Crescendo in Serbia tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, avevo spesso la sensazione di essere entrata a metà di un capitolo. Mia madre e mio padre venivano dallo stesso paese, la Jugoslavia. Sono entrambi serbi, io sono cresciuta a Belgrado ma gran parte della famiglia di mio padre viveva oltre il confine, in Bosnia.

È il 2001 e ho cinque anni. Io e mio padre partiamo per il primo di tanti viaggi per passare il Natale con i parenti. Ci aspetta mezza giornata di viaggio sulle strade dissestate dei Balcani. Il pullman sobbalza finché, a metà strada, ci fermiamo alla frontiera bosniaca e scendiamo per il controllo dei documenti.

Non ho mai visto quei muri prima della guerra. I miei genitori sì. Cosa provano a vederli così? A cinque anni non me lo chiedo. Ci penserò molto, molto tempo dopo

Mentre aspettiamo al freddo, mio padre mi dà dei Plazma, i biscotti più amati della Jugoslavia, che ancora oggi non mancano nelle dispense dei Balcani occidentali. Li sgranocchio, spargendo briciole sulla giacca, mentre guardo i fori di proiettile nei muri dall’altra parte del confine. Alle mie spalle sento la guardia di frontiera sfogliare i passaporti. Frush, frush, bum. Il timbro. Poi torna il silenzio.

Mio padre mi toglie le briciole dalla giacca e risaliamo in fretta sul pullman per proseguire il viaggio. Non ho mai visto quei muri prima della guerra. I miei genitori sì. Cosa provano a vederli così? A cinque anni non me lo chiedo. Ci penserò molto, molto tempo dopo.

Se si passa del tempo in una di quelle che erano le repubbliche della Jugoslavia – Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord – prima o poi si sente ripetere la stessa frase: “In Jugoslavia si stava meglio”.

Questo sentimento, spesso definito jugonostalgia, esiste da quando la Jugoslavia non c’è più e si ritrova un po’ ovunque: nei libri, nella musica, nelle arti visive, nel cinema e nelle discussioni a tarda notte tra un bicchiere e l’altro nelle kafane, i locali tradizionali della regione. Ma ha anche risvolti più consumistici: marchi come Made in Yugoslavia vendono riproduzioni delle tazzine che mia nonna conserva ancora nella credenza, calendari del 2026 che sembrano usciti dagli anni sessanta e altri oggetti di mer­­ch­andising che farebbero piangere qualsiasi bravo socialista.

A Belgrado, il museo della Jugoslavia custodisce l’eredità di Tito e ne mantiene lucida la tomba. Nel nord della Serbia, un parco privato chiamato Mini Jugoslavia, o Yugoland, accoglie da più di vent’anni visitatori interessati ai cimeli e alla storia del paese.

A Sarajevo, a pochi passi dal museo che ricorda le atrocità e il genocidio della guerra in Bosnia, c’è il museo degli anni ottanta, una capsula del tempo nella vita socialista. Ospita un appartamento arredato come allora e una Yugo, un’automobile da esportazione di cui la Jugoslavia andava particolarmente fiera, arrivata chissà come fin qui al terzo piano. “Il ricordo di un luogo in cui si poteva vivere davvero”, recita la presentazione della mostra.

La nostalgia jugoslava non è un fenomeno isolato. In buona parte dell’ex blocco orientale dell’Europa, la difficile transizione degli anni novanta dal socialismo alla democrazia e all’economia di mercato ha alimentato sentimenti simili: l’Ost­algie nell’ex Germania Est, la nostalgia della Repubblica popolare in Polonia e quella sovietica in diversi paesi nati dalla dissoluzione dell’Urss. Come scrive il professor Mitja Velikonja, “la nostalgia è una compagna fidata nei periodi di grandi cambiamenti”.

A distinguere il caso jugoslavo è il fatto che il passaggio dal socialismo a nuovi sistemi politici ed economici è stato accompagnato dalla frammentazione di una federazione unita e multietnica, senza frontiere interne, in repubbliche più piccole, costituite in gran parte su base etnica. Dal 1945 il paese di Josip Broz Tito si riconosceva nello slogan bratstvo i jedinstvo (fratellanza e unità). Dopo la sua morte, nel 1980, il nazionalismo riemerse progressivamente. Negli anni novanta la federazione si dissolse.

La Macedonia del Nord lasciò pacificamente la federazione nel 1991. Nello stesso anno la Slovenia dichiarò l’indipendenza, accompagnata da una guerra di dieci giorni. La Croazia e la Bosnia Erzegovina seguirono rispettivamente nel 1991 e nel 1992. In entrambi i paesi, però, il percorso fu segnato da guerre più lunghe e violente, che si protrassero fino al 1995 e videro un ampio intervento delle missioni di pace dell’Onu. Serbia e Montenegro rimasero unite, sotto diverse forme istituzionali, fino al 2006. Il Kosovo dichiarò l’indipendenza nel 2008, dopo quasi vent’anni di tensioni, conflitti e interventi della Nato.

In una regione lacerata da più di un decennio di conflitti, dove le narrazioni nazionaliste hanno in gran parte sostituito la memoria del passato socialista condiviso, la persistenza di questa nostalgia può sembrare, a prima vista, un paradosso. Perché il ricordo della Jugoslavia è ancora così vivo? Si viveva davvero meglio?

Nel complesso, per molte persone sì. Dipende a chi lo chiedi.

Prima, un po’ di contesto. La Jugoslavia era un paese socialista ma, a differenza degli stati del blocco orientale, non era sotto il controllo diretto dell’Unione Sovietica: Tito aveva rotto con Mosca nel 1948. Il paese sviluppò così una propria versione del socialismo, meno centralizzata e più aperta, con elementi di economia di mercato.

Era, per molti aspetti, un sistema unico e per un certo periodo funzionò. Negli anni cinquanta e sessanta la Jugoslavia fu tra le economie in più rapida crescita al mondo, con grandi investimenti nelle istituzioni pubbliche e nelle infrastrutture. Introdusse anche un sistema che permetteva ai lavoratori di partecipare alla gestione delle imprese e alla distribuzione degli utili. C’erano inoltre ampie tutele sociali, alloggi, sanità e istruzione. Il tenore di vita era superiore a quello di gran parte dei paesi del patto di Varsavia e si formò una classe media relativamente numerosa.

La Jugoslavia adottò inoltre una politica estera che la rese protagonista del movimento dei paesi non allineati. Durante la guerra fredda si mantenne in equilibrio tra est e ovest, beneficiando di scambi commerciali, aiuti e prestiti da entrambe le parti. I suoi cittadini potevano quindi viaggiare più liberamente rispetto a quelli che vivevano al di là della cortina di ferro. I beni di consumo erano più disponibili e i film e la musica occidentali circolavano più facilmente. La vita, insomma, sembrava stabile e il futuro appariva senza incertezze. È questa la Jugoslavia che molti ricordano.

Però non era un paradiso socialista. Negli anni ottanta, mentre il paese affrontava gli effetti della crisi petrolifera, la crescita si fermò e il debito aumentò. Tra il 1981 e il 1989 il tasso d’inflazione arrivò al 209 per cento.

Lorenzo D’Alessandro

Anche le discrepanze tra le regioni erano enormi. Nel 1987 la produzione pro capite della Slovenia era più del doppio la media jugoslava, mentre quella del Kosovo era quasi quattro volte inferiore: tra la regione più ricca e quella più povera c’era un divario enorme. Nel 1989 la disoccupazione era al 36 per cento in Kosovo, contro l’8 per cento in Croazia e il 2 per cento in Slovenia.

Queste differenze si riflettono ancora oggi nelle opinioni sulla fine della Jugoslavia. Secondo un sondaggio del 2024, l’81 per cento degli intervistati in Serbia considera la separazione un errore, in Bosnia Erzegovina è il 77 per cento, in Montenegro il 65 per cento e in Macedonia del Nord il 61 per cento. La pensa allo stesso modo il 45 per cento degli sloveni, il 23 per cento dei croati e solo il 10 per cento degli abitanti del Kosovo.

Lo schema sembra chiaro: dove l’indipendenza era un obiettivo a lungo desiderato, come in Kosovo, o dove le cose sono andate relativamente bene dopo la separazione, la jugonostalgia è meno diffusa. Dove le difficoltà sono state maggiori, si guarda più spesso al passato.

Ci sono poi ragioni politiche per diffidare di un ricordo troppo benevolo. Anche se era considerata meno rigida di altri regimi socialisti, la Jugoslavia era uno stato a partito unico, senza libere elezioni. Il dissenso non era privo di conseguenze. Esistevano sorveglianza e censura, applicate in modi diversi a seconda dei periodi e delle repubbliche.

“Dopo il crollo della Jugoslavia, quasi tutti gli stati che ne avevano fatto parte si sono trovati in condizioni economiche difficili a causa dei cosiddetti processi di transizione e hanno dovuto affrontare le sfide della democrazia”, spiega Milica Popović, dell’Istituto di studi culturali di Vienna. “Il nostro ultimo ricordo di stabilità è legato alla Jugoslavia. Non sorprende che la memoria del periodo socialista possa alimentare dei miti. Ma c’è anche qualcosa di più: fa parte dell’esperienza vissuta delle popolazioni jugoslave e postjugoslave”, aggiunge.

Considerando quali aspetti della vita socialista emergono nel ritratto idealizzato della jugonostalgia, si nota uno schema preciso: spesso sono proprio quelli di cui oggi si sente la mancanza. Molti paesi della regione continuano a fare i conti con alti livelli di emigrazione, una corruzione persistente e servizi pubblici con fondi insufficienti. I ricordi della vita socialista appartengono a un passato immobile: per questo è facile plasmarli secondo le insoddisfazioni del presente. “Ciò che rende la nostalgia così attraente è proprio il fatto che il passato non può tornare”, scrive Mitja Velikonja. Chi prova nostalgia, aggiunge, desidera anche qualcosa che, in quella forma, non è mai esistito. Il sentimento nasce da esperienze reali, ma finisce per costruire un passato immaginato: non solo ciò che eravamo, ma anche ciò che non siamo mai stati.

“Come ogni ricordo, è una risposta al momento presente. Ricordiamo sempre alla luce di quello che stiamo vivendo”, osserva Milica Popović. La nostalgia si concentra spesso sugli aspetti quotidiani e sociali: come si viveva, come si lavorava e come si stava insieme. Può quindi essere un modo per misurare le mancanze dell’oggi, oltre che il desiderio di tornare al socialismo. “Quando eravamo tutti in Jugoslavia immaginavamo anche un futuro diverso, un futuro che sembrava offrire prospettive. Allora era ancora possibile. Oggi ci sembra perduto”, dice Mirko Milivojević, ricercatore dell’università Justus Liebig di Giessen, in Germania.

Quindi è meglio restare nel passato o immaginare il futuro?

“La jugonostalgia come fenomeno non è cambiata molto. È cambiato il modo in cui la interpretiamo”, dice Popović. “All’inizio degli anni duemila era considerata una cosa banale. Oggi ci chiediamo cosa possa insegnarci, cosa ci dica del passato e del presente”.

La delusione nasce anche dalle promesse della transizione postsocialista, che a molti sembrano rimaste incompiute. Le persone lamentano il peggioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici, l’insicurezza economica, i salari bassi e le cattive condizioni di lavoro.

È una frustrazione condivisa da diversi paesi europei usciti dal socialismo. “Secondo me una federazione potrebbe ancora esserci utile, anche se non fosse la Jugoslavia: da soli siamo piccoli e insignificanti”, ha detto al Guardian George Peraloc, nato in Macedonia pochi anni prima della dissoluzione del paese. È uno dei modi in cui si prova a immaginare una risposta ai problemi attuali.

La nostalgia può anche avvicinare comunità divise dalla guerra. “La brutalità con cui la Jugoslavia si è dissolta ha dato l’impressione che serbi, croati e bosniaci non sarebbero mai più riusciti a stare nella stessa stanza”, dice Milivojević. “Ritrovarsi nei ricordi jugoslavi è stato un modo per riconciliarsi e imparare a convivere”. Nei periodi di polarizzazione politica e nazionalismo, aggiunge, questo legame è stato particolarmente importante nelle comunità della diaspora.

Secondo Velikonja, la forza maggiore della nostalgia sta nella capacità di creare “comunità della memoria” che attraversano i confini nazionali e mettono in discussione le narrazioni fondate sulla divisione e sull’odio.

Per i più giovani, che non hanno vissuto le guerre, la jugonostalgia sembra soprattutto un punto di partenza per esplorare le proprie radici. “Le nuove generazioni s’incontrano in modo diverso”, spiega Popović. “Accettano i confini postjugoslavi senza metterli in discussione. Riconoscono uno spazio culturale comune, ma non lo collegano necessariamente all’eredità della Jugoslavia. Per le generazioni più anziane, attraversare quei confini significa ancora entrare in un luogo che sentono come casa”.

“Questi paesi sono così vicini per lingua e cultura che quei legami non potranno mai essere spezzati”, conclude. È un’osservazione nella quale mi riconosco. È passato molto tempo da quando avevo cinque anni e viaggiavo in pullman verso la Bosnia. Dieci anni fa mi sono trasferita nei Paesi Bassi. Andando e tornando tra le mie due case, ho attraversato così tante frontiere che ormai mi sembrano solamente linee tracciate sulla sabbia. Forse sono davvero solo questo. ◆ svb

Nevena Vračar è una giornalista nata a Belgrado. È corrispondente da Serbia e Bosnia Erzegovina per il giornale non profit The European Correspondent. Questo articolo è uscito con il titolo “Missing the way we never were”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati