Gli studenti serbi sono riusciti in un’impresa molto più difficile di riempire le piazze: hanno convinto i cittadini che la protesta poteva produrre risultati concreti. Hanno trasformato la rabbia per una tragedia in una rivendicazione politica organizzata e, quasi due anni dopo, in una maggioranza parlamentare. Una mobilitazione nata nelle università ha avuto un radicamento sociale che l’opposizione tradizionale aveva faticato a conquistare. L’assenza di un leader, che in altre circostanze sarebbe stata una debolezza, si è rivelata un fattore di protezione, mentre le assemblee e le reti studentesche hanno offerto una modalità diversa di partecipazione. La scelta più insolita ha riguardato la composizione delle liste elettorali: il movimento non ha inserito studenti, selezionando invece figure con un percorso professionale e un riconoscimento sociale consolidati. Questa scelta ha legato la credibilità della protesta alla prospettiva di una gestione competente dello stato. Ma pone anche un problema: chi stabilirà le priorità e chi dovrà rendere conto delle decisioni quando entreranno in contrasto con le aspettative del movimento?

Il programma dà la misura del compito: lotta alla corruzione, accertamento delle illegalità commesse negli apparati di sicurezza, un’informazione pubblica libera dalle ingerenze politiche e la fine delle nomine partitiche nelle aziende pubbliche. Questi impegni toccano i meccanismi su cui si poggia il potere politico. La loro attuazione incontrerà resistenze e richiederà prove, capacità amministrativa e procedure stabili. La comune opposizione a Vučić ha permesso a forze sociali diverse di convivere. Governare, però, richiede scelte concrete. La vera prova comincia dopo i festeggiamenti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati