la cosa più importante era che io stessi bene”, dice. “È stata l’ultima volta che li ho sentiti”.
Nell’aprile 2015 il governo indiano lanciò un’evacuazione dallo Yemen durata undici giorni. Oltre cinquemila persone lasciarono il paese a bordo di navi militari dai porti di Aden e Hodeidah. Nello stesso periodo Abdul Jalil e la sua famiglia erano stati costretti a scappare e si erano stabiliti nella provincia di Ibb.
Una volta tornato a Crater, Abdul Jalil ha deciso di allestire una baracca in una guardiola fatiscente nel cortile del tempio. Da allora si è stabilito lì.
Nel 2016 un magnate legato agli huthi ha tentato d’impossessarsi dell’area del tempio per costruire un centro commerciale. Jalil si è opposto ed è riuscito ad avere la meglio dopo una lunga causa legale.
Nel gennaio di quest’anno, però, un imprenditore si è presentato al tempio dichiarando di essere il legittimo proprietario del cortile. Jalil, insieme ad alcuni abitanti del quartiere, ha respinto il suo primo tentativo, ma ora i difensori del tempio si preparano allo scontro finale. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati